Problemi di identità di generO

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La suocera dell’ftm è una casalinga di un metro e quaranta della provincia di Monza e Brianza.
Il marito ahimè l’ha lasciata qualche decennio fa, ma non si capisce bene è iè mmòtto oppure è scappato con una showigirl.

La suocera passa la giornata a fare pettegolezzi con le sciure del condominio. La suocera va dal parrucchiere. La suocera accende il televisore quando Papa Francesco dice “chi siamo noi per giudicare un gheeei“, e sospira pensando al figlio…
La suocera non ha molto accettato l’omosessualità del suo bambino.
Del suo bambino di un metro e novantasei, per cento chili, e che alle sette del mattino ha già la barba del tardo pomeriggio.

La suocera non ha molto accettato che fino a qualche anno fa il suo bambino stava con un altro masculu, che a trentadue anni ancora non si laureava e sperperava con il suo ragazzo gli averi della sua simpaticissima famiglia borghese di Milano Due.

La suocera, pettegola fino al midollo, è in ansia, perché non sa, e non capisce, cosa stia tramando il figlio.
Il figlio fa l’università a Milano, ma ultimamente rimane a Milano oltre il calendarietto delle lezioni, che la cara suocera ha appeso nel frigorifero con devozione religiosa, come fosse un santino di Padre Pio.
Il figlio a volte rimane a dormire a Milano…chissà con chi e da chi.

Il figlio parla di questo misterioso amico più grande, che già lavora, e che lo sta aiutando ad organizzarsi a dare le ultime materie.
Il figlio le parla di questo fantomatico amico più grande come se fosse un gran fico. Lavora, anzi… fa addirittura due lavori!  Presiede comitati e coordinamenti, fuma la pipa nelle accademie, parla in latino in circoli latinisti, frequenta il Lyon e il Rotary, scrive su varie riviste e viene intervistato su Repubblica, gli presenta persone importanti quando se lo porta dietro come ninfetto nelle sue cene in giacca, cravatta e gemelli d’argento.

La madre scalpita, e aspetta Natale per combinare l’incontro.
“Caro? mia madre vuole conoscerti: farà il panettone con la crema al mascarpone”.
All’ftm gela il sangue nelle vene. Non passa, e sa di non passare.
Spesso negli eventi lgbt, le lesbiche gli danno il genere femminile. Come potrà “passare” con una vecchina monzese che è molto più indietro rispetto alle lesbiche?

Arriva il giorno di Natale. L’ftm in preda al panico si aggrappa alla sua cravatta magica e ai suoi gemelli d’argento.
Fasciato come una mummia appena imbalsamata, si reca al grande cenone di Natale, scoprendo che in realtà gli invitati sono solo loro tre.

La suocera, scrupolosa, comincia a fare domande invadenti, su come, dove e quando lavora, vive, e tutto il resto.
La suocera è cosi’ concentrata sulle sue indagini, che non si accorge dell’ambiguità estetica dell’ftm o forse, provenendo da un mondo binario di donne con le gonne e maschi che non devono chiedere mai, non sapendo cosa siano gli ftm, ha solo dato per scontato che quella personcina altro non può essere che un maschietto.

L’ftm cerca di pubblicizzarsi al meglio, dicendo che fa un lavoro fighissimo, che è presidente, e che sta aiutando il ragazzino a mettere ordine nella sua vita, terminando gli studi, facendo delle tabelle di marcia, telefonando ai professori per fissare appuntamenti, facendo presentazioni di un certo calibro.

La suocera racconta anche di quando il suo bambino era piccolo e sono andati a Gardaland, dove ahimè c’era, nel bagno delle donne, al posto del wc tradizionale, la turca, dicendo con serenità, tenendo in mano una tazzina di caffè, che “per voi maschietti invece la turca non è un problema!“.

Poi il gay accompagna l’ftm e casa e quando torna la madre è ancora in piedi in preda all’iperattivismo.
Guarda il figlio col volto della signora Fletcher quando ha risolto un caso, e sussurra che “ha capito” …che ha capito il segreto del suo amico! (attimo di tremore…) ovvero che il suo amico è…gheeei! e che ha capito anche che quando il suo tesoro dorme da lui combinano qualcosa…ma che” infondo è un bravo ragazzo, che lo sprona per il suo futuro” e che “non è fallito come il suo ex”.

Per la suocera, il figlio e il suo ragazzo sono semplicemente due gay.
Non ci sono bisessuali, queer, transgender e pangender. Non si organizzano dibattiti per capire se il figlio è innamorato del sesso o del genere, se il suo orientamento è fluido o elastico, e se il suo compagno si può legittimamente considerare gay essendo che ha un retroterra che non gli permette di essere assimilato alla camp community.
C’è solo un figlio frocio, che si è innamorato di un altro frocio.

Del resto, per una signora monzese che fa la casalinga, non c’è molto oltre al semplice binarismo tra l’essere “normale” e l’essere “frocio“.
Eppure a volte penso che la suocera sia molto più avanti, più avanti di molti gay, molte lesbiche e molti transessuali che fanno le pulci alle persone trans, ai loro percorsi, e all’orientamento dei loro partner.

Nathaniel

 

 

Uomini gay e stereotipi

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Il modo di essere uomo omosessuale è cambiato, per visibilità e connotazione, a seconda di tempi e luoghi.
Si potrebbe fare un tracciato socio-antropologico sull’essere gay nell’antica Grecia, nell’antica Roma, nell’Ottocento Vittoriano….ma non voglio dilungarmi su questo, perché il focus dell’articolo è la seconda metà del Novecento, quando sono nati i primi movimenti attivisti e i primi locali e spazi per i gay.

La mancanza di modelli sia per quanto riguarda l’individuo, sia per quanto riguarda le dinamiche di coppia luixlui, ha causato il nascere, radicarsi e consolidarsi nei decenni di stereotipi e dialetti necessari per la creazione di una riconoscibilità e identità.

Alcune generazioni di gay, che hanno avuto l’occasione di confrontarsi tra loro tramite gruppi attivisti e non, hanno ricercato una visibilità tramite atteggiamenti e look che richiamassero un maschile non eterosessuale.
Non alludo a fenomeni di travestitismo, ma a un uso del corpo, nel movimento, nel portamento, nel vestire, che oggi potremmo chiamare Camp“.

Anche nel concepire la coppia, spesso essendo l’unico modello conosciuto, anche se odiato e contestato, quello eterosessuale, si sono riproposte le stesse dinamiche nelle “prime” coppie omosessuali, in cui uno dei due ammiccava goliardicamente al ruolo stereotipato della donna/angelo della casa/madre e moglie (modello eteromimetico).

Questo si rispecchiava anche nelle cosiddette icone gay, spesso donne, brutte, con nasi ingombranti e vite sentimentali devastate, come Barbra Straisand, Cher, Madonna, Lady Gaga, Liza Minnelli, Mina, Raffaella Carrà, Moira Orfei…come se il gay si identificasse con queste donne “incomprese” che si sono fatte strada senza le agevolazioni della donna bella

Mi sono sempre chiesto quanto l’essere uomo gay (uomo che ama uomo), in un’epoca in cui non si deve essere per forza velati (e quindi avere una non riconoscibilità fisica e comportamentale), coincida per forza con questi modelli “finocchi” che si sono radicati in periodi in cui c’era una ricerca di identità di orientamento sessuale (si, esatto…un nuovo concetto, che non c’entra niente con identità di genere, ma è proprio l’identità dell’essere “gay” e non solo “un uomo che ama gli uomini“).

Mi chiedo se sia il povero gay cresciuto senza altri gay intorno ad essere stato “castrato” ad avere come unico modello quello comportamentale eterosessuale (pur amando invece gli uomini), o se invece sia stato plagiato e spinto verso falsi modelli i gay entrato in contatto con “l’ambiente gay” e “checchizzato” e portato verso look, comportamenti, e modelli stereotipati e concepiti in serie.

Si può persino teorizzare lo stereotipo finocchio:

L’idioma: si ispira alle doppiatrici svampite anni trenta, pieno di birignao, di scivolate, di quella cadenza così  “Camp“. Nel momento della sorpresa, la voce si fa acuta e stridente, come se volesse prendere in giro e manifestare odio e scimmiottamento verso un’immagine di donna stereotipata: ovvero la gallina.
In quel momento, il finocchio transiziona verso Valeria Marini, riuscendoci pienamente.

Il portamento. Il portamento è sculettante. Imita le peggiori passerelle. Anche la gesticolazione è sgraziata e sguaiata, come ad imitare una segretaria isterica. Il polso rotto è l’apoteosi di questo pittoresco lifestyle.

Interazioni fuori luogo con l’ambiente circostante. Il far capire a tutti che piace l’uccello: passa un bel ragazzo e parte la frase con voce rigorosamente effeminata. “buongioooorno“. Il tizio si gira infastidito…perché le sue ferite machiste fanno si che si urti a un comportamento del genere.

Body modification: un ragazzo etero con le gambe magre da passero solitario non se lo prende nessuna. L’uomo è protettivo, paterno, affidabile. Quindi se vedete due gambe sottili strette in un jeans aderente non vi state sbagliando. Si tratta esattamente di finocchia.

L’acquisto di riviste pensate per il pubblico più frivolo e abietto femminile: Vanity Fair la principessa delle riviste. Già “Pride” è troppo da uomo…

I seguire la moda “fescion“. “zara“, “acca e emme“, “berksha” e simili posti dove la musica discotecara appalla accompagna ogni grottesco abbinamento di vestiti sintetuici (scritto apposta cosi’).

Il genderfucking…ovvero darsi il femminile, denotare una completa ignoranza della differenza tra orientamento sessuale e identità di genere, sentirsi “donne mancate” e parlare di quanto gli uomini siano bastardi (ehm…scusa…ma tu quindi che cacchio sei?)

La visione delle donne lesbiche: la donna lesbica è un uomo mancato. Guida il camion e ama riparare il lavandino. Ma soprattutto ama “la sua ddoooonna” e “la vagiàina“…grande nemica…perché gli esseri xx sono inferiori…la seconda x viene annullata..si sa…

La visione delle donne etero: tessooooorooooo come sarai cariiiinaaa se perderaiiii centocinquanta chili.e quei bastardi degli uomini ti troveranno carinaaaa. La frociara è li con loro, somiglia loro anche fisicamente,  con l’unica differenza che il gay si sa depilare le sopracciglia molto meglio. Tendenzialmente la checca è misogina.

La visione dei bisessuali. Non esistono. Anzi no, sono gay che non hanno le palle di dirsi gay. Oppure etero curiosi confusi…e quindi comunque inesorabilmente…gay. Ogni checca è stata almeno una volta scartata da un bisessuale che ha preferito una più rassicurante patata/angelo della casa/madre dei suoi figli.

La visione dei trans. Il transessuale ovviamente, per il gay, è la mtf. gli ftm non esistono perchè “se po taglià ma nun se po’ incollà” (riferito ar cacchio). Quindi esiste al massimo “il travestito ” (la mtf che non transiziona) e “il transessuale” (la mtf in transizione). Entrambe sono uomini gay che , per normalizzarsi, diventano donne.

 

[continua]
Poi è arrivato il 1997. Internet in Italia, nonché la teoria antibinaria (famosa anche come Teoria Queer).
Grazie a internet, a wikipedia, e ai mezzi di informazione, la checca di città aveva modo di confrontarsi con chi, di “gay“, aveva solo il fatto di essere uomo e di amare gli uomini.
In più sono cominciate a comparire icone gay diverse, come Mika, un ragazzo gay che parla ai ragazzi gay, o Rupert Everet, o Ian Mckellen.
Si comincia a parlare, grazie all’informazione, della differenza tra identità di genere e orientamento sessuale, si comincia a distruggere l’unico modello di ruoli maschile/femminile, che decade persino nelle stesse coppie etero.
I ragazzi gay cominciano a credere che possono essere omosessuali anche rimanendo loro stessi.
Qualche attivista reticente continua a riproporre vecchi modelli, ma in pochi lo ascoltano…non è voglia di normalizzazione, ma solo il vivere serenamente il proprio orientamento sessuale come una delle mille sfumature di una vita piena di passioni e ambizioni.
E , se cosi’ non fosse, non sarebbe vero che nei paesi più evoluti, del Nord Europa, il modello della checca da bar si è estinto, proprio perché non era una “liberazione”, ma solo l’ennesimo stereotipo per dare forma a qualcosa che allora faceva paura e doveva essere esorcizzata.
Una volta un attivista mi disse
“se scrivi saggi sui diritti sei omosessuale, se vai ai pride sei gay, se vai nei locali sei frocio”

[continua]