La fluidità di ruoli e generi nel BDSM, la parola ad Ayzad

Per un caso fortuito, ma fortunato, un mio precedente articolo sul tema “BDSM, LGBT e Binarismo” è stato inviato da un mio collaboratore social ad Ayzad, giornalista, scrittore e ricercatore, nonché influencer in tema BDSM. Ho piacevolmente ricevuto un suo contatto mail in cui si rendeva disponibile a conversare sulle sessualità alternative di qualsiasi tipo, proponendo un’intervista incrociata, per fare un confronto “come si deve” tra il mondo BDSM e quello LGBT. In attesa dell’uscita dell’intervista che lui ha fatto a me, sui temi LGBT e di binarismo/non binarismo, ho il piacere di pubblicare quella che invece io ho fatto a lui…

 

Buongiorno Ayzad. L’utenza del blog è poco avvezza al tema del BDSM, potresti presentarti per noi?

Certamente! Nonostante il nome sono italiano, ho 48 anni, abito a Milano e sono un giornalista pentito, convertitosi da parecchi anni alla ricerca e alla divulgazione nel campo delle sessualità non normative. Ho scritto diversi libri sull’argomento, soprattutto sul BDSM che è anche una grande passione personale, e oltre a pubblicare sul mio sito collaboro con diverse riviste italiane e straniere. In aggiunta a questa attività principale mi occupo di personal coaching per le problematiche legate alle sessualità insolite, di educazione e formazione su questi temi, e dell’organizzazione di eventi.

Puoi spiegare ai lettori l’acronimo BDSM?

La risposta standard è che si tratta dell’acronimo di: ‘Bondage, Dominazione, Sadismo e Masochismo’ – ma c’è pure chi sostiene che le lettere centrali stiano per ‘Disciplina e Sottomissione’, o varie combinazioni di questi termini. A conti fatti è solo un modo veloce per indicare tutte quelle situazioni in cui una persona si mette a disposizione dell’altra, che decide quali sensazioni ed emozioni farle provare.

Quando e come ti sei scoperto interessato al BDSM?

Le prime curiosità le ho avute da piccolissimo vedendo scene di bondage addirittura nei cartoni animati che passavano in TV e nelle immagini sadomaso che venivano usate come metafora dalla controcultura degli anni ’70. Il primo contatto concreto l’ho avuto a 18 anni visitando un club specializzato in Olanda, e da lì in poi non ho mai smesso di esplorare e studiare questa vastissima cultura.

Come sei passato dal giornalismo alla ricerca sulle sessualità non normative?

Scrivo per mestiere da sempre, e quando all’inizio del secolo una crisi del settore editoriale mi ha spinto a lasciare il settore di cui mi occupavo mi sono preso un anno sabbatico nel quale realizzare un libro che raccogliesse tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento sul BDSM, per rendere l’esplorazione più facile ad altri appassionati. Pensavo sarebbe stato un’opera per pochi fissati, e invece è diventato un best seller adottato anche in ambito professionale: d’un tratto ho cominciato a ricevere moltissimi ringraziamenti da parte di lettori felici perché il mio lavoro aveva permesso loro di accettarsi, o di salvare relazioni in crisi – e così ho fatto la scelta etica di continuare a impegnarmi per la divulgazione delle sessualità alternative. Da allora ho compiuto un percorso anomalo ma di grande soddisfazione in cui ho anche collaborato in progetti di ricerca e accademici, e che piano piano mi continua a portare riconoscimenti sempre più importanti. Pochi mesi fa, per esempio, è uscita l’edizione internazionale in lingua inglese del mio libro più famoso, che sta cominciando a farsi conoscere e a essere molto apprezzato perfino negli Stati Uniti, che è un po’ la patria dove la cultura BDSM è nata. Come mai la scelta di usare uno pseudonimo? Uso da molti anni un nome d’arte (come Sting, Lady Gaga o Cicciolina!) un po’ per questioni di privacy ma soprattutto perché ritengo che scegliere il proprio nome sia un atto di libertà e autoaffermazione importante.

Perché nel mondo BDSM si fa così fatica a individuare facce, nomi, cognomi, e invece altre persone portatrici di una non conformità sociale sono invece più inclini a viverla in continuità con la propria identità sociale?

In realtà molte persone si presentano molto pubblicamente. Tante altre no sia per il motivo che dicevo sopra, sia perché c’è ancora molta ignoranza sull’eros estremo e purtroppo può ancora capitare di subire gravi ricadute negative sul lavoro o sociali per colpa di chi, come nell’800, confonde ancora innocui giochi erotici con crimini orrendi e patologie mentali. Poiché non c’è nessuna necessità di sbandierare ai quattro venti come ci si diverte con i propri partner, molti scelgono una educata riservatezza e dichiarano le proprie preferenze sessuali solo ai diretti interessati.

Essere palesemente praticanti BDSM è uno stigma? Vi sono dei rischi, ad esempio sul lavoro oppure nei divorzi/affidamenti?

La giurisprudenza italiana si è dimostrata sorprendentemente ragionevole nei confronti di chi pratica BDSM, ma sicuramente nessuno avrebbe piacere a sentire la frase «…e poi mi costringeva a fare quelle cose orribili!», nemmeno se si trattasse di una palese menzogna. I rischi sociali e lavorativi sono come dicevamo all’inizio legati più che altro all’ignoranza e ai pregiudizi; benché il fenomeno 50 sfumature di grigio abbia fatto capire anche al pubblico di Rete4 che si può essere brave persone anche facendo certi giochini, in un contesto professionale non c’è alcun vantaggio nell’avere la fama del sadico o del masochista. Considera pure che è ben difficile che ci sia un motivo reale di dover dichiarare pubblicamente i propri gusti. Si tratta anche di una questione di rispetto nei confronti di chi avrebbe difficoltà a capire (per esempio: alcuni miei parenti molto anziani), senza contare che a volte questo scatena le rappresaglie e le strumentalizzazioni di chi con l’odio per il non conformismo ci si guadagna da vivere. Se hai un po’ di tempo consiglio per esempio di leggere la saga della persecuzione che mi ha colpito anni fa quando mi invitarono a tenere una conferenza in università, o la delirante interrogazione parlamentare scaturita da un’altra mia conferenza in ambito accademico.

BDSM e binarismo: si chiama “binarismo di genere” il concepire corpi, identità e ruoli come strettamente aderenti al binario 0-1 o, nel nostro caso, maschile-femminile. Anche nel BDSM vi sono dei “binarismi”: top/bottom, dom/sub, master/slave etc etc. Quanto questi binarismi sono netti e quanto sono connessi al binarismo M/F?

Ho l’impressione che il binarismo sia un po’ un’ossessione solo per il popolo del Family Day, i media e una certa frangia di attivismo, mentre parecchia gente non gli dia più di tanto importanza. Nel contesto del BDSM, per esempio, se l’immaginario si rifà ad archetipi che sono per definizione assoluti, la realtà dei praticanti è molto più fluida. Naturalmente tutti hanno preferenze personali che si sviluppano e affinano col tempo, ma lo spirito generale è di esplorazione critica di corpi, ruoli, menti e così via. Un classico è per esempio che un nuovo partner sia anche l’occasione per resettare tutto e scoprire insieme quale sia il modo di interagire più piacevole per tutti. Il genere in particolare è una di quelle barriere culturali che nel contesto di un BDSM vissuto serenamente viene superata abbastanza facilmente, anche perché la seduzione è più una questione di cervello che di cosa si ha nelle mutande o di quanto definita sia la muscolatura.

Quali differenze nelle dinamiche di una coppia di praticanti BDSM composta tra due uomini , una composta da due donne e una composta da persone di genere opposto? E da cosa dipendono queste differenze?

Ogni relazione ha una dinamica a sé stante che non si può ricondurre o ridurre a una questione di genere, proprio perché parte invece dall’anima delle persone. Le differenze dipendono più dalla consapevolezza di sé e dal livello di conoscenza delle varie pratiche, oltre che naturalmente dalle preferenze personali.

Quanto gli stereotipi di genere sociali hanno influenzato e influenzano alcuni clichè del mondo BDSM?

Direi per niente, specie se consideri che sotto lo stesso acronimo puoi trovare tanto ruoli stereotipati quanto donne dominatrici, genderbending e perfino chi si identifica con un animale. Se queste influenze sono sottolineate, di solito è per sovvertirle con personaggi tipo il manzo palestratissimo vestito da camerierina, o la signora che indossa un’uniforme da generale. Cosa si intende per genderbending nel BDSM? La stessa cosa che si intende in altri contesti: la creazione di identità che rompono gli stereotipi di genere, mescolandoli o stravolgendoli. L’esempio che viene fatto più spesso è Conchita Wurst, ma il genderbending può prendere forme anche molto raffinate e provocatorie in modo assai sottile.

Perché molte persone che non disdegnano pratiche omosessuali (sia luixlui che leixlei) nel bdsm e fuori da esso, poi si definiscono etero? Succederebbe se non ci fosse ancora uno stigma per le persone LGBT?

Non saprei risponderti, più che altro perché non riscontro questo fenomeno. Presumo che ci siano contesti sociali in cui dichiararsi “bi-curious” possa inutilmente esporre a pregiudizi, ma nell’ambito di chi definisco ‘esploratori dell’erotismo estremo’ di norma si interagisce fra persone – con tutte le loro complessità – e non fra sigle o definizioni che finiscono col causare questi problemi. Nel BDSM e nel Fetish si pratica spesso il travestitismo/crossdressing. Cosa ben diversa è quando una persona transgender è anche praticante BDSM. Rischia di essere oggettificata o fraintesa da altri praticanti (uomini o donne)? Non credo di avere capito perché le persone trans dovrebbero fare caso a sé, ma suppongo che tutto dipenda dal modo in cui ci si propone. Nella mia esperienza ciascuno viene vissuto né più né meno che con l’identità con cui si presenta: poco cambia che sia temporanea, permanente, canonica o fuori da ogni schema.

Nel BDSM conta più il genere (ovvero se una persona è psicologicamente uomo o donna) o il sesso biologico (il corpo, i genitali e la relativa attrazione per esso/i)?

Come dicevo prima, conta l’identità con cui ci si presenta. Che, detto per inciso, mi sembra anche il modo più normale e rispettoso con cui interagire in generale, non solo in contesti erotici.   Tra attivisti antibinari è diffuso lo stereotipo del manager potente e machista che poi si fa dominare dalle donne, ma solo a letto e alle sue condizioni, rimanendo comunque maschilista. Ciò accade davvero? E perchè? È davvero così diffuso? Pensa che ho dovuto fare un attimo mente locale per separare l’immagine di manager donna (o trans, come una mia cara amica)… A ogni modo, è vero che c’è chi usa il BDSM come strumento di compensazione dalle pressioni quotidiane, ed è vero che c’è chi non capisce che il bello di sottomettersi non sta nel prendere frustate ma nel poter “spegnere il cervello” e rilassarsi mentre qualcun altro pensa a prendere tutte le decisioni. Detto questo, non mi risulta che la dinamica che hai descritto sia particolarmente comune.

Come mai ha un discreto successo la mistress transgender mtf? Perché molti uomini etero si eccitano a sentirsi dominati da una donna trans? Si tratta di mariti che vorrebbero essere penetrati dalle compagne ma non hanno il coraggio di proporlo?

Qui credo che il BDSM c’entri poco e si entri in dinamiche differenti, specie se la persona trans non ha compiuto riassegnazione chirurgica. A rischio di sintetizzare troppo un discorso ben più vasto, il tabù maschile per la penetrazione anale sta statisticamente riducendosi molto: pensa addirittura al modo in cui uno strap-on viene presentato come una variante qualsiasi della vita di coppia etero in un prodotto mainstream e giovanile come il film di Deadpool. Sicuramente però ci sono tanti uomini che apprezzano il pene in sé, ma non l’intera figura maschile (anche a livello di gestualità, linguaggio, ecc.) e trovano quindi nelle trans non operate partner ideali per questo tipo di esplorazione.

Passività etero: molti uomini etero amano subire la penetrazione da donne, ma cio’ è per loro accettabile solo se la vivono come desiderio BDSM, e non come una qualsiasi pratica di coppia (chi dice che “la passiva” debba essere la donna?).

Vedi sopra. Spesso un contesto BDSM rende ogni pratica più coinvolgente dal punto di vista psicologico e permette di “lasciarsi andare” di più, ma in generale fra persone mediamente serene non mi risulta che ci siano particolari tabù in questo senso.

Ecco uno stereotipo diffuso tra profani: top nella vita ma non a letto, Dom nella vita ma non a letto…

Come dicevo qualche risposta fa, ci sono persone per cui praticare BDSM rappresenta un modo per abbandonare le responsabilità o le frustrazioni della vita quotidiana, così come ce ne sono altre per cui invece costituisce l’estensione in ambito erotico del proprio carattere e di inclinazioni naturali. Dubito quindi si possa dare una risposta universale, anche perché le relazioni sane si evolvono comunque nel tempo e possono cambiare a seconda delle circostanze e delle persone.  

Il fenomeno delle sissy: molti uomini sognano di essere umiliati da master o mistress. Si vestono da donna e spesso ne replicano gli stereotipi machisti, definendosi “cagne” o anche peggio: quanto influisce, nell’immaginarsi donna in questo modo, lo stereotipo sessista?

Sicuramente parecchio, ma in ambito BDSM è un fenomeno quantitativamente abbastanza marginale.

Alcuni uomini etero amano farsi sottomettere da altri uomini. Si puo’ parlare di bisessualità o omosessualità non accettata, o è tutta una questione BDSM?

Non credo si possa generalizzare: può benissimo trattarsi anche di bisessualità consapevole, per esempio. Va comunque detto che – fatte le debite eccezioni – chiaramente il tipo di approccio ed energie messe in gioco da un uomo sono diversi da quelli tipici di una donna e può essere interessante esplorare anche questo aspetto dei giochi, senza particolari connotazioni sessuali.

In che senso le energie maschili e femminili sono diverse?

Senza abbandonarsi alle banalità, spesso cambiano gli equilibri fra fisicità e cerebralità, fra pura forza e azione focalizzata, fra seduzione e sopraffazione… Lo stesso vale per chi domina: interagire con un soggetto maschile o femminile di solito stimola modalità di comportamento differenti.

Quanti praticanti BDSM di fatto bisessuali si percepiscono bisessuali e si dichiarano tali?

Fra chi ha questa preferenza, direi tutti. Il BDSM è un esercizio di onestà soprattutto con sé stessi, quindi se si è parte di quella cultura è difficile che si perda tempo a negare le evidenze.

Come mai si ha una maggiore apertura per la donna Bisessuale che per l’uomo Bisessuale?

Non ho notato questa differenza. In compenso va detto che di solito le donne – di qualsiasi inclinazione – hanno un approccio più sensuale ed educato, che le rende socialmente più gradite di certi uomini che ancora si comportano come trogloditi.

BDSM e Poliamore: c’è un’interrelazione? e, se si, quale?

Poiché il BDSM è sostanzialmente l’esplorazione di dinamiche insolite scaricate da moralismi e pregiudizi, chi lo pratica spesso non ha particolari preclusioni per relazioni allargate (le cosiddette ‘family’) anche molto stabili nel tempo. Le mie esperienze con la cultura poly in Italia mi hanno tuttavia dato l’impressione che molti poliamoristi dichiarati prendano la cosa con molta più leggerezza di come la si veda nella comunità BDSM, e questa differenza di approccio crea un po’ di perplessità reciproche.

BDSM e Fetish, come sono connessi?

Sono mondi paralleli, che non necessariamente si incontrano. Io di solito li spiego dicendo che il fetish – che, sarà bene ricordarlo, non è la pratica dei feticismi, ma una cultura estetica – è l’estremizzazione della seduzione, mentre il BDSM è l’estremizzazione di tutto quel che succede dopo la fase di seduzione. Spesso il legame più forte fra le due cose è in termini di dress code alle feste, dove presentarsi con un look un po’ curato dimostra di averci messo un tipo di impegno che nessuna persona in cerca solo di una scopata facile sarà mai disposto a investire.

Fetish, feticcio o fetido? quanto sono “fetidi” i feticci che in questi annunci nei vari portali vengono alla luce?

Premesso che negli ultimi anni ha preso piede l’abitudine sbagliatissima di chiamare “fetish” qualsiasi tipo di lieve preferenza, mentre il Fetish è una cosa specifica e i veri feticismi un’altra ancora, molto rara e che spesso va trattata a livello terapeutico… La curiosità, gli archetipi e l’imitazione degli stereotipi della pornografia spingono un po’ tutti a voler esplorare pratiche anche assai strane. Il mondo degli annunci è popolato in particolare da persone che per qualche motivo hanno poche occasioni di frequentare eventi nei quali conoscere di persona altri appassionati, e tende ad attrarre anche moltissimi individui che vivono l’eros soprattutto a livello di fantasie anche estreme. Sia virtualmente che dal vivo, però, escluse le pratiche non consensuali o illegali giudicare i gusti altrui, anche se molto diversi dai propri, è discriminatorio e irrispettoso. La cultura BDSM si occupa anche dello studiare modalità che rendano il più sicure possibile pure pratiche molto estreme quali per esempio il toiletplay e la body modification: una volta che come membro della comunità ho fatto la mia parte per fornire gli strumenti con cui poter vivere qualcosa nel modo più innocuo possibile per tutte le persone coinvolte, mi sembra solo civile che tali persone si divertano come preferiscono, senza dover subire i miei giudizi non richiesti.

Il BDSM è un ambiente aperto o diffidente verso i nuovi praticanti? C’è il timore dei “poser” e dei “praticanti della domenica“?

Secondo tante persone la scena BDSM è addirittura troppo aperta perfino verso personaggi improponibili. I poser si autoescludono immediatamente nel momento in cui si rendono conto che per fare BDSM bisogna sia studiare un bel po’, sia mettersi concretamente in gioco; gli sprovveduti figli di Cinquanta sfumature invece sono accolti con benevolenza, ma anche tenuti d’occhio perché le idee strampalate che derivano da fiction e pornografia conducono facilmente a farsi del male serio.

Quali i principali portali e app per chi vuole conoscere altri praticanti BDSM?

Oggi come oggi l’indirizzo di riferimento è Fetlife anche per gli italiani. App specifiche come Whiplr o Knki invece in tutto il mondo fanno fatica a prendere piede, in gran parte perché prima di passare all’azione è utile conoscere bene la persona con cui ci si metterà a giocare, e un approccio alla Grindr è più adatto a incontri sull’onda dell’ormone momentaneo.

Amicizie tra ex: un tabù per il mondo etero?

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Recentemente ho saputo che il mio prozio sta male. Ho sentito la figlia, una quarantenne convivente con un uomo, e le ho chiesto se lui le sta vicino in questo dramma. Lei mi ha comunicato se si sono lasciati un anno fa, e io le ho chiesto di nuovo se lui le sta vicino. Mi ha risposto basita che “ovviamente no”, visto che si sono lasciati, come se fosse contronatura essere amico di un ex, o stargli vicino in una cosa grave e gravosa come questa.

Una cosa che non riesco a capire è l’incapacità di amicizie tra ex in ambiente etero generalista.
L’unico ex di cui non sono amico è quello etero, che ho frequentato negli anni prima della mia piena consapevolezza T.
Ci sentiamo molto poco, e ci sono rapporti cordiali, ma a volte penso che lui percorra lo stilema etero secondo il quale quando si inizia una nuova relazione, l’altra va chiusa in modo netto (possibile amicizia compresa).
Ogni tanto gli scrivo in merito ad alcune cose che ai tempi aveva rotto in casa (purtroppo era leggiadro come un rinoceronte in un negozio di origami) ma è sempre evasivo.

Poi , da quando vivo come transgender ftm, ho avuto 8 persone con cui mi sono relazionato (uomini gay e bisex). A parte tre persone con cui ho avuto rapporti superficiali (uno è stata una cosa di una notte, due sono state relazioni brevi, dagli 8 agli 11 mesi), con gli altri si è creato un legame duraturo di amicizia, a volte erotica, a volte platonica (sia con quelli a distanza, sia con quelli a Milano), e loro sono entrati anche nell’associazione LGBT di cui sono presidente, la frequentano (chi sporadicamente, chi attivamente), e anche adesso che queste amicizie non hanno più niente di “erotico”, queste persone sono dei punti di riferimento nei momenti chiave della mia vita.

Io spesso divento amico dei e delle nuove partners (piu’ “dei” che “delle”, visto che sono omosessuali o bisessuali orientati verso gli uomini). Non esistono gelosie, da nessuno dei due lati. Solo un grande affetto reciproco.
Non capisco davvero perché questo non è presente nel mondo etero, se non in ambienti molto chiusi e settari (in cui si è “costretti” a continuare a vedersi, per ragioni ideologiche o di appartenenza a una subcultura politica, religiosa o di lifestyle, laici, atei, vegani, buddhisti…) oppure nel poliamore e simili ambienti di sessualità ed affettività alternative (BDSM, fetish…).

E’ come se il mondo etero tradizionale seguisse uno stilema che impone, oltre alla monogamia, anche un passaggio netto da una storia all’altra, in un mondo di etichette dove l’amicizia è l’amicizia, l’amore è l’amore, e non vi è spazio a sentimenti intermedi, come può essere l’affetto per una persona con cui per anni hai fatto l’amore, ma per cui magari non provi più attrazione fisica o interesse progettuale relazionale.

Non capisco se gli etero “tradizionalisti” non desiderino queste amicizie con gli ex, o se le precludano “perché il copione sociale non le prevede“.
Non so se la mia modalità si puà considerare poliamorista, visto che spesso con questi ex non c’è stata occasione erotica, ma è rimasta appunto questa grande intesa, complicità e condivisione reciproca, mentre eravamo comunque eroticamente e sentimentalmente coinvolti in relazioni nuove.

A voi la parola e la condivisione. Magari qualche etero lettore del blog mi smentirà, e lo spero proprio. Ho bisogno di sentirmi dire che i rigidi stereotipi che osservo in ufficio (e quindi in un campione non significativo) sono poco significativi per trarne dati sociologici su cui ricamare.