Si ma…il tuo “vero” nome? sotto hai patata o pisello?

Mentre chi si dichiara ftm o mtf sta dando all’interlocutore precise indicazioni sul proprio corpo di nascita, chi si dichiara genderfluid “irrita” l’interlocutore, che spesso, infondo, è solo interessato a sapere cosa hai nelle mutande.

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.

Se una persona dice “ftm“, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.

Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.

Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).

La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?

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Ladri di…etichette (al limite siete transgender…)

da: Ladri di Biciclette

In questi giorni ho osservato alcuni, giovani e meno giovani, ragazzi transgender del web,  essere violentemente presi di mira da persone trans medicalizzate, i quali li attaccavano semplicemente per il loro fare informazione sui percorsi non medicalizzati.

Non c’era arroganza, senso di superiorità, non c’è biasimo dei percorsi altrui. Questi ragazzi portavano della documentazione, a volte anche ripresa da questo blog, di persone transgender non medicalizzate che avevano trovato un equilibrio senza la medicalizzazione e che erano socializzate secondo genere d’elezione nella loro quotidianità.

Venivano anche usati avatar e copertine del diario, su facebook, che dichiaravano che esistono trangender non medicalizzati e che non è la medicalizzazione (eventuale) a rendere transgender, ma la propria identità di genere, che va rispettata.

La presenza di questi due giovani (e meno giovani) attivisti, non legati a ruoli istituzionali, e quindi liberi di esprimersi senza tener conto della permalosità e dell’analfabetismo funzionale altrui, ha causato un violento rigurgito di intolleranza.

Diverse persone trans medicalizzate hanno iniziato a giudicare la loro vita, partendo dal fatto che “si, possono dire di essere felici, ma poi quando entrano dal panettiere sono donne”, con una certa cattiveria e rivendicazione di superiorità per il loro miglior “passing“.
Delegittimano la richiesta di rispetto del proprio genere perchè “se non passi non devi aspettarti niente ed è inutile che fai vittismo”.

Oppure ho letto di forzature sul fatto che addirittura il ragazzo T non medicalizzato “amerebbe” il suo corpo e addirittura il ciclo mestruale (che onestamente non amano neanche le donne biologiche cisgender) e andrebbe in giro con minigonne (del resto anche loro, il giorno prima di iniziare gli ormoni, immagino andassero in giro con minigonne…).

Un altro pretesto per screditare le persone transgender non medicalizzate sarebbe quello che “sono velate, attivisti da testiera, non hanno nome e faccia, appena spengono il pc tornano a vivere come da sesso biologico“. Questo pregiudizio cancella non solo le tante persone transgender non medicalizzate che su internet usano i loro volti e i loro veri cognomi, ma anche che non prendere ormoni non significa essere velati e non vivere socialmente il proprio genere d’elezione, come fanno già tanti non medicalizzati, sia attivisti, sia non attivisti. Inoltre non si capisce perché dal non medicalizzato si aspettino il “sacrificio” obbligatorio dell’attivismo oppure “nome cognome e faccia” oppure di essere referenziati su google, quando loro stessi, referenziati dal prendere ormoni, possono permettersi cognomi finti, avatar fittizi, e di non avere l’onere di fare attivismo.
Altro pretesto è la reversibilità. La società “non deve dare credito ai non medicalizzati“, perché se lo facesse “poi questi potrebbero tornare indietro e screditare i veri trans!“, come se a chi si dichiara gay o lesbica si chiedesse un giuramento a vita per evitare che poi “si torni indietro“.
E poi, ovviamente, il fatto che sicuramente chi non prende ormoni lo fa “per paura o perché, diversamente da noi, non ha le palle, con statistiche inventate al momento (tipo: nel 99% dei casi), come se avessero lanciato un sondaggio con campione affidabile..
Inoltre viene confuso il “non voler prender ormoni” con l’essere “contro, come se si volesse spingere gli altri a non prenderli, oppure screditare il percorso di chi li prende. E’ come se un bisessuale che ne è fiero, in questo modo screditasse i gay, o un mulatto screditasse i neri.
Spesso appare anche la precisazione “comunque io nonostante loro sono soddisfatto del mio percorso e lo rifarei”. Non capisco il senso di questa precisazione: perché l’esistenza dei non medicalizzati dovrebbe insinuare dubbi in chi è nel percorso canonico?. L’esistenza dei bisessuali rischia di scatenare curiosità nei gay e negli etero?

Altro pretesto è che, secondo loro, le persone transgender non medicalizzate, si autonominerebbero “transessuali, quando, rileggendo tutto il materiale proposto dai due attivisti sopracitati, non ho mai visto apparire la parola “transessuale” e l’attivismo mondiale va verso la sua abolizione e verso l’uso della parola, che il movimento ha coniato e scelto, transgender, che include tutte le persone portatrici di una diversità di genere (gender not conforming).
A quel punto alcune dicevano, con disprezzo per la parola transgender, al massimo sono transgender” o “al limite sono transgender“, come fosse un contentino che loro davano a questi “nè carne nè pesce” o “finti trans”, ma un contentino che stavano danto quasi controvoglia, tanto che spesso veniva aggiunto “vorrei vedere voi se non foste incazzati se qualcuno vi rubasse le etichette. Poi vi era sempre la precisazione chetrans” sarebbe abbreviativo di transessuale e che quindi non puo’ essere usato dai non medicalizzati, e che addirittura ftm ed mtf indicherebbero direzioni percorse in senso medicalizzato, e che quindi anche queste non possono essere usate dai non medicalizzati.
Anche se gli intellettuali transgender hanno deprecato “mtf” ed “ftm anche nel caso di persone medicalizzate, perchè indicano percorsi binari in cui si “diventa” qualcosa, quando in realtà il sesso genetico neanche cambia, queste parole potrebbero essere di semplice comprensione e di facile utilizzo, per capire, senza dover spiegare in modo morboso, il sesso di nascita e il genere verso quale la persona sta andando. Ma anche queste parole dovrebbero essere rigidamente di chi sta facendo la transizione medicalizzata, e di chi rigidamente spolvera una vecchia parola, poco usata all’estero: transessuale, per mettere una distanza verso chi non sta seguendo un canone di transizione “standard che i cisgender (non transgender) hanno deciso con una loro legge, e che parte della comunità trans ha deciso essere il percorso “normale” per “meritare di essere transgender“.
Vi è di base un’ignoranza anche sui termini: chi è stato lontano dall’attivismo T e dalla letteratura T è convinto che transgender sia un termine che riguarda chi ha un’identità di genere a metà tra M ed F (genderqueer) e che invece transessuale è il termine (migliore e più nobile) per definire le persone nel percorso canonico. Se qualcuno dice il contrario, ovviamente è lui l’ignorante…

Nel frattempo le persone transgender non medicalizzate, per fuggire da accuse e da esclusioni, si sono rifugiate nelle definizioni della teoria queer: genderqueer, genderfluid, a volte anche senza esserlo (a volte si tratta di persone con identià di genere definita completamente come maschile o femminile), ma perché usandole continuano ad essere sì disprezzate dai trans canonici (che continuano a dire che queste persone dovrebbero sparire perchè creano confusione), ma almeno non sono più “ladri di etichette“.

Questa polemica, che ha visto coinvolti diversi non med (e persino io, che, visto come “il boss dei non medicalizzati” venivo visto come il mandante della disinformazione antibinaria e loro i miei poveri sicari soggiogati…), ha visto anche molta solidarietà da parte di donne transgender che non sono medicalizzate. Di alcune nessuno sapeva che non prendessero ormoni, o che non li prendessero più, ma l’attacco è sempre maggiormente rivolto agli uomini T, sui quali appare evidente la presenza di medicalizzazione ormonale. Queste donne T non medicalizzate, di cui non faccio nomi, ma che sicuramente sarebbero contente se li facessi (non si vergognano di non prendere ormoni), sono lasciate in pace perché non vi è una grande differenza estetica tra loro e le medicalizzate, anzi addirittura a volte passano di più.

Allora qual è il problema? Disturba che alcune persone transgender non “pàssino” ? e quindi risultino “non accettabili” agli occhi della società binaria? In questo modo loro “lederebbero la reputazione” di chi ha un aspetto che potrebbe permettere di integrarsi meglio nella società binaria ed eteronormata?

Se il passing non esistesse, non fosse possibile con ormoni e chirurgia, tutte le persone gender not conforming sarebbero visibili come tali, e la popolazione umana dovrebbe abituarsi all’idea che esistono donne XY e uomini XX.

Non so come la presenza di persone che, pur non “passando”, chiedono il rispetto della loro identità di genere, possa “danneggiare” chi invece ha un aspetto che è sicuramente coerente con la propria immagine di se, ma è anche coerente con ciò che la società vuole da un uomo e da una donna.

So già che critiche arriveranno, a causa del  “vigente” analfabetismo funzionale. Le ferite interne dei lettori fragili faranno si che questo mio post sia interpretato come “Nathan fa disinformazione, dicendo che i trans medicalizzati transizionano solo per la società”. Io non ho mai detto questo, ma penso che le persone che hanno transizionato per se stesse e per raggiungere l’immagine di se, sono poi quelle che non odiano i non medicalizzati, non li vedono come una minaccia, non si sentono “lesi” dalla loro esistenza e non vedono messo in dubbio il proprio percorso.

Chi invece si sente leso dall’esistenza di quelli che “al massimo sono transgender“, dovrebbe interrogarsi del cosa tutto ciò solleva in se stesso/a.

Se l’amico del mio amico è mio nemico?

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Ogni mese mi appresto a pulire la mia lista amici facebook rimuovendo persone con cui non interagisco.

Ripenso alla mia lista amici del 2009, di quando muovevo i miei primi passi nella comunità LGBT e di conseguenza nell’attivismo.

Ad essere apparsi, negli anni, o in alcuni casi, riapparsi (non le persone ma le tipologie di persone), sono metallari, musicisti, buddhisti, radicali, liberali, massoni, praticanti bdsm, collezionisti di pipe, laici ed atei, attori e doppiatori, e tutta una serie di persone eterosessuali che condividono come una passione o un’area di studio, che conoscono la mia situazione (sesso F, genere maschile) e non si pongono il problema di “accettarla“, proprio perché non c’è nulla da accettare, e non sono abituati all’idea di essere loro a “decidere” se la mia condizione personale è legittima.
Se a loro mi presento come uomo, per loro sono uomo, e questa cosa non distrugge per loro anni di certezze e teorizzazioni.

Ciò non accade invece nel mondo dell’attivismo, o almeno in parte di esso, nello zoccolo duro di teorici, di quelli che inventano percentuali (esempio: il 99% dei bisessuali è gay), che si atteggiano ad antropologi senza averne titoli, quelli che non sono riusciti a completare percorsi di studi e si nascondono dietro il “ma io ne so di più degli studiosi in materia” per imporre visioni vetuste, superate anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, legate al proprio vissuto e agli incontri casuali fatti da loro.

Recentemente ho “deciso” che la mia lista amici è preziosa, e non voglio rischiare di avere in lista persone che magari mi hanno aggiunto per via degli amici comuni lgbt, ma che poi mettono mi piace a chi considera illegittima la condizione di transgender non medicalizzato.

Qui non si parla di ideologie diverse. Posso essere pro Israele e dialogare con chi è pro Palestina e viceversa, o essere milanista e dialogare con gli juventini, essere di destra e dialogare con chi è di sinistra, perché ci si può confrontare in modo sereno con chi diffonde e sostiene idee, ideologie e teorie anche diverse dalle proprie, ma in questo caso non si tratta di contestare un’idea o una teoria, ma di seminare odio, intolleranza e disinformazione verso chi si trova in una determinata condizione personale.

Un tempo i cristiani fanatici, integralisti e fondamentalisti, attaccavano i gay e le lesbiche. Qualcuno fece notare loro che non era carino accusare qualcuno per una condizione personale e indipendente dalla sua volontà (essere nero, ebreo, o in questo caso gay), ed è in quel momento che le menti più geniali del mondo reazionario hanno trasformato il gay in un omosessualista, e la sua condizione personale è diventata un’ideologia, una teoria, ovvero quella gender.
E se è quindi di cattivo gusto attaccare qualcuno per una condizione personale (il gay, la lesbica) non è affatto di cattivo gusto attaccare qualcuno che diffonde un’ideologia atta a corrompere i giovani, ad “omosessualizzarli“…

Con un parallelismo inquietante ed evidente, viene commesso, dai gay e dalle lesbiche anziane, lo stesso comportamento verso i portatori di identità e di orientamenti meno conosciuti o meno frequenti: i bisessuali, i pansessuali, i transgender non medicalizzati, le translesbiche, gli ftm gay, etc etc.
Queste persone spesso non hanno mai aperto un libro di teoria queer, nè vi sono interessati, anche perchè spesso, se attivisti, si sono formati con la letteratura relativa al loro retroterra politico (i B hanno studiato gli autori e i pensatori bisessuali, i T hanno studiato la letteratura transgender), mentre la teoria queer spesso interessa più che altro a chi è gay o lesbica (gli esponenti della teoria queer in italia sono filosofi gay e lesbiche, e non transgender e bisessuali).

Ad ogni modo, non mi interessa chi sostiene e riempie di like chi, nascondendosi dietro l’accusa di una teoria, di una ideologia, colpisce persone bisessuali, pansessuali, e transgender non canoniche, seminando odio, diffidenza, allarmando gay e lesbiche e transessuali verso coloro che rappresenterebbero addirittura un “pericolo” per loro.

Se metti mi piace a queste idee, non puoi essere mio amico. Potrai dirmi che segui le persone che propongono queste idee perchè “infondo sono degli attivisti capaci” e “che tanto hanno fatto nei decenni per gay e lesbiche“, e che “tuttosommato la loro bifobia e transfobia risultano secondari rispetto a tutto il bene che hanno fatto ai gay e alle lesbiche“. Ma stai dicendo questo semplicemente perché non sei nè T nè B. Probabilmente, se non fossi ebreo, o nero, riuscirei ad apprezzare un grande storico “che però è razzista” o “che però è antisemita“, perché il non sentire colpita la mia personale condizione mi aiuterebbe a passarci sopra, facendo un torto ad ebrei o neri. Quindi, non parlerei di maggiore lucidità od oggettività nel saper apprezzare un o una intellettuale che “ha dato tanto” ma “che però è bifobo e transfobo”, ma semplicemente di strafottenza.

Non ho bisogno di inseguire le persone, nè ho particolari vincoli sull’uso dei miei spazi virtuali privati. Non mi interessano veteroattivisti, bifobi e transfobi. Il mondo è abbastanza grande e penso che chi vuole mettere dei like a concetti che seminano l’odio verso la T e la B puo’ fluttuare aldilà della mia lista amici, esattamente come coloro che mettono like ad Adinolfi e a Gasparri.

Consideratemi pure “paranoico“, ma a casa mia invito chi voglio 🙂

Il confine dell’accettabilità T

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Un mio amico ha portato alla mia attenzione una polemica nata nelle pagine dei soliti noti attivisti gay (in senso stretto: uomini omosessuali), atti a cercare, su siti sconosciuti americani, personaggi transgender “falsi” o “non accettabili” , al fine di screditare chi è transgender in percorsi non medicalizzati.

Il punto della situazione è polemizzare sul fatto che, se sparisce un vincolo fisico, l’obbligo di una trasformazione fisica definitiva, chiunque puo’ potenzialmente dirsi transgender (come del resto già oggi chiunque puo’ definirsi gay o lesbica, senza incappare nell’accusa di opportunismo, provocazione, soprattutto senza che quest’accusa parta dalla comunità LGBT stessa, e soprattutto senza che debba dimostrarlo, o debba garantire riti di passaggio tribali per essere considerato/a tale).

La ricerca verte verso persone che non solo non prendono ormoni, ma non hanno effettuato un cambio di look verso lo stereotipo del genere a cui appartengono a dispetto del sesso, quindi, venuto meno l’ormone, e venuto meno anche il look, loro obiettano che la persona in questione sia veramente trans, sostengono che si spacci per trans per dei vantaggi sociali (infondo tutti sanno che dichiararsi trans in una qualsiasi parte del mondo oggi porta innumerevoli vantaggi sociali…), o per deridere e beffeggiare i “veri” trans (ovviamente coloro che loro hanno protocollato come detentori delle caratteristiche che li qualifica come trans DOP bollino blu banana chiquita).

Innumerevoli sono i casi che questi “gay all’antica” riescono a trovare su siti americani, spesso di orientamento transfobico (la notizia a me segnalata proveniva addirittura da https://twanzphobic.wordpress.com , un sito che già dal nome è tutto un programma), delle persone che si definiscono donne trans pur senza bisogno di ricorrere a gonne, parrucche e tacchi dodici, ma mentre una donna biologica puo’ rivendicare il suo essere donna anche con giacca, cravatta, capelli rasati, ovviamente se dovesse farlo una persona di identità di genere femminile, ma cromosomi xy, essa verrebbe catalogata dalla nostra simpatica commissione di attivisti Gay vecchio stampo come una “falsa persona trans. Le si negherebbe, insomma, di essere un vero tonno pinne gialle.

Questi attivisti gay binari cercano inoltre la simpatia delle persone transessuali binarie, quelle “nate nel corpo sbagliato”, che passano dal femminile al maschile o viceversa in modo netto, chiarendo che questi personaggi antibinari e anticonformisti “danneggiano” le “vere” persone trans, perchè “le usano” (???) si “prendono beffa di loro” (???), sono in realtà dei fondamentalisti cristiani contro i “veri” trans (…).

Inoltre se uno di noi accusasse di transfobia questa “commissione gay alla ricerca del vero transgenderismo”, loro direbbero indignati e basiti di non esserlo, perchè per loro la transfobia è un atteggiamento di ostilità al mondo trans in toto, mentre ci tengono a precisare che loro sono tanto tanto tanto solidali a Luana, donna nata nel corpo sbagliato, che “diventa” donna e si sposa con matrimonio etero col suo “eterissimo” Pedro.
Non riescono a capire, insomma, che transfobia è anche schifare le persone transomosessuali, le persone trans non medicalizzate, e le persone trans portatrici di identità di genere non conformi e non binarie, ed è anche trattare con pietismo e finta solidarietà quelle persone trans canoniche che loro hanno deciso, dall’alto del loro magistero, di considerare accettabili.

Non mi sto chiedendo se la donna trans che non vuole fare la laser al viso, che esce in giacca e cravatta, e che è “pelata” e non sente l’esigenza di coprire il tutto con una parrucca, sia “realmente” trans. Non mi sto chiedendo questo perché non ce n’è bisogno. Non mi interessa “verificare” che la sua identità di genere sia femminile, perchè non ve n’è alcuno bisogno, e la dinamica che porta a definire uno spartiacque tra accettabile e non accettabile, tra “vero” e “falso” trans, all’interno della nostra comununità è solo altamente pericolosa, e non mi spaventa tanto la cricca di quei quattro vecchi gay che propongono questi temi, ma di tutta la zona grigia e disinformata di attivisti LGBT che, senza riflettere sulle implicazioni, esalta queste posizioni, mette like a status transfobici, matura dentro di se un odio per cio’ che non è conforme ai suoi parametri, quando lui stesso o stessa non è conforme ai parametri di coloro che combatte.