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Siamo in ritardo.
Sono uscito tardi dal lavoro, nonostante avessi chiesto il permesso anni luce prima.
Ma poi un cliente rompicoglioni manda una mail di fuoco a due minuti dall’inizio del tuo permesso, e devi richiamarlo, devi farlo.
Sono sudato, indosso una tuta unisex, che sono costretto a mettere per non turbare i miei colleghi col classico maschile. L’alternativa sarebbe una delle minogonne giropassera delle ragazze che saltellano attorno al mio capo coi loro caschetti in stile valentina.
Non ho trovato una cabina telefonica dentro la quale cambiarmi, e così sono a casa, con lui, che è già pronto, col suo abito maschile. Mi aiuta ad entrare nel mio smoking dopo essermi tolto di dosso litri di sudore.*
Dovrebbe farmi incazzare l’abito classico il 23 luglio, ma non importa. lo indosso con fierezza.
Lui mi aiuta a stringere forte il mio petto dentro una fascia che sembra quasi un corsetto settecentesco, ma facciamo diverse prove, e alla fine non c’è traccia del mio petto. E’ piatto come il suo, forse di più.
Rischio l’autoandrofilia guardandomi allo specchio. Lo smoking è impeccabile su di me. Risplende il bianco della camicia, contrasta col nero della giacca, e anche l’ultimo bottone è chiuso.
Stiamo per uscire, e lui mi ferma. “La cravatta!”. Come posso averla dimenticata. E’ lei il mio lasciapassare per il mio passing. Da solo, quella fascia stretta e quell’abito maschile non basterebbe. Non mi renderebbe abbastanza uomo agli occhi degli altri. Si distrarrebbero, mi riterrebbero simile a quelle maliziose androgine che mettono dei tailleur sempre più sbarazzini.
Non basterebbe neanche la mia impeccabile acconciatura classica maschile, anni trenta. Non basterebbero i chili di dopobarba. Non basterebbe il fatto che mi sono appena fatto la barba eliminando quella pelurietta da viso da ragazza. Solo un viso impeccabile può lasciar credere che da esso sia stata tolta via la barba.
Ho un pesante orologio al polso. Non so neanche se ho corretto l’ora legale, ma deve dare risalto al mio polso, distrarre dal fatto che è sottile. Ricordo quando lo comprai, in una gioielleria di Treviglio, e passai con la signora, che mi disse che, essendo subacqueo, sul fondo del mare avrei potuto incontrare una bella sirena.
Quanto sbagliava quella signora. Non sapeva che io vado alla ricerca di bei tritoni, mica di sirene!
E così io e lui, il mio fedelissimo compagno di sventure, ci avviamo all’incontro al club, quello in cui sono ammessi solo i gentiluomini, e al massimo le loro devotissime mogli. Al club sono tutti etero, o meglio, il problema non si pone. Sono “normali”. Lui mi racconta di quanta fatica ha fatto in questi anni a nascondere la sua omosessualità.
E poi arrivo io, io per loro sono Nathan, me lo hanno scritto persino sulla tessera.
Entriamo alla serata, e sono terrorizzato di non passare, ma ho lei, ho la cravatta magica. Lei può confutare ogni dubbio, perché in quel mondo etero e binario nessuno può credere che esiste una persona di sesso femminile così pazza da recarsi in smoking a una cena di gentiluomini e consorti. Mi aggrappo a lei, ai gemelli, alla spilla sulla giacca. Un anziano signore si rivolge a me dicendo, parlando della moglie, “non può capire, loro non hanno fatto il militare!”. Sorrido, mi invento che il militare io non l’ho fatto, perché ai miei tempi bastava rimandarlo per studi universitari per qualche anno, e poi non sarebbe stato più obbligatorio. Cerco di rubare ricordi dalle vite dei miei ex, coetanei, per crearmi un passato mio credibile come ragazzo. Poi si parla di quanto sono sciupafemmene con le ragazze, e come esse sono gelose con me. Io sorrido imbarazzato e mi sento come quei gay che sono velati per forza maggiore, perché si dà per scontata la loro eterosessualità, e tacere è come acconsentire ad esserlo, eterosessuali.
Una moglie baldanzosa mi chiede dove sono i bagni, e quando torna mi racconta delusa che ci sono le turche, e che “noi maschietti” in questo siamo molto più favoriti, che per “loro donne” è diverso. Quando potrei capirla, ma lei non lo sa, non lo ipotizza nemmeno.
Si fa un brindisi. Alle nostre compagne. Che ci sopportano. Guardo lui e lo ringrazio di sopportarmi. Ride ricordandomi che “va bene tutto, ma non è una donna!”.
Un tizio racconta della sua filantropia, e ogni cinque minuti, parlando di quando ha fatto il volontario in africa, ribadisce che sicuramente queste immagini che racconta spaventeranno le signore, inquadrate come povere fanciulle timorose di tutto, ingenue, e intrappolate nella loro femminilità.
Le signore si sorprendono di non vedermi giocare coi loro figli adolescenti, anche loro compressi negli smoking. Si stupiscono al sapere che ho trent’anni.
Come fa contrasto il mio essere un professionista affermato, laureato, abilitato, e che lavora da anni, presidente di un’associazione, col mio aspetto da enfant prodige, da figlio adolescente di qualcuno e non da effettivo tesserato del club filantropico.
Quanto fa contrasto la mia pipa danese da trecentocinquanta euro mentre mi apparto in zona ingresso con fare pensieroso ed introspettivo
Mi dicono che c’è un grande editore, alla fine della tavolata. Chi mi accompagna ne ha bisogno, e sono io colui che lo mette in contatto coi pezzi grossi. Mentre aspettiamo che abbia il tempo di venire da noi, chiacchieriamo con due giovanotti miei coetanei (o almeno, loro lo credono). Il caldo impervia e uno di loro fa da apripista: toglie la cravatta.
Seguono gli altri ragazzini e poi persino il mio accompagnatore e anche io, dimenticando il suo potere simbolico, la tolgo e la metto via.
Nel frattempo l’anziano editore si avvicina a noi ma, diversamente dagli altri illustri ospiti e filantropi, mi salta e va direttamente dal mio accompagnatore. In quel momento ricordo che non ho più al collo il mio amuleto.
Sono diventato invisibile, come una qualsiasi moglie o figlio. La rimetto, frettolosamente. Il nodo viene male, ma ormai è troppo tardi. L’incantesimo si è rotto.