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Siamo tutti figli dei nostri studi, e io prima di essere una persona T, sono anche un Architetto formato ed abilitato.
Ricordo quando la mia sensibilità a riguardo fosse povera quando, ragazzino, venni dalla Sicilia al Politecnico di Milano.
Consideravo inutili masturbazioni le insistenze di teorici dal Settecento al primo Novecento, che, disquisendo di Restauro e di Conservazione, in scuole contrapposte ma in dialogo, chiarivano che l’Opera deve mantenere una sua integrità, e l’intervento che le restituisce la forma portatale via dal tempo e dall’usura.
Si va dai romantici che chiedono che l’opera venga portata via dal tempo, invasa dai rampicanti, che venga fagocitata dalla natura, che il tempo vinca su essa, a coloro che chiedono che l’intervento sia essenziale, atto solo a ripristinare la funzione del manufatto architettonico, e che sia palesemente posticcio, indicato con un cambio lieve di materiale, di colore, segnalato con appositi tesserini e documenti, con foto del prima e dopo.
Credo che io sia rimasto architetto anche nell’immaginare me stesso, nonostante umano, come un manufatto che vuole denunciare la sua integrità.
Un edificio restaurato in modo che sembri così da sembra è gradevole e rassicura. E’ bello alla vista, ma nega la storia dell’opera.
E’ esattamente come mi sentirei io se sembrassi senza ombra di dubbio un maschio biologico.
Attenzione. Non trasponete. Io non sto dicendo che una persona non debba ricercare un passing perfetto. Sto solo dicendo che quella persona non sono io. Che mi sentirei a disagio se ciò succedesse. Non mi interessa sembrare un nato maschio, oscurare la mia storia, e far si che tutti si rapportino a me come se il mio passato fosse un altro.
Io sono sì un ragazzo, ma sono un ragazzo transgender.
Non giocavo coi soldatini, non ho fatto il militare, nè ho scoperto il sesso col compagnuccio di scuola.
E non mi vergogno, non mi sento inferiore, nè mi sento “meno uomo” di chi è maschio biologico.
Di certo vorrei che il mio aspetto mi restituisse quello che sono. Come non mi interessa “sembrare” nato maschio, non mi rende felice sembrare una donna etero, una donna lesbica, una donna sciatta: insomma, non mi interessa sembrare una donna tra tante, come se non fossi transgender, come se la mia mente non fosse quella di un uomo, ed è questo che succede spesso a un transgender non medicalizzato, in un’epoca in cui le donne vestono casual e quindi è difficile “passare” per un ragazzo transgender.
Se vedessimo una ragazza transgender, non in ormoni, in gonna, capiremmo tutti che è una transgender, anche se capiremmo tutti anche che è nata maschio. Sicuramente in quella gonna sarebbe chiara la sua volontà di rapportarsi a noi come donna e la sua identità di genere femminile.
L’aspetto di un transgender ftm non in ormoni invece spesso e volentieri non trasmette “transgenderismo” ma a volte il soggetto è indistinguibile da una donna “praticona” o lesbica.
Qualche giorno fa un uomo eterosessuale mi ha chiesto “cosa” intendo quando dico che vivo “al maschile”, se poi agli occhi del passante, del panettiere, o delle persone del vagone della metro in cui sto, appaio come donna “casual”.
Se io dovessi parlare dei rapporti con le molteplici persone con cui sono dichiarato al maschile (alcune sanno che sono di origine biologica xx, alcuni, amici di amici, mi dànno il maschile in quanto sono stato presentato come nathan e quindi dànno per scontato che io lo sia anche geneticamente), e del come si relazionano a me, io direi che la mia è una vita da uomo.
Se dovessi considerare il percepito dell’estraneo che mi guarda e vede muoversi per la città e per il mondo una “donna casual”, allora dovrei dire che io sto vivendo “percepito come donna”.
Ma cosa conta davvero? Essere o sembrare? Una vita da uomo è legittimata da un inequivocabile aspetto da uomo biologicamente tale?
E’ più integro un monumento restaurato in modo da sembrare eterno e intatto dai tempi che furono, o è più integro un monumento che porta le tracce della sua storia sulla sua “pelle”?
Trovare un equilibrio è comunque difficile, ma a prescindere da ciò che gli altri vedono in noi, ciò che noi siamo riguarda noi e lo specchio che abbiamo di fronte, e non ciò che riflette del nostro corpo, ma ciò che riflette della nostra anima (che essa sia concepita in senso spirituale o in senso prettamente simbolico).
Il primo passo, ma anche l’ultimo, della propria accettazione è non dimenticarsi mai di chi si è.