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Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Gentilissimi,

come sapete da tempo, respingo, su me stesso, le definizioni non per una politica del “basta etichette“, politica che tra l’altro non condivido (sono un sostenitore delle definizioni), ma perché questi termini rappresentano un pacchetto di cose che non mi rappresenta a pieno, e non voglio che una definizione a cui non sono particolarmente legato finisca per creare polemiche interne al movimento, che dimenticano me come persona e cercano di verificare la mia “vera” appartenenza.

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

Non voglio concentrarmi sull’inferno di rivendicazioni interne alla comunità, di conflitti e fraintendimenti tra esponenti dell’una o dell’altra istanza, esigenza, condizione.
In questo blog si è parlato in vari articoli dell’ indignazione che le persone transessuali canoniche, portatrici di una disforia soprattutto fisica, col proprio corpo, provano verso le persone che, seppur portatrici di una variabilità di genere, hanno una disforia più rivolta alla propria identità sociale e socializzazione rispetto al genere.
Spesso questa rabbia, disapprovazione, disconoscimento, porta l’altra “fazione“, quella dei disforici sociali, degli insofferenti al binarismo, a guardare con disprezzo e paternalismo chi, portatore di una disforia solo personale, si definisce “nato nel corpo sbagliato“, senza avanzare nessuna pretesa sociale e nessuna polemica sugli stereotipi e sulla transfobia, che chiede alle persone portatrici di una variabile di genere, di conformarsi il più possibile e di avere aspetti, comportamenti, orientamenti sessuali “rassicuranti“.

Sarebbe un errore dividere il mondo in pecore e capre.

Ci sono persone che, seppur portatrici di una disforia fisiologica, sono anche portatrici di una disforia sociale, e quindi, nonostante in queste persone sia molto forte il bisogno di avere un corpo che, anche nell’intimità della loro solitudine davanti allo specchio, risponda all’immagine che hanno di se, parallelamente contestano il binarismo sociale. Queste persone transessuali sono spesso amiche delle persone portatrici di una tematica di genere non canonica, perché hanno effettuato una transizione medicalizzata per se stessi e non per gli altri, quindi non si sentono lesi da chi non sente, almeno al momento, il bisogno di un percorso uguale al loro.

Parallelamente, ci sono persone che, nonostante in loro prevalga la contestazione sociopolitica, non è detto che siano prive di disforia.
In alcune di queste vi è una disforia fisica, ma potrebbero, per varie ragioni, non scegliere la medicalizzazione per superarla. In altri casi vi sono disforie che si manifestano su piani differenti (una disforia in relazione al nome anagrafico, o al genere grammaticale con cui ci si riferisce loro, oppure ancora con alcuni aspetti della sfera genitale).

Anche il tipo di cambiamenti che la persona con la tematica di genere sente di voler effettuare o meno sono legati al “tipo” di disforia che essa presenta: ci sarà chi si concentrerà sul tema del cambio del nome anagrafico e del genere, chi non si sente a disagio coi caratteri sessuali secondari (e quindi non sente l’esigenza della tos, terapia ormonale sostituiva), ma magari con quelli primari, chi ancora vive un’altalenanza nel tempo (o una compresenza) delle parti maschile e femminile e non pensa che la sua strada sia la medicalizzazione (o magari ne fa una parziale), chi invece riconduce il fastidio per il corpo a ragioni squisitamente sociali (il fastidio di non apparire del proprio genere, ma del proprio sesso di nascita, viene connesso interamente alla percezione altrui, e quindi, in un mondo binario come il nostro, la persona viene continuamente ferita da una socializzazione nel genere sbagliato,e  quindi desidera un cambio di immagine per sfuggire a questa pressione sociale).

C’è poi chi si identifica semplicemente come uomo o donna, in sovrapposizione con l’identità di chi maschio e femmina lo è dalla nascita, e chi rivendica una condizione differente, quella di uomini e donne non biologici coscienti di esserlo e di essere qualcosa di diverso, e quindi rivendica anche una differente collocazione sociale. Ho amiche transessuali fiere di essere donne non biologiche che, anche adesso, dopo il cambio dei documenti, rivendicano la loro differenza dalla donna biologica, se non esteticamente almeno identitariamente.

Nel mio caso mi sento molto vicino all’istanza di apparire sicuramente come uomo (ho un’identità di genere totalmente maschile), ma senza censurare il mio essere uomo non biologico.
Non sono, in questa mia esigenza, aiutato dalla direzione (dal sesso XX al genere maschile), perché essere “uomo non biologico” è poco leggibile.
Se incontriamo una persona nata maschio, anche poco androgina, vestita con panni femminili, sicuramente, anche essendo sicuri della sua nascita al maschile, la percepiremo come donna trans o come travestita.
Nella mia direzione invece non è detto che il mio vivere al maschile mi palesi al mondo come persona “maschile” (trav o trans verso il maschile), perché, a causa del maschilismo, ciò che ricorda la donna viene sempre e solo ricondotto all’essere donna e basta.
Di contro, se io facessi un percorso medicalizzato, in pochissimo tempo apparirei uomo biologico, e sarebbe cancellata la mia istanza di dare risalto alla mia particolarità come uomo non nato maschio, di mettere le giuste distanze da ciò che non sono, e che non sono stato nel mio passato. Sarei costretto, almeno alla vista, nei rapporti sociali occasionali, a “mistificare”.
Per me non è un problema che una persona come me non venga classificata nella T, e sorrido di chi mi scrive dicendo di “non sentirsi rappresentato“. Non sono transessuale, non ho il loro desiderio di cambiare “sesso” nè il loro desiderio di apparire biologicamente come nato del sesso opposto.
Sicuramente la mia istanza cozza con le regole binarie dell’attuale società, e questo mi ha reso, nel tempo, un attivista contro il binarismo di genere.

Le persone “nate nel corpo sbagliato” piacciono alla società, sia internamente alla comunità (hanno obiettivi simili e nasce una fratellanza/sorellanza), sia agli esterni (sono loro gli sbagliati, si correggono, e diventano normali “come noi”).
Le persone con una tematica di genere diversa, che magari intacca il binarismo, diventa un problema sia interno (nella comunità), sia esterno (ma se devo dirla tutta, soprattutto interno. per gli esterni spesso non ci sono grosse differenze tra chi gli ormoni li prende, chi non li prende, etc etc).

Credo che però quello della definizione come persona T di tutte le persone non propriamente transessuali o disforiche in senso classico sia un grosso tabù, anche del mondo associativo.
Per questioni di “policy“, tutte le persone vengono accolte con la definizione che hanno dato a se stesse, ma di fatto molte persone rimangono perplesse, se non addirittura si pongono con atteggiamenti di paternalismo, per indirizzare la persona o a cambiare definizione oppure ad adeguare i suoi cambiamenti fisici alla definizione.

Sebbene io, da attivista antibinario, possa pensare che chi si sente “ferito, offeso, non rappresentato dalle persone in percorsi non canonici” probabilmente ha qualcosa di irrisolto, o non ha fatto certi passi per il motivo giusto, mi rendo conto che se è veramente molto sentita l’esigenza di usare termini diversi per dividere chi ha una disforia più fisica da chi ha una disforia più sociopolitica, allora creiamoli.

Se posso permettermi, spero che non verranno pescati termini che spesso, per ripiego, il mondo “non canonico” usa per giustificare la propria non medicalizzazione: trav e crossdresser se nate maschio, queer et similia se nati femmina.

Se questo spartiacque viene sentito come necessario, indispensabile, non tanto perché stare sotto lo stesso “ombrello” offenda, ma perché non descrive e rappresenta le esigenze differenti, allora credo che sia possibile creare termini nuovi che non svalutino od offendino una delle due parti.

Credo che però sia i disforici fisici, sia quelli sociali, sia quelli che non provano disforia ma solo rivendicazione,provocazione, siano legati da una comune discriminazione:
la non libertà di genere.
E’ capitato che in alcuni pride, anche all’estero, impedissero a queer e drag king/queen di vestire i panni che desideravano vestire, perché “avrebbero offeso chi aveva ‘veramente’ la disforia“.
Premetto che nessuno, neanche un comitato che emette un dress code, possa decidere se una persona ha o meno la disforia, e che solo quella persona possa capire la sua strada, ma ammesso che queste persone volessero farlo solo per solidarietà verso la libertà di genere: perché castrarle?
Non importa come si vestono tutti i giorni (per loro libera scelta o per costrizione di partner o capi di lavoro che non accettano o condividono). I pride da sempre sono stati spazi di libertà di espressione, di genere e di orientamento, e anche attivisti anziani spesso ricordano il loro primo pride come primo momento di espressione di se stessi.

Dobbiamo smettere di interrogarci sulle condizioni personali degli altri e lavorare non tanto su ciò che ci divide, ma su ciò che ci accomuna.

Abbiamo ampiamente parlato di eterosessismo (l’atteggiamento che impone come unica norma quella dell’eterosessualità e del binarismo sessista), ma anche del monosessismo (quell’atteggiamento, gay ed etero, che opprime i bisessuali), ma ho dovuto visitare un forum di gay binari e dallortiani per venire a conoscenza del termine “bisessismo”.
Si tratta di un atteggiamento “dittatoriale” di alcune avanguardie antibinarie che finiscono per “imporre” la fluidità a tutti.
Persone che aggrediscono chi, etero o gay, non prova attrazione verso le persone transessuali, o aggrediscono persone convintamente solo omosessuali o solo eterosessuali, insistendo col fatto che “tutti siamo potenzialmente bisex”.
Io, onestamente, rido alla “paura” de gay binari verso le derive “bisessiste”.
Altro atteggiamento “bisessista” è l’insistenza violenta e aggressiva dell’istanza “basta etichette” e la censura dell’autodefinizione netta. Il continuo ribadire, magari ai transessuali binari, che “maschile e femminile in realtà non significano nulla”, e il bacchettamento degli attivisti quando insistono sul pronome corretto relativamente alle persone trans o alle terminologie proprie dell’universo trans.
Il monosessismo, e ancor più l’eterosessismo, sono talmente diffusi che il rischio che la “dittatura antibinaria” rappresenti un pericolo è davvero ridicolo.
Ad ogni modo, per dovere tassonomico, ho deciso di parlare anche del bisessismo

Ultimamente abbiamo parlato di definizioni ed etichette….ieri parlavo con un ragazzo che aveva letto il dibattito su questo e su un altro blog ed è venuto fuori un altro punto di vista interessante. Quando lui è arrivato nella sua prima associazione, un po’ confuso, è arrivato il bombardamento di domande, su “cosa” (e non su “chi”) era.
Per anni queste domande e queste insinuazioni sono andate avanti, finché non si è definito gay.

Queste esperienze, mai da me provate in prima persona, mi hanno fatto riflettere sul fatto che alcune battaglie contro la “mania di definire” siano spinte anche un po’ da questo “attivismo vecchio stampo” in cui all’ingresso si doveva capire chi era “scopabile” e chi no (come se il solo fatto che uno fosse gay lo rendesse “possibile”).

Io giochino funziona meno quando una persona appartiene a una condizione poco conosciuta.
Avevo un’amica translesbica che, in panni ancora maschilil, iniziò a frequentare la piccola associazione “glbt” del suo paese. Ovviamente per tutti era “un gay” e lei, in quelle sembianze, non voleva dare troppe spiegazioni su se stessa.

Anche a me successero cose simili, quando io avevo già una definizione solida di me, e la gente continua a a chiedere “cosa” ero perché per loro tutto quello che non era “gay, lesbica, transessuale etero”, equivaleva a “non definirsi”, anche se io una definizione di me la davo, e precisamente, ma per loro equivaleva a “non volersi definire”., intendendo implicitamente che quella di etero, di omosessuale e di transessuale etero sono le uniche reali condizioni possibili.

Quindi chi frequenta le associazioni GLBT definendosi etero o qualcosa di diverso da GLT, subisce la diffidenza e l’implicito appioppamento di una definizione diversa da parte di questi gruppi di “attivisti vecchio stampo”.
La domanda è: quindi è sbagliata la definizione? oppure l’imposizione altrui di una definizione?
E infine, cos’è un’etichetta?
C’è una distinzione tra etichetta e definizione?

Se quando dai del meridionale a qualcuno, intendi anche tutto il “corredo” di stereotipi associati a questa parola, io la sento come un’ “etichetta”, ma se uno è “semplicemente” barese, quella è solo una definizione, un’identità, un’identità gerografica.

Per fortuna la mia prima esperienza associativa, nella realtà di cui divenni, dopo una serie di peripezie, presidente, non ebbe questa sorta di invadenza…nè questa invadenza c’è tuttìora, ma perché in quella realtà orse è il naturale modo di fare attivismo e accoglienza e mi ha anche un po’ sorpreso sapere, da una coppia etero di soci, che erano realmente sorpresi di non aver ricevuto alcuna domanda su “cosa” erano, e che altrove gli avevano fatto domande morbose.

Al di fuori di questo piccolo Eden invece di domande morbose ne ho ricevute moltissime, tanto che ormai, quando mi chiedono “cosa” sono e non “chi” sono, rispondo con altre definizioni di me (architetto, bassista, pastafariano…) e solo quando fanno la domanda mirata rispondo. Questo a ricordare che io non esisto in quando orientamento sessuale o identità di genere, ma la mia persona ha anche altri aspetti, cosa che spesso, nella fretta di completare l’album delle figurine panini GLBT, viene dimenticata.

Una volta una persona a me amica (uso queste parole perché è una persona che nell’arco degli anni si è definita un vari modi, da translesbica a travestito a uomo etero a queer), mi disse che alcuni dell’ambiente gaylesbico dei locali gli avevano chiesto “cosa ero”, perchè “non capivano”.
Ne fui stupito, perchè io definisco me in modo preciso. Ma la cosa che mi divertiva era il fatto che a loro non interessava “se” mi definivo o meno…solo che avevano un “inventario” povero: gay, lesbica, transessuale etero. Tutto il resto “causava loro malditesta”, quindi dare una risposta più complessa, anche se precisa, stabile, mai ridiscussa, equivaleva per loro a “non volersi definire”.

Ho cambiato idea su definizioni ed etichette? no….solo sull’imposizione di una definizione sulle altre persone, frettolosamente, ma soprattutto rigorosamente appartenente a un determinato e stretto “inventario” di ciò che conosciamo già.

Ragazzi, anni fa ho dedicato un post alle persone bisessuali e i pregiudizi che li opprimono, supportato dalle ricerche di Bproud…oggi mi esprimo sui cosiddetti queer.

Quanto iniziai il mio percorso di consapevolezza, e poi di attivismo, cercavo un “nome” a ciò che ero, una definizione che sintetizzasse “ftm gay non medicalizzato”.
Dopo sei anni ancora non trovo definizioni più stringate della sopra riportata, ma essere detentore di questi tre concetti (ftm passi, gay ancora adesso stranisce, non medicalizzato è inaccettabile!) mi rendeva isolato dalle comunità gay, lesbica e transessuale.

I primi e gli unici a tendermi la mano, in quel periodo, furono coloro che si definivano “queer”.

Si trattava di un grande calderone di persone molto diverse tra loro.
Quelle che provavano interesse e mi attenzionavano erano persone, di fatto, con una visione non binaria di ruoli, identità e orientamenti, a prescindere che poi personalmente avessero o meno un’identità di genere e/o un orientamento sessuale definito.
In sostanza, a prescindere dal fatto che fossero o meno detentori di un orientamento sessuale non nettamente omo od etero, un’identità di genere non nettamente maschile o femminile, e/o un’espressione di genere non polarizzata, essi avevano un atteggiamento rispettoso e “agnostico” verso una diversità rara e particolare come quella di cui io ero portatore.

Sono passati anni, e nonostante queste persone dall’orientamento fluido, dall’identità fluida, o semplicemente rispettosi della fluidità altrui continuino a definirsi (secondo me a torto) queer, ho conosciuto altre categorie di persone che usano queer per autodefinirsi. Onestamente questi “falsi fluidi” però non hanno intersecato realmente la mia vita. Essendo la loro “fluidità” solo teorica, accademica, o un paravento per l’incapacità di definirsi gay, non erano interessati a me, nè in senso eroticoaffettivo, e “di conseguenza” (conseguenza che non dovrebbe esserci…che di fatto c’è), neanche come interlocutore politico o compagno di battaglia.
Da un lato abbiamo persone poco risolte e con posizioni politiche deboli, altre sono inconcludenti e prive di istanze specifiche, altre addirittura esibizioniste e portatrici di un’ambiguità costruita a tavolino.

Presto presi le distanze da questi “profili” di sedicenti queer, sostituendo alla mia autodefinizione di persona antibinaria la definizione di trans-gender, considerandolo letteralmente “persona al di la dei generi”, pur continuando a militare anche nella lotta contro gli stereotipi di genere e i ruoli di genere, che opprimono persone GLBT e non, e facendo informazione a riguardo nel mondo dell’attivismo ma soprattutto nel mondo eterosessuale (che spesso ha assorbito questo punto di vista in modo sorprendente!).

Rifletterei sui meccanismi mentali di diffidenza dei GLT verso “i fluidi”.
Per immedesimarmi, provo a immaginare l’esistenza di qualcosa di ancora piu’ diverso e raro rispetto alla mia condizione, che quindi io potrei, egoisticamente, sentire come qualcosa che distrae dalle mie istanze.
Che ne so, ad esempio un “bigender”, che decantasse su internet questa appartenenza ma poi vivesse come da sesso genetico al lavoro, col partner e con la famiglia, portando tutto sul filosofico e teorico, senza  avere istanze concrete, se non speculative. Attaccherei questo bigender? Lo screditerei? direi che in realtà è un trans velato? Direi che le sue battaglie distraggono dalla mia? Promuoverei il fatto di non prenderlo sul serio? Lo accoglierei male se si presentasse nella mia associazione?

E ora esploriamo la visione che un gay, una lesbica, e la maggior parte dei transessuali hanno di coloro che si autodefiniscono “queer”…

– Questi queer sono dei cretini, pensano che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano una scelta: questo pregiudizio nasce dal fatto che i sedicenti teorici della teoria queer sono innumerevoli e i sedicenti queer sono ancora di più, ma spesso si dà una lettura distorta degli studi di genere e dei suoi contenuti, quindi l’autodeterminazione del proprio ruolo di genere (esempio: un uomo etero appassionato di uncinetto che non smette di sentirsi uomo ed etero e reinterpreta il suo ruolo di genere aldilà dei pregiudizi che subirà) viene confusa con l’autodeterminazione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Altro malinteso sul concetto di scelta deriva dal fatto che queer/antibinario è un’identità politica, quindi è una scelta, come lo è una posizione di partito o religiosa, ma una persona queer/antibinaria ha ANCHE un orientamento sessuale e ANCHE un’identità di genere, e quelle non le sceglie.

– i queer sono donne e uomini omosessuali velati. Un tempo si facevano chiamare bisessuali…non perché i bisessuali non esistano, ma perché parte degli autodefiniti bisessuali erano furbastri opportunisti che alternavano al loro matrimonio etero alcune avventurette con persone dello stesso sesso, ma anche persone che volevano fare attivismo ma non avevano il coraggio di autodefinirsi omosessuali (senza interagire mai con persone di sesso opposto, però! nè desiderandolo!). Questa seconda categoria a volte usava su se stesso la definizione di queer, associata a concetti riportati a copia e incolla maldestramente come “io mi sento uomo gay, ma anche donna etero! / io mi sento lesbica ma anche uomo etero” e facendo semplicemente incazzare i militanti gay con concetti idioti tipo la fica interiore e similari.
Continuo a precisare che queer è un’identità politica: la lotta al binarismo sociale, e che una persona queer può avere un orientamento sessuale qualsiasi e un’identità di genere qualsiasi, perchè queer non è nell’uno e nell’altro, e se una persona si definisce solo come queer credo che si, rientri nella categoria di velati malcelati!
Ultimamente alcune persone “accademicamente queer” (omosessuali donne e uomini, ma di ambiente accademico) mi hanno precisato il fatto che loro sono omosessuali (e solo omosessuali) ma politicamente e filosoficamente queer. A conferma che è una visione filosofica, non un orientamento o un’identità di genere.

– il queer è uno che, confondendo identità di genere e orientamento sessuale, si considera “di un terzo sesso”. Come i “froci” dell’epoca di Mieli (“io non sono una donna, non sono un uomo, sono frocio”). Ovviamente questa posizione è idiota, anacronistica, scientificamente confutata e non dice questo la teoria queer.

– il queer è un transessuale che non ha il coraggio di transizionare o di esporsi come trans.
Come il mucchio di persone sedicenti queer nasconde omosessuali velati/e, è possibile che nasconda persone che non hanno il coraggio di definirsi trans o di transizionare. Ma va ricordato che ci sono persone che desiderano non transizionare (ma è più corretto chiamarle transgender), e che comunque un trans puo’ essere o non essere ANCHE queer, essendo che queer NON è un’identità di genere, ma un’identità politica a cui si associa anche un’identità di genere cisgender, transgender, transessuale.

– il queer è uno che dice che tutti siamo bisessuali: attenzione…dire che i ruoli di genere sono convenzioni sociali, e che in realtà il 90% dei nostri comportamenti sono inculcati da un sistema binario e non dovuti a influssi ormonali/genetici, non significa dire che potenzialmente chiunque, caduti questi ruoli, sarà attratto indistintamente da persone con la figa o  con il pene. Se qualcuno dice questo, non è un profeta della teoria queer.

– il queer è un anarcoide vegano da centri sociali pieno di rasta e dilatatori: alcuni sedicenti queer professano una condizione di relativismo e anarchia che abbraccia anche tematiche non inerenti al genere e al sociale…inneggiano al precariato come forma estrema dell’essere queer (anche quello imposto? mah…). Di certo se questa gente si professa queer si capisce perchè gay e lesbiche militanti odino la teoria queer!

Se avete altri pregiudizi e altri stereotipi sui queer, segnalatemeli…
Vi segnalo questo “Laboratorio di riflessione sulla teoria queer” su FB:
http://www.facebook.com/groups/313209816113/

Nath

Torno devastato dal Pride Bologna 2012.

Non perchè sia stato un brutto pride: l’esperimento senza carri, a parte problemi logistici di mancanza di “guide fisiche” e di “ombra” (ombra in senso letterale, a giugno un carro fa anche ombra! °_°), spero sia ripreso, magari in modo più smart, in futuro. Anzi, è opinabile che, in una manifestazione di protesta per la mancanza di diritti e per i pregiudizi verso la diversità, carri e persone nude spariscano per sempre.

Ho riflettuto molto alla mia presenza come attivista all’interno del movimento, una riflessione che è partita dal confronto con alcuni attivisti storici anche nei giorni precedenti al pride stesso:
c’è una parte di attivisti storici che ha una visione del movimento basata su gay, lesbiche, e travestiti (in sostanza tutte persone omosessuali, in quanto loro considerano i travestiti come uomini omosessuali…mentre le donne non si travestono..) che aspirano a una legge per i matrimoni.
In questa visione, non trovano spazio i bisessuali, i transgender e i transessuali, perchè per loro le due prime categorie “non esistono“, e la seconda “ha già una legge” perchè i transessuali cambiando il documento possono sposarsi.

I gay e le lesbiche, che sono “ignoranti” sulle tematiche t, pensano che una legge che, con lo svuotamento dai propri organi riproduttivi di nascita, permette di cambiare i documenti e poter conseguire un matrimonio etero (dal loro punto di vista tutti i trans sono etero, tutti i trans desiderano eliminare l’organo riproduttivo e non diventare genitori genetici), è una “buona legge”, quindi queste persone rappresentano un rallentamento del movimento gaylesbico e della loro corsa verso il matrimonio omosessuale.

Spesso viene detto che le persone t/q sono incapaci di avere istanze comuni, prese nelle loro battaglie interne spinte dalle proprie ferite interne, che fanno si che al posto di pensare a quali diritti vogliono, pensano a quali diritti non deve avere “chi non ha avuto il coraggio di finire sotto i ferri”.
Poi ci sono singole persone t che non volendo stare in gineprai sopracitati cercano di inserirsi in associazioni di fatto gaylesbiche, dando una mano nelle cause dei gay e delle lesbiche (matrimoni etc etc) ed essendo più o meno ignorate per le loro istanze, costrette a rognare per i testi dei comunicati stampa (infondo mettere “e identità di genere” e mettere GLBT non è che sia uno sforzo così estremo…eppure…).
Poi ci sono realtà t che funzionano, ma, giustamente, più che fare politica, fanno servizi alla persona, orientamento, consultorio, ed è un bene che ci siano!
Quindi gay e lesbiche dimenticano, e vogliono dimenticare, che le persone transessuali sono statisticamente poche rispetto alle persone omosessuali, ma spesso hanno problemi di vita basilari, come il lavoro, e non possono permettersi di fare attivismo, oltre a quelle che, dopo il cambio del documento, vogliono viversi una normalità che hanno sempre sognato (e io non sono qui a giudicarli).

Poi ci sono i transgender, ovvero quelli che transizionano di genere e non di sesso, e tecnicamente “Non hanno bisogno” dei consultori perchè non effettuano trafile medico/legali: qual’è la loro istanza? La piccola soluzione? il cambio del nome? la legge argentina? (che permette di cambiare i documenti senza alcun intervento neanche ormonale).
Forse i transgender, come i bisessuali, si aggregano a transessuali e omosessuali per alcune istanze, ma soprattutto anch’essi hanno estremo bisogno di una legge contro l’omotransfobia, in quanto, a quanto mi risulta, vivere apertamente come bisessuale o transgender non è meno difficile che vivere apertamente come omosessuale o transessuale….quindi nella lotta per fare cultura e informazione sull’inclusività e la diversità siamo e dobbiamo essere tutti insieme…che è un po’ quello che facciamo in MilkMilano (e infatti la mia crisi di appartenenza non riguarda l’associazione in cui lavoro, ma il movimento stesso).

Poi ci sono i queer, quasi tutti DJ: a volte quando mi pongo verso/contro di loro prendo posizioni alla Dall’Orto…che istanze hanno?
Sono un sostenitore della teoria antibinaria (intesa contro il binarismo di ruoli e stereotipi di genere, battaglia non propriamente GLBT, ma che riguarda tutto il sistema sociale) e NON PENSO che chi la sostiene non ha istanze…perchè forse non ci sono leggi specifiche per combattere il binarismo, ma l’attivismo è anche cultura, anche informazione:
c’è da dire che spesso questi queer sono, come dicono i vecchi dell’arcigay, gay e lesbiche velate, e che della lotta al binarismo non è che gliene freghi davvero, e tutto finisce in un esibizionismo da locale senza effettivamente toccare tematiche o istanze, sicuramente non politiche ma almeno sociali!
A mio parere, comunque, anche un queer/antibinario (che puo’ essere gay, bisessuale, transessuale, ma anche etero), dovrebbe pretendere una legge contro l’omotransfobia e promuovere la cultura della diversità, perchè il machismo, il binarismo, il pregiudizio e la cultura dello stereotipo che opprime un gay, una lesbica, un transessuale, opprime tutte quelle persone che in qualche modo scardinano lo stereotipo di genere in cio’ che sono e in cio’ che ricercano nel/nella partner.

Ho sfilato per ore come un coglione sotto il caldo chiedendomi dove erano gli altri come me, e , fuori dall’associazione, vedevo solo il vuoto.
Vedevo Leonardo Meda, accanto a me, e lo vedevo solo come me nella sua causa, per cui impiega non meno tempo di quello che impiego io (lui bisessuale dichiarato).
Avremo mai spazio? me lo chiedo, ma nel frattempo sfilo sotto il sole senza l’ombra di un carro…

Nath

RISPOSTE PER I PRURIGINOSI:

Sebbene non sia utile ai fini della comprensione del “personaggio”, si può parlare anche del suo orientamento sessuale, che ha una forte preferenza per il sesso/genere maschile, anche se si definisce “possibilista”, nonostante non abbia mai avuto fidanzate o amanti donne o transgender.

La sua lotta antibinaria non deve lasciare pensare che abbia una visione di sé fluida, indefinita, che si percepisca di entrambi i generi, o di nessun genere, o di un terzo genere. La sua identità di genere è maschile, anche se non ha un’unica visione di maschile, stereotipata e machista, ma concepisce infiniti (e tutti legittimi) tipi di maschile e di femminile.
Percependosi quindi come appartenente al genere maschile, vive come tale, apertamente, senza che ciò comporti trattamenti medici e chimici.
Essere è essere percepiti: ognuno vedrà in lui ciò che la sua esperienza lo guida a vedere.
Molte persone pruriginose, alienate dalla monomania del genere, catechizzate dalle associazioni gaylesbiche storiche, hanno mostrato fastidio verso il fatto che viva una vita sociale al maschile senza alcuna terapia ormonale sostitutiva, e che possa avere le stesse istanze di una persona transgender, tuttavia egli non si definisce, e non per velarsi o per una sorta di GLBTfobia interiorizzata, ma perchè reputa che nessuna definizione corrisponda esattamente alla sua condizione o scelta di visibilità.

La sua istanza principale come attivista è l’applicazione in Italia della proposta di legge Argentina sul cambio di nome e genere sui documenti senza la richiesta di nessuna modifica chimica o chirurgica.