Lorenzo Gasparrini, filosofo, eterosessuale, e…antisessista

Ho conosciuto Lorenzo Gasparrini per caso, ad una presentazione del suo libro, Diventare uomini – Relazioni maschili senza oppressioni , alla libreria Antigone.
L’attivismo antisessista da parte di uomini cisgender, in particolare eterosessuali, ha suscitato in me grande interesse da sempre, ma per ragioni legate agli “ambienti” diversi che si frequentano, ho avuto finora pochi contatti con questa realtà, e questo spiega anche i molti stereotipi che nell’intevista Lorenzo confuta.

maxresdefault

Ciao Lorenzo. Raccontaci di te. La tua formazione, le tue passioni, e come mai hai a cuore la tematica antisessista dal punto vi vista maschile

La mia formazione non ha molto di particolare, sono un filosofo che ha cominciato a studiare Estetica molti anni fa seguendo un classico percorso accademico. Poi la riforma universitaria mi ha, di fatto, tolto i finanziamenti ai vari contratti e incarichi che avevo, e ho dovuto lasciare il lavoro universitario. Ritornando a fare politica, cosa che avevo lasciato perché ero sommerso dall’attività didattica, ho capito che molte delle cose che avevo studiato potevano essere utili a tanti in senso politico. Più mi addentravo nella pratica antisessista più capivo quanto i femminismi fossero stati ostracizzati dall’accademia italiana – e anche dagli altri ordini dell’istruzione. Di qui il mio impegno politico e civile: per me è fare filosofia, la cosa che ho sempre fatto.

Quali le peculiarità dell’antisessismo quando il punto di vista viene da una persona nata maschio, di identità di genere maschile e magari anche eterosessuale?

Posso provare a riassumere le peculiarità di un maschio cisgender antisessista con una sola parola: paradosso. Hai il corpo e l’aspetto dell’oppressore di genere, e invece scopri le diverse e particolari oppressioni alle quali sei sottoposto anche tu, quindi intraprendi un percorso di uscita (“diserzione“) dal patriarcato e provi a costruire una identità di genere diversa da quella nella quale sei stato educato dalla nascita.

L’antibinarismo, diversamente dai veterofemminismi, non individua vittime donne e carnefici uomini, ma considera vittime le persone, e “carnefice” il sistema con i suoi stereotipi di genere. Sotto questa prospettiva, anche un uomo può dire la sua: sei d’accordo?

Sì, sempre però ricordandoci che non possiamo dimenticare che la “persona” è un’astrazione: il sistema opprime tutti e tutte a seconda del corpo, del genere, dell’orientamento e del contesto sociale, quindi poi ciascuno “dice la sua” ma tenendo ben presenti le inevitabili differenze e caratteristiche.

gasparrini.PNG

Quali le principali prigioni mentali che attanagliano l’uomo che ambisce ad essere “alfa” nella società?

Principalmente una: l’agonismo insegnato in ogni relazione. La continua ricerca del primato distrugge qualsiasi possibilità di relazioni solide e profonde, col risultato di trasformare il mondo in una continua frustrante corsa all’affermazione di sé tramite l’esercizio di un potere – potere che in realtà non si possiede mai, ma del quale si diventa strumento.

Perché ancora così pochi uomini sentono il bisogno di “emanciparsi” dai ruoli di genere?

Perché non hanno capito quanto siano nocivi alla loro vita, alla loro felicità, alla possibilità di costruirsi relazioni appaganti ed efficaci.

Discriminazione verso il maschile, è forse più strisciante? C’è? in cosa consiste?

Non credo che esista in realtà. Ogni volta che qualcuno se ne esce lamentando una discriminazione verso il maschile, si scopre che o è una forma patriarcale recitata a ruoli invertiti – e allora è sempre la solita discriminazione – oppure si scambia la causa con l’effetto. In un sistema che privilegia, in ogni situazione sociale, il maschi etero, quella che può apparire come discriminazione è in realtà un’affermazione di potere. E allora il paradigma è sempre quello patriarcale, anche se in qualche rara occasione la vittima è un maschio.

Misandria: una parola poco nota ma che descrive un atteggiamento, presente in alcuni correnti veterofemministe, verso l’uomo. Ce ne parli?

No. La parola “misandria” è stata usata soprattutto da maschilisti più o meno organizzati per i loro giochetti retorici, che scambiano continuamente la simmetria con la parità. I veterofemminismi vanno giudicati calati nei loro contesti sociali e storici; in quegli anni le espressioni violente che giudicavano gli uomini come un blocco unico di soggetti tutti uguali e da disprezzare erano motivate appunto da circostanze politiche che oggi possiamo appena immaginare, se non si studiano approfonditamente. Leggere con la sensibilità del 2017 alcuni femminismi degli anni ’60, per fare un esempio, e trovarli “misandrici“, penso che sia del tutto scorretto – e anche inutile. Esattamente come praticare nel 2017 i femminismi degli anni ’60 così com’erano.

lorenzo-gasparrini-e-il-suo-libro

Ansia da prestazione ed eiaculazione precoce: sono molto più diffuse nell’uomo etero che in quello non etero: quanto, visto questo dato, è psicologico e dovuto al binarismo?

Quanto sia psicologico non ho le competenze per valutarlo. Quanto sia dovuto a un binarismo (aggiungo: competitivo) insegnato fin da bambini, per me lo è del tutto. Aggiungendoci che quello stesso binarismo comprende anche un voluto silenzio sul reale funzionamento del corpo maschile soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità.

Il ruolo delle religioni e dei monoteismi storici nel binarismo del ruoli: tu lavorerai col sudore della fronte e tu partorirai con gran dolore …ci siamo realmente evoluti da ciò?

Non molto. A dispetto di tante e tanti che danno il patriarcato per morto, io lo vedo ancora capace di trasformarsi in tanti modi, che proseguono quella divisione di ruoli biblica che hai citato. Trasformazioni che passano di costruzione culturale in costruzione culturale: religioni, ideologie, “visioni del mondo“…

I veterofemminismi spesso hanno atteggiamenti ostili verso le persone T. Noi uomini xx saremmo delle povere donne che non accolgono l’essere donna, inseguendo il privilegio sociale. Le donne xy invece vengono viste come uomini che vogliono infilarsi negli ambienti delle donne “senza esserlo”. Quanto in realtà, più che transfobia, si tratta di misandria (quindi odio per il maschile biologico delle donne trans e per il maschile psicologico degli uomini trans)?

Della misandria ho già detto. Credo che questa che hai descritto sia, da parte di alcuni veterofemminismi, una transfobia per loro “necessaria“: l’esistenza stessa della transessualità distrugge l‘essenzialismo sul quale si fondano, quindi non potranno mai accettarla come una realtà a tutti gli effetti. Di qui quelle fantasiose – ma violente e discriminanti – spiegazioni.

MRA: movimenti di “orgoglio” maschile. Si spacciano per uomini antisessisti ma in realtà si tratta di maschilismo vero e proprio. Come “smascherarli” e non confonderli con ciò che invece, ad esempio, fai tu, come altri uomini antisessisti?

Basta farli parlare. Il loro atteggiamento passivo-aggressivo, la loro logica assurda e del tutto antistorica, la loro incapacità organizzativa e pratica vengono fuori quasi immediatamente con esiti esilaranti, anche se ovviamente sanno essere anche molto offensivi.

Logo-MASCHILE-PLURALE

Ci parli di Maschile Plurale? Della tua esperienza con loro e di come questo gruppo dialoga con realtà LGBT e femministe? Quali le difficoltà?

E’ indubbiamente una rete molto importante perché, oltre ad avere meriti “storici” significativi, oggi unisce e rende visibili molte realtà interessanti e vive sul territorio italiano. Mi è capitato però di vedere nei fatti una organizzazione poco chiara quando si tratta di prendere decisioni, e una certa soggezione a determinati femminismi che nei fatti ne rende nullo il dialogo con altri. I motivi non li conosco, ma se la tua domanda è “quali le difficoltà“, evidentemente non sono il solo ad averle notate, in questo senso.

Che tipo di utenza attrae il progetto “Maschile Plurale“? e come è cambiato negli anni?

Non saprei, non ho avuto una così lunga esperienza in MP da poter avere elementi per rispondere.

Il “morto di figa“, un personaggio odiato negli ambienti bisessuali, poliamoristi, transgender, dove questi personaggi arrivano in cerca di trasgressione, di donne libertine, e trovano invece un muro. Eppure anche il “morto di figa” deriva da queste dinamiche sessiste fatte di maschi alfa, beta e gamma. Da filosofo, senza usare termini così pecorecci (di cui mi scuso coi lettori) come quelli usati da me, riusciamo a spiegare questo fenomeno tentando un approccio “non giudicante“?

Beh, sinceramente non lo trovo necessariamente da spiegare, nel senso che il “morto di figa” è il prototipo dell’uomo etero come lo vuole, sessualmente, il patriarcato. Un ebete disposto a qualunque cosa per eiaculare più volte possibile nel corpo (o sul corpo) di più donne possibile. Se questo nei fatti è un giudizio, non posso farci niente, perché corrisponde alla condotta di moltissimi uomini etero che sono stati educati a comportarsi in questo modo.

G7

Il G7 di Taormina ha come sua immagine un ragazzo che guarda con machismo una ragazza siciliana col velo. Ci sono state molte polemiche delle associazioni LGBT e femministe Siciliane, che non vogliono che la Sicilia sia sempre rappresentata con binarismo e machismo. Eppure molti etero hanno risposto che non va attaccata “l’eterosessualità“. Credo che l’utente medio non sappia la differenza tra eterosessualità, eterosessismo, ed eteronormatività. Noi attivisti siamo abbastanza bravi a far passare i concetti di “non binarismo” al mondo etero? in cosa possiamo migliorare?

Si può spiegare in tanti modi, e con molti linguaggi, che quello che viene criticata non è l’eterosessualità ma il suo uso come potere discriminante verso altri e altre. In questa comunicazione si può sempre migliorare, ma per quanto “bravi“, dall’altra parte ci dev’essere chi è disposto al dialogo e non ad arroccarsi nei suoi privilegi o nella sua ignoranza.

Educastrazione: quando colpisce il nato maschio fin dalla sua infanzia?

Da quando si appende un fiocco celeste alla porta, è ovvio che sta incominciando una coercitiva educazione all’eterosessualità normalizzante. Non credo, come Mieli, a un “ermafroditismo originario“, ma certo l’attuale educazione del maschio è parecchio castrante, in tanti sensi.

Nelle scuole vengono maggiormente bullizzati gli adolescenti “effeminati” rispetto a quelli “gay“. Per dirlo in altro modo, dà più fastidio un ragazzino effeminato, magari eterosessuale, che un ragazzino gay virile. Quanto, quindi, è una questione più di “espressione di genere” che di orientamento?

Considerando quanto è importante, in quell’età, l’espressione e il segno esteriore di appartenenza a una maschilità “normale“, in quel senso è solo una questione di genere. Anche se – ricordo la ricerca di Giuseppe Burgio in proposito – anche l’orientamento dev’essere ben nascosto, se si vuole evitare di essere ostracizzati e poi anche bullizzati.

13256193_478399789037874_9077754915312392071_n-520x245

Uomo etero e passività: molti uomini etero stanno apportando una rivoluzione nella sessualità. Molti dicono apertamente che le loro compagne, talvolta, hanno un ruolo attivo e che a loro piace. Ce n’è voluto, e siamo ancora molto indietro. Tu cosa ne pensi?

Credo sinceramente che la strada del piacere sia ben più diretta e convincente di quella delle parole, anche se poi queste devono seguire quella o non si avrà alcun risultato politico. Se però questo può servire a cominciare un ripensamento delle caratteristiche della “normale” eterosessualità maschile, ben venga.

L’uomo transgender ftm è un interlocutore all’interno del dialogo tra uomini antisessisti?

Per me è un interlocutore necessario. Senza un dialogo tra maschilità “diverse“, non si va da nessuna parte, né personalmente né politicamente.

Quali i prossimi passi del movimento degli uomini antisessisti?

Per quello che ne posso dire io che certo non lo rappresento, direi: aumentare di numero, rendersi autonomi il più possibile nelle decisioni politiche, costruire luoghi e strumenti per informare e diffondere (sul)la propria attività, praticare una maschilità che non si basi su nessuna discriminazione o violenza: più felice, piacevole e appagante.

xKJE26Rc_400x400

Lorenzo Gasparrini. È dottore di ricerca in Estetica. Blogger e attivista antisessista, è fondatore dei blog «Questo uomo no» e «La #filosofi#a maschia». Tra le pubblicazioni accademiche, «La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato», in «La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi» (a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo).

Annunci

La fluidità di ruoli e generi nel BDSM, la parola ad Ayzad

Per un caso fortuito, ma fortunato, un mio precedente articolo sul tema “BDSM, LGBT e Binarismo” è stato inviato da un mio collaboratore social ad Ayzad, giornalista, scrittore e ricercatore, nonché influencer in tema BDSM. Ho piacevolmente ricevuto un suo contatto mail in cui si rendeva disponibile a conversare sulle sessualità alternative di qualsiasi tipo, proponendo un’intervista incrociata, per fare un confronto “come si deve” tra il mondo BDSM e quello LGBT. In attesa dell’uscita dell’intervista che lui ha fatto a me, sui temi LGBT e di binarismo/non binarismo, ho il piacere di pubblicare quella che invece io ho fatto a lui…

 

Buongiorno Ayzad. L’utenza del blog è poco avvezza al tema del BDSM, potresti presentarti per noi?

Certamente! Nonostante il nome sono italiano, ho 48 anni, abito a Milano e sono un giornalista pentito, convertitosi da parecchi anni alla ricerca e alla divulgazione nel campo delle sessualità non normative. Ho scritto diversi libri sull’argomento, soprattutto sul BDSM che è anche una grande passione personale, e oltre a pubblicare sul mio sito collaboro con diverse riviste italiane e straniere. In aggiunta a questa attività principale mi occupo di personal coaching per le problematiche legate alle sessualità insolite, di educazione e formazione su questi temi, e dell’organizzazione di eventi.

Puoi spiegare ai lettori l’acronimo BDSM?

La risposta standard è che si tratta dell’acronimo di: ‘Bondage, Dominazione, Sadismo e Masochismo’ – ma c’è pure chi sostiene che le lettere centrali stiano per ‘Disciplina e Sottomissione’, o varie combinazioni di questi termini. A conti fatti è solo un modo veloce per indicare tutte quelle situazioni in cui una persona si mette a disposizione dell’altra, che decide quali sensazioni ed emozioni farle provare.

Quando e come ti sei scoperto interessato al BDSM?

Le prime curiosità le ho avute da piccolissimo vedendo scene di bondage addirittura nei cartoni animati che passavano in TV e nelle immagini sadomaso che venivano usate come metafora dalla controcultura degli anni ’70. Il primo contatto concreto l’ho avuto a 18 anni visitando un club specializzato in Olanda, e da lì in poi non ho mai smesso di esplorare e studiare questa vastissima cultura.

Come sei passato dal giornalismo alla ricerca sulle sessualità non normative?

Scrivo per mestiere da sempre, e quando all’inizio del secolo una crisi del settore editoriale mi ha spinto a lasciare il settore di cui mi occupavo mi sono preso un anno sabbatico nel quale realizzare un libro che raccogliesse tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento sul BDSM, per rendere l’esplorazione più facile ad altri appassionati. Pensavo sarebbe stato un’opera per pochi fissati, e invece è diventato un best seller adottato anche in ambito professionale: d’un tratto ho cominciato a ricevere moltissimi ringraziamenti da parte di lettori felici perché il mio lavoro aveva permesso loro di accettarsi, o di salvare relazioni in crisi – e così ho fatto la scelta etica di continuare a impegnarmi per la divulgazione delle sessualità alternative. Da allora ho compiuto un percorso anomalo ma di grande soddisfazione in cui ho anche collaborato in progetti di ricerca e accademici, e che piano piano mi continua a portare riconoscimenti sempre più importanti. Pochi mesi fa, per esempio, è uscita l’edizione internazionale in lingua inglese del mio libro più famoso, che sta cominciando a farsi conoscere e a essere molto apprezzato perfino negli Stati Uniti, che è un po’ la patria dove la cultura BDSM è nata. Come mai la scelta di usare uno pseudonimo? Uso da molti anni un nome d’arte (come Sting, Lady Gaga o Cicciolina!) un po’ per questioni di privacy ma soprattutto perché ritengo che scegliere il proprio nome sia un atto di libertà e autoaffermazione importante.

Perché nel mondo BDSM si fa così fatica a individuare facce, nomi, cognomi, e invece altre persone portatrici di una non conformità sociale sono invece più inclini a viverla in continuità con la propria identità sociale?

In realtà molte persone si presentano molto pubblicamente. Tante altre no sia per il motivo che dicevo sopra, sia perché c’è ancora molta ignoranza sull’eros estremo e purtroppo può ancora capitare di subire gravi ricadute negative sul lavoro o sociali per colpa di chi, come nell’800, confonde ancora innocui giochi erotici con crimini orrendi e patologie mentali. Poiché non c’è nessuna necessità di sbandierare ai quattro venti come ci si diverte con i propri partner, molti scelgono una educata riservatezza e dichiarano le proprie preferenze sessuali solo ai diretti interessati.

Essere palesemente praticanti BDSM è uno stigma? Vi sono dei rischi, ad esempio sul lavoro oppure nei divorzi/affidamenti?

La giurisprudenza italiana si è dimostrata sorprendentemente ragionevole nei confronti di chi pratica BDSM, ma sicuramente nessuno avrebbe piacere a sentire la frase «…e poi mi costringeva a fare quelle cose orribili!», nemmeno se si trattasse di una palese menzogna. I rischi sociali e lavorativi sono come dicevamo all’inizio legati più che altro all’ignoranza e ai pregiudizi; benché il fenomeno 50 sfumature di grigio abbia fatto capire anche al pubblico di Rete4 che si può essere brave persone anche facendo certi giochini, in un contesto professionale non c’è alcun vantaggio nell’avere la fama del sadico o del masochista. Considera pure che è ben difficile che ci sia un motivo reale di dover dichiarare pubblicamente i propri gusti. Si tratta anche di una questione di rispetto nei confronti di chi avrebbe difficoltà a capire (per esempio: alcuni miei parenti molto anziani), senza contare che a volte questo scatena le rappresaglie e le strumentalizzazioni di chi con l’odio per il non conformismo ci si guadagna da vivere. Se hai un po’ di tempo consiglio per esempio di leggere la saga della persecuzione che mi ha colpito anni fa quando mi invitarono a tenere una conferenza in università, o la delirante interrogazione parlamentare scaturita da un’altra mia conferenza in ambito accademico.

BDSM e binarismo: si chiama “binarismo di genere” il concepire corpi, identità e ruoli come strettamente aderenti al binario 0-1 o, nel nostro caso, maschile-femminile. Anche nel BDSM vi sono dei “binarismi”: top/bottom, dom/sub, master/slave etc etc. Quanto questi binarismi sono netti e quanto sono connessi al binarismo M/F?

Ho l’impressione che il binarismo sia un po’ un’ossessione solo per il popolo del Family Day, i media e una certa frangia di attivismo, mentre parecchia gente non gli dia più di tanto importanza. Nel contesto del BDSM, per esempio, se l’immaginario si rifà ad archetipi che sono per definizione assoluti, la realtà dei praticanti è molto più fluida. Naturalmente tutti hanno preferenze personali che si sviluppano e affinano col tempo, ma lo spirito generale è di esplorazione critica di corpi, ruoli, menti e così via. Un classico è per esempio che un nuovo partner sia anche l’occasione per resettare tutto e scoprire insieme quale sia il modo di interagire più piacevole per tutti. Il genere in particolare è una di quelle barriere culturali che nel contesto di un BDSM vissuto serenamente viene superata abbastanza facilmente, anche perché la seduzione è più una questione di cervello che di cosa si ha nelle mutande o di quanto definita sia la muscolatura.

Quali differenze nelle dinamiche di una coppia di praticanti BDSM composta tra due uomini , una composta da due donne e una composta da persone di genere opposto? E da cosa dipendono queste differenze?

Ogni relazione ha una dinamica a sé stante che non si può ricondurre o ridurre a una questione di genere, proprio perché parte invece dall’anima delle persone. Le differenze dipendono più dalla consapevolezza di sé e dal livello di conoscenza delle varie pratiche, oltre che naturalmente dalle preferenze personali.

Quanto gli stereotipi di genere sociali hanno influenzato e influenzano alcuni clichè del mondo BDSM?

Direi per niente, specie se consideri che sotto lo stesso acronimo puoi trovare tanto ruoli stereotipati quanto donne dominatrici, genderbending e perfino chi si identifica con un animale. Se queste influenze sono sottolineate, di solito è per sovvertirle con personaggi tipo il manzo palestratissimo vestito da camerierina, o la signora che indossa un’uniforme da generale. Cosa si intende per genderbending nel BDSM? La stessa cosa che si intende in altri contesti: la creazione di identità che rompono gli stereotipi di genere, mescolandoli o stravolgendoli. L’esempio che viene fatto più spesso è Conchita Wurst, ma il genderbending può prendere forme anche molto raffinate e provocatorie in modo assai sottile.

Perché molte persone che non disdegnano pratiche omosessuali (sia luixlui che leixlei) nel bdsm e fuori da esso, poi si definiscono etero? Succederebbe se non ci fosse ancora uno stigma per le persone LGBT?

Non saprei risponderti, più che altro perché non riscontro questo fenomeno. Presumo che ci siano contesti sociali in cui dichiararsi “bi-curious” possa inutilmente esporre a pregiudizi, ma nell’ambito di chi definisco ‘esploratori dell’erotismo estremo’ di norma si interagisce fra persone – con tutte le loro complessità – e non fra sigle o definizioni che finiscono col causare questi problemi. Nel BDSM e nel Fetish si pratica spesso il travestitismo/crossdressing. Cosa ben diversa è quando una persona transgender è anche praticante BDSM. Rischia di essere oggettificata o fraintesa da altri praticanti (uomini o donne)? Non credo di avere capito perché le persone trans dovrebbero fare caso a sé, ma suppongo che tutto dipenda dal modo in cui ci si propone. Nella mia esperienza ciascuno viene vissuto né più né meno che con l’identità con cui si presenta: poco cambia che sia temporanea, permanente, canonica o fuori da ogni schema.

Nel BDSM conta più il genere (ovvero se una persona è psicologicamente uomo o donna) o il sesso biologico (il corpo, i genitali e la relativa attrazione per esso/i)?

Come dicevo prima, conta l’identità con cui ci si presenta. Che, detto per inciso, mi sembra anche il modo più normale e rispettoso con cui interagire in generale, non solo in contesti erotici.   Tra attivisti antibinari è diffuso lo stereotipo del manager potente e machista che poi si fa dominare dalle donne, ma solo a letto e alle sue condizioni, rimanendo comunque maschilista. Ciò accade davvero? E perchè? È davvero così diffuso? Pensa che ho dovuto fare un attimo mente locale per separare l’immagine di manager donna (o trans, come una mia cara amica)… A ogni modo, è vero che c’è chi usa il BDSM come strumento di compensazione dalle pressioni quotidiane, ed è vero che c’è chi non capisce che il bello di sottomettersi non sta nel prendere frustate ma nel poter “spegnere il cervello” e rilassarsi mentre qualcun altro pensa a prendere tutte le decisioni. Detto questo, non mi risulta che la dinamica che hai descritto sia particolarmente comune.

Come mai ha un discreto successo la mistress transgender mtf? Perché molti uomini etero si eccitano a sentirsi dominati da una donna trans? Si tratta di mariti che vorrebbero essere penetrati dalle compagne ma non hanno il coraggio di proporlo?

Qui credo che il BDSM c’entri poco e si entri in dinamiche differenti, specie se la persona trans non ha compiuto riassegnazione chirurgica. A rischio di sintetizzare troppo un discorso ben più vasto, il tabù maschile per la penetrazione anale sta statisticamente riducendosi molto: pensa addirittura al modo in cui uno strap-on viene presentato come una variante qualsiasi della vita di coppia etero in un prodotto mainstream e giovanile come il film di Deadpool. Sicuramente però ci sono tanti uomini che apprezzano il pene in sé, ma non l’intera figura maschile (anche a livello di gestualità, linguaggio, ecc.) e trovano quindi nelle trans non operate partner ideali per questo tipo di esplorazione.

Passività etero: molti uomini etero amano subire la penetrazione da donne, ma cio’ è per loro accettabile solo se la vivono come desiderio BDSM, e non come una qualsiasi pratica di coppia (chi dice che “la passiva” debba essere la donna?).

Vedi sopra. Spesso un contesto BDSM rende ogni pratica più coinvolgente dal punto di vista psicologico e permette di “lasciarsi andare” di più, ma in generale fra persone mediamente serene non mi risulta che ci siano particolari tabù in questo senso.

Ecco uno stereotipo diffuso tra profani: top nella vita ma non a letto, Dom nella vita ma non a letto…

Come dicevo qualche risposta fa, ci sono persone per cui praticare BDSM rappresenta un modo per abbandonare le responsabilità o le frustrazioni della vita quotidiana, così come ce ne sono altre per cui invece costituisce l’estensione in ambito erotico del proprio carattere e di inclinazioni naturali. Dubito quindi si possa dare una risposta universale, anche perché le relazioni sane si evolvono comunque nel tempo e possono cambiare a seconda delle circostanze e delle persone.  

Il fenomeno delle sissy: molti uomini sognano di essere umiliati da master o mistress. Si vestono da donna e spesso ne replicano gli stereotipi machisti, definendosi “cagne” o anche peggio: quanto influisce, nell’immaginarsi donna in questo modo, lo stereotipo sessista?

Sicuramente parecchio, ma in ambito BDSM è un fenomeno quantitativamente abbastanza marginale.

Alcuni uomini etero amano farsi sottomettere da altri uomini. Si puo’ parlare di bisessualità o omosessualità non accettata, o è tutta una questione BDSM?

Non credo si possa generalizzare: può benissimo trattarsi anche di bisessualità consapevole, per esempio. Va comunque detto che – fatte le debite eccezioni – chiaramente il tipo di approccio ed energie messe in gioco da un uomo sono diversi da quelli tipici di una donna e può essere interessante esplorare anche questo aspetto dei giochi, senza particolari connotazioni sessuali.

In che senso le energie maschili e femminili sono diverse?

Senza abbandonarsi alle banalità, spesso cambiano gli equilibri fra fisicità e cerebralità, fra pura forza e azione focalizzata, fra seduzione e sopraffazione… Lo stesso vale per chi domina: interagire con un soggetto maschile o femminile di solito stimola modalità di comportamento differenti.

Quanti praticanti BDSM di fatto bisessuali si percepiscono bisessuali e si dichiarano tali?

Fra chi ha questa preferenza, direi tutti. Il BDSM è un esercizio di onestà soprattutto con sé stessi, quindi se si è parte di quella cultura è difficile che si perda tempo a negare le evidenze.

Come mai si ha una maggiore apertura per la donna Bisessuale che per l’uomo Bisessuale?

Non ho notato questa differenza. In compenso va detto che di solito le donne – di qualsiasi inclinazione – hanno un approccio più sensuale ed educato, che le rende socialmente più gradite di certi uomini che ancora si comportano come trogloditi.

BDSM e Poliamore: c’è un’interrelazione? e, se si, quale?

Poiché il BDSM è sostanzialmente l’esplorazione di dinamiche insolite scaricate da moralismi e pregiudizi, chi lo pratica spesso non ha particolari preclusioni per relazioni allargate (le cosiddette ‘family’) anche molto stabili nel tempo. Le mie esperienze con la cultura poly in Italia mi hanno tuttavia dato l’impressione che molti poliamoristi dichiarati prendano la cosa con molta più leggerezza di come la si veda nella comunità BDSM, e questa differenza di approccio crea un po’ di perplessità reciproche.

BDSM e Fetish, come sono connessi?

Sono mondi paralleli, che non necessariamente si incontrano. Io di solito li spiego dicendo che il fetish – che, sarà bene ricordarlo, non è la pratica dei feticismi, ma una cultura estetica – è l’estremizzazione della seduzione, mentre il BDSM è l’estremizzazione di tutto quel che succede dopo la fase di seduzione. Spesso il legame più forte fra le due cose è in termini di dress code alle feste, dove presentarsi con un look un po’ curato dimostra di averci messo un tipo di impegno che nessuna persona in cerca solo di una scopata facile sarà mai disposto a investire.

Fetish, feticcio o fetido? quanto sono “fetidi” i feticci che in questi annunci nei vari portali vengono alla luce?

Premesso che negli ultimi anni ha preso piede l’abitudine sbagliatissima di chiamare “fetish” qualsiasi tipo di lieve preferenza, mentre il Fetish è una cosa specifica e i veri feticismi un’altra ancora, molto rara e che spesso va trattata a livello terapeutico… La curiosità, gli archetipi e l’imitazione degli stereotipi della pornografia spingono un po’ tutti a voler esplorare pratiche anche assai strane. Il mondo degli annunci è popolato in particolare da persone che per qualche motivo hanno poche occasioni di frequentare eventi nei quali conoscere di persona altri appassionati, e tende ad attrarre anche moltissimi individui che vivono l’eros soprattutto a livello di fantasie anche estreme. Sia virtualmente che dal vivo, però, escluse le pratiche non consensuali o illegali giudicare i gusti altrui, anche se molto diversi dai propri, è discriminatorio e irrispettoso. La cultura BDSM si occupa anche dello studiare modalità che rendano il più sicure possibile pure pratiche molto estreme quali per esempio il toiletplay e la body modification: una volta che come membro della comunità ho fatto la mia parte per fornire gli strumenti con cui poter vivere qualcosa nel modo più innocuo possibile per tutte le persone coinvolte, mi sembra solo civile che tali persone si divertano come preferiscono, senza dover subire i miei giudizi non richiesti.

Il BDSM è un ambiente aperto o diffidente verso i nuovi praticanti? C’è il timore dei “poser” e dei “praticanti della domenica“?

Secondo tante persone la scena BDSM è addirittura troppo aperta perfino verso personaggi improponibili. I poser si autoescludono immediatamente nel momento in cui si rendono conto che per fare BDSM bisogna sia studiare un bel po’, sia mettersi concretamente in gioco; gli sprovveduti figli di Cinquanta sfumature invece sono accolti con benevolenza, ma anche tenuti d’occhio perché le idee strampalate che derivano da fiction e pornografia conducono facilmente a farsi del male serio.

Quali i principali portali e app per chi vuole conoscere altri praticanti BDSM?

Oggi come oggi l’indirizzo di riferimento è Fetlife anche per gli italiani. App specifiche come Whiplr o Knki invece in tutto il mondo fanno fatica a prendere piede, in gran parte perché prima di passare all’azione è utile conoscere bene la persona con cui ci si metterà a giocare, e un approccio alla Grindr è più adatto a incontri sull’onda dell’ormone momentaneo.

E’ più facile essere mascoline etero o femminili lesbiche?

butch-2

Recentemente ho postato la foto di una vera e propria venere androgina, e subito mi hanno detto che è la lesbica di un film.
Al che, con molta amarezza, ho preso atto che lo stereotipo trionfa.

Mi hanno precisato che ci sono prove viventi del contrario, e mi aspettavo esempi di donne etero androgine, mentre sono arrivati esempi di donne lesbiche femme.

Non mi stupisce affatto che ci siano donne lesbiche femme.
Non mi riesce difficile immaginare che ci siano donne gender conforming attratte da donne, che siano tante.
La vera battaglia è invece sulla possibilità che delle donne non conformi di genere femminile siano sia eterosessuali, sia biologiche cisgender (cisgender sono le persone non transgender).

Sono davvero poche le donne così, e secondo me il motivo è socioculturale.
C’è una pari percentuale di donne etero e di donne lesbiche che sono, per natura, gender non conforming.
Sono donne biologiche e cisgender, MA non sono interessate ad un’espressione di genere femminile come da canone sociale.

Il problema è che se esse sono lesbiche, il desiderio di viversi non conforming diventa realtà, perchè c’è un mercato e anche dei modelli sociali (butch, virago, tomboy…), se sono etero, la paura di rimanere ai margini della società in un mondo in cui l’uomo etero ha delle pretese, e anche il datore di lavoro, supera la voglia di viversi come ci si percepisce realmente.
E così spesso non si riesce ad andare oltre al taglio di capelli sbarazzino, ma socialmente accettato e diffuso dalla moda, ma a volte neanche quello.

Di contro anche le lesbiche femminile si lamentano del fatto che in un mondo fallocentrico la loro voglia di viversi come conformi al genere femminile sia scambiata per il desiderio verso l’uomo eterosessuale.
Pesa loro la loro scarsa “leggibilità” come lesbiche, e questo le porta ad assumere un’estetica anche solo leggermente androgina o mascolina per potersi emancipare dall’immaginario eterosessista.

Concludendo, la visione fallocentrica fa si che la femminilità classica venga fatta coincidere con un “vestito” che una donna porta non per se stessa, ma come richiamo erotico all’uomo etero, e quindi chi ne è priva viene vista come fuori mercato, e scartata dall’uomo, chi ne è portatrice invece viene vista immancabilmente come preda consenziente dell’uomo, e questo mette in difficoltà sia la donna etero mascolina, che la donna lesbica femminile.

Cosa i reazionari e i fondamentalisti religiosi chiamano “Gender”

ad187345680gender-neutral-k

Il movimento LGBT ha sottovalutato il fenomeno “sentinelle in piedi” e “contro l’ideologia gender” perché pensava, ragionevolmente, che fossero “quattro gatti”, cosa che effettivamente corrisponde a realtà, ma ha dimenticato quanto questi quattro stronzi, con dei catalizzatori dietro come Forza Nuova, la Lega Nord, Fratelli D’Italia e (soprattutto) la parte più integralista della Chiesa Cattolica Romana potessero fare rumore.
E cosi’ ci siamo trovati traditi da tutti i mass media, che hanno gonfiato i numeri del Family Day (un milione? in una piazza che contiene al massimo, stretti come sardine, 200.000 persone?) e non ci siamo accorti che anche nelle parrocchie di Canicattì e Cantù, si parli (ovviamente male) di “Gender” .

OSSROM12521_Articolo

Partiamo dall’inizio:

un tempo c’erano le persone LGBT. per il cattolici erano “malati”, ma i malati devi compatirli. Chi sei tu per giudicarli?
E cosi’ il cattolico aveva una contraddizione: come poter giustificare la non accoglienza verso coloro che chiamava malati?
Cosi’ i “malati” , ora che non lo sono più, possono essere odiati, perchè sono diventati “ideologi“.
E cosi’ ora essere gay, lesbica, bisessuale, transgender, è un’ideologia, come il comunismo, il socialismo, il nazismo…

Un tempo si era maschilisti e binari per tradizione, non c’era bisogno di “teorizzare”, e il fatto che la Chiesa stia cominciando a teorizzare gli stereotipi di genere come naturali, innati e insindacabili è la prova che ce ne sia bisogno, e che quindi antibinari e lgbt-friendly “rischino” di diventare fisiologicamente la maggioranza.

Ma cosa chiamano “ideologia gender/teoria gender”?
In realtà gli attivisti LGBT non hanno mai usato questo termine, che nasce da un pastone che fonde gli studi di genere, elaborate nelle facoltà americane di antropologia (in ambiente laico, i cosiddetti gender studies), e la teoria queer elaborata da alcuni filosofi, tra cui Butler, per altro non condivisa, o non in pieno, da gran parte del movimento LGBT (ad esempio io non ne sono un sostenitore).
Questi percorsi culturali mettevano a fuoco varie questioni, in particolare gli stereotipi di genere, dichiarando che, come da scoperte scientifiche, i ruoli di genere non sono innati, non hanno nulla di genetico o biologico, ma sono stati tramandati socialmente e culturalmente da generazione a generazione.

In soldoni, sebbene puo’ esserci una differenza di forza fisica media tra una donna e un uomo coetanei e della stessa cultura ed etnia, in una società come la nostra in cui non si vive di forza fisica, tutte le differenze nella divisione dei ruoli domensitci, della donna e nell’uomo nelle professioni, nei diversi ruoli genitoriali del genitore con la vagina e di quello col pene, sono sostanzialmente culturali.

E’ dimostrato scientificamente che avere il bacino diverso, o il cranio, o la genitalità, non porti ad una predisposizione innata a  comportamenti che la società chiama per stereotipo “maschili” o “femminili”, tuttavia fin dai primi giocattoli, vestiti, acconciature, i bambini vengono “differenziati” affinchè si abituino al ruolo , ed illusi che quella sia l’unica strada. Questo atteggiamento viene chiamato “predeterminismo biologico”.

Ovviamente questo discorso non c’entra assolutamente con le tematiche LGBT, perché è qualcosa che ridiscute innanzitutto i modelli familiari, di coppia, e il mondo del lavoro, relativamente all’umanità tutta, quindi in grande percentuale riguarda coloro che hanno un orientamento sessuale etero e un’identità di genere coerente col corpo (etero madri e padri di famiglia).
Ma se ogni persona, nata col pene o con la vagina, puo’ reinventare un ruolo sociale a seconda delle sue attitudini, come del resto succede a bambini educati senza stereotipi, in Nord Europa, e quindi le due figure stereotipate rosa e celeste decadono, allora viene molto depotenziato il simbolismo cattolico dei due “ruoli insostituibili” che devono affiancare un bambino, quindi diventa naturale immaginare le famiglie omogenitoriali e i genitori transgender.

Vi è una grande confusione, in chi non è addentrato in tematiche antropologiche e sociologiche, tra l’orientamento sessuale e l’identità di genere (ovvero le tematiche delle persone omo/bisessuali e delle persone transgender) e i ruoli sociali di genere (tematica riguardante invece tutti).

L’identità di genere (se sei una persona transgender o no) e l’orientamento sessuale (se sei una persona omosessuale, bisessuale o no) sono intrinsechi e non dipendenti dal contesto socio/culturale. Poi è la visibilità che una persona sceglie di dare a questa condizione, e il processo di autodeterminazione, che è influito dalla società.

In un ambiente ostile una persona potrebbe, per quieto vivere, accodarsi al branco e scegliere modalità di vita “comuni”, senza venire mai a scoprire della sua identità di genere o del suo orientamento, magari non sapendo dare una risposta ad un malessere senza nome e senza una precisa forma. Cio’ succedeva soprattutto in passato, in provincia, quando c’era molto isolamento, non c’era internet, e una persona, priva di riferimenti, non sapeva dare un nome a cio’ che era, e ne aveva un terrore tale che preferiva non indagare.
Cosi’ molte persone transgender hanno vissuto intere vite incarnando il genere coerente al sesso biologico, molti omosessuali si sono sposati con persone di genere opposto e hanno fatto figli, o sono rimasti “zitelli”,molti bisessuali hanno preferito dare più spazio a relazioni eterosessuali per quieto vivere sociale.

Altri invece hanno scoperto di sè ma, a causa delle condizioni di vita ostili, hanno deciso di vivere “clandestinamente” il loro orientamento sessuale (con relazioni clandestine, esperienze in saune e locali a tema gay/lesbico) e/o la propria identità di genere (con esperienze di cross-dressing magari casalinghe o in ambienti protetti), magari alternando a queste piccole boccate d’aria una vita normalizzata da scapoloni/scapolone o prigionieri/e di matrimoni di copertura, o magari di una carriera monacale/ecclesiastica.

Altri, di estrazione cattolico romana, si sono rivolti a psicologi, spesso cacciati dall’Ordine in quanto dissonanti rispetto all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che hanno, tramite strumenti religiosi di tradizione cattolico romana, anche se sono nate in ambiente pentecostale, quali riti, preghiere, rosari, fatto percorsi di lavaggio del cervello atti a lavorare sugli stereotipi di genere, per “ripristinarli” per poi chiarire che non solo i ruoli sono innati, ma che la coppia deve essere costituita solo da uomo e donna, che hanno ruoli diversi, complementari, e chiaramente quello prevalente è il ruolo maschile (la donna è subordinata, come dice San Paolo).

Meno considerata dalla Chiesa è invece la condizione lesbica, e quindi esistono meno percorsi riparativi, in quanto la donna in sè è meno considerata dalla chiesa e dalla società reazionaria, quindi diventa relativamente importante anche il suo lesbismo. Inoltre per questioni bibliche, la vera ossessione è la sodomia (che tra l’altro diversi omosessuali non praticano, e che diversi eterosessuali praticano), quindi dove non c’è penetrazione (per come loro immaginano il lesbismo), non c’è interesse.

I ruoli sociali però non sono innati, ma condizionati dalla condizione socioculturale. Spesso gli integralisti religiosi amano fare volutamente confusione tra i ruoli sociali e gli stereotipi di genere e tutto ciò che concerne l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Se per loro i ruoli sono binari e innati, se ogni sesso biologico (maschio femmina) ha sempre e solo un genere identitario corrispondente (uomo e donna) e anche dei ruoli “naturalmente” predisposti, non ha senso parlare di genere (gender), nè relativamente all’identità di genere, nè relativamente ai ruoli, quindi, per loro il “gender” non esiste.
Tutto viene ricondotto al “sesso” (biologico, e ai genitali) e non al genere. Anche la genitorialità viene vista come unica finalità del sesso, e soprattutto il sesso come unico strumento legittimato a portare alla genitorialità, e, nel tentativo di delegittimare i genitori LGBT, delegittimano anche i genitori adottivi eterosessuali, o i genitori eterosessuali che sono ricorsi alla genitorialità assistita, introducendo, contro di loro, concetti come padre vero, padre falso, madre vera, madre falsa…

Inoltre, tramite fenomeni come le sentinelle in piedi, rivendicano ildiritto” di libero pensiero, anche quando è un pensiero intollerante ed ostile verso il diverso. Come se qualcuno scendesse in piazza per il diritto di dire che la donna, o le persone di colore, o gli ebrei, sono inferiori.

In vari blog, pagine facebook, gruppi facebook, dove domina incontrastata l’incapacità di distinguere le etero femministe, dalle persone omo e bisessuale, e dalle persone transessuali e transgender, ormai hanno dovuto trovare una parola sintetica che ci comprendesse tutti, uniti dalla nostra “ideologia“, riconducendo subito la parola “gender” alla questione dell’omogenitorialità e dei diritti dei bambini (qualcuno pensi ai bambiniiiii!)
Ideologi del gender, o, per sintesi, “voi gender”.

Quante donne etero vivono liberamente la propria espressione di genere?

download

Apprezzo molto le donne, giovani e meno giovani, che sperimentano le diverse possibili espressioni di genere, per quanto concerne il comportamento, le passioni che seguono, il vestiario, i modi, e i ruoli, che alternano, provano, magari tornano sui loro passi, dopo, ma con consapevolezza.

Mi dispiace vedere che quasi sempre si tratta di donne non eterosessuali, o eterosessuali appartenenti a subculture e lifestyle alternativi (sinistre, centri sociali, punkrock, spiritualità alternative, veg, naturismo, poliamore, bdsm…), che “permettono” inversioni e sperimentazioni di ruoli, nonché espressioni estetiche alternative.

La donna etero “media” esita spesso e volentieri, preoccupata di rassicurare eterolandia ed assecondare il desiderio dell’uomo medio (etero).
Non dovete fraintendere ciò che ho scritto. Non sto descrivendo una velina atta a mostrare la mercanzia ed essere promiscua (anche perché di per se non ho nulla contro la promiscuità), ma parlo anche della ragazza “di parrocchia”, conformista, che sta sempre attenta a non tagliare troppo i capelli…per evitare che dicono che “sembra un maschio” (cosa che puntualmente avviene).

Non sto dicendo che dovrebbero “scomparire” le espressioni di genere femminee, ma dovrebbero essere “scelte consapevolmente” e non vissute passivamente come “innate” e “naturali“.
La critica che potrebbe essermi posta riguarda il fatto che molte donne vivono benissimo credendo che sia naturale amare un certo tipo di vestiti, avere alcune passioni e non altre, recitare un determinato ruolo nella danza della seduzione con un uomo e non il suo complementare, ma il “vivere benissimo” è sempre relativo quando si sta parlando di persone che hanno sempre e solo conosciuto un’unica realtà, e non hanno idea che esista altro, un po’ come quando io non sapevo che “si potesse essere ftm“, oppure alcuni schiavi neri pensavano che fosse “naturale” per loro essere schiavi, o le donne islamiche fiere del burqa, o quelle africane fiere della loro infibulazione.

Di certo qualcuno dirà che è il mio occhio di occidentale a dire che questi sopracitati esempi rappresentano persone che NON stanno realmente bene, e che è il mio occhio di attivista che vuole “sbinarizzare” tutto, come se a chi è fuori dei nostri giri importasse qualcosa.
Altri diranno che l’esempio con schiavi neri e infibulate è fuori luogo, e che una donna “binaria” infondo è felice e ha dalla vita tutto ciò che possa desiderare, e magari è vero, chi lo sa!

Mi chiedo ad ogni modo come mai invece le donne non eterosessuali, che non devono rispondere a determinati canoni binari per essere ritenute attraenti (ma nel mondo LGBT ha un suo mercato anche l’androginia), messe nelle condizioni di poter sperimentare, sperimentino tranquillamente, senza il terrore di perdere consenso e finire in basso nella classifica della desiderabilità.
Lo stesso succede all’uomo eterosessuale, che raramente (a meno che non sia un rocker o un glamster) vive la sua femminilità interiore ed esteriore senza l’incubo di essere meno desiderabile o “scambiato per ricchione“.
Del resto anche il mio ex efebuccio di Bolzano, curioso verso le donne, mi diceva di non interessare minimamente a loro (ma io, dai miei occhi di persone LGBT, lo vedevo stra-bono ed androgino!).

Mi dicono dalla regia che nel mondo femminista invece tutto funzioni diversamente e che ci siano molte donne al di fuori di questi canoni binari, estetici e comportamentali, considerate desiderabili dai loro compagni, anch’essi femministi, ma non sempre.
E che addirittura alcune femministe e donne di sinistra abbiano avuto dilemmi etici sul vivere la propria femminilità e conciliarla con la battaglia femminista.

Ad ogni modo, spero chele mie lettrici mi daranno torto, ma che non sia un torto “politically correct“, atto a dire che “la donna media non esiste, che sono più emancipate di quanto io creda” o a dire che sono un misogino.
Mi sembra che denunciare un problema, analizzarlo, sia un tentativo di aiutare la donna, mentre oscurare il problema…quella è la vera misoginia.

Binarismo ed antibinarismo

Gentili lettori,

non è forse arrivato il momento di analizzare, a livello di definizioni, l’argomento del blog?
Cosa è il binarismo?

Innanzitutto meglio chiarire che per “binarismo”, in questo blog, intendiamo il “binarismo riguardo ai ruoli di genere, alle identità di genere, agli orientamenti sessuali”,
anche se personalmente sono contrario a tutte le visioni dicotomiche e quindi binarie (anche su altri piani non legati all’universo LGBT)

Il binarismo di orientamento sessuale è quella visione dicotomica in cui una persona puo’ essere attratta solo dai maschi o solo dalle femmine (monosessismo), o nel caso di bisessualità, essa viene concepita in modo binario (la persona è attratta dagli uomini perché da loro cerca alcune cose, dalle donne in quanto in loro ne cerca altre opposte, e magari vive anche un’incompletezza quando è in coppia solo con una donna o solo con un uomo).

L’antibinarismo di orientamento sessuale propone infinite possibilità e combinazioni in uno spettro in cui ognuno di noi ha un orientamento sessuale (omo, etero o una via intermedia), o comunque ha un orientamento che dà precedenza al corpo (persone male-oriented o female-oriented, quindi attratte solo da maschi o da femmine in senso fisico) o ha un orientamento che dà la precedenza alla mente del partner (persone men-oriented o women-oriented, attratte quindi da persone di identità di genere maschile o da persone di identità di genere femminile).
L’antibinarismo di orientamento sessuale non “insinua” che l’orientamento sia scelto o variabile, innato o costruito, semplicemente che esistono infinite combinazioni ed è inutile, superfluo e deleterio indagarle e biasimarle.

Il binarismo di identità di genere è un’ottica “transessuale” che vede solo due identità di genere nette e definite (quella di uomo e quella di donna). Quando una persona ha un’identità di genere dissonante dal corpo biologico (maschio o femmina) si parla di persona “nata nel corpo sbagliato” e si individua la transizione come la cura, il riposizionamento, e quindi il ritorno al naturale “binarismo eterosessista“, in quanto spesso queste persone “nate nel corpo sbagliato” sono transessuali eterosessuali, che dopo la transizione si sposano, adottano, incarnano le identità tradizionali e soprattutto lasciano le associazioni.

L’antibinarismo di identità di genere rivendica l’esistenza di molte e variegate identità di genere, e soprattutto un’infinita possibilità di percorsi di transizione medicalizzata e non, tutti legittimi.
Non si fa una scala a chi è più o meno “legittimamente” T, nè si associa la polarizzazione più o meno netta di genere al percorso di transizione scelto (non è detto che un ftm non medicalizzato sia di identità di genere meno maschile, nè che uno medicalizzato non possa invece percepirsi come identità intermedia, ma aver comunque desiderato il percorso medicalizzato completo). Si ribadisce che l’orientamento sessuale non è affatto legato all’identità di genere.
Questa visione viene anche detta “transgender”

Il binarismo di ruoli e stereotipi di genere (quindi non più identità, ma ruoli) ha una visione innatista delle predisposizioni di chi nasce maschio e di chi nasce femmina, e ritiene che i ruoli sociali siano intrinsechi e non inculcati, che siano predisposizioni naturali, che ne avremmo conferma anche in una immaginaria società neutra  scevra da stereotipi, dove i bambini inseguirebbero comunque gli archetipi del rosa e del celeste. (visione giusnaturalista)

L’antibinarismo di ruoli e stereotipi di genere rivendica il fatto che ogni società ha attribuito ruoli diversi agli uomini e alle donne, che sono diventati, all’interno di quella subcultura, apparentemente “naturali”, ma il cambiamento di luoghi, e di tempi, dimostra una grande adattabilità delle persone a nuovi ruoli, ne conferma il ruolo prevalentemente di controllo sociale, e lascia intendere che l’essere umano sia una spugna che assimila i ruoli proposti, ma che potenzialmente può sceglierne e rivendicarne altri, al di fuori delle aspettative, secondo le sue personali predisposizioni (che variano non da maschi a femmine, ma da persona a persona)

 

10846364_687306404717015_9085802516405672734_n

Conformismo da città

dowddddnload

La venuta di mia madre a milano per girare per agenzie immobiliari mi ha illuminato.
Lei ha sempre visto come superflue le mie battaglie contro il binarismo, e ora so anche perché.

Mia madre vive in un contesto provinciale in cui le persone, nel contesto “tribale” del paese, hanno un ruolo e , col tempo, vengono conosciute e accettate/incluse nella loro particolarità.
Quindi mia madre è una dottoressa emancipata, che acquista automobili, case, dirige la professione, e persino nel bigotto “paesiello” del sud la trattano come merita, per i feedback che dà.

Quando abbiamo girato per comprare la casa a Milano ho osservato il tentativo degli agenti immobiliari di trattarla da “zignooooraaa“, ovvero come “la moglie di qualcuno“, di inquadrarla, come fa il bravo commerciante figlio della PNL.
Mia madre a milano non era una “dottoressa“, ma una “signora“, una delle tante, e , mi ripeto, “la moglie di qualcuno“.

Me ne sono andato dal paese per evitare il bigottismo, ma in città l’incasellamento è frenetico, necessario, insostenibile.
E’ la mentalità del “fast food”, in cui i piatti devono essere serviti velocemente e senza fronzoli, così come le etichette.

Anche io subisco questa violenza, essere incasellato e inquadrato, tanto che ho smesso di usare i mezzi pubblici e, muovendomi in scooter, evito tutti i contatti superflui, evito che decidano cosa sono per potersi relazionare, mi chiudo nella mia bella misantropia.

In un paese tutti sanno che Mario è un ragazzo di colore adottato da una famiglia ricca, che fa l’università e parla in dialetto lombardo. In città è solo un negro a cui dare del tu e chiedere i documenti.

Forse si dovrebbe tornare, e non solo per questioni di binarismo, al sano contatto umano da paese, dove, essendo personali i rapporti, puoi spiegare le cose, cercare di farti comprendere, e non vivere un continuo barcamenarsi tra estranei che devono decidere cosa sei e non comprendere chi sei.