Un marito e padre in tacco e gonna

Ho conosciuto Stefano Ferri prima su facebook (era rimasto colpito dalla mia citazione di benvenuto nel profilo: “nasciamo nudi, tutto il resto è travestitismo”), e poi di persona ad uno degli incontri Milk, in cui ha partecipato in quanto amico di una nostra socia e relatrice, Martina Manfrin.
Il blog, come sapete, si occupa di tutto l’universo “gender not conforming”, ovvero di tutte le persone che in qualche modo scardinano il binarismo sociale per cui chi nasce maschio può vestirsi, comportarsi, presentarsi solo come uomo e chi nasce femmina invece solo come donna .
Stefano Ferri, nel suo ribadire che, nonostante i vestiti femminili, rimane Stefano, padre, marito e manager, scardina completamente i dettami sociali, e rappresenta un “fastidio” non solo per gli etero bigotti, ma anche per le persone LGBT binarie e bigotte.
Stefano si definisce crossdresser, ma, diversamente da chi in genere pratica crossdressing, Stefania lo accompagna costantemente, dal 2002, nella sua vita di imprenditore, marito e padre.
In quest’intervista cerco disperatamente di etichettare quest’anima libera, di provocarla con domande sul binarismo dei generi, e in qualche modo, di fare amicizia.
A prescindere dai nomi propri, dalle definizioni, dai vestiti, Stefano è una bella persona, con una vita piena d’amore, circondata da persone che la amano e la accolgono nella sua preziosissima duplice natura, in cui maschile e femminile hanno trovato un equilibrio e un compromesso proprio quando Stefano ha deciso di non rinnegare nessuna delle due parti di se.

 

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Una tua video-intervista inizia con “Quando sono davanti allo specchio vedo una donna”. E’ una percezione estetica o va anche nel profondo?

Penso che sia un po’ tutt’e due. In fondo nessuno di noi allo specchio vede “la verità”, bensì l’immagine che ha di se stesso. Il mio è un caso limite ma non fa eccezione. E non è solo un fatto di estetica. In nessun modo potrei vedere nella mia immagine una donna se non con l’apporto di tutta la mia interiorità duplice.

Non usi parrucche, protesi, ed è una cosa che apprezzo molto. Credo che ogni sovrastruttura ci faccia sentire “travestiti” da qualcun altro, in un drammatico on/off, mentre un petto piatto, o un capello corto, possono essere femminili, se tali li vediamo e tali li rendiamo con la nostra espressione di genere. Sei d’accordo?

Sacrosanto!

Ti ho sentito usare come nome personale sia Stefano che Stefania, li usi indifferentemente? C’è un significato particolare che attribuisci all’un nome o all’altro?

No, io uso solo Stefano per nominare me. Io sono Stefano. Di Stefania vedete solo i vestiti, il resto è tutto e soltanto dentro di me, compresa la sua voce e le sue parole (per sentire le quali ovviamente mi occorre l’autoanalisi).

La tua è una tematica di identità di genere, di espressione di genere… o la descriveresti in altro modo?

Ho passato gran parte della mia vita finora a capire cosa mi succedesse dentro. Cosa “avessi” dentro. In realtà per quelli come me più che di identità di genere è meglio parlare di “natura duplice”, perché veramente io mi dibatto fra due parti di me: una è Stefano, l’uomo, e l’altra è Stefania, la donna, che sta dentro di me esattamente come in ogni uomo sta dentro una parte femminile ma, a differenza da quello che accade alla dilagante maggioranza degli uomini, vive una vita scissa dall’altra metà, condizionandone a suo modo l’esistenza (cioè prendendo a prestito il corpo di Stefano per vestirsi e ottenere così una sua riconoscibilità e visibilità – altrimenti sarebbe una donna invisibile e questo ovviamente Stefania non lo accetta: a nessuno piace essere invisibile).

Quando descrivi Stefano e Stefania, ne parli come due persone distinte, e per distinguerle spesso usi alcuni stereotipi. Anche alle donne puo’ piacere il calcio, le macchine, i gialli. E forse, in un mondo non binario, gli uomini si metterebbero lo smalto (come fanno certi metallari super etero).

Vero anche questo. Parlo così per semplificare. La mia realtà interiore è già abbastanza contorta di suo, dunque per spiegarla preferisco “volare basso” dove posso.

Esistono tante definizione di autodeterminazione che scelgono le persone “gender not conforming” (transgender non medicalizzati, genderfluid, genderqueer…) Come mai la scelta della definizione “crossdresser“?

Perché è la parola che più facilmente spiega chi sono, senza costringermi a scendere ogni volta nei dettagli di cui sopra, che magari alla maggioranza delle persone risulterebbero stucchevoli o di difficile comprensione. Dicendo “crossdresser” dico sic et simpliciter quello che gli altri vedono: un uomo vestito da donna. Poi, se vogliono approfondire, sono ben felice di farlo.

Proponi l’aggiunta della C all’acronimo LGBT, ma in realtà la T comprende tutto ciò che è “gender not conforming“, ovvero non conforme, per identità o anche solo espressione di genere, alle norme sociali. La C non potrebbe quindi essere compresa nella T?

In generale hai ragione. Però esistono vari tipi di crossdressing. Ci sono crossdresser per libera scelta (spesso per protestare contro le convenzioni sociali), per ragioni professionali (gli attori en travesti), per iniziare un cammino di cambiamento di sesso. E poi ci sono quelli come me. Non ho mai riflettuto sul mio appartenere al gender not conforming, e magari ci appartengo, ma così, d’acchito, mi sembra che esso confligga con la mia duplice natura, che accoglie due nature in se stesse assolutamente conforming, cioè un uomo etero e una donna etero. Ecco perché propongo la C.

Secondo te, perché molte crossdresser, soprattutto attratte da donne, e in vite eterosessuali, snobbano gli LGBT?

Per paura, sicuramente. Questi crossdresser sono magari funzionari di banche o assicurazioni, o hanno ruoli pubblici ecc, per cui stanno molto attenti a non scoprirsi. Non li invidio: le autocensure sono l’anticamera dell’infelicità vera.

A Stefano piacciono le donne. Non è strano. Le persone non conformi di genere, aldilà di quello che si pensi, possono essere attratte da uomini, da donne, da entrambi. Nel tuo caso preferisci dirti uomo etero, donna lesbica, nessuno delle due, o entrambe le cose?

Sono uomo etero. E Stefania è donna etero. Innamorata persa di me.

E se invece Stefano e Stefania fossero innamorat* entrambi della tua splendida moglie?

Stefano lo è di sicuro. 🙂 Di Stefania non sono sicuro. Sono certo, però, che con lei ha alzato il suo controllo su di me, lasciandomi libero di andarci – cosa che ha fatto non più di due volte in tutta la mia vita. Può essere che lo abbia fatto per amore di me, più che per amore di lei. Se mi ama – e mi ama – come poteva lasciarmi all’esclusiva mercé di una donna invisibile?

Come noi persone T elaboriamo il nostro genere, chi ci accompagna (i e le partner) elaborano la loro affettività e il loro desiderio. Sei d’accordo? è il caso di tua moglie?

Di mia moglie penso in realtà una cosa un po’ diversa. Lei mi ha conosciuto che ancora mi vestivo da uomo, ma avevo già abbandonato gli abiti classici in favore di capi parecchio effeminati. Maschili ma effeminati (come era di moda alla fine degli anni Novanta). E le piacqui moltissimo così. Per cui, al di là dell’enorme sofferenza che il successivo irrompere di Stefania ha portato nelle nostre vite di marito e moglie, sono dell’idea che lei avesse “visto” inconsciamente Stefania e, sempre inconsciamente, le fosse piaciuta anche lei. Cioè le fosse piaciuta la mia natura duplice all’epoca ancora in nuce. Solo così mi spiego perché, sia pure nel dramma, non solo non mi ha mai lasciato ma pure ha voluto fare una figlia con me quando ormai ero crossdresser al 100%.

Ti definisci padre e non madre, ma conta cosi’ tanto? magari tu e tua moglie siete semplicemente genitori, e stefania ti rende un genitore dolce, piu dolce di un padre machista e stereotipato. Forse avere dei genitori cosi’ aperti renderà tua figlia una donna adulta in gamba e priva di pregiudizi, non credi? 

D’accordissimo. Il mondo sarebbe migliore se tanti padri e tante madri “risolvessero” appieno la loro natura sessuale e non “passassero” ai figli le loro repressioni. Il bullismo nasce da questo, secondo me.

Ultima domanda, che ti faccio più da musicista che da saggista su temi LGBT…C:
so che ami i beatles. Hai mai pensato, magari da ragazzo, di suonare o cantare in una band?

Sì, ho suonato per due anni il banjo in una band dixieland. Avevo 18-20 anni. Poi ho lasciato perdere e mi sono dedicato alla chitarra classica. Penso che Stefania desiderasse serenate d’amore solo per lei. 🙂

 

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