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Si avvicina “Miss Italia e non posso non dedicarvi un articolo.

L’attivismo antibinario e in parte anche quello LGBT promuovono la decostruzione degli stereotipi di genere, e spesso nel mirino finiscono, giustamente, i concorsi di bellezza, non tanto perché ad essere premiato è un mero dato fisico, ma soprattutto perché esso è portatore dei canoni estetici eterosessisti e binari.
Quasi tutte le “Miss Italia” sono modellate secondo il desiderio dell’uomo etero, e a volte le poche candidate androgine erano messe lì giusto per politically correct.

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Ricorderete l’articolo dedicato, un anno fa ad Alice Sabatini, Miss Italia 2015, androgina e sportiva, che ha guadagnato le simpatie del mondo LGBT

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Anche le associazioni LGBT, per finanziarsi e come atto di rivendicazione politica, promuovono concorsi come Mister Gay, Miss Trans e recentemente anche Mister Trans.
L’intento dovrebbe essere mostrare che un corpo può essere attraente anche se non è “scolpito” seguendo i dettami dell’eteronormatività (nel caso delle miss) e del machismo (nel caso dei mister).

Sarebbe bello promuovere (e che mediaticamente ciò arrivi anche al mondo etero) che si può essere belle anche senza lunghi boccoli, trucchi pesanti, orecchini ingombranti, e senza disporsi come cavalli in una scuderia.

Sarebbe bello che i concorsi nati in ambiti LGBT (per dare una spinta a quelli esterni all’ambito LGBT e non binario) valorizzassero altri aspetti relativi al fascino di uomini e di donne (cis e trans).

Esaminiamo l’esperienza delle varie edizioni di “Miss Trans”. Questa iniziativa nasce in seno a locali, serate gay, e associazioni, e, anno dopo anno, riceve il riconoscimento e il supporto delle istituzioni (a volte dei politici locali sono presenti in giuria).

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Le vincitrici (magari anche a causa dei maschietti etero presenti in giuria, ma non solo a causa loro) sono sempre donne trans con aspetti rassicuranti, ragazze che portano il giurato medio, binario, a pensare “embè, non avrei mai detto che è trans, sembra una donna vera!”, quindi a contare è soprattutto il passing, oltre ovviamente ad avvallare gli stereotipi binari, relativamente all’espressione di genere, già esposti per quanto riguarda Miss Italia “cis”.

Recentemente anche in Italia è approdato “Mister Trans“, che purtroppo da un lato sdogana un tema ancora poco trattato in italia (la bellezza dell’uomo ftm, e la condizione ftm in generale), dall’altro ad essere valorizzati e premiati continuano ad essere gli stereotipi di genere machisti (il ragazzo macho, con muscoli, peli e tatuaggi…) e rimane un valore quello del passing (“non avrei mai detto che quello era una donna! sembra un uomo vero!”)

Lo mostra anche l’articolo binario del sito gay.it, di cui cito due passi:
“primo concorso per trans che da donne sono diventati, con grande successo, uomini.”
“mostra i risultati incredibili di queste transizioni, cambi di sesso, che non sono di certo facili e, contempo, che diano davvero dei risultati incredibili

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Foto di mister trans: vince il ragazzo gender conforming e non quello più androgino accanto.

In poche parole, se non sapessimo che queste ragazze e questi ragazzi fossero trans, sarebbero candidati ideali per i programmi di Maria De Filippi, in quanto portatori di bellezze tipicamente polarizzate e portate avanti dal modello eterosessista.

Non sto dicendo che considero esteticamente sgradevoli queste donne e questi uomini, anzi li troverei adatti ed adatte a candidarsi e a vincere Miss e Mister Italia. E, se si proponessero, e subissero discriminazioni, mi batterei per loro.

Ma da un concorso proposto da un’associazione LGBT mi aspetto che i canoni per vincere siano altri, proprio per la valenza politica che un concorso promosso da noi, che siamo così critici verso i concorsi tradizionali, e che vogliamo tracciare una nuova rotta e dei nuovi spunti sulla bellezza e sul conformismo.

Miss Italia Trans è una bellissima donna, ma è rappresentativa dell’universo delle donne trans? O solamente delle donne trans che sentono come proprio un ruolo di genere tradizionalmente femminile? Perché in tutte queste edizioni non è mai stato dato spazio a una ragazza trans che, seppur medicalizzata, e seppur di identità di genere femminile, non rappresentasse un tipo estetico diverso? Una nerd, una rocchettara, una androgina. Perchè no?

Se i concorsi si chiamano Miss e Mister TRANS vuol dire che vogliono esaltare la bellezza dell’essere transgender e di esserne fieri. Che senso ha fare vincere persone chenon diresti mai che sono trans?” . Ridurci a merce davanti agli occhi di giurati etero e cisgender che decidono chi di noi è “venuto/a bene?”

Attenzione a non fraintendere. Quando si critica il binarismo dei concorsi, e il fatto che vengono premiate le persone aderenti ai ruoli di genere tradizionali (quelli tanto vantati dai complottisti del gender, quelli considerati innati e naturali), sia nei concorsi di bellezza cis, che in quelli LGBT, non si sta parlando nè di genderfluid, nè di non medicalizzati, in quanto anche rimanendo nell’universo di chi è portatore di un’identità di genere binaria e in un percorso medicalizzato vi sono tante varianti di espressioni di genere (esattamente come ci sono tra uomini e donne cis).

Qui non si giudica chi sente propria un’espressione di genere classicamente maschile e femminile. Anche io stesso amo fare il figo in giacca, cravatta e gemelli, con la pipa in bocca. Ma perché un concorso di mister trans dovrebbe essere vinto, magari di seguito, anno dopo anno, sempre e solo da chi (non diversamente da me) sente propria un’espressione di genere “binaria”, quando il maschile e le sue espressioni presentano una varietà infinta? (sia tra cis che tra trans?). 
Perchè i concorsi di miss trans hanno sempre e solo premiato UN solo ed unico modello femminile?

Se i vincitori di miss e di mister trans sono sempre e solo portatrici e portatori di un modello femminile e maschile stereotipato, all’esterno passerà l’immagine che tutte le trans e i trans incarnano questo modello, e ciò non è rappresentativo.

Per quanto riguarda “mister trans”, siamo solo alla prima edizione e credo che, nonostante lo strumento “concorso”, sia un buon modo di parlare di bellezza ftm, e di far conoscere questa realtà al di fuori delle cerchie T. Forse era troppo presto per sperare di vedere sul podio delle espressioni di maschile non canoniche.
Come dice Jonh Stuart Mill, ogni processo ha tre fasi: la fase dello scherno, in cui un’idea viene proposta da un pioniere che viene preso per pazzo; la fase della discussione, in cui si comincia già a parlare della cosa, in modo critico, e infine la fase dell’emancipazione.
Immaginate che il primo anno ci sia un/a candidato/a assolutamente non conforme, che non vince, nè entra nel podio, ma la gente comincia a parlarne, magari schernendolo.
Il secondo anno i candidati/e non conformi sono due o tre, e viene magari preso il secondo o terzo posto, in modo quasi “rappresentativo”(un po’ come quando Harvey Milk si candidò per la prima volta).
Il terzo anno magari una persona non conforme vince, e non per questo continua a vincere ogni anno, ma magari una volta è la bellezza curvy, una volta quella androgina, una volta quella inerente alle culture alternative, e via via il concetto di bellezza nel tempo cambia e si rinnova, diventando sempre più inclusivo.

A questo punto mi chiedo: che caratteristiche deve avere chi vince un concorso per persone transgender?
A chi queste persone devono piacere?
Come sono composte le giurie? Hanno al loro interno persone LGBT e in particolare T?
Il passing deve essere un valore che dà punteggio?
Anche appurato il passing, il o la partecipante deve avere poi un’aderenza ai ruoli di genere tradizionali?
Cosa differenzia i concorsi di Mister e Miss Trans dai concorsi di Miss e Mister Italia?
L’androginia non viene vista come qualcosa di attraente e avvenente?
Come possono le associazioni LGBT avvallare il fatto che i canoni per vincere siano binari, stereotipati, e quindi tutto cio’ contro cui combattono?
Perchè chi ha un’identità di genere binaria, e/o un’espressione di genere binaria, o ha fatto un percorso in cui ha soddisfatto un maggior bisogno di “passare” per biologico/a deve essere “premiato”?
Perché a vincere i concorsi “trans” è chi “non diresti mai che è trans“?

A voi la parola…

“Lo faresti lo stesso se fossi sotto un altro top manager?”
Dall’altro lato vi era un imbarazzato silenzio.
“Dove sbaglio? Sono troppo colloquiale con voi? Dovrei fare come gli altri? Che si fanno rispettare?”
Dall’altro lato un impassibile sguardo.
Chissà cosa pensava. Forse, che a dire queste cose mi spinge quell’insicurezza di vedermi, come immagine, meno maschio degli altri manager. E’ come se temessi che vedessero la mia debolezza, che non mi percepissero come un maschio Alfa, che possano prendersi gioco di me lavorando poco e male, parlando alle mie spalle.
Mi guardo allo specchio, in bagno, dopo la riunione.
Adesso porto qualche millimetro di barba. Fino a qualche anno fa, un impiegato con la barba sarebbe stato visto come trasandato, ma adesso pare che faccia addirittura chic: tutto frutto di una cultura di zecche e di hipster che non condivido, ma cosa potrebbero pensare se io adesso fossi l’unico a non avere la barba?
Mi sciacquo il viso, ma non devo rimanere troppo in bagno. Potrebbero pensare che sono una mammoletta, come le donnine che vanno ad incipriarsi il naso. Mentre mi sciacquo tiro leggermente indietro i capelli. Inizio a stempiarmi, leggermente, anche se probabilmente sono l’unico ad essersene già accorto. Ahimè, sta succedendo nonostante il quintali di Minoxidil che uso senza troppo farmi notare da mia moglie.
L’aria è pervasa da un forte odore muschiato. Avrò esagerato col dopobarba?
Vedo quelle del quinto piano ciarlare sottovoce quando passo davanti a loro. Credo che mi abbiano addirittura ribattezzato col nome del forte profumo speziato che uso.
Credo che qualcuna abbia pure cercato su internet e ne abbia regalata una boccetta al fidanzato, magari immaginando di essere con me, mentre fa l’amore con lui.
Adesso è ora di tornare in ufficio. Noi top manager non abbiamo di certo le pause centellinate da un tassametro, ma è anche vero che se i polsini si bagnano magari si rovinano i gemelli.
Torno in ufficio. Ci lavoro da tredici anni ma ancora non lo sento come un posto rassicurante e mio. Dietro di me una vetrinetta con la collezione di pipe e di sigari dal mondo, e le Mont Blanc col pennino d’oro. La scrivania è enorme, e quasi vi scompare sopra la foto del mio matrimonio e la foto coi miei figli. Nella foto del mio matrimonio indosso il frac che lei aveva scelto per me. Ho i capelli tirati indietro. Lei è un’esplosione di femminilità: sopracciglia ad ala di gabbiano, capelli fatti crescere apposta per le nozze, e poi tagliati, da rituale, durante il viaggio di nozze. La gonna è gonfia e vaporosa, i gioielli sono tutti coordinati, e le dànno luce al suo viso.
Nella foto coi bambini ho un’aria triste, assente. Non dedico loro abbastanza tempo e lo so.
Sistemo ancora alcune carte e poi vado via: devo sbrigare un po’ di commissioni prima di tornare a casa.
Passo alla grande Coin all’angolo. All’ingresso una signorina mi accoglie indicandomi il reparto da uomo. Mi sento in dovere di darle spiegazioni. E’ una sbarbina che si e no avrà la terza media: perché uno come me dovrebbe darle spiegazioni?
Mi dirigo nel reparto femminile per comprare un regalo immaginario per una donna immaginaria.
Stringo tra le mani, senza farmi notare, un reggiseno le cui toppe setose rosa antico scivolano tra i miei polpastrelli. Ho il terrore che una donna, una cliente del negozio, mi veda e pensi che io sia un pervertito.
Mi dirigo a casa senza comprare niente. Mia moglie è paranoica, e pensa sempre che io dedichi quel poco tempo tra famiglia e lavoro a un’altra donna. Non sa quanto, ironia della sorte, abbia ragione.
Entro in casa, lei è in bagno con una delle sue mille maschere anti-age. Ha proprio ragione Fulvio, il mio amico del calcetto, a dire che a noi uomini le donne piacerebbero anche se fossero tutte in tuta, eppure lei spende, spende metà del mio stipendio, a comprare creme anti-qualcosa che non ha. Se dicessi che il suo viso è setoso come quando ci conoscemmo, a dodici anni, non mi crederebbe.
Ricordo i primi baci con lei, alle scuole medie. Setosa era la sua pelle, e setosa era la mia. Ricordo che in quegli anni c’erano i cartoni animati delle guerriere Sailor, e una di loro, che nella vita diurna era un bel ragazzo, per difendere la terra si trasformava in ciò che realmente era: una ragazza, una guerriera. Nel cartone animato la crisalide guerriera aveva una relazione con la bella e femminile protagonista, si univano in un bacio, e in me si scatenavano ingenue e infantili fantasie quando baciavo quella che sarebbe diventata mia moglie. I cartoni animati dell’epoca, dell’inizio degli anni novanta, erano una continua ispirazione per persone come me. Ranma baciava Akane quando era trasformato in ragazza, e mentre i miei compagni guardavano i porno di Rocco Siffredi, le mie fantasie sessuali consistevano nell’immaginare Xena ed Olimpia, immaginare di essere la protettiva virago Xena che si prende cura della dolce Olimpia.
Dovetti arrivare alle superiori per capire realmente. Ricordo quel pomeriggio, al cineforum della scuola, in cui, a causa dell’indisponibilità del film programmato, proiettarono “Tutto su mia madre” di Almodovar. C’erano i viados di strada, sieropositivi e dediti al meretriciato. All’inizio del film si vedeva che, quando ancora erano uomini avevano delle mogli, e pensai che fossero solo errori di gioventù. Grande fu la sorpresa quando scoprii che anche dopo che erano diventate donne avevano continuato ad amare le donne, metterle incinte, e persino contagiare loro l’hiv.
Era tutto così squallido, ma per un attimo io non mi ero più sentito solo. Non ebbi il coraggio di intervenire nel dibattito dopo il film, nè di parlarne con lei.
Passarono molti anni, anni in cui, a parte l’emozione di quel momento, conobbi molte figure di uomini che, come me, si sentivano donna. C’era Platinette, c’erano le ragazze del Grande Fratello, c’era Efe Bal, ma io mi sentivo così lontano da loro.
Per anni decisi di custodire un segreto, un segreto che mi porto avanti da quando, da bambino, mia sorella maggiore si divertiva sadicamente a vestirmi da donna, mettendomi un suo reggiseno e due arance dentro al posto delle tette, mi truccava posticciamente coi suoi trucchi plasticosi, e poi iniziava la sfilata. Lei rideva di me ma io,  a sua insaputa, ricordo con tenerezza quelle esperienze. Ricordo che leggevo di nascosto i suoi Cioè per capire il mondo delle ragazze. In parte io volevo capire le ragazze, che mi iniziavano a piacere, in parte io avrei voluto essere una di quelle ragazze che scriveva alla rubrica della bellezza e chiedeva consigli su come depilarsi.
Di anni, però, ne erano passati tanti. Avevo conosciuto il corpo femminile, tramite quello di mia moglie. Ci siamo sposati vergini, per via delle pressioni dei suoi genitori, testimoni di Geova, che l’avevano indottrinata in tal senso, ma questo veto autoimposto nei riguardi del sesso penetrativo ci diede la possibilità di sperimentare, da giovanissimi, il petting e le coccole, tutti quei rapporti che, non coinvolgendo direttamente i genitali, non ponevano tra noi una grande asimmetria. Saremmo potuti essere due uomini, due donne, due figure androgine, due anime affini. Nei rapporti non sono mai stato bravo o esperto. Abbiamo imparato insieme. Quando la toccavo, quando toccavo il suo corpo giovane e vellutato, per un attimo immaginavo di fare l’amore allo specchio.
Solo così riuscivo a provare piacere: immaginando che fossimo due ragazze lesbiche. Lei non lo ha mai saputo o immaginato, o almeno, spero.
Adesso lei è nel suo bagno. Ne abbiamo due in casa. Il mio è spartano. Giusto uno spazzolino elettrico e un regolatore per barba. Il suo bagno, un regno a me precluso, è un paradiso. C’è la zona trucchi, ordinati per funzione e tonalità, la zona prodotti per capelli, la zona con le creme, il peeling, lo scrubs, l’igiene personale. Chiude a chiave la stanza per evitare che i bambini entrino e rompano le sue trousse di cristallo, ma una volta sono riuscito ad entrare, mentre lei era al Lyons Club con le amiche.
Ricordo che quella sera il mio volto era diventato dolce e gentile sotto le pennellate dei prodotti che allora così maldestramente usavo. Ricordo che mentre il mio volto veniva liberato dalle tracce di spigolosità e virilità, l’emozione divenne piacere, un piacere erotico, un’esplosione liberatoria.
Oggi ho una cassetta degli attrezzi, in garage, ma dentro ci sono i prodotti che compro per me, dicendo di comprarli per una ragazza immaginaria. La mia pelle è più scura della sua, avrei avuto comunque una mia trousse personale, anche se io e lei fossimo state complici, anche se ho imparato col tempo, su internet, che la tonalità deve essere sempre leggermente più chiara.
Spesso la mia unica possibilità per essere me sono i viaggi di lavoro. C’è sempre un giorno libero che ci dànno, per visitare città straniere, e io lo dedico per stare in queste lussuose camere, da solo, ed essere me stessa.
In lussuosi negozi e centri commerciali compro regali per mia moglie e per Lei. Li divido prima di fare i bagagli del ritorno. E’ quello il momento più triste per me, in cui la chiudo, mi chiudo, in una valigia per ritrovarmi chissà dove e quando.
Lacrime quando lo struccante mi porta via dal mio viso.
Spesso compro a mia moglie cose non dissimili da quelle che compro per me. Quando fantastico su di me al femminile non c’è mai, accanto a me, un uomo. Non vivo fantasie con un uomo accanto per far esaltare la mia femminilità. Accanto a me vi è sempre una donna, una donna femminile. E’ per questo che spesso compro a mia moglie gli stessi accessori che compro o che vorrei comprare per me stessa: vedendoli indossare in mia presenza è come veder vivere in lei una parte di me, quella parte che non può esprimersi.
Lei non sa, non sospetta. Del resto…come potrebbe? Non mi abbandono mai ad estetiche o comportamenti ambigui. Io devo essere maschio, e non so se lo devo a me o agli altri.
Nelle ultime settimane ho pensato di farmi un piccolo regalo. L’accenno di barba mi permette di far crescere un po’ i capelli, ma mia moglie dice, con voce serena ma impenetrabile, che come capelli lunghi, in questa coppia, bastano i suoi, e che sarebbe gelosa se i miei dovessero risultare più belli.
Quando eravamo giovani ascoltavo David Bowie e Marylin Manson, insieme ad un sacco di altre rockstar glam, in cui uomini super etero e machisti camminavano sui tacchi degli stivaletti da cow boy, portavano lunghe chiome cotonate e parlavano in falsetto. In quegli anni, con la scusa del glam, e nascondere i miei esperimenti di femminilità dietro alla mera imitazione di super maschi animali da palco. Avevo lunghi capelli neri, e lei ne era un pò invidiosa, ma le piacevano. Frequentavamo un locale a tema, dove lei mi accompagnava entusiasta. Spesso, prima delle serate in cui andavamo li a bere birra e vodka ed ascoltare musica dal vivo di gruppi più o meno mediocri, andavamo da me in mansarda, dove lei mi aiutava a prepararmi. Smalto nero, trucco agli occhi, e piastra ai capelli. A volte mi metteva anche il suo rossetto nero,  e io mi sentivo un po’ come quando mi sorella mi conciava a festa, con la differenza che stavolta ero con la donna che sarebbe stata la mia compagna di vita. Ricordo come quella piccola trasgressione, all’insaputa dei suoi genitori bigotti, ci eccitava moltissimo entrambi, e ricordo molti baci in cui le nostre labbra si incrociavano scambiandosi rossetto nero ed argentato,e finivamo a fare petting spinto,per poi fermarci bruscamente per non finire a far l’amore. Quel rapporto completo non lo voleva lei per non perdere prematuramente la sua “virtù”, ma non lo volevo neanche io. Avrebbe distrutto la mia fantasia di noi due amiche, complici ed amanti. Non so se ad eccitarci c’era il fascino del proibito, o se in quei momenti, in cui le nostre lunghe ciocche nere si confondevano, mentre lei mi baciava il mio petto piatto e senza peli, e mentre mi riempivo del suo profumo vanigliato, vivevo l’illusione di congiungermi con l’uguale in un’alchemica simbiosi.
Era bello che questa fantasia continuasse anche dopo, quando al locale, mentre ci baciavamo, ci scambiavano per due ragazze ubriache e sporciaccione.
Cosa è rimasto di quegli anni? Oggi siamo intrappolati in una cavalleria rusticana di ruoli scritti da altri, come se fossimo i burattini in uno spettacolo di un artista di strada, che si muovono, si, ma solo tramite movimenti rigidi e rigorosamente previsti.
Dal lavoro, spesso, eludendo il firewall e navigando in anonimo, cerco uomini come me su internet. Ho trovato una mailing list, anni fa. Non sono sicuro che ci siano uomini coi miei desideri e con le mie fantasie, ma mi rassicura che abbiano una moglie, e che il loro principale problema sia come dirlo a lei.
Mi sentirei molto a disagio in un forum di omosessuali. A dire il vero mi sento sempre molto a disagio quando vedo un omosessuale, o quando qualcuno può, per qualche ignoto motivo, pensare che io lo possa essere. Per questo ho sempre paura a relazionarmi in spazi virtuali che potrebbero essere pieni di persone che si dicono simili a me, ma sono in realtà omosessuali che fanno le femmine.
Quando trovai quella lista virtuale, a breve avrei visitato Napoli per lavoro. Avevo conosciuto Jennifer, una sorellina di quelle parti, e ci saremmo viste per un confronto, davanti ad un caffè.
Quella volta avevo deciso di non usare solo l’albergo fornito dall’azienda, e avevo quindi prenotato parallelamente un alberghetto da una stella, dove sarei andato a cambiarmi.
Cosa sarebbe successo quando i nostri sguardi si sarebbero specchiati l’una davanti all’altra? Ero andata a cambiarmi, ma la matita mi tremava nella mano mentre tracciavo una linea sopra l’occhio per valorizzare il mio sguardo.
Ci saremmo dovute vedere al bar sotto l’albergo, ma quando uscii, al posto di sentirmi liberata, mi sentii fortemente a disagio. Bastarono pochi metri per uscire dall’albergo per avere addosso gli occhi basiti, perplessi o goderecci degli uomini. Quegli sguardi, fino a poco tempo fa, erano stati i miei. Sguardi avidi, prevaricanti, sguardi di chi si sente soggetto e non oggetto di corteggiamento. Accelerai il passo fino ad arrivare al bar. Lei era li. Ordinai il caffè con voce bassa. La mia voce non mi aveva mai dato disagio fino a quel momento. Jennifer parlava invece in falsetto ed era abbastanza a suo agio.
Mi raccontò di sua moglie, di come ha scoperto, e di come stanno dolorosamente divorziando, e mi sembrava di essere a tavola con una vecchia amica per caso ritrovata.
Gli sguardi su di noi,però, si fecero più insistenti, e le chiesi di andare via. Volle venire con me in albergo, ma non scorderò mai cosa successe.
Jennifer iniziò prima a guardare e toccare tutti gli oggetti del mio bagno, oggetti e cosmetica pregiata, che probabilmente mi invidiava,  poi iniziò a lusingarmi,a  dirmi quanto ero femminile io e quanto lo erano gli accessori che avevo addosso. La sua mano scorreva sulla mia coscia, accarezzava il collant, ma la cosa mi generava imbarazzo. Lei invece era molto eccitata, e presto l’altra mano raggiunse le sue parti intime, facendomi capire che avrebbe voluto farlo anche a me.
La congedai con grande imbarazzo, e quella notte piansi. Ero di nuovo sola.
Mi chiusi molto, lasciai la mailing list, anche se probabilmente c’erano tante persone come me, ma io non avevo le energie per aprirmi a loro, non di nuovo.
Qualche anno dopo una delle poche sorelline con cui ero rimasto in contatto, un collega libero professionista che si occupava di cantieristica, mi indicò un gruppo di auto mutuo aiuto per persone come noi. Si teneva una settimana si e una no, quindi avrei dovuto inventare due riunioni di lavoro serali per tenere a bada lei. Ci pensai molto, ma la voglia di rimettermi in discussione, stavolta in un luogo in cui vi erano più persone e minor rischio equivoci, era tanta.
Andai al maschile, con la mia giacca, la mia cravatta, il mio profumo muschiato: erano il mio scudo. Scoprii che più che per “persone come noi”, era il tutto organizzato da un’associazione di omosessuali e trans, e la cosa, che scoprii solo quendo ero già lì,  mi causò, inizialmente, molto disagio.
Con sorpresa, però, scoprii che chi in quell’associazione stava parlando di se, non era così lontano da me.
Oltre a persone come me, uomini che vogliono fare le donne, vi erano donne che volevano essere uomini. E alcune di loro avevano mariti, mariti a cui non sapevano come dire di non essere donne eterosessuali ma uomini gay. Le loro storie, raccontate a cuore aperto, provocavano a me un amaro sorriso. L’emozione fu per me talmente forte e sconvolgente che decisi di non andare più al gruppo di auto-aiuto.
La mia amica invece, lei l’ho rivista qualche mese fa. Mi è venuta incontro mentre uscivo da un pranzo di lavoro, e io ci ho messo un po’ a capire chi era. Non porta più parrucche ma ha una folta chioma sua. Ha divorziato dalla moglie e sta con una donna conosciuta nell’ambiente del bdsm, che prima di lei stava con una donna nata tale. Mi ha detto che non si occupa più di cantieristica ma ha aperto un locale con la nuova compagna, ma che un po’ il suo lavoro le manca.
Ho dovuto fare in fretta nello scambiare due chiacchiere. Avevo paura che mi vedessero con lei, che scoprissero chi sono.
Ogni giorno, quando vivo la mia routine, facendo il bullo coi miei sottoposti, quando lascio tagliare via, al barbiere dell’angolo, l’accenno di riccioli che mi erano costati mesi di attesa, perché mia moglie vuole essere l’unica detentrice della femminilità in casa, quando aspetto con ansia le trasferte di lavoro, quando compro furtivamente una gonna non sapendo quando e se la metterò mai, penso a ciò che, ormai, so di essere, e che non potrò mai realmente essere davvero.

 

Quando si dice “androginia”, l’immagine che passa negli occhi di chi ascolta questo termine è quella di una ragazza magra, molto magra. Capelli corti ma fashion. Una giacca e cravatta di allusione maschile ma progettate per lei. Qualche tocco di colore nei capelli per rassicurare. Trucco cattivo, aggressivo.
In altri, rari, casi, appare un modello giovane e figo. E’ un passerella, camiciolla aperta con petto tornito senza un pelo. Boccoli biondi stile gruppo anni novanta di fratelli dal nord Europa.
Ad ogni modo, se sei una persona androgina, devi essere molto bella, molto magra, e con connotati rassicuranti.
Antibinario/a si, ma con moderazione.
Devi rappresentare quell’eccezione che serve a confermare la regola.

In realtà esattamente come chi è completamente gender conforming, anche le persone androgine spesso e volentieri sono in sovrappeso, basse, con gli occhiali, con nasi e denti non perfetti, ma tuttavia per tutta questa gente c’è molta poca tolleranza rispetto a quella riservata ai “normali” brutti.

Quello che intendo dire è che nella nostra società essere androgini/e non è un diritto.
Tempo fa avevo sollevato il fatto che per dire che è una persona è bella dobbiamo per forza dire “bell’uomo, bella donna”, ma mai “bella persona”, altrimenti, privato del suo impatto sessuato, il termine assume caratteri psicologici. Una nonnina è una bella persona. Una ragazza giovane è una bella ragazza o donna.

Mi ha molto fatto riflettere ciò che ha detto una mia amicizia facebook.

La società ci insegna che il corpo femminile, di base, per propria natura, fa schifo. È brutto, indesiderabile, anche un po’ disgustoso.
Pensateci. Ci lamentiamo dell’infibulazione ma non ci accorgiamo che la stessa mentalità castrante nei confronti del corpo femminile ci appartiene, saldata a doppio filo con il consumismo, resa appetibile, e noi la seguiamo come pecore: il corpo femminile può raggiungere la decenza solo se viene modificato (con depilazione, diete, trucco e parrucco). Sennò è naturale, quindi bestiale, e quindi brutto.
Il corpo maschile è perfetto com’è. Può, o forse deve essere un po’ bestiale: se viene curato “troppo” è un corpo “da frocio”. L’uomo nasce maschio. La donna nasce mostro, diventa femmina solo attraverso una forma di auto-repressione fisica.
Certo “ognuno ha i suoi gusti”, ma sono i tuoi gusti o quelli che il mondo ha deciso per te? I tuoi gusti fanno male a qualcuno? Fanno male a te stesso?
Siamo tutti attraenti, amabili e normali come mamma ci ha fatti. Piantiamola di sentirci manchevoli di qualcosa, di provare vergogna per il nostro aspetto, di trasformare il nostro corpo in un’autostrada per le opinioni altrui. L’unica cosa che dovremmo chiederci allo specchio è “questo sono veramente io, o qualcuno che degli altri mi hanno convinto ad essere?” Insomma, perché davanti alla libertà che ci salverebbe siamo sempre così pigri?
P.S rivendicare la libertà e poi continuare a giudicare gli altri come fossero manichini non vale

Quando ho iniziato a leggere ho pensato: “che intende dicendo che il corpo femminile viene considerato disgustoso“?
Ero ormai così calato nel chiamare “corpo femminile” quello delle donne che si vedono in giro (colleghe e tizie in metropolitana) che mi sono distratto da cio’ che poi sarebbe stato chiaro nel resto dello status:
stava parlando del corpo femminile quello vero, quello che abbiamo dimenticato, abituati ormai al corpo artefatto e preteso dalla società.

Un giorno sono capitato per un rilievo architettonico in un centro estetico unisex.
C’erano delle donne in fila. L’agenda era piena ma loro premevano per un’urgentissimo “Occhi di bambola”.
Per chi non lo sa, occhi di bambola è un sistema di lavorazione di ciglia artificiali.
La donna in questione era isterica. Se non avesse “ricostruito” (sarebbe più onesto dire costruito) ciglia e unghie gel entro sera, sarebbe andato in malora il matrimonio della sorella.
Queste donne in attesa erano li, pronte per il tagliando settimanale e mensile, come delle drogate in fila per ricevere la dose, anche un po’ in astinenza a dire il vero.
Donne transessuali (female to fake female) che però non prendono ormoni, o meglio che, con la scusa di avere un bel ciclo regolare (come se il ciclo regolare esistesse), prendono ormoni femminili.
Donne “in transizione” verso un femminile artefatto e costruito, pronte a piallare i loro corpi, modificarli, trasformarli, renderli accettabili agli uomini, persino a quelli gay, e alle altre donne, in costante competizione su cose futili.

La persona dello status però si sbaglia. Anche l’uomo mediamente ha il dovere di trasformare il suo corpo.
La natura dona corpi maschili e femminili che, se lasciati allo stato brado, non sono dissimili tra loro.
Ma uomini e donne devono impegnarsi a renderli il più possibile diversi con queste “transizioni”

E’ un dovere degli uomini e donne creare una differenziazione fisica, per sottostare alle leggi del binarismo.
Sarebbe scandaloso e increscioso che una persona, senza tutti questi artifizi, potesse erroneamente apparire dell’altro sesso. Vergognoso, increscioso, grave. Il binarismo è un dovere
Pensiamo ai bambini. Se in mutande, è difficile capirne il sesso senza degli orpelli che ne demarchino il binarismo.
E tutto ciò è educativo, necessario.

Ci sono persone, anche non glbt, che per natura non tendono al binarismo, e non si vedono a proprio agio in questa transizione verso modelli binari. Eppure queste persone sono soggette a vari tipi di bullismo e disappunto, anche banalmente consigli “in buona fede” insistenti, di amiche, colleghe, parenti…

Di contro, ci sono persone glbt, in particolare trans, che desiderano fortemente un aspetto non solo coerente con la propria identità di genere, ma binario.
Vivono malissimo il periodo di transizione, o pre transizione, che li porta a subire un’androginia indesiderata, e tutto il bullismo, lo sgomento, l’incomprensione che caratterizza chi è portatore d’androginia.
Mi chiedo non tanto se queste persone sarebbero transgender in un mondo antibinario (lo sarebbero ovviamente), ma se tenderebbero a quest’immagine binaria e normalizzante, o se è solo uno strumento per non essere considerati brutti, strani e grotteschi.
Probabilmente alcuni, molti, desidererebbero un’espressione di genere binaria, come del resto molti cisgender.
Tuttavia, anche se il discorso disturba, se l’androginia non fosse brutta e sbagliata, molte persone, trans e non, vivrebbero a proprio agio senza le sovrastrutture estetiche che altro non sono che un passaporto normalizzatore.

Forse un giorno l’androginia avrà diritto di cittadinanza, e scopriremo solo allora chi realmente è interessato/a a modelli estetici e comportamentali binari.
Il resto è solo ipotesi, perchè viziato è il campione di indagine. Viziato dalla società, dal modelli esistenti, dal concetto di normalità e di bellezza che viene imposto attualmente. Solo quando cadranno questi stereotipi potremmo capire cosa è realmente desiderato e sentito come proprio.
Il resto è solo un’accozzaglia di ipotesi, spesso faziose.

Il femminismo binario ci ha tritato gli zebedei col concetto di uomo carnefice e donna vittima.
Non viene mai data attenzione all’atteggiamento vessatorio di donne, conniventi col modello femminile imposto dall’uomo o dalla società tutta, verso altre donne, spesso giovani.
Suocere, madri, nonne, che biasimano giovani donne e impongono loro modelli femminili obsoleti a cui loro stesse sono state sottoposte.
Potremmo immaginare questa problematica come superata, riguardante le nostre bisnonne, nonne e madri. Tuttavia quei comportamenti vessatori, che ho osservato (non soltanto) in meridione nei decenni passati, non si sono ancora estinti.
Basti pensare a colleghe vezzose, che hanno tra i primi valori della loro scala quello di essere desiderabili, che disprezzano chi non lo è, spesso attuando meccanismi, consapevoli o non consapevoli, di bullismo tra donne, disapprovando le “diverse” rispetto al modello eterosessista che loro stesse ricalcano e riconoscono come valido.
Vi è anche una disapprovazione per quelle donne che vogliono liberarsi dalla prigione del ruolo femminile e, magari, delegano alcuni compiti domestici al compagno. O, ad esempio, donne che non desiderano diventare madri.
Queste donne vengono subito colpite dal biasimo delle altre del branco femminile (di colleghe o parenti donne), a causa di un meccanismo misto di invidia e pretesa di conformismo.
Avete presente quell’odiosa pubblicità dell’ace candeggina, in cui una presuntuosissima vecchia, ostentante un camicione di un bianco accecante, vessava la figlia, o la nuora (a seconda della versione), per la sua incapacità di essere una buona donna di casa e serva del marito.
La pubblicità è specchio dei tempi e del costume, e non è un caso se oggi i prodotti domestici vengono pubblicizzati da bei fighi single, pronti ad intenerire (ed eccitare) la telespettatrice.

Vi ricordate il caso di John Pitt? il figlio di Angelina e Brad che pretende lo si chiami John e gli si rivolga col genere maschile, anche se è anatomicamente femmina?
La risposta più acuta in materia la diede un attivista gay, con cui ho forti divergenze in quasi tutto, ma a cui riconosco acume, Enrico Boesso, il quale commentò tutte le remore delle persone GLBT e non sul caso, in questo modo

“se fosse stata una persona nata maschio che avesse voluto gonna e capelli lunghi, tutti noi non avremmo avuto dubbi: si sarebbe trattata di una giovanissima transgender, ma in direzione opposta si pensa sempre che vi sia un rifiuto del RUOLO femminile”.

Credo che abbia centrato il problema per cui il transgenderismo ftm viene da un lato meno ostacolato, dall’altro meno compreso.
Nessuno penserebbe mai che una donna transessuale voglia ambire al “meraviglioso” ruolo sociale femminile tradizionale, a meno che non si sia all’interno di un gioco di ruolo sadomaso. Insomma: il ruolo tradizionale femminile non lo vogliono più neanche le donne eterosessuali, e la famiglia etero è in crisi proprio perchè quello che un tempo era chiamato “ruolo femminile” non vuole incarnarlo più nessuno dei due (non nel senso che la giovane moglie e madre è ftm, ma semplicemente perchè è donna emancipata e non riconosce come “suo” il ruolo che per secoli, da altri, è stato chiamato “femminile”).
C’è addirittura chi, piuttosto che proporre una nuova divisione dei ruoli e delle mansioni all’interno della coppia, per risolvere il problema propone, molto “democraticamente” il ritorno alla sottomissione della donna. (vedi i vari movimenti evoliani e reazionari).

Proprio per questo problema, quando una persona nata femmina, molto giovane, manifesta un desiderio per i pantaloni, i capelli corti, un nome maschile, si pensa , sottovalutando spesso la sua coscienza di se, che questa personcina non si riconosca come di identità di genere maschile, ma ambisca al ruolo maschile, e quindi pensa che, per liberarsi di un ruolo sgradevole, che una bambina intelligente riconosce subito come tale, l’unica strada sia incarnare un’identità sociale maschile.
Questo distrae molto dall’associare questa persona ad una tematica di identità di genere, mentre, come spiegato sopra, in direzione opposta l’associazione col tema del transgenderismo è immediata.

Vi immaginate per caso un maschio biologico che voglia indossare la gonna solo per accedere al “prestigiosissimo” ruolo sociale femminile? Quindi questa persona, se la si volesse estraniare dalla tematica transgender, dovrebbe essere vista come un povero pazzo che desidera essere sottopagato al lavoro, fare i peggiori lavori casalinghi nella vita domestica, sobbarcarsi magari una professione ma anche il 100% della cura della casa (tra cui spazzolare il cesso), e cosi’ via?
A meno che non sia un fortissimo caso di fetish o di masochismo, è molto più “naturale” immaginare che il percepirsi donna di questa persona nata maschio sia relativo al transgenderismo, e non ad un (conscio od inconscio) voler scavalcare i convenevoli e poter finalmente accedere al “meraviglioso” ruolo sociale femminile.

Non so se questo articolo vi ha divertito o sconvolto, e sono aperto ad un confronto.

“Alcune presunte associazioni di servizi per LGBT non hanno strumenti culturali per accogliere persone B e T perché esse sono disinteressate a frequentarle”

OPPURE

“Le persone T e B non frequentano alcune presunte associazioni di servizi per LGBT perché esse non hanno gli strumenti culturali per accoglierle in modo adeguato” ?

Ogni tanto mi scrivono persone lontane da Milano e dal Milk.
Sono persone che si sono appena scoperte, ancora totalmente velate, che vorrebbero “vivere” se stesse, tanto per cominciare, in ambiente protetto, quindi in associazioni che diano servizi a persone LGBT e friendly.
Ormai quasi tutte le associazioni, nate come associazioni Gay o Gaylesbiche, sono divenute, da statuto, LGBT.
Purtroppo i feedback mi dicono che queste associazioni sono del tutto impreparate ad accogliere persone transessuali, transgender, e bisessuali (a volte anche donne in generale), e ad essere precisi, anche etero friendly (soprattutto ragazzi, quindi non ravvisabili allo stereotipo della frociara).
Non potendo andare in trasferta, ho mandato un amico Ftm non medicalizzato a tenere un incontro esperienziale, ma persino nel metterlo in contatto con lo staff dell’associazione ospitante ho dovuto sudare affinchè si rivolgessero a lui al maschile (a me si rivolgono al maschile unicamente in quanto presidente e protetto dall’aura presidenziale, e non perché si siano evoluti sul discorso definizioni).
Ad ogni modo, anche dalla Capitale arrivano feedback simili sulla cattiva accoglienza non tanto verso i transgender non medicalizzati, ma a volte anche verso casi classici di transessualismo (percorso classico, transessuale etero, “nato nel corpo sbagliato”). Ignoranza riguardo alla differenza tra orientamento sessuale e identità di genere (T nel calderone degli orientamenti), ignoranza riguardo all’orientamento del partner della persona trans (direi anche invadenza oltre che ignoranza), ignoranza sul come coniugare genere grammaticale ed orientamento sessuale alle persone ftm ed mtf, confusione tra il ruolo e l’identità di genere, confusione tra transessuale e transgender, ignoranza totale sulla transizione, e sulle leggi a riguardo.
Sul discorso trans, la scusa principale è l’assenza di persone trans e quindi l’incapacità o presunta impossibilità di formarsi a riguardo.
Peccato che queste associazioni da statuto prevedano l’acronimo comprensivo della T. Quindi la domanda sulla formazione e sulle relative difficoltà dovevano farsela ben prima.
Per quanto riguarda invece i bisessuali, non è che ci sia chissà quale formazione da fare. Semplicemente basterebbe non fare smorfie e battute sull’inesistenza della bisessualità, i paragoni con gli sposati pruriginosi e velati, allusioni alla bigamia, all’indecisione, alla promiscuità e alla confusione.
E, forse, sarebbe anche il caso di non “sospettare” sempre e comunque che un etero che si avvicina sia sempre e solo un velato.
E non scadiamo nel fatto che molti bisessuali, anche “risolti e dichiarati”, stanno bene senza le associazioni, perché di interessati ad essere, e che si sono trovati male, ce ne sono davvero tanti e tante.
In uno di questi gruppi facebook ad una lesbica veniva chiesto come mai era nata arcilesbica e perché non facesse attivismo all’interno di arcigay, che , da sigla, è LGBT. La lesbica indignata spiegava che con la storia di questa sigla, arcigay ha la precedenza sui progetti riguardanti le donne e il lesbismo, ma che poi non ha gli strumenti culturali per accogliere le lesbiche, farle sentire “a casa”.
A volte mi chiedo se effettivamente le associazioni che lamentano l’assenza di lesbiche, trans, e bi, abbiano una qualsivoglia ragione.
A volte il problema è territoriale (magari a Domodossola non ci sono tante persone trans interessate all’associazionismo), ma è anche vero che un’associazione fondata da gay, con gay nel direttivo, e che magari fa anche qualche iniziativa sul mondo trans, con gay che parlano di trans, non è considerata “accogliente” dal trans, che si sente un ospite col “permesso di soggiorno”.
Per questo attualmente le uniche associazioni miste che funzionano sono miste (ma realmente miste, con B, T, etero e compagnia bella) anche nelle funzioni dirigenziali.
Forse ci sono associazioni che è meglio che rimangano solo per omosessuali. Ma a questo punto lo siano per davvero. Anche da statuto.
Forse è giusto che ci siano associazioni miste e associazioni specifiche, ma che tutto cio’ avvenga con trasparenza e onestà intellettuale.

Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere a una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l’indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro e il dono di vivere per sette generazioni: gli dei greci, infatti, non possono cancellare ciò che han fatto o deciso altri dei.[1]

Oggi voglio parlarvi del piacere fisico…che non è materia solo dei miti greci.
Troppe volte ho sentito dire che “la donna” prova meno piacere, e mi sono chiesto quanto di questo è culturale o dovuto all’incapacità di molti uomini etero (o la mancanza di bisogno o di voglia di imparare), nel far godere le loro compagne.
Spesso vedo colleghe etero per niente evolute vantarsi delle dimensioni del pene del loro compagno, o prendere in giro altri colleghi per il loro presunto pene piccolo.
Mi chiedo…è così significativo il pene grosso? O è solo una gara tra donne a chi è la “pupa” del “boss” più potente e virile?
Io ho sempre trovato sgradevoli i peni grossi, ma non sono, nè sarò mai, una donna.
Mi sembra triste e binario che alla triste gara a chi ha il cazzo più grosso, dei miei colleghi maschi, si sia affiancata la gara delle “pupe” di coloro che hanno il cazzo più grosso, che evidentemente, non avendo altre doti da esibire di se stesse e del compagno, si lanciano in una gara di banane.
Ma tornando in topic…chi gode di più? l’uomo? la donna? il maschio? la femmina? E’ una questione di corpi o di menti? E’ una questione culturale? O fisiologica?
Se la parola andasse ai e alle transessuali, si potrebbe dire che è fisiologica. Infiniti i casi di donne trans che , iniziata la terapia ormonale, hanno un calo del desiderio (ma aggiungono anche che fare sesso come un uomo faceva comunque loro schifo, e quindi già il piacere psicologico era zero…ora era stato abbattuto quello fisico), e di ftm che finalmente diventano ossessionati dal sesso come i “cugini” biologici, e definiscono “merda” il sesso che facevano prima (ma effettivamente quanto può appagare un ftm fare un sesso “da donna”?).
Altri indizi ce lo danno le esperienze omosessuali, che presentano uomini gay che, senza la zavorra del dover sedurre il boccioldiròsa-donna, possono mettersi d’accordo per scopate occasionali senza convenevoli,
ma anche le donne lesbiche, che dopo alcuni mesi raggiungono un’amicizia “sorellesca” e la celeberrima “morte del letto”.
Un altro punto interessante lo portano tutte quelle donne etero sposate con “pierciccio”, un etero baldanzoso che non si preoccupa del loro piacere, che si trovano a loro agio con la butch o l’ftm di turno, che le fa godere con calma con le sue manine o bocca, e quindi “decidono” che non sono donne etero, ma questo solo per l’incapacità e la mancanza di sensibilità del loro ex marito…
Comunque essendo difficile la questione, porgo la parola ai miei lettori e lettrici…