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Un giorno mi sono visto in bacheca, da parte di ogni mio contatto “donna eterosessuale”, delle simpatiche vignette che chiedevano allo stato di dargli soldi e lavoro per rendere possibile il diventare madre.
Ho in seguito scoperto che questa indignazione era dovuta alla proclamazione del “fertility day”, campagna mirata non solo alla donna (l’uomo non è fertile? non ha il dovere di far figli?) ma che più che come donna la trattava come un utero, un utero che ha il dovere di sfornare figli italici e che soprattutto ha una data di scadenza.

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L’indignazione per il fatto che probabilmente non si fanno figli per motivi di soldi e di crisi economica ci sta, ma …perché non viene colto il vero problema?
Molte donne non fanno figli perché semplicemente non desiderano diventare madri. Altre, alcune di queste, non amano i bambini, cosa che è a quanto pare ancora un tabù, tanto che se una donna dice chiaramente di non amare i bambini viene guardata come cattiva e snaturata (cio’ non accade se un uomo non ama i bambini).

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Mi rendo conto della critica politica di chi accusa uno stato che chiede di fare figli non dando la possibilità di farli. Va ancora “di moda” firmare le dimissioni in bianco nel caso l’assunta donna rimanesse incinta…
Ma se dimenticassimo per un attimo tutto questo, e ci concentrassimo sul binarismo e sul sessismo che chiede alle donne di adempiere un “dovere” innato e naturale?
Tutto questo non vi ricorda….

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Il femminismo binario ci ha tritato gli zebedei col concetto di uomo carnefice e donna vittima.
Non viene mai data attenzione all’atteggiamento vessatorio di donne, conniventi col modello femminile imposto dall’uomo o dalla società tutta, verso altre donne, spesso giovani.
Suocere, madri, nonne, che biasimano giovani donne e impongono loro modelli femminili obsoleti a cui loro stesse sono state sottoposte.
Potremmo immaginare questa problematica come superata, riguardante le nostre bisnonne, nonne e madri. Tuttavia quei comportamenti vessatori, che ho osservato (non soltanto) in meridione nei decenni passati, non si sono ancora estinti.
Basti pensare a colleghe vezzose, che hanno tra i primi valori della loro scala quello di essere desiderabili, che disprezzano chi non lo è, spesso attuando meccanismi, consapevoli o non consapevoli, di bullismo tra donne, disapprovando le “diverse” rispetto al modello eterosessista che loro stesse ricalcano e riconoscono come valido.
Vi è anche una disapprovazione per quelle donne che vogliono liberarsi dalla prigione del ruolo femminile e, magari, delegano alcuni compiti domestici al compagno. O, ad esempio, donne che non desiderano diventare madri.
Queste donne vengono subito colpite dal biasimo delle altre del branco femminile (di colleghe o parenti donne), a causa di un meccanismo misto di invidia e pretesa di conformismo.
Avete presente quell’odiosa pubblicità dell’ace candeggina, in cui una presuntuosissima vecchia, ostentante un camicione di un bianco accecante, vessava la figlia, o la nuora (a seconda della versione), per la sua incapacità di essere una buona donna di casa e serva del marito.
La pubblicità è specchio dei tempi e del costume, e non è un caso se oggi i prodotti domestici vengono pubblicizzati da bei fighi single, pronti ad intenerire (ed eccitare) la telespettatrice.

Vi ricordate il caso di John Pitt? il figlio di Angelina e Brad che pretende lo si chiami John e gli si rivolga col genere maschile, anche se è anatomicamente femmina?
La risposta più acuta in materia la diede un attivista gay, con cui ho forti divergenze in quasi tutto, ma a cui riconosco acume, Enrico Boesso, il quale commentò tutte le remore delle persone GLBT e non sul caso, in questo modo

“se fosse stata una persona nata maschio che avesse voluto gonna e capelli lunghi, tutti noi non avremmo avuto dubbi: si sarebbe trattata di una giovanissima transgender, ma in direzione opposta si pensa sempre che vi sia un rifiuto del RUOLO femminile”.

Credo che abbia centrato il problema per cui il transgenderismo ftm viene da un lato meno ostacolato, dall’altro meno compreso.
Nessuno penserebbe mai che una donna transessuale voglia ambire al “meraviglioso” ruolo sociale femminile tradizionale, a meno che non si sia all’interno di un gioco di ruolo sadomaso. Insomma: il ruolo tradizionale femminile non lo vogliono più neanche le donne eterosessuali, e la famiglia etero è in crisi proprio perchè quello che un tempo era chiamato “ruolo femminile” non vuole incarnarlo più nessuno dei due (non nel senso che la giovane moglie e madre è ftm, ma semplicemente perchè è donna emancipata e non riconosce come “suo” il ruolo che per secoli, da altri, è stato chiamato “femminile”).
C’è addirittura chi, piuttosto che proporre una nuova divisione dei ruoli e delle mansioni all’interno della coppia, per risolvere il problema propone, molto “democraticamente” il ritorno alla sottomissione della donna. (vedi i vari movimenti evoliani e reazionari).

Proprio per questo problema, quando una persona nata femmina, molto giovane, manifesta un desiderio per i pantaloni, i capelli corti, un nome maschile, si pensa , sottovalutando spesso la sua coscienza di se, che questa personcina non si riconosca come di identità di genere maschile, ma ambisca al ruolo maschile, e quindi pensa che, per liberarsi di un ruolo sgradevole, che una bambina intelligente riconosce subito come tale, l’unica strada sia incarnare un’identità sociale maschile.
Questo distrae molto dall’associare questa persona ad una tematica di identità di genere, mentre, come spiegato sopra, in direzione opposta l’associazione col tema del transgenderismo è immediata.

Vi immaginate per caso un maschio biologico che voglia indossare la gonna solo per accedere al “prestigiosissimo” ruolo sociale femminile? Quindi questa persona, se la si volesse estraniare dalla tematica transgender, dovrebbe essere vista come un povero pazzo che desidera essere sottopagato al lavoro, fare i peggiori lavori casalinghi nella vita domestica, sobbarcarsi magari una professione ma anche il 100% della cura della casa (tra cui spazzolare il cesso), e cosi’ via?
A meno che non sia un fortissimo caso di fetish o di masochismo, è molto più “naturale” immaginare che il percepirsi donna di questa persona nata maschio sia relativo al transgenderismo, e non ad un (conscio od inconscio) voler scavalcare i convenevoli e poter finalmente accedere al “meraviglioso” ruolo sociale femminile.

Non so se questo articolo vi ha divertito o sconvolto, e sono aperto ad un confronto.

Apprezzo molto le donne, giovani e meno giovani, che sperimentano le diverse possibili espressioni di genere, per quanto concerne il comportamento, le passioni che seguono, il vestiario, i modi, e i ruoli, che alternano, provano, magari tornano sui loro passi, dopo, ma con consapevolezza.

Mi dispiace vedere che quasi sempre si tratta di donne non eterosessuali, o eterosessuali appartenenti a subculture e lifestyle alternativi (sinistre, centri sociali, punkrock, spiritualità alternative, veg, naturismo, poliamore, bdsm…), che “permettono” inversioni e sperimentazioni di ruoli, nonché espressioni estetiche alternative.

La donna etero “media” esita spesso e volentieri, preoccupata di rassicurare eterolandia ed assecondare il desiderio dell’uomo medio (etero).
Non dovete fraintendere cio’ che ho scritto. Non sto descrivendo una velina atta a mostrare tette e culi ed essere promiscua (anche perché di per se non ho nulla contro la promiscuità), ma parlo anche della ragazza “di parrocchia”, conformista, che sta sempre attenta a non tagliare troppo i capelli…per evitare che dicono che sembra un maschio (cosa che puntualmente avviene).

Non sto dicendo che dovrebbero “scomparire” le espressioni di genere femminee, ma dovrebbero essere “scelte consapevolmente” e non vissute passivamente come “innate” e “naturali”.
La critica che potrebbe essermi posta riguarda il fatto che molte donne vivono benissimo credendo che sia naturale amare un certo tipo di vestiti, avere alcune passioni e non altre, recitare un determinato ruolo nella danza della seduzione con un uomo e non il suo complementare, ma il “vivono benissimo” è sempre relativo quando si sta parlando di persone che hanno sempre e solo conosciuto un’unica realtà, e non hanno idea che esista altro, un po’ come quando io non sapevo che “si potesse essere ftm”, oppure alcuni schiavi neri pensavano che fosse “naturale” per loro essere schiavi, o le donne islamiche fiere del burqa, o quelle africane fiere della loro infibulazione.
Di certo qualcuno dirà che è il mio occhio di occidentale a dire che questi sopracitati esempi rappresentano persone che NON stanno realmente bene, e che è il mio occhio di attivista che vuole “sbinarizzare” tutto, come se a chi è fuori dei nostri giri importasse qualcosa.
Altri diranno che l’esempio con schiavi neri e infibulate è fuori luogo, e che una donna “binaria” infondo è felice e ha dalla vita tutto cio’ che possa desiderare, e magari è vero, chi lo sa!

Mi chiedo ad ogni modo come mai invece le donne non eterosessuali, che non devono rispondere a determinati canoni binari per essere ritenute attraenti (ma nel mondo LGBT ha un suo mercato anche l’androginia), messe nelle condizioni di poter sperimentare, sperimentino tranquillamente, senza il terrore di perdere consenso e finire in basso nella classifica della desiderabilità.
Lo stesso succede all’uomo eterosessuale, che raramente (a meno che non sia un rocker o un glamster) vive la sua femminilità interiore ed esteriore senza l’incubo di essere meno desiderabile o “scambiato per ricchione”.
Del resto anche il mio ex efebuccio di bolzano, curioso verso le donne, mi diceva di non interessare minimamente a loro (ma io, dai miei occhi di persone LGBT, lo vedevo strabono ed androgino!).

Mi dicono dalla regia che nel mondo femminista invece tutto funzioni diversamente e che ci siano molte donne al di fuori di questi canoni binari, estetici e comportamentali, considerate desiderabili dai loro compagni, anch’essi femministi ma non sempre.
E che addirittura alcune femministe e donne di sinistra abbiano avuto dilemmi etici sul vivere la propria femminilità e conciliarla con la battaglia femminista (essere di sinistra non significa transizionare verso bindi o binetti!!!).

Ad ogni modo, spero chele mie lettrici mi daranno torto, ma che non sia un torto “politically correct”, atto a dire che “la donna media non esiste, che sono piu’ emancipate di quanto io creda” o a dire che sono un misogino.
Mi sembra che denunciare un problema, analizzarlo, sia un tentativo di aiutare la donna, mentre oscurare il problema…quella è la vera misoginia.

(in un luogo senza nome, un giorno senza tempo…)

“Pronto?”
“si?”
“chiamavo per fare il test sulle MTS”
“si, signora, e dove ha trovato questo numero?” (stupito)
“è il numero segnalato per fare il test gratis!!” (tralascio sul “zignooooraaaa”, so di avere una voce acuta…ma faccio finta di niente per vedere quanto trasudano binarismo)
“si ma, lei è sicura di aver rischiato realmente? quanti anni ha?”
“30”
“beh, allora per l’epatite è vaccinata, sifilide e hiv sono rarissime a meno che suo marito non vada con le prostitute…spesso le donne sono portate a fare il test dall’emotvità… (traduzione, una donna se ha una malattia è fa la prostituta, o è una povera cornuta, ma giammai una maialona che vuole divertirsi allegramente)
“sono in coppia aperta”
“ah (stupito e imbarazzato), nel senso che avete altri?”
“si, io ho altri, lui ha altri?”
“ah, lui è bisessuale?”
“no, è gay”
“è meglio che venga a fare il test….” (che strano: eppure non andiamo con le prostitute…siamo improvvisamente diventati a rischio?)

A questo punto porto una cavia, un uomo biologico gaio, con me a fare il test.
Entra. L’infermiere (era lo stesso che mi ha risposto) lo guarda con sguardo guascone, nessuna domanda su rapporti promiscui, test fatto senza polemiche ed “emotività”

Morale della favola. 

– se sei masculu, il test fallo, sicuramente qualche magagnata l’hai fatta, se sei qui…non importa neanche etero o gay, vecchio guaglione!
– se sei fimmina, sei in preda all’emotività, o una gran cornuta, o fai la prostituta
– se sei frocio, pure se ti ha graffiato il gatto, di corsa a fare il test!

Ora, dopo decenni di sensibilizzazione su comportamenti e non “categorie” a rischio…ancora mi tocca essere spettatore di cotanto binarismo?
Qualcuno di voi dirà “è appena uscita la vergognosa statistica in cui un gay ha 19 volte le possibilità di un etero di prendere l’hiv”. 

http://www.ilfarmacistaonline.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=22613&cat_1=5&cat_2=0&tipo=articolo (a parte questa delirante e discriminazione idea di far prendere gli antiretrovirali preventivamente a chi ha il coraggio di dichiararsi gay…)

Forse perché la donna etero, per ragioni culturali, non “la dà”?
Forse perché la donna etero si protegge da gravidanze, e quindi usa il preservativo?
Forse per via della versatilità tipica dei rapporti uomobio-uomobio?
Forse perché “nell’ambiente gay “gira” il virus?” (vorrei vedere le statistiche altrimenti è aria fritta).

A questo punto, l’istanza di un ftm gay, che non ha sicuramente il corpo di un uomo cisgender gay, ma ne ha simili comportamenti, come deve essere recepita?
Se è vera la storia che “gira di più il virus in ambienti gay” (quindi torniamo nell’ottica delle categorie a rischio), esso va piazzato prioritariamente insieme ai gay (sempre che ci debbano essere priorità e categorie a rischio, cosa sulla quale sono contrario.

Se invece è una questione di comportamenti a rischio, allora il gay biologico, l’ftm gay, la donna etero, e chiunque faccia pratiche a rischio, è considerato a rischio a parimerito, a prescindere dalle “caldane” che possano portare questa persona da codice fiscale F che va con gli M e che quindi per la sanità italiana è una zignoooraaaaa.

 

Binarismo rulez!

Un problema che mi pongo quando vado in giro per l’italia (anche in provincia) a parlare di ruoli, stereotipi, identità di genere, sessualità, è parlarne senza fare riferimento alla sessualità.
E’ una sfida difficile, perché infondo la divisione iniziale in uomini e donne (divisione sociale) viene fatta proprio usando come “discriminante” l’organo genitale.
E la discriminazione per orientamento sessuale viene fatta in relazione alla persona con cui fai sesso (ok, ok che ami…).
La domanda è…quando mi trovo a parlare con associazioni di genitori, alle scuole, in provincia, in realtà legate a movimenti religiosi, come posso farlo senza tirare in mezzo la sessualità?
Lo stesso discorso quando si parla di ruoli…come posso escludere l’argomento che poi è la causa della discriminazione?