Silvia: referente LGBT per Rifondazione, femminista, etero, pastafariana e drag king

Quante cose è Silvia Conca! referente sui diritti LGBT per Rifondazione Comunista, femminista, donna etero, pastafariana e drag king

Ho conosciuto Silvia Conca ad una cena Pastafariana organizzata al Circolo Culturale Harvey Milk Milano, nel periodo in cui aveva una delle sue sedi a Sesto San Giovanni. Mi ha colpito molto il fatto che fosse attivista in un’associazione femminista, ma mista e trasversale. E’ stato per questo che, quando Rifondazione Comunista l’ha nominata referente per le tematiche LGBTQIAP, ho deciso di intervistarla…

fotografa

Ciao Silvia: raccontaci di te. Provenienza, età, studi, professione, passioni…

Ciao! Sono originaria di Gravina in Puglia, un bellissimo paese dell’Alta Murgia per cui nutro un grande amore, ma vivo da qualche anno nell’hinterland milanese, a Cinisello Balsamo, un luogo con cui sto sviluppando un legame speciale. Dalla provincia alla periferia, mi piace guardare il mondo dal margine.
Ho 33 anni e ho studiato da fotografa, professione che provo a fare. In questo momento sto studiando comunicazione digitale e spero di riuscire a valorizzare le competenze fotografiche in quell’ambito. Non è facile, perché i miei sono settori di lavoro attraversati dalla precarietà, dall’intermittenza, dalla tendenza al pagamento in visibilità, ma non sono una che si arrende facilmente, anzi, sto provando a concepire un intervento politico su queste problematiche, oltre ad aspirare a una maggiore stabilità individuale. La politica è il mio modo di stare al mondo, una passione totalizzante che vivo cercando di coniugare teoria e pratica, strada e pensatoio, relazioni e studio. Resta poco tempo per coltivare altre passioni in maniera sistematica, ma cerco di passarlo all’insegna della curiosità, sperimentando cose nuove.

 

FB_IMG_1497349370110

Parlaci di Luca, il fedelissimo bearino etero che ti accompagna in tutte le tue peripezie e tuo con-sorte

Io e Luca ci siamo conosciuti in Abruzzo nel 2009: facevamo i volontari nella tendopoli per terremotati di San Biagio in Tempera. Quel progetto, nato per iniziativa del Partito della Rifondazione Comunista e poi capace di allargarsi e acquisire una vita propria con le Brigate di Solidarietà Attiva , non ha solo generato una relazione collettiva tra politica e soggetti sociali, ma anche legami umani immediati, forti, duraturi.
Il nostro è stato ed è un legame d’amore scandito dalla militanza.

Luca ha 37 anni, fa il sistemista informatico, è curioso e espansivo e passa il suo tempo libero a dividersi le riunioni con me. Karl Marx veniva chiamato da sua moglie “orsacchiotto selvatico“, il tuo definirlo “bearino” mi ha fatto pensare a quello e mi ha strappato un sorriso.

 

pastafariana

E poi c’è la tematica religione e la politica, parlaci di te come atea/agnostica, pastafariana e attivista nel partito

Non riesco a immaginarmi in una dimensione spirituale di alcun tipo. Rispetto chi riesce a trovare conforto nell’idea di essere parte di un disegno su questa terra e oltre la morte. Io accolgo con serenità, invece, i miei limiti da essere umano finito che vive qui e ora ed è destinato alla morte. Cerco di vivere una vita piena e di attenermi a princìpi etici che, nel loro rigore, sono frutto del mio stare al mondo e della responsabilità che sento nei confronti dell’appartenenza all’umanità con le sue contraddizioni. Le contraddizioni mi interessano più dei dogmi in ogni ambito.

Sono stata pastezzata col nome di Puttanesca di Porto qualche anno fa, ma non sono mai riuscita a dare un contributo costante alla Chiesa Pastafariana per via dei troppi impegni. Non manco mai, però, di fare un salto negli spezzoni festosi e colorati della Chiesa durante i cortei, se non altro per “suggere” qualche sacra bevanda e onorare la mia appartenenza. Trovo l’operazione pastafariana interessante, capace di mettere in luce con l’ironia le contraddizioni della categoria di laicità negli ordinamenti giuridici contemporanei.

È proprio la laicità, poi, che mi interessa in ambiti politici più ingessati come quelli della militanza in Rifondazione Comunista. È un concetto che nel senso comune ha un’interpretazione del tutto positiva, ma la realtà è più complicata delle aspettative. Per laicità storicamente si intende il processo di passaggio del potere normativo e punitivo dalla Chiesa allo Stato nell’epoca in cui si è consolidata la nascita degli Stati-Nazione: questo passaggio di potere non ha comportato un distacco automatico dai principi religiosi, ma solo un cambio al vertice.

L’Illuminismo ha prodotto un cambiamento, ma il vizio originario del concetto di laicità resta. Abbiamo visto quanto ha pesato l’influenza della Chiesa Cattolica sulla legislazione attraverso operazioni formalmente laiche come il Concordato, cioè un patto tra Stati, il potere di un partito come la DC, la presenza organizzata nei partiti della Seconda Repubblica. Ne paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. La situazione si complica con la schizofrenia europea rispetto alle nuove fedi che si stanno affermando attraverso i processi migratori. Si passa dalle concessioni alla Sharia al divieto del velo. Si continuano a contrapporre islam moderato e fondamentalista, mentre si sottovaluta il fenomeno dell’islamismo politico. Proprio rispetto a questi temi ci aiuta l’elaborazione del popolo curdo, che sta combattendo in prima linea contro l’Isis, ma mette in luce le mancanze della laicità rispetto a un’idea di società libera e autodeterminata.

A me piacerebbe che come partito riuscissimo a far vivere l’idea di laicità che si è affermata nel senso comune in categorie nuove tutte da inventare.

 

Tu e Luca avete sempre avuto a cuore le tematiche LGBT, perché?

Nel suo caso credo che l’interesse sia frutto della curiosità che lo anima per tutto ciò che non vive direttamente e che lo stimola a riflettere. Lui tende a mediare l’empatia con la razionalità.

Per me è diverso. Sono una donna che ha trovato nell’analisi femminista della realtà risposte alla sua condizione in un mondo in cui il patriarcato è riuscito a reinventarsi. Quelle risposte, però, erano parziali. Ho trovato nella comunità LGBTQI le stesse forme di oppressione con una declinazione diversa, l’obbligo ad aderire alle stesse norme, alle stesse gabbie. Si sono innescati in me, quindi, tanto un processo di solidarietà istintiva, quanto una riflessione profonda che ha dato nuova linfa alle mie stesse lotte. La costruzione di relazioni nel riconoscimento reciproco dà una forza, un senso di liberazione collettiva nei differenti posizionamenti a cui ormai non posso più rinunciare. Il mio femminismo è transfemminismo queer e non potrei più viverlo in maniera diversa.

 

manolo

Essere donna etero e cisgender non impedisce di mettere in discussione ruoli, stereotipi e di riflettere sulla propria espressione di genere. Ci parli di questa tua ricerca, non dimenticando l’esperienza Drag King?

I ruoli mi interessano più degli stereotipi, che ritengo solo una manifestazione del problema, il modo in cui la società decodifica le norme che perpetua. La lotta contro gli stereotipi troppo spesso diventa una lotta per imporre stereotipi diversi: la trovo poco determinante al fine di una trasformazione complessiva. Mi viene in mente, in un altro ambito, per esempio, il movimento per la body positivity, che anziché lottare contro l’imposizione dell’obbligo alla bellezza, si scaglia contro un’idea stereotipata di bellezza, rafforzando l’idea che il nostro corpo abbia soprattutto una funzione decorativa. A me piace pensare al corpo nel suo complesso, come materia viva, avamposto di autodeterminazione e percezione sensoriale, incarnazione fisica di quello che siamo e strumento per attraversare il mondo al di là del modo in cui viene percepito. Credo che questo approccio abbia molto a che fare con l’espressione di genere: penso alla vita delle persone trans, alle opzioni che hanno per definire la percezione pubblica di ciò che sono, tra l’invasività della medicalizzazione e le difficoltà del passing quando si imboccano cammini diversi. La corporeità non può essere ridotta ad apparenza, l’apparenza non può essere ridotta a estetica.

Io ho cominciato a pensare alla mia espressione di genere a partire da quel lavoro di riflessione sul mio corpo, ma è stata l’esperienza come Drag King a dare risposte chiare ai miei dubbi. Ho partecipato a un laboratorio di Zarra Bonheur (Slavina e Rachele Borghi) e mi si è aperto un mondo. Performando la maschilità ho capito come performo la femminilità tutti i giorni.

Ho decostruito i miei automatismi e ne ho individuato le ragioni culturali. Il mio king si chiama Manolo, è evidentemente gay (del resto non ho un buon rapporto col machismo eterosessuale) e combatte con le sue insicurezze. È stato bellissimo rappresentare il suo coming out.

 

Il tuo partito ti ha scelto come responsabile nazionale per i temi LGBT. Quale pensi che sarà il tuo contributo?

L’obiettivo principale, che non voglio mai perdere di vista, è distruggere le condizioni che hanno portato alla mia elezione da parte della Direzione Nazionale, perché mi rendo conto del rischio di risultare o addirittura di diventare sovradeterminante.
Pur essendo affiancata da una compagna interna al movimento LGBTQI in Segreteria, sono consapevole tanto dei rischi quanto del vuoto evidenziato dal mio ruolo. Un vuoto di cultura politica, perché abbiamo compagni gay e compagne lesbiche anche in ruoli dirigenti, ma il partito ha rinunciato a fare elaborazione collettiva sulle tematiche LGBTQI per troppi anni, lasciandoli soli in una condizione di doppia militanza. Il mio compito sarà quello di riannodare i fili, trovare una modalità funzionale all’autorganizzazione dei compagni e delle compagne, socializzare gli strumenti teorici di cui mi sono dotata negli anni e possono aiutarli nel loro lavoro politico, evidenziare e far vivere i nessi con altre battaglie (non a caso, il nome della mia delega è “Politiche LGBTQI e intersezionalità“).

 

Quali i temi LGBT che ti stanno più a cuore?

Sinceramente li trovo tutti importanti. Sono temi che hanno sempre qualcosa da dire, perché vivono nelle esistenze e nelle resistenze quotidiane di tante persone. Possono esprimere un potenziale trasformativo o un modo per trovare un posto in questo mondo così com’è, possono manifestarsi con gioia vitale o rabbia, con leggerezza o con dolore. Disegnano una visione caleidoscopica del mondo e fare classifiche rischierebbe di invisibilizzarne alcuni.
Ne scelgo, quindi, solo uno a titolo esemplificativo: la condizione delle persone intersessuali. Credo che sia paradigmatica della violenza autoritaria del mondo in cui viviamo. Sottoporre bambin* ignar* a interventi e cure ormonali, a mutilazioni e sterilizzazioni, non permettere che si autodeterminino, patologizzare la mancata aderenza alla visione binaria del sesso biologico, fornire ai genitori solo informazioni strettamente mediche per non problematizzare delle pratiche devastanti: tutto questo è inconcepibile, imperdonabile. L’approccio occidentale all’intersessualità è il corrispettivo di ciò che avviene in altre parti del mondo con le mutilazioni genitali femminili: si violano i corpi per ragioni estetico-culturali. La differenza è che sull’intersessualità non c’è un vero dibattito pubblico.

pride 2014

Una certa sinistra estrema è omofoba e binaria, come pensi di dialogare con loro e “portarli a ragionare“?

Credo che nessuna comunità politica e sociale sia immune alle discriminazioni covate nel suo profondo. Vale anche per le organizzazioni di sinistra, perché coltivano la presunzione di lottare per un mondo migliore senza però mettersi​ profondamente in discussione collettivamente e personalmente. Questa elusività è descritta benissimo da Audre Lorde quando racconta il suo viaggio in Unione Sovietica.

Credo che la cosa migliore da fare, in un’epoca in cui c’è un dibattito pubblico efficacissimo e diffuso su questi temi al quale anche i compagni e le compagne hanno accesso, sia parlare un linguaggio più specifico, adatto a chi è abituato a ragionare di politica. Insomma, credo che si debba far irrompere l’elaborazione politica LGBTQI, uno straordinario patrimonio di pratiche e pensiero, nella nostra elaborazione generale. In qualche caso l’operazione è già riuscita in automatico, penso alla categoria di pinkwashing usata persino dai settori più ostili e rigidi, che rimangono stupefatti quando ne scoprono l’origine interna al movimento. Credo anche che questa debba essere un’operazione di recupero di una storia che è anche nostra.
Al prossimo Milano Pride  (ci troverete nello spezzone della rete Nessuna Persona è Illegale ) vorremmo partecipare con cartelli che rivendichino l’appartenenza al movimento operaio, comunista e di sinistra di tanti esponenti del movimento LGBTQI, includendo anche persone non binarie come per esempio Leslie Feinberg e Claude Cahun.
Il tema del binarismo è pressoché ignoto dalle nostre parti, purtroppo. Questo può essere un primo stimolo.

 

Rossobruni e nuovi reazionari: parliamone…

Le Sentinelle in Piedi e Adinolfi non hanno quella “patina” rossa, sono solo brunissimi clericofascisti. Fusaro, invece, rappresenta perfettamente ciò che comunemente si intende per rossobrunismo: è un ciarlatano che manipola il pensiero di Marx, di Gramsci, per far passare concetti reazionari nel nostro dibattito. Sogna la distruzione dell’attuale sistema economico-sociale per tornare indietro a un idilliaco passato che però non era affatto idilliaco, perché attraversato dallo sfruttamento,dalla violenza, dal dominio dell’uomo sulla donna, dalla cancellazione dei bisogni e dei desideri di gran parte dell’umanità. Quello è stato un vero Pensiero Unico Dominante, contro il quale le masse si sono ribellate, nelle piazze così come nelle loro vite quotidiane. Il capitalismo oggi è tutt’altro che un Pensiero Unico, si nutre della frammentazione delle identità in un mondo tanto complesso, ci tratta come nicchie di consumo e sfruttamento, mentre vive uno scontro interno tra tendenze reazionarie e tendenze liberal.

Fusaro è un rossobruno autentico, un corpo estraneo che vuole distruggere la nostra cultura politica. Chi lo prende sul serio spesso non lo è (un tempo per rossobruni intendevamo gli infiltrati), semplicemente cerca risposte semplicistiche alla nostra crisi di consenso.

boh

Trasversalità: è qualcosa che ti appartiene come persona e come attivista?

Cito ancora Audre Lorde, una pensatrice a cui devo molto: “Non esistono battaglie monotematiche perché le nostre vite non sono monotematiche”.

Io preferisco parlare di intersezionalità, una categoria che sembra quasi una moda nei movimenti e tra noi è ancora quasi sconosciuta: ho voluto fortemente che fosse presente nel nome della mia delega, trovando il consenso del nuovo Segretario nazionale Maurizio Acerbo che per fortuna la conosceva, essendo attento a certi temi.

Da comunista non potrei mai rinunciare a una visione di classe, a sottolineare come la struttura produttiva capitalistica plasma le nostre vite. Da femminista non potrei mai mettere da parte la gabbia in cui, nonostante mille lotte e mille passi in avanti, è ancora confinata la mia vita di donna e così via. C’è una rete, spesso invisibile, di oppressioni connesse. Non sarà possibile una liberazione integrale senza renderla pienamente visibile nel suo complesso e nei suoi intrecci.

 

Pensi che la battaglia LGBT contro il “binarismo di genere obbligatorio” sia compatibile con la tua visione femminista? Ci racconti un po’ il “tuo” femminismo?

Il mio è un femminismo non binario. Alcune tendenze binarie del femminismo mi irritano profondamente: sono essenzialiste, riproducono le strutture di dominio, non parlano a quello che sono e a quello che sento. A partire da me, non le riconosco. Credo che le radici del patriarcato risiedano proprio nel binarismo obbligatorio, nella donna pensata come complementare all’uomo, quindi privata della possibilità di seguire percorsi autodeterminati fuori da questo canone.

milleunavoce

Fai parte di un’associazione femminista mista che ha “preceduto” le “mode” intersezionali: ci racconti quest’esperienza, di cui tu e Luca fate parte?

Facciamo parte di Mille&UnaVoce , che da anni è diventata un punto di riferimento culturale a Cinisello Balsamo. Non credo che l’intersezionalità sia stata all’inizio un punto di vista consapevole, ma ha animato sempre più le attività di un’associazione la cui caratteristica più importante secondo me è il dialogo tra generazioni diverse, oltre al ruolo attivo degli uomini. Abbiamo organizzato tante iniziative, dalle rassegne cinematografiche alle visite a luoghi poco noti e spesso legati alla storia della Milano popolare, dalle mostre d’arte alle rappresentazioni teatrali e musicali, affrontando tanti temi: la violenza di genere, il lavoro, la guerra, la solidarietà tra pari, la disabilità, il lesbismo, l’omogenitorialità e così via. Il nostro prossimo obiettivo è partecipare al progetto Obiezione Respinta, contribuendo con i dati relativi al nostro territorio alla mappatura nazionale dell’obiezione di coscienza.

col segretario nazionale al congresso

Quali sono le prossime mosse che tu ed il partito intendete fare per i diritti LGBT?

La lotta per i diritti in un paese democratico ha sempre due volti: quello istituzionale e quello nelle piazze.

Dal primo punto di vista, nel nostro piccolo (non essendo più in Parlamento), continuiamo a rivolgere un’attenzione inequivocabile per i diritti LGBTQI a tutti i livelli, dai comuni al Parlamento Europeo, dove abbiamo una compagna come Eleonora Forenza che ha un profilo politico decisamente queer. Dico inequivocabile perché la vicenda dell’approvazione della legge Cirinnà, coi suoi tratti fortemente discriminatori, dimostra che non si possono cercare compromessi sui diritti delle persone. È un errore che abbiamo fatto anche noi quando eravamo al governo, con l’inconcludente discussione sui Dico. Abbiamo imparato la lezione e scelto di non fare più parte di coalizioni di centrosinistra che portavano a dover mediare le posizioni con componenti clericali.
Il matrimonio egualitario, pieni diritti per i figli e le figlie delle coppie omogenitoriali, una legge ben fatta contro le violenze omo-lesbo-bi-transfobiche, un’educazione sessuale inclusiva nelle scuole, la possibilità di cambiare il genere anagrafico senza patologizzazioni e sterilizzazioni, il divieto di adozione del “metodo Money” e affini per i/le bambin* intersessuali, il contrasto alle discriminazioni sul lavoro: queste battaglie non sono negoziabili.

Purtroppo le istituzioni sono dominate da forze che su questo trattano al ribasso, quando va bene. Serve una sinistra d’alternativa forte, che metta al centro della sua azione politica i diritti civili e sociali. Stiamo dando il nostro contributo a costruirla.

La lotta per i diritti nelle istituzioni, però, si nutre della vitalità delle piazze, di un lavoro culturale che il movimento sta facendo egregiamente. Vogliamo esserci anche noi per costruire consapevolezza e sostegno sociale a queste rivendicazioni. Il movimento, però, spesso vede i partiti politici come semplici interlocutori istituzionali, chiedendo al massimo l’adesione al Pride, preferendo dialogare con la società civile organizzata per un lavoro politico più ampio. Mi piacerebbe contribuire a produrre un cambiamento in questo, per operare fianco a fianco tutto l’anno fuori dai palazzi del potere.

Annunci

Intervista a Mauro Muscio, “la libraia” del movimento LGBT milanese

Ho conosciuto Mauro Muscio durante la sua esperienza politica col Collettivo tabù, che ha portato una visione giovane e fresca nel Coordinamento Arcobaleno di Milano. Ci siamo persi negli anni in cui era all’estero (in realtà mi capitava di incrociarlo quando era di passaggio in Italia, perché siamo dello stesso quartiere), ma sicuramente l’ho conosciuto meglio quando ha aperto la Libreria Antigone, restituendo alla città ciò che mancava da anni. Mauro, però, non è solo questo: è anche un attivista politico e un pensatore LGBT.
Lasciamo però la parola a lui… 

17390493_1256300431150940_8723193260378552375_o

Ciao Mauro: raccontaci di te: età, provenienza, studi, passioni, professione…

Ciao. Sono Mauro, ho 26 anni (27 il 12 giugno), nato e cresciuto a Milano da genitori con origini del Sud.
Ho studiato al liceo classico Carducci (roccaforte di CL) per poi laurearmi alla triennale di Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. Dopo un periodo di circa un anno ad Amsterdam ho svolto qualche lavoretto per poi buttarmi nel progetto della Libreria Antigone dove oggi occupo il ruolo di tuttofare.
La grande passione è sempre stata la lettura, all’inizio soprattutto legata alla letteratura canonica per poi concentrarmi in saggistica e letteratura contemporanea. Altra passione, che di certo ha determinato la mia crescita e la mia ricerca di identità, è la politica, la passione cioè di poter immagine una realtà diversa a partire dallo smascheramento delle contraddizioni del sistema.
Ho militato in Lotta Comunista, abbandonata dopo due anni per dissonanze politiche e personali, per poi rimanere slegato da organizzazioni politiche gli ultimi anni di liceo; successivamente ho iniziato la militanza sia nel mondo lgbt milanese sia in un’organizzazione politica oggi disciolta (Sinistra Critica) i cui militanti e militanti hanno preso diverse strade, tra le quali il progetto di CommuniaNet di cui faccio parte, che a Milano raccoglie le esperienze di RiMake, spazio occupato (ecco il link alla pagina facebook) , RiMaflow, fabbrica recuperata a Trezzano sul Naviglio e RiParco a Magenta.
Come hai scoperto di essere una persona LGBT?

Ho scoperto di essere gay anni innamorandomi follemente di un ragazzo a scuola con il quale ho inaugurato la stagione degli amori impossibili con gli eterosessuali. Da lì è iniziata la ricerca dell’identità sessuale accompagnata da una ricerca molto forte dell’identità di genere.
Mi andava molto stretto il mondo gay classico che conoscevo; discoteche e locali che non rispondevano alle mie esigenze, dove notavo una forte imposizioni di ruoli e schemi. Ho scoperto successivamente che esistono modi diversi di essere gay, anzi, di essere frocia.

Come hai iniziato il tuo percorso di attivismo?

Il vero attivismo lgbt è iniziato per l’incontro (fortunato e che ricordo con particolare affetto) con alcun* compagn* di Sinistra Critica con i quali/ le quali fondammo il collettivo Tabù. Fu un’esperienza indimenticabile; un collettivo misto che ha conosciuto periodi molto intensi dove la ricerca del desiderio e delle identità era pratica collettiva e strumento di lotta. Con loro ho iniziato “la fase” drag, il travestitismo teatrale e goliardico che però rappresentava per me qualcosa di più inteso, una messa in discussione dei canoni i genere , delle relazioni di potere e della sessualità; e sempre lì iniziò la sperimentazione sessuale sotto vari punti di vista.

16002959_10210014241565516_4298249261811314507_n

Quali sono stati i tuoi pensatori e movimenti di riferimento?

Avevo letto molto Marx e Lenin, avevo studiato i loro testi ma avevo poco problematizzato alcune questioni. Successivamente scoprì Trotsky, Angela Davis, Malcom X, Mario Mieli, Porpora Marcasciano, Judith Butler, Halberstam, Bensaid, Fucault, Peter Drucker e tramite loro ed altri/e mi feci un’idea più completa del mondo. Iniziai a capire il significato dei movimento sociali, il rapporto con il politico, iniziai a interpretare il mondo non solo tramite il marxismo ma anche attraverso gli occhiali dei rapporti di genere, sessuali, coloniali, ecc… Iniziai cioè a vivere il femminismo, il queer, l’internazionalismo che avevo solo letto sui libri, e iniziai a viverli declinandoli a partire da me, dalle mie condizioni e dal mio/con il mio corpo.

17311098_1256300891150894_407789278609469186_o

Cosa ci racconti della tua esperienza all’estero?

L’esperienza all’estero è stato un momento importante sicuramente. Sono stato ad Amsterdam, città che conoscevo e dove avevo trascorso diverse settimane in estati passate ma dove mai avevo potuto vivere. Ho vissuto lì con un caro compagno, io alla prima esperienza di vita fuori casa, lui sicuramente più rodato di me. Lì ho fatto uno stage presso un centro studi legato alla Quarta Internazionale (con la quale il mio percorso politico si è sempre relazionato) ho conosciuto compagni e compagne di tutto il mondo, ho assistito a formazioni politiche importanti e soprattutto dove ho iniziato a sentirmi parte di una storia politica lontana che oggi ancora vive perché capace di pensare, di superare la tradizione e di competere con le difficoltà del presente. Ad Amsterdam ho conosciuto il movimento queer olandese, ho studiato meglio l’inglese, ho tagliato i capelli (che non tagliavo da 6/7 anni e che rappresentavano una parte della femminilità di me) ho approfondito sul mio corpo vari sperimenti di prostituzione che avevo già fatto in Italia e mi sono preso il tempo di pensare a cosa avessi voluto fare nella vita.

foto-3-540x360

Il ritorno a Milano e la decisione di aprire la libreria…

Tornato a Milano ho continuato a vivere fuori casa con un’esperienza fantastica nel palazzo di via Bligny 42 in compagnia di amic* e compagn* e intanto mi ero iscritto all’Università di Pavia per la magistrale. Pensavo di poter buttarmi nell’insegnamento ma così non è stato. Mi era passata la voglia di studiare per i “titoli” soprattutto mi era passata la voglia di studiare per dei titoli sempre più svuotati di significato.
E’ stato un anno difficile, dove ho messo in discussione molto di me stesso, soprattutto dopo la perdita del mio migliore amico e dove ho deciso che valeva la pena fare quello che volevo e non quello che alcuni si aspettavano da me.
Il progetto della libreria nasce in quella fase; inizialmente come progetto teorica, idea confusa che mischiava immagini di libreria lgbt viste all’estero, la Babele di Milano, librerie in spazi occupati e desideri di far vivere la cultura lgbt che tanto avevo studiato. Un anno dopo ho aperto la libreria, grazie all’aiuto dei miei genitori (non solo in termini economici) che non mi dovevano nulla e che mi hanno dato tutto e grazie all’aiuto di Veronica, amica e compagna, il cui ruolo è stato fondamentale.

Libreria LGBT, queer e femminista: come mai hai scelto di dare queste identità alla tua libreria?

La caratteristica della libreria era chiara nella mia mente. Non poteva trattarsi di cultura omosessuale e basta, ma doveva rappresentare i percorsi migliori della cultura lgbt, di quella femminista e di quella queer. Elementi e pezzi di un presente che per me non possono essere letti, appunto, separatamente ma che si relazionano tra loro in dialettica e che avanzano (o regrediscono) in base alla relazione.

Una libreria è un bene prezioso per un quartiere: come ti rapporti alla tua zona, e che servizio offri?

La libreria è stata accolta in quartiere in maniera tutto sommato positiva. La zona di via Kramer è una zona ricca, dove vivono personaggi politici e televisivi famosi e dove tutt* si sentono più ricchi di altri. Ricchezza economica che significa anche ricchezza culturale nella maggior parte dei casi e dove comunque significa perbenismo (più o meno di facciata). All’inizio non entrava nessuno della zona in negozio, ma curiosavano da fuori. Oggi prenotiamo anche libri di scuola per i figli e le figlie delle famiglie della zona.
Quali sono gli eventi culturali che proponi, e quale il fil rouge che li conduce?

Il servizio maggiore che offriamo è l’attenzione ai titoli offerti, l’eterogeneità e la specificità dei prodotti. Solo libri e titoli che difficilmente sono esposti in altre librerie, solo titoli italiani e stranieri che trattano genere, sessualità, lgbtq e femminismi sotto diversi punti di vista. Il resto non lo abbiamo e non vogliamo averlo perché si trova in altre librerie. E questo vale anche per le iniziative che abbiamo fatto. Libri a tematica lgbtq e femminista raccontati ed esposti al pubblico da autori/autrici più o meno famosi con l’attenzione nel ricreare un luogo sicuro, protetto, accogliente e sereno. Allo stesso tempo ci siamo messi in ascolto delle associazioni e delle realtà lgbtq e femministe della città collaborando a diverse iniziative, dentro e fuori la libreria e costruendo relazioni importanti. Il fil rouge è dare spazio (fisico, culturale, politico…) alle culture che caratterizzano la libreria. Indipendentemente dal genere quello che facciamo vivere e riproduciamo e un laboratorio costante di narrazioni e pensieri lgbt, queer e femministi.

18192748_1299223063525343_6785130942346834259_o

Cosa pensi del movimento LGBT di oggi in italia?

Sul movimento lgbt in Italia non ho un’idea compiuta al 100%. Penso che la vittoria della legge Cirinnà sia quello che molti sapevano; un indebolimento del movimento. L’associazionismo è cambiato, il suo ruolo è cambiato. Servirebbe molto tempo per capire lo stato del movimento però mi sento di dire sicuramente che da una parte la lotta per i diritti come focus centrale e forte ha determinato molto in negativo il movimento. Si è smesso di pensare, di produrre idee e immaginari, si è scelto di avere dei referenti politici o dei rappresentanti lgbt nella politica a cui delegare troppo (anche inconsciamente). Il risultato è forse quello che ci meritiamo. Una mezza legge ottenuta a suon di umiliazioni in Parlamento. Nei giorni della discussione parlamentare sulle unioni civili ci hanno insultati, hanno insultato i figli/le figlie delle coppie omogenitoriali, hanno citato la Bibbia…e noi dove eravamo? Intendo, dov’era il movimento? Nelle piazze…ma nelle piazze lontane nel tempo e nello spazio dal Parlamento. Non siamo stati in grado di fare pressione e molti hanno detto “meglio questo che nulla”. Questo è il movimento?
Le associazioni oggi fanno dei lavori importanti e lavorano davvero con le mani in pasta (sportelli di mutuo soccorso, gruppi di ricerca, sportelli legali, ecc….) ma non vedo più la forza politica lì.
Quello che noto è che in generale una parte di movimento ha per troppi anni associato la parola diritti alla parola normalità, con narrazioni normalizzanti e quindi escludenti.
La retorica del “anche noi amiamo”, “siamo cittadini che paghiamo le tasse” “siamo uguali” ha prodotti immaginari a mio giudizi pericolosi. Ho sempre pensato che i diritti vadano ottenuti al potere con battaglie che conquistano spazi di libertà e di potere, spazi sottratti al potere istituzionalizzato. Se il terreno di partenza della battaglia non si pone questo allora la battaglia è in parte vuota. Ho visto Pride con sindaci in prima fila, gli stessi che appartengono a partiti politici che hanno legalizzato il lavoro precario o sfruttato; sponsor di marche che sfruttano popolazioni e che non rispettano i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Rappresentanti di consolati di paesi imperialisti che hanno insegnato quante bombe servono per importare la democrazia liberale in altri paesi. Insomma. Abbiamo voluto i diritti, abbiamo lottato per i diritti e alcuni hanno voluto farlo alleandosi con chiunque, leggendo la propria identità solo come identità sessuale. Oggi possiamo unirci civilmente ed è importante, perché è stata un vittoria contro il potere reazionario e omofobo di questo paese. Però poi la Cirinnà ci dovrà spiegare come il suo partito pensa che possano sposarsi o unirsi civilmente due ragazz* precari. Sui diritti lgbt si è giocata una battaglia di civilità per alcuni, battaglia che oggi vede il nostro paese più civile. Non riesco a pensare all’Italia come un paese civile, soprattutto se quella civiltà è stata ottenuta grazie a chi ha introdotto la legge Minniti Orlando, o a chi ha stretto patti economici con la Russia, a chi respinge migranti in nome del decoro. Non riesco proprio.

E su quello femminista?

Il movimento femminista conosce oggi una fase interessante. E’ un movimento che ha conosciuto ondate, vittorie, intersezioni con altri settori di movimento ma soprattutto un movimento che non ha mai smesso di elaborare (al contrario di quello LGBT mainstream). Nel Novecento è stato quel movimento che come il movimento operaio ha avuto un raggio di azione mondiale. E’ un movimento molto ampio ed eterogeneo. In Italia il femminismo della differenza ha avuto un’egemonia culturale molto forte producendo secondo me molti danni. Oggi assistiamo però a qualcosa di importante. Non Una di Meno è una forza internazionale che mobilita donne in tutto il mondo , produce confronti e rivitalizza i femminismi. Il femminismo insegna una pratica con cui vivere, una messa in discussione costante dei nostri atteggiamenti, pensieri, linguaggi, scopate. Una parte di femminismi ha praticato prima di teorizzare l’intersezionalità di cui oggi si parla molto e questo è un altro contributo enorme.

17492680_1256300984484218_1124279553279752389_o

Parlaci del rimake…

Rimake è uno spazio sociale che ha compiuto quest’anno tre anni di occupazione. Fa parte, come dicevo precedentemente, alla rete CommuniaNet una rete nazionale anticapitalista, fortemente incentrata sulla ricerca di nuove pratiche e linguaggi all’altezza della complessità della realtà, che pone al centro il mutuo soccorso conflittuale, la solidarietà, l’autorganizzazione dei soggetti oppressi e la difesa dell’ambiente e della dignità delle vite contro speculazioni, oppressioni, discriminazioni, precarietà razzismo e ingiustizie.
RiMake si trova ad Affori e lì cerca di costruire relazioni con il territorio quotidianamente, ospitando al suo interno una Serigrafia, progetto di coworking e di fotografia e una sala prove autogestiti. Lo spazio politicamente si concentra su tre aspetti quest’anno: le questioni di genere, grazie anche alla presenza del neocollettivo femminista Gramigna e grazie alla presenza di comapagn* che da anni lavorano su questi temi in Italia sul piano dell’attivismo e della produzione teorica, la questione della sovranità alimentare in relazione al progetto nazionale di Fuori Mercato , che organizza l’appuntamento del pranzo popolare ogni domenica del mercatino dei produttori agricoli ogni seconda domenica del mese, e il progetto con i migranti del centro di Bresso con i quali si costruisce un progetto di autoreddito a partire dalle necessità e volontà dei soggetti con i quali si portano avanti anche battaglie sul tema dei diritti e delle singole richieste fatte tramite uno sportello legale ad hoc dentro lo spazio. Oltre a questo ovviamente organizziamo presentazioni di libri, cineforum, dibattiti pubblici su temi generali, con particolare attenzione sulla situazione siriana, feste e momenti ludici, intesi sempre come momenti politici di sperimentazione per altre forme di relazioni e socialità. Non dimentichiamo la tradizione delle feste queer, le più riuscite e le più attese che con onore ci hanno fatto identificare spesso come il centro sociale delle froce di Milano.
Ci relazioni con diversi interlocutori e abbiamo costruito diversi momenti politici della città senza mai però perdere l’obiettivo: costruire strumenti per l’autorganizzazione dei soggetti in termini intersezionali. Oggi Rimake rischia di essere in pericolo perché la speculazione cerca di riprendersi ciò che per anni aveva abbandonato, a noi tutt* spetta difendere un bene comune come si è mostrato essere RiMake in questi anni.

_MG_7143

Come ti rapporti, invece, alla realtà pansessuale/bisessuale?

Non conosco molto bene la realtà dell’attivismo pansessuale né quella bisessuale; ho letto diversi testi al riguardo e negli ultimi due anni ho rivisto le mie posizioni sulla bisessualità. Ho molti dubbi sull’idea che esista un oppressione specifica per i/le bisessuali; non nego ovviamente che subiscano delle discriminazioni forti e che quindi sia giusto una percorso di autodeterminazione e liberazione dei soggetti bisessuali che parta da loro e dalle loro esigenze e di colleghi ovviamente con le battaglie del movimento omosessuale lesbico e trans*. Solo che mi interrogo sulla relazione tra questa discriminazione e l’oppressione più generale dell’eteronormatività, e qualcosa non mi torna. Non ho una posizione quindi aspetto volentieri di trovare luoghi di confronto. Intendo dire, l’oppressione specifica si riscontra laddove ci siano comportamenti, linguaggi, simboli, individuali o di coppia che socialmente riconducano questi fuori dalla norma eterosessuale ed etero normativa e fuori dal binarismo di genere.
Il gay è socialmente riconosciuto come tale se ha un comportamento o un atteggiamento di un certo modo ( fuori dai canoni maschili, in intimità con un altro corpo maschile, ecc….) e così la lesbica e la/il trans*. Esistono ovviamente le discriminazioni specifiche che i/le bisessuali subiscono in quanto tali, stigmatizzati perché non vedono riconosciuti l’identità di orientamento sessuale che si rivendicano. . I miei interrogativi sono su un piano teorico più ampio. Esiste un oppressione bisex? O la discriminazione subita è riconducibile all’omosessualità o al lesbismo? In parole povere, a livello sociale e pubblico un/una bisessuale è riconoscibile in quanto tale o viene individuat*, e quindi nel caso discriminat*, come etero o omosessuale/bisessuale? È chiaro che è un ’identità sessuale non eterosessuale, che esce dal canone etero, ma la discriminazione avviene laddove trasgredisce la norma socialmente, e quindi laddove la persona viene riconosciuta come omosessuale o lesbica.
La pansessualità invece mi piace molto, la trovo interessante. Perché porta in sé la rivendicazione sociale della decostruzione del binarismo di genere. Non si tratta di essere bi, cioè di essere attratt* da uomini e donne ( rafforzando implicitamente il binarismo appunto) ma di potersi concedere la libertà di essere attratt* sotto vari punti di vista da persone con corpi e identità di genere vari. In tutti i casi credo che chi si definisce pansessuale ha quasi sempre un percorso politico e culturale alle spalle importante, perché è un termine non comune e abbastanza elitario per il livello di contenuti che porta con sé. Diffondere questa visione delle sessualità e delle identità è sicuramente importante perché crea avanzamenti contro il binarismo e l’eteronormatività.

20160819_195959

E a quella transgender?

Ho avuti molti più rapporti con la realtà e le persone transgender. A livello più teorico l’incontro è obbligatorio laddove ci sia un interesse per gli studi di genere in generale. A livello personale ho conosciuto diverse persone trans*, per la maggior parte non attivist*; penso che una delle discriminazioni più forti che dobbiamo riconoscere derivi dalla parte omosessuale e lesbica del movimento. Il mondo trans* tra le altre cose è sempre stato quel mondo che più mi ha trattenuto sul piano della realtà; la transessualità per sua definizione è un rafforzamento del binarismo di genere e così viene anche spiegato in “buona fede”: un uomo che diventa donna, una donna che diventa un uomo. In effetti la transessualità in linea teorica rafforza il binarismo di genere perché a partire dal riconoscimento di alcuni feticci o caratteristiche fisiche di un genere x vuole cambiare e approdare all’altro (che lo si riconosce a partire dal riconoscimento di feticci e caratteristiche fisiche). Un ftm non metterebbe mai un rossetto rosso sulle labbra sul posto di lavoro. Perché il rossetto è da donna e la sua necessità è di rafforzare l’idea sociale e culturale di apparire uomo. Questo è quello che ho imparato con le persone trans* non attivist*, mi hanno fatto capire che quello che desiderano non è altro che la sacro santa normalità . Al tempo stesso considero la transessualità rivoluzionaria perché il passaggio, prevede la messa in discussione del corpo e dei rapporti, perché rappresenta la parte migliore dell’atto performativo di genere, perché passa attraverso l’intervento artificiale o ormonale che cambia e modifica quel corpo che la cultura cattolica ci ha insegnato a rispettare in quanto sacro. E’ rivoluzionario soprattutto perché prevede la ricostruzione di un genere su misura per se stessi, la maggior parte di volte ovviamente plasmato in base ai canoni sociali ovviamente, ma mantiene sempre una parte unica e nuova. Il limite forse è che è una parte probabilmente molto personale e individuale, che poco viene fatta diventare strumento collettivo per una messa in discussione sociale più ampia. Mentre una checca che si definisce tale e si rivendica il suo essere checca sbandiera socialmente (e giustamente) il suo appartenere al genere biologico maschile con comportamenti riconducibili ai canoni femminili conditi con un linguaggio sessualmente esplicito tanto da mettere in crisi tutti , etero gay preti e progressisti, il soggetto trans* la maggior parte delle volte ha una necessità molto forte di non far riconoscere socialmente il suo sesso biologico di nascita, nonostante abbia lavorato molto di più sul concetto di genere con se stess*. Questo non vale ovviamente per militanti trans* che invece, per scardinare l’idea binaria del genere, usano molto le loro storie personali per raccontare quello che non si sa, e il racconto in questo caso assumente caratteri politici forti, perché trasmette strumenti per leggere se stess* e la realtà.

18157768_1299223020192014_8593500549206491365_n

Gay sta a bisessuale come trans sta a … ? (è il momento di autodefinirci)

E’ il momento di dare una definizione per i percorsi non canonici trans. Senza usare il “non”

Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.

Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.

nonbinary_pride_flag_with_transgender_symbol_by_xplasticxbrainx-dafu362

Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.

La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.

genderqueer_by_walnutobezyana

Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.

Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.

autism_symbol_segmented_genderqueer_colors_by_daikiraikimi-db2wv10

Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.

Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.

Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.

Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?

Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.

Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

genderfluid_by_teddibarez-d8s862c

Non binari e non medicalizzati: un separatismo culturale per definirci senza un “non”

Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

tumblr_o9x6e01tFf1tuaheuo1_500

La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

f66abc66457b9093aa99b23d6d6f795a-d6ahp9h

Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

proud_nonbinary_bisexual_jumper

Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

tumblr_og8ehpCQYp1vc4v9co1_500 (1)

Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

b4c4eea7e04fd169fcefa2a197d50c6c

Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

9c455a10b388e2195c080fa240ef6cb8

Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

tumblr_l9qwwrsp8v1qdz3q6o1_1280

Dalla disforia alla contestazione socio/culturale

il_340x270.1201984991_tgr2

Gentilissimi,

come sapete da tempo, respingo, su me stesso, le definizioni non per una politica del “basta etichette“, politica che tra l’altro non condivido (sono un sostenitore delle definizioni), ma perché questi termini rappresentano un pacchetto di cose che non mi rappresenta a pieno, e non voglio che una definizione a cui non sono particolarmente legato finisca per creare polemiche interne al movimento, che dimenticano me come persona e cercano di verificare la mia “vera” appartenenza.

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

Non voglio concentrarmi sull’inferno di rivendicazioni interne alla comunità, di conflitti e fraintendimenti tra esponenti dell’una o dell’altra istanza, esigenza, condizione.
In questo blog si è parlato in vari articoli dell’ indignazione che le persone transessuali canoniche, portatrici di una disforia soprattutto fisica, col proprio corpo, provano verso le persone che, seppur portatrici di una variabilità di genere, hanno una disforia più rivolta alla propria identità sociale e socializzazione rispetto al genere.
Spesso questa rabbia, disapprovazione, disconoscimento, porta l’altra “fazione“, quella dei disforici sociali, degli insofferenti al binarismo, a guardare con disprezzo e paternalismo chi, portatore di una disforia solo personale, si definisce “nato nel corpo sbagliato“, senza avanzare nessuna pretesa sociale e nessuna polemica sugli stereotipi e sulla transfobia, che chiede alle persone portatrici di una variabile di genere, di conformarsi il più possibile e di avere aspetti, comportamenti, orientamenti sessuali “rassicuranti“.

Sarebbe un errore dividere il mondo in pecore e capre.

Ci sono persone che, seppur portatrici di una disforia fisiologica, sono anche portatrici di una disforia sociale, e quindi, nonostante in queste persone sia molto forte il bisogno di avere un corpo che, anche nell’intimità della loro solitudine davanti allo specchio, risponda all’immagine che hanno di se, parallelamente contestano il binarismo sociale. Queste persone transessuali sono spesso amiche delle persone portatrici di una tematica di genere non canonica, perché hanno effettuato una transizione medicalizzata per se stessi e non per gli altri, quindi non si sentono lesi da chi non sente, almeno al momento, il bisogno di un percorso uguale al loro.

Parallelamente, ci sono persone che, nonostante in loro prevalga la contestazione sociopolitica, non è detto che siano prive di disforia.
In alcune di queste vi è una disforia fisica, ma potrebbero, per varie ragioni, non scegliere la medicalizzazione per superarla. In altri casi vi sono disforie che si manifestano su piani differenti (una disforia in relazione al nome anagrafico, o al genere grammaticale con cui ci si riferisce loro, oppure ancora con alcuni aspetti della sfera genitale).

Anche il tipo di cambiamenti che la persona con la tematica di genere sente di voler effettuare o meno sono legati al “tipo” di disforia che essa presenta: ci sarà chi si concentrerà sul tema del cambio del nome anagrafico e del genere, chi non si sente a disagio coi caratteri sessuali secondari (e quindi non sente l’esigenza della tos, terapia ormonale sostituiva), ma magari con quelli primari, chi ancora vive un’altalenanza nel tempo (o una compresenza) delle parti maschile e femminile e non pensa che la sua strada sia la medicalizzazione (o magari ne fa una parziale), chi invece riconduce il fastidio per il corpo a ragioni squisitamente sociali (il fastidio di non apparire del proprio genere, ma del proprio sesso di nascita, viene connesso interamente alla percezione altrui, e quindi, in un mondo binario come il nostro, la persona viene continuamente ferita da una socializzazione nel genere sbagliato,e  quindi desidera un cambio di immagine per sfuggire a questa pressione sociale).

C’è poi chi si identifica semplicemente come uomo o donna, in sovrapposizione con l’identità di chi maschio e femmina lo è dalla nascita, e chi rivendica una condizione differente, quella di uomini e donne non biologici coscienti di esserlo e di essere qualcosa di diverso, e quindi rivendica anche una differente collocazione sociale. Ho amiche transessuali fiere di essere donne non biologiche che, anche adesso, dopo il cambio dei documenti, rivendicano la loro differenza dalla donna biologica, se non esteticamente almeno identitariamente.

Nel mio caso mi sento molto vicino all’istanza di apparire sicuramente come uomo (ho un’identità di genere totalmente maschile), ma senza censurare il mio essere uomo non biologico.
Non sono, in questa mia esigenza, aiutato dalla direzione (dal sesso XX al genere maschile), perché essere “uomo non biologico” è poco leggibile.
Se incontriamo una persona nata maschio, anche poco androgina, vestita con panni femminili, sicuramente, anche essendo sicuri della sua nascita al maschile, la percepiremo come donna trans o come travestita.
Nella mia direzione invece non è detto che il mio vivere al maschile mi palesi al mondo come persona “maschile” (trav o trans verso il maschile), perché, a causa del maschilismo, ciò che ricorda la donna viene sempre e solo ricondotto all’essere donna e basta.
Di contro, se io facessi un percorso medicalizzato, in pochissimo tempo apparirei uomo biologico, e sarebbe cancellata la mia istanza di dare risalto alla mia particolarità come uomo non nato maschio, di mettere le giuste distanze da ciò che non sono, e che non sono stato nel mio passato. Sarei costretto, almeno alla vista, nei rapporti sociali occasionali, a “mistificare”.
Per me non è un problema che una persona come me non venga classificata nella T, e sorrido di chi mi scrive dicendo di “non sentirsi rappresentato“. Non sono transessuale, non ho il loro desiderio di cambiare “sesso” nè il loro desiderio di apparire biologicamente come nato del sesso opposto.
Sicuramente la mia istanza cozza con le regole binarie dell’attuale società, e questo mi ha reso, nel tempo, un attivista contro il binarismo di genere.

Le persone “nate nel corpo sbagliato” piacciono alla società, sia internamente alla comunità (hanno obiettivi simili e nasce una fratellanza/sorellanza), sia agli esterni (sono loro gli sbagliati, si correggono, e diventano normali “come noi”).
Le persone con una tematica di genere diversa, che magari intacca il binarismo, diventa un problema sia interno (nella comunità), sia esterno (ma se devo dirla tutta, soprattutto interno. per gli esterni spesso non ci sono grosse differenze tra chi gli ormoni li prende, chi non li prende, etc etc).

Credo che però quello della definizione come persona T di tutte le persone non propriamente transessuali o disforiche in senso classico sia un grosso tabù, anche del mondo associativo.
Per questioni di “policy“, tutte le persone vengono accolte con la definizione che hanno dato a se stesse, ma di fatto molte persone rimangono perplesse, se non addirittura si pongono con atteggiamenti di paternalismo, per indirizzare la persona o a cambiare definizione oppure ad adeguare i suoi cambiamenti fisici alla definizione.

Sebbene io, da attivista antibinario, possa pensare che chi si sente “ferito, offeso, non rappresentato dalle persone in percorsi non canonici” probabilmente ha qualcosa di irrisolto, o non ha fatto certi passi per il motivo giusto, mi rendo conto che se è veramente molto sentita l’esigenza di usare termini diversi per dividere chi ha una disforia più fisica da chi ha una disforia più sociopolitica, allora creiamoli.

Se posso permettermi, spero che non verranno pescati termini che spesso, per ripiego, il mondo “non canonico” usa per giustificare la propria non medicalizzazione: trav e crossdresser se nate maschio, queer et similia se nati femmina.

Se questo spartiacque viene sentito come necessario, indispensabile, non tanto perché stare sotto lo stesso “ombrello” offenda, ma perché non descrive e rappresenta le esigenze differenti, allora credo che sia possibile creare termini nuovi che non svalutino od offendino una delle due parti.

Credo che però sia i disforici fisici, sia quelli sociali, sia quelli che non provano disforia ma solo rivendicazione,provocazione, siano legati da una comune discriminazione:
la non libertà di genere.
E’ capitato che in alcuni pride, anche all’estero, impedissero a queer e drag king/queen di vestire i panni che desideravano vestire, perché “avrebbero offeso chi aveva ‘veramente’ la disforia“.
Premetto che nessuno, neanche un comitato che emette un dress code, possa decidere se una persona ha o meno la disforia, e che solo quella persona possa capire la sua strada, ma ammesso che queste persone volessero farlo solo per solidarietà verso la libertà di genere: perché castrarle?
Non importa come si vestono tutti i giorni (per loro libera scelta o per costrizione di partner o capi di lavoro che non accettano o condividono). I pride da sempre sono stati spazi di libertà di espressione, di genere e di orientamento, e anche attivisti anziani spesso ricordano il loro primo pride come primo momento di espressione di se stessi.

Dobbiamo smettere di interrogarci sulle condizioni personali degli altri e lavorare non tanto su ciò che ci divide, ma su ciò che ci accomuna.

Identità di genere non binarie: dizionario

Visto che negli ultimi anni si è fatta molta confusione, voglio fare ordine tra i gender-qualcosa, e sulle relative differenze

trans_kaleidoscope

Transgender – cappello che racchiude tutte le persone portatrici di una qualsiasi non conformità di genere

GenderQueer – persona che rifiuta completamente la dicotomia M/F

BiGender – persona che si considera di entrambi i generi

NOGender/AGender – persona che si considera di nessun genere

GenderNeutral – persona in cui la componente “genere” è neutrale, o il cui genere è neutro e non polarizzato verso M o F

GenderBender – persona che si considera di un terzo genere, “altro”.

GenderRebel – persona che si ribella alle etichette di genere

GenderFluid – persona che ha un’identità cangiante nel tempo, e fluttuante tra due poli (M/F)

E’ molto importante chiarire che il fatto che esistano persone esterne alla dicotomia binaria, o anche persone con idendità di genere cangiante nel tempo, non significa che “l’identità di genere è sempre fluttuante“, così come il fatto che esistano i bisessuali non rende l’orientamento sessuale di tutti cangiante e fluttuante.

tumblr_o6wtuzGcVx1v5cf8oo1_1280

Il bisessismo e la dittatura fluida

unicorno1

Abbiamo ampiamente parlato di eterosessismo (l’atteggiamento che impone come unica norma quella dell’eterosessualità e del binarismo sessista), ma anche del monosessismo (quell’atteggiamento, gay ed etero, che opprime i bisessuali), ma ho dovuto visitare un forum di gay binari e veteroattivisti per venire a conoscenza del termine bisessismo“.

Si tratta di un atteggiamento “dittatoriale” di alcune avanguardie antibinarie che finiscono per “imporre” la fluidità a tutti.
Persone che aggrediscono chi, etero o gay, non prova attrazione verso le persone trans, o aggrediscono persone convintamente solo omosessuali o solo eterosessuali, insistendo col fatto che “tutti siamo potenzialmente bisessuali”.

Io, onestamente, rido alla “paura” de gay binari verso le derive “bisessiste“.
Altro atteggiamento “bisessista” è l’insistenza violenta e aggressiva dell’istanza “basta etichette” e la censura dell’autodefinizione netta. Il continuo ribadire, magari ai transessuali binari, che “maschile e femminile in realtà non significano nulla“, e il bacchettare degli attivisti quando insistono sul pronome corretto relativamente alle persone trans o alle terminologie proprie dell’universo trans.

Il monosessismo, e ancor più l’eterosessismo, sono talmente diffusi che il rischio che la “dittatura antibinaria” rappresenti un pericolo è davvero ridicolo.
Ad ogni modo, per dovere tassonomico, ho deciso di parlare anche del bisessismo