La libertà sessuale ha emancipato la donna media?

So che questa riflessione non piacerà alle mie lettrici, che sono molto lontane dalla donna media, quella che vedo ogni giorno in ufficio, e che non sa cosa sia il binarismo, la laicità, l’eterosessismo, l’eteronormatività e compagnia bella.
Ogni giorno, in ufficio, vedo un pellegrinaggio di ragazza in fila come stessero per fare la comunione presso la più esperta e comprensiva.
Il tema è sempre lo stesso: darla, non darla, uomini che non si vogliono impegnare.
Tutto questo mi ricorda la rubrica di cui sentii parlare dall’amica Valeria Rosini di Uaar, sessantottina emancipata che mi raccontava della rubrica di Donna Letizia, dove, sulla rivista Grazia, Letizia Almirante rispondeva a ragazze nubili e illibate che dovevano capire cosa rispondere alla richiesta della “prova d’amore” del baldo fidanzato.
Fiumi di risposte di ragazze che, per averla data (la prova d’amore), erano rimaste zitelle nel migliore dei casi e ragazze madri nel peggiore.
Ai tempi molte ragazze non “la davano” non tanto per convinzioni religiose, ma per tenersi cara un’arma di scambio per fare impegnare l’uomo, il quale si consolava nel frattempo coi bordelli e coi favori di qualche femminiello, a cui continuava a dichiararsi etero chiarendo che “è solo perchè sono intruppato!” (cit. Franco Buffoni)
Poi c’è stata la liberazione sessuale, che non fa rima, purtroppo, con emancipazione femminile, se non per una serie di donne elitarie colte e per cui emancipazione significa qualcos’altro oltre l’uso del corpo.
E così, dopo l’emancipazione sessuale, una donna che fa sesso prima del matrimonio ha smesso di essere, per la pubblica morale, una botthana.
Il vero problema è che, come dimostrano le mie colleghe, l’emancipazione non è solo qualcosa di fisico, ma soprattutto di mentale.
Se rimane ancora, in pratica e per molte, vero il detto “lei dà sesso in cambio d’amore, lui dà amore in cambio di sesso”, a prescindere dallo sdoganamento della perdita della verginità prematrimoniale, il binarismo culturale continua a influenzare gli animi  di uomini e donne della classe media e mediobassa.
E questo tipo di donne, in verità molto più diffuso di quanto si pensi, non si è emancipata grazie al sesso libero, ma è addirittura meno emancipata, in quanto ha semplicemente reso più facile la vita all’uomo, che ora non ha più bisogno di pagare le mignotte o pretendere prove d’amore per avere sesso facile, rimandando a chissà quando non un matrimonio, ma addirittura un semplice blando legame informale, che non è affatto convinto di dare.
E così prosegue la fiera delle povere fanciulle in attesa che il “lazzarone” metta la testa a posto e si impegni.
Sicuramente i miei lettori racconteranno casi di uomini gay che sospirano perchè lui non si vuole impegnare, di donne lesbiche che fanno lo stesso con la loro scopamica, o addirittura di uomini etero in lacrime perchè una play girl si diverte con loro senza volersi accasare, e io credo che tutto ciò esista, ma saremmo tutti molto ipocriti a dire che la casistica più diffusa non sia quella della donna in attesa che lui si impegni. Sarebbe come non ammettere che le ragazze madri siano molte di più dei ragazzi padri, o come dire che sono di più i padri che, dopo il divorzio, chiedono la custodia dei figli.
L’unica precisazione da fare è che queste differenze non sono innate ma naturalmente dovute a una cultura ed un’educazione binaria che ha voluto che della donna si emancipasse solo il corpo e non la mente.

“non è una scelta”. E cosi’ ci si “discolpa”…

Pare che (dico “pare” perché sono giovane e quando l’ha detto non c’ero e non ero attivista),
Giovanni Dall’Orto abbia detto che “omosessuali non si nasce nè si diventa, ma si è
Anche io la penso in modo non dissimile, la pensavo così anche prima di leggere questa frase all’interno di Zamel di Franco Buffoni, perché ho sempre considerato inutile, se non dannosa, tutta la masturbazione intellettuale sul gene dell’omosessualità.
Vedo nelle persone GLBT ed oppositori lo stesso approccio che si ha quando si indaga una malattia.
Chi se ne frega infondo se è innata o no?
Ci chiediamo se è innato o meno il nostro non gradire un cibo? o se , forzati a mangiarlo, potrebbe iniziare a piacerci?
No, non ce lo chiediamo, è superfluo.
E in un mondo non omofobico sarebbe superfluo dover dimostrare” che siamo GLBT e lo saremo per sempre.
Ma soprattutto in un mondo laico non sarebbe necessario doverci “discolpare”, dover dire che siamo nati così, che non è un’ideologia, una “scelta”.
Ora io sono davvero d’accordo a dire che non è una scelta (al massimo la scelta è di visibilità, di consapevolezza, anche se anche per la consapevolezza ci vuole intelligenza e cultura), ma mi preoccupa il doverlo sottolineare per sopravvivere, per non essere piallati, corretti, instradati in altro, usati come esperimenti per la “guarigione”.
Spero che nessuno si offenda se non mi interessa, come attivista, ribadire che “non è una scelta”.
Perché se fosse una scelta, sarebbe una scelta che farei, quella di essere transgender, perché non me ne vergogno, non mi interessa essere “normale” e rassicurante.
Che poi io lo dica per provocare, per “scardinare” (amo la parola scardinare, come qualcosa di violento che toglie un’anta dai suoi cardini e le permette di muoversi liberamente), è un’altra questione, e chi mi segue da anni e mi conosce non si stupirà di questo.