Lorenzo Gasparrini, filosofo, eterosessuale, e…antisessista

Ho conosciuto Lorenzo Gasparrini per caso, ad una presentazione del suo libro, Diventare uomini – Relazioni maschili senza oppressioni , alla libreria Antigone.
L’attivismo antisessista da parte di uomini cisgender, in particolare eterosessuali, ha suscitato in me grande interesse da sempre, ma per ragioni legate agli “ambienti” diversi che si frequentano, ho avuto finora pochi contatti con questa realtà, e questo spiega anche i molti stereotipi che nell’intevista Lorenzo confuta.

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Ciao Lorenzo. Raccontaci di te. La tua formazione, le tue passioni, e come mai hai a cuore la tematica antisessista dal punto vi vista maschile

La mia formazione non ha molto di particolare, sono un filosofo che ha cominciato a studiare Estetica molti anni fa seguendo un classico percorso accademico. Poi la riforma universitaria mi ha, di fatto, tolto i finanziamenti ai vari contratti e incarichi che avevo, e ho dovuto lasciare il lavoro universitario. Ritornando a fare politica, cosa che avevo lasciato perché ero sommerso dall’attività didattica, ho capito che molte delle cose che avevo studiato potevano essere utili a tanti in senso politico. Più mi addentravo nella pratica antisessista più capivo quanto i femminismi fossero stati ostracizzati dall’accademia italiana – e anche dagli altri ordini dell’istruzione. Di qui il mio impegno politico e civile: per me è fare filosofia, la cosa che ho sempre fatto.

Quali le peculiarità dell’antisessismo quando il punto di vista viene da una persona nata maschio, di identità di genere maschile e magari anche eterosessuale?

Posso provare a riassumere le peculiarità di un maschio cisgender antisessista con una sola parola: paradosso. Hai il corpo e l’aspetto dell’oppressore di genere, e invece scopri le diverse e particolari oppressioni alle quali sei sottoposto anche tu, quindi intraprendi un percorso di uscita (“diserzione“) dal patriarcato e provi a costruire una identità di genere diversa da quella nella quale sei stato educato dalla nascita.

L’antibinarismo, diversamente dai veterofemminismi, non individua vittime donne e carnefici uomini, ma considera vittime le persone, e “carnefice” il sistema con i suoi stereotipi di genere. Sotto questa prospettiva, anche un uomo può dire la sua: sei d’accordo?

Sì, sempre però ricordandoci che non possiamo dimenticare che la “persona” è un’astrazione: il sistema opprime tutti e tutte a seconda del corpo, del genere, dell’orientamento e del contesto sociale, quindi poi ciascuno “dice la sua” ma tenendo ben presenti le inevitabili differenze e caratteristiche.

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Quali le principali prigioni mentali che attanagliano l’uomo che ambisce ad essere “alfa” nella società?

Principalmente una: l’agonismo insegnato in ogni relazione. La continua ricerca del primato distrugge qualsiasi possibilità di relazioni solide e profonde, col risultato di trasformare il mondo in una continua frustrante corsa all’affermazione di sé tramite l’esercizio di un potere – potere che in realtà non si possiede mai, ma del quale si diventa strumento.

Perché ancora così pochi uomini sentono il bisogno di “emanciparsi” dai ruoli di genere?

Perché non hanno capito quanto siano nocivi alla loro vita, alla loro felicità, alla possibilità di costruirsi relazioni appaganti ed efficaci.

Discriminazione verso il maschile, è forse più strisciante? C’è? in cosa consiste?

Non credo che esista in realtà. Ogni volta che qualcuno se ne esce lamentando una discriminazione verso il maschile, si scopre che o è una forma patriarcale recitata a ruoli invertiti – e allora è sempre la solita discriminazione – oppure si scambia la causa con l’effetto. In un sistema che privilegia, in ogni situazione sociale, il maschi etero, quella che può apparire come discriminazione è in realtà un’affermazione di potere. E allora il paradigma è sempre quello patriarcale, anche se in qualche rara occasione la vittima è un maschio.

Misandria: una parola poco nota ma che descrive un atteggiamento, presente in alcuni correnti veterofemministe, verso l’uomo. Ce ne parli?

No. La parola “misandria” è stata usata soprattutto da maschilisti più o meno organizzati per i loro giochetti retorici, che scambiano continuamente la simmetria con la parità. I veterofemminismi vanno giudicati calati nei loro contesti sociali e storici; in quegli anni le espressioni violente che giudicavano gli uomini come un blocco unico di soggetti tutti uguali e da disprezzare erano motivate appunto da circostanze politiche che oggi possiamo appena immaginare, se non si studiano approfonditamente. Leggere con la sensibilità del 2017 alcuni femminismi degli anni ’60, per fare un esempio, e trovarli “misandrici“, penso che sia del tutto scorretto – e anche inutile. Esattamente come praticare nel 2017 i femminismi degli anni ’60 così com’erano.

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Ansia da prestazione ed eiaculazione precoce: sono molto più diffuse nell’uomo etero che in quello non etero: quanto, visto questo dato, è psicologico e dovuto al binarismo?

Quanto sia psicologico non ho le competenze per valutarlo. Quanto sia dovuto a un binarismo (aggiungo: competitivo) insegnato fin da bambini, per me lo è del tutto. Aggiungendoci che quello stesso binarismo comprende anche un voluto silenzio sul reale funzionamento del corpo maschile soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità.

Il ruolo delle religioni e dei monoteismi storici nel binarismo del ruoli: tu lavorerai col sudore della fronte e tu partorirai con gran dolore …ci siamo realmente evoluti da ciò?

Non molto. A dispetto di tante e tanti che danno il patriarcato per morto, io lo vedo ancora capace di trasformarsi in tanti modi, che proseguono quella divisione di ruoli biblica che hai citato. Trasformazioni che passano di costruzione culturale in costruzione culturale: religioni, ideologie, “visioni del mondo“…

I veterofemminismi spesso hanno atteggiamenti ostili verso le persone T. Noi uomini xx saremmo delle povere donne che non accolgono l’essere donna, inseguendo il privilegio sociale. Le donne xy invece vengono viste come uomini che vogliono infilarsi negli ambienti delle donne “senza esserlo”. Quanto in realtà, più che transfobia, si tratta di misandria (quindi odio per il maschile biologico delle donne trans e per il maschile psicologico degli uomini trans)?

Della misandria ho già detto. Credo che questa che hai descritto sia, da parte di alcuni veterofemminismi, una transfobia per loro “necessaria“: l’esistenza stessa della transessualità distrugge l‘essenzialismo sul quale si fondano, quindi non potranno mai accettarla come una realtà a tutti gli effetti. Di qui quelle fantasiose – ma violente e discriminanti – spiegazioni.

MRA: movimenti di “orgoglio” maschile. Si spacciano per uomini antisessisti ma in realtà si tratta di maschilismo vero e proprio. Come “smascherarli” e non confonderli con ciò che invece, ad esempio, fai tu, come altri uomini antisessisti?

Basta farli parlare. Il loro atteggiamento passivo-aggressivo, la loro logica assurda e del tutto antistorica, la loro incapacità organizzativa e pratica vengono fuori quasi immediatamente con esiti esilaranti, anche se ovviamente sanno essere anche molto offensivi.

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Ci parli di Maschile Plurale? Della tua esperienza con loro e di come questo gruppo dialoga con realtà LGBT e femministe? Quali le difficoltà?

E’ indubbiamente una rete molto importante perché, oltre ad avere meriti “storici” significativi, oggi unisce e rende visibili molte realtà interessanti e vive sul territorio italiano. Mi è capitato però di vedere nei fatti una organizzazione poco chiara quando si tratta di prendere decisioni, e una certa soggezione a determinati femminismi che nei fatti ne rende nullo il dialogo con altri. I motivi non li conosco, ma se la tua domanda è “quali le difficoltà“, evidentemente non sono il solo ad averle notate, in questo senso.

Che tipo di utenza attrae il progetto “Maschile Plurale“? e come è cambiato negli anni?

Non saprei, non ho avuto una così lunga esperienza in MP da poter avere elementi per rispondere.

Il “morto di figa“, un personaggio odiato negli ambienti bisessuali, poliamoristi, transgender, dove questi personaggi arrivano in cerca di trasgressione, di donne libertine, e trovano invece un muro. Eppure anche il “morto di figa” deriva da queste dinamiche sessiste fatte di maschi alfa, beta e gamma. Da filosofo, senza usare termini così pecorecci (di cui mi scuso coi lettori) come quelli usati da me, riusciamo a spiegare questo fenomeno tentando un approccio “non giudicante“?

Beh, sinceramente non lo trovo necessariamente da spiegare, nel senso che il “morto di figa” è il prototipo dell’uomo etero come lo vuole, sessualmente, il patriarcato. Un ebete disposto a qualunque cosa per eiaculare più volte possibile nel corpo (o sul corpo) di più donne possibile. Se questo nei fatti è un giudizio, non posso farci niente, perché corrisponde alla condotta di moltissimi uomini etero che sono stati educati a comportarsi in questo modo.

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Il G7 di Taormina ha come sua immagine un ragazzo che guarda con machismo una ragazza siciliana col velo. Ci sono state molte polemiche delle associazioni LGBT e femministe Siciliane, che non vogliono che la Sicilia sia sempre rappresentata con binarismo e machismo. Eppure molti etero hanno risposto che non va attaccata “l’eterosessualità“. Credo che l’utente medio non sappia la differenza tra eterosessualità, eterosessismo, ed eteronormatività. Noi attivisti siamo abbastanza bravi a far passare i concetti di “non binarismo” al mondo etero? in cosa possiamo migliorare?

Si può spiegare in tanti modi, e con molti linguaggi, che quello che viene criticata non è l’eterosessualità ma il suo uso come potere discriminante verso altri e altre. In questa comunicazione si può sempre migliorare, ma per quanto “bravi“, dall’altra parte ci dev’essere chi è disposto al dialogo e non ad arroccarsi nei suoi privilegi o nella sua ignoranza.

Educastrazione: quando colpisce il nato maschio fin dalla sua infanzia?

Da quando si appende un fiocco celeste alla porta, è ovvio che sta incominciando una coercitiva educazione all’eterosessualità normalizzante. Non credo, come Mieli, a un “ermafroditismo originario“, ma certo l’attuale educazione del maschio è parecchio castrante, in tanti sensi.

Nelle scuole vengono maggiormente bullizzati gli adolescenti “effeminati” rispetto a quelli “gay“. Per dirlo in altro modo, dà più fastidio un ragazzino effeminato, magari eterosessuale, che un ragazzino gay virile. Quanto, quindi, è una questione più di “espressione di genere” che di orientamento?

Considerando quanto è importante, in quell’età, l’espressione e il segno esteriore di appartenenza a una maschilità “normale“, in quel senso è solo una questione di genere. Anche se – ricordo la ricerca di Giuseppe Burgio in proposito – anche l’orientamento dev’essere ben nascosto, se si vuole evitare di essere ostracizzati e poi anche bullizzati.

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Uomo etero e passività: molti uomini etero stanno apportando una rivoluzione nella sessualità. Molti dicono apertamente che le loro compagne, talvolta, hanno un ruolo attivo e che a loro piace. Ce n’è voluto, e siamo ancora molto indietro. Tu cosa ne pensi?

Credo sinceramente che la strada del piacere sia ben più diretta e convincente di quella delle parole, anche se poi queste devono seguire quella o non si avrà alcun risultato politico. Se però questo può servire a cominciare un ripensamento delle caratteristiche della “normale” eterosessualità maschile, ben venga.

L’uomo transgender ftm è un interlocutore all’interno del dialogo tra uomini antisessisti?

Per me è un interlocutore necessario. Senza un dialogo tra maschilità “diverse“, non si va da nessuna parte, né personalmente né politicamente.

Quali i prossimi passi del movimento degli uomini antisessisti?

Per quello che ne posso dire io che certo non lo rappresento, direi: aumentare di numero, rendersi autonomi il più possibile nelle decisioni politiche, costruire luoghi e strumenti per informare e diffondere (sul)la propria attività, praticare una maschilità che non si basi su nessuna discriminazione o violenza: più felice, piacevole e appagante.

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Lorenzo Gasparrini. È dottore di ricerca in Estetica. Blogger e attivista antisessista, è fondatore dei blog «Questo uomo no» e «La #filosofi#a maschia». Tra le pubblicazioni accademiche, «La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato», in «La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi» (a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo).

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Il morto di figa: un prodotto marcio del binarismo?

Dopo tanti post di rivendicazione antibinaria, ecco un post più leggero, almeno apparentemente.

Tutti noi, soprattutto persone con un passato o un presente “al femminile”, sanno cosa è un morto di figa. Che non si dispiacciano le lettrici femministe se ho scritto “figa“, ma per spiegare un fenomeno, o almeno provarci, bisogna chiamare le cose col nome con cui sono note ai più.

Il mondo dei social network prima e delle app poi ha creato un nuovo tipo di morto di figa: il dead of phyga 2.0
Questo mondo è maggiormente accessibile anche a chi non può permettersi i locali, i quali, per sfruttarlo, tassano maggiormente l’ingresso all’uomo etero per tassargli la possibilità di raggiungere la donna.

Anche alcuni portali fanno questo giochetto, ma basta scegliere quelli che consentono accessi gratuiti: happen, tinder, badoo, okcupid, e banalmente anche facebook.

Il morto di figa esiste solo perché esiste il binarismo, che crea un mercato in cui la donna è la merce (che seleziona e non si concede) e l’uomo è il consumatore, il predatore, quello che deve seminare tanto per sperare di raccogliere, ma paradossalmente più semina, più viene percepito come uno che non sceglie…e nessuna donna vuole essere il ripiego di un morto di figa.

Se l’educazione eroticoaffettiva fosse paritaria  e non binaria, uomini e donne non si sentirebbero in un gioco di accesso o meno al piacere per volontà dell’altra parte, ma sarebbe la ricerca libera di un piacere reciproco.

Finchè una donna sessualmente libera sarà una “troia” e un uomo sessualmente libero sarà la norma, e finchè gli uomini stessi fomentano questo stereotipo, saranno poi vittima della condizione di morto di figa, condita con un malcelato livore misogino per “la donna” in quanto difficile e a lui inaccessibile.

L’uomo morto di figa è, etologicamente parlando, il maschio “beta”, quello che non ci sa fare, quello che non viene preferito, e che deve inventare sempre nuove strategie, spesso grossolane e controproducenti, che lo rendono frettoloso, maldestro, inadeguato, e per questo scartato.

Spesso il morto di figa preferisce le bruttarelle perchè pensa che l’accesso sia più facile, solo che fa loro capire che sono per lui un ripiego, e perde anch’esse.

Infine, tra quelle che lui percepisce come “bruttarelle” e quindi abbordabili, spesso c’è l’universo trans, che, nella sua mente (consciamente e o meno) transfobica, egli percepisce come scarto.

E’ per questo che gli ftm pre transizione, i genderfluid di genetica xx, le trav, le trans sono spesso tormentate da un’interminabile fila di uomini morti di figa, con approcci improbabili.

A volte una persona trans xx poco solida e sicura puo’ cedere alla corte del morto di figa, puo’ anche soprassedere sul suo orientamento sessuale (succede ad alcuni ftm gay preT e genderfluid xx) o farsi invaghire dal “grande onore” che egli riserva rispettando il suo genere (maschile o non binario).
L’ftm gay viene sotto sotto visto come una donna promiscua e disinibita, e il suo frequentare saune e portali viene visto non come un comportamento da uomo gay, ma da donna “morta di cazzo”.
Anche alcune ragazze trans, magari senza un gran passing, o all’inizio, cedono alla corte del morto di figa, che essendo “etero”, rappresenta un ideale sessuale per loro.

Un’altra preda del morto di figa è la ragazza bisessuale. Si infiltrano nei gruppi a tema rimanendo vaghi sulla loro bisessualità o dicendo che non hanno ancora provato esperienze bisex, ma sostanzialmente cercano donne bi nella speranza che esse siano facili o disibite.

A volte su tinder, badoo, o sui gruppi fb a tema bi, a contattare le donne è un profilo di donna di mezza età. Solo dopo esce fuori che ha un marito pelato in canottiera pronto per il menage a trois. E’ chiaro che al pc seduto c’è lo stesso marito pelato in canottiera, che scrive presentandosi con la rassicurante foto di lei, che è li’ compiacente…

Anche i gruppi del poliamore, virtuali e non, sono pieni di morti di figa. Essi si mimetizzano nella speranza che le donne presenti in questi gruppi siano promiscue in quanto non hanno capito nulla della filosofia poliamorista.

Credo che gli unici posti dove il morto di figa non dilaga siano, alla fin della fiera, i gruppi sull’asessualità.

Vi saluto, con la speranza che voi non siate la preda di un morto di figa….o magari…chi lo sa, siete voi i morti di figa 😀

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Fertility day: perchè offende?

Un giorno mi sono visto in bacheca, da parte di ogni mio contatto “donna eterosessuale“, delle simpatiche vignette che chiedevano allo Stato di dare loro dei soldi e lavoro per rendere possibile il diventare madre.
Ho in seguito scoperto che questa indignazione era dovuta alla proclamazione del “fertility day“, campagna mirata non solo alla donna (l’uomo non è fertile? non ha il dovere di far figli?) ma che più che come donna la trattava come un utero, un utero che ha il dovere di sfornare figli italici e che soprattutto ha una data di scadenza.

 

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L’indignazione per il fatto che probabilmente non si fanno figli per motivi di soldi e di crisi economica ci sta, ma …perché non viene colto il vero problema?
Molte donne non fanno figli perché semplicemente non desiderano diventare madri. Altre, alcune di queste, non amano i bambini, cosa che è a quanto pare ancora un tabù, tanto che se una donna dice chiaramente di non amare i bambini viene guardata come cattiva e snaturata (ciò non accade se un uomo non ama i bambini).

 

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Mi rendo conto della critica politica di chi accusa uno Stato che chiede di fare figli non dando la possibilità di farli. Va ancora “di moda” firmare le dimissioni in bianco nel caso l’assunta donna rimanesse incinta…
Ma se dimenticassimo per un attimo tutto questo, e ci concentrassimo sul binarismo e sul sessismo che chiede alle donne di adempiere un “dovere” innato e naturale?

Tutto questo mi ricorda…

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La vessazione maschilista delle donne sulle giovani donne

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Il veterofemminismo binario ci ha tritato gli zebedei col concetto di uomo carnefice e donna vittima.
Non viene mai data attenzione all’atteggiamento vessatorio di donne, conniventi col modello femminile imposto dall’uomo o dalla società tutta, verso altre donne, spesso giovani.

Suocere, madri, nonne, che biasimano giovani donne e impongono loro modelli femminili obsoleti a cui loro stesse sono state sottoposte.
Potremmo immaginare questa problematica come superata, riguardante le nostre bisnonne, nonne e madri. Tuttavia quei comportamenti vessatori, che ho osservato (non soltanto) in meridione nei decenni passati, non si sono ancora estinti.

Basti pensare a colleghe vezzose, che hanno tra i primi valori della loro scala quello di essere desiderabili, che disprezzano chi non lo è, spesso attuando meccanismi, consapevoli o non consapevoli, di bullismo tra donne, disapprovando le “diverse” rispetto al modello eterosessista che loro stesse ricalcano e riconoscono come valido.

Vi è anche una disapprovazione per quelle donne che vogliono liberarsi dalla prigione del ruolo femminile e, magari, delegano alcuni compiti domestici al compagno. O, ad esempio, donne che non desiderano diventare madri.
Queste donne vengono subito colpite dal biasimo delle altre del branco femminile (di colleghe o parenti donne), a causa di un meccanismo misto di invidia e pretesa di conformismo.

Avete presente quell’odiosa pubblicità dell’Ace candeggina, in cui una presuntuosissima vecchia, ostentante un camicione di un bianco accecante, vessava la figlia, o la nuora (a seconda della versione), per la sua incapacità di essere una buona donna di casa e serva del marito.
La pubblicità è specchio dei tempi e del costume, e non è un caso se oggi i prodotti domestici vengono pubblicizzati da bei fighi single, pronti ad intenerire (ed eccitare) la telespettatrice.

Il grande inganno del rifiuto del ruolo femminile

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Vi ricordate il caso di John Pitt? il figlio di Angelina e Brad che pretende lo si chiami John e gli si rivolga col genere maschile, anche se è anatomicamente femmina?
La risposta più acuta in materia la diede un attivista gay, con cui ho forti divergenze in quasi tutto, ma a cui riconosco acume, Enrico Boesso, il quale commentò tutte le remore delle persone GLBT e non sul caso, in questo modo

“se fosse stata una persona nata maschio che avesse voluto gonna e capelli lunghi, tutti noi non avremmo avuto dubbi: si sarebbe trattata di una giovanissima transgender, ma in direzione opposta si pensa sempre che vi sia un rifiuto del RUOLO femminile”.

Credo che abbia centrato il problema per cui il transgenderismo ftm viene da un lato meno ostacolato, dall’altro meno compreso.
Nessuno penserebbe mai che una donna transessuale voglia ambire al “meraviglioso” ruolo sociale femminile tradizionale, a meno che non si sia all’interno di un gioco di ruolo BDSM. Insomma: il ruolo tradizionale femminile non lo vogliono più neanche le donne eterosessuali, e la famiglia etero è in crisi proprio perché quello che un tempo era chiamato “ruolo femminile” non vuole incarnarlo più nessuno dei due (non nel senso che la giovane moglie e madre è ftm, ma semplicemente perché è donna emancipata e non riconosce come “suo” il ruolo che per secoli, da altri, è stato chiamato “femminile”).

C’è addirittura chi, piuttosto che proporre una nuova divisione dei ruoli e delle mansioni all’interno della coppia, per risolvere il problema propone, molto “democraticamente” il ritorno alla sottomissione della donna (vedi i vari movimenti evoliani e reazionari).

Proprio per questo problema, quando una persona nata femmina, molto giovane, manifesta un desiderio per i pantaloni, i capelli corti, un nome maschile, si pensa , sottovalutando spesso la sua coscienza di sé, che questa personcina non si riconosca come di identità di genere maschile, ma ambisca al ruolo maschile, e quindi pensa che, per liberarsi di un ruolo sgradevole, che una bambina intelligente riconosce subito come tale, l’unica strada sia incarnare un’identità sociale maschile.
Questo distrae molto dall’associare questa persona ad una tematica di identità di genere, mentre, come spiegato sopra, in direzione opposta l’associazione col tema del transgenderismo è immediata.

Vi immaginate per caso un maschio biologico che voglia indossare la gonna solo per accedere al “prestigiosissimo” ruolo sociale femminile? Quindi questa persona, se la si volesse estraniare dalla tematica transgender, dovrebbe essere vista come un povero pazzo che desidera essere sottopagato al lavoro, fare i peggiori lavori casalinghi nella vita domestica, sobbarcarsi magari una professione ma anche il 100% della cura della casa (tra cui spazzolare il cesso), e cosi’ via?

A meno che non sia un fortissimo caso di fetish o di masochismo, è molto più “naturale” immaginare che il percepirsi donna di questa persona nata maschio sia relativo al transgenderismo, e non ad un (conscio od inconscio) voler scavalcare i convenevoli e poter finalmente accedere al “meraviglioso” ruolo sociale femminile.

Non so se questo articolo vi ha divertito o sconvolto, e sono aperto ad un confronto.

Quante donne etero vivono liberamente la propria espressione di genere?

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Apprezzo molto le donne, giovani e meno giovani, che sperimentano le diverse possibili espressioni di genere, per quanto concerne il comportamento, le passioni che seguono, il vestiario, i modi, e i ruoli, che alternano, provano, magari tornano sui loro passi, dopo, ma con consapevolezza.

Mi dispiace vedere che quasi sempre si tratta di donne non eterosessuali, o eterosessuali appartenenti a subculture e lifestyle alternativi (sinistre, centri sociali, punkrock, spiritualità alternative, veg, naturismo, poliamore, bdsm…), che “permettono” inversioni e sperimentazioni di ruoli, nonché espressioni estetiche alternative.

La donna etero “media” esita spesso e volentieri, preoccupata di rassicurare eterolandia ed assecondare il desiderio dell’uomo medio (etero).
Non dovete fraintendere ciò che ho scritto. Non sto descrivendo una velina atta a mostrare la mercanzia ed essere promiscua (anche perché di per se non ho nulla contro la promiscuità), ma parlo anche della ragazza “di parrocchia”, conformista, che sta sempre attenta a non tagliare troppo i capelli…per evitare che dicono che “sembra un maschio” (cosa che puntualmente avviene).

Non sto dicendo che dovrebbero “scomparire” le espressioni di genere femminee, ma dovrebbero essere “scelte consapevolmente” e non vissute passivamente come “innate” e “naturali“.
La critica che potrebbe essermi posta riguarda il fatto che molte donne vivono benissimo credendo che sia naturale amare un certo tipo di vestiti, avere alcune passioni e non altre, recitare un determinato ruolo nella danza della seduzione con un uomo e non il suo complementare, ma il “vivere benissimo” è sempre relativo quando si sta parlando di persone che hanno sempre e solo conosciuto un’unica realtà, e non hanno idea che esista altro, un po’ come quando io non sapevo che “si potesse essere ftm“, oppure alcuni schiavi neri pensavano che fosse “naturale” per loro essere schiavi, o le donne islamiche fiere del burqa, o quelle africane fiere della loro infibulazione.

Di certo qualcuno dirà che è il mio occhio di occidentale a dire che questi sopracitati esempi rappresentano persone che NON stanno realmente bene, e che è il mio occhio di attivista che vuole “sbinarizzare” tutto, come se a chi è fuori dei nostri giri importasse qualcosa.
Altri diranno che l’esempio con schiavi neri e infibulate è fuori luogo, e che una donna “binaria” infondo è felice e ha dalla vita tutto ciò che possa desiderare, e magari è vero, chi lo sa!

Mi chiedo ad ogni modo come mai invece le donne non eterosessuali, che non devono rispondere a determinati canoni binari per essere ritenute attraenti (ma nel mondo LGBT ha un suo mercato anche l’androginia), messe nelle condizioni di poter sperimentare, sperimentino tranquillamente, senza il terrore di perdere consenso e finire in basso nella classifica della desiderabilità.
Lo stesso succede all’uomo eterosessuale, che raramente (a meno che non sia un rocker o un glamster) vive la sua femminilità interiore ed esteriore senza l’incubo di essere meno desiderabile o “scambiato per ricchione“.
Del resto anche il mio ex efebuccio di Bolzano, curioso verso le donne, mi diceva di non interessare minimamente a loro (ma io, dai miei occhi di persone LGBT, lo vedevo stra-bono ed androgino!).

Mi dicono dalla regia che nel mondo femminista invece tutto funzioni diversamente e che ci siano molte donne al di fuori di questi canoni binari, estetici e comportamentali, considerate desiderabili dai loro compagni, anch’essi femministi, ma non sempre.
E che addirittura alcune femministe e donne di sinistra abbiano avuto dilemmi etici sul vivere la propria femminilità e conciliarla con la battaglia femminista.

Ad ogni modo, spero chele mie lettrici mi daranno torto, ma che non sia un torto “politically correct“, atto a dire che “la donna media non esiste, che sono più emancipate di quanto io creda” o a dire che sono un misogino.
Mi sembra che denunciare un problema, analizzarlo, sia un tentativo di aiutare la donna, mentre oscurare il problema…quella è la vera misoginia.

Comportamenti, non categorie…a rischio!

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(in un luogo senza nome, un giorno senza tempo…)

“Pronto?”
“si?”
“chiamavo per fare il test sulle MTS”
“si, signora, e dove ha trovato questo numero?” (stupito)
“è il numero segnalato per fare il test gratis!!” (tralascio sul “zignooooraaaa”, so di avere una voce acuta…ma faccio finta di niente per vedere quanto trasudano binarismo)
“si ma, lei è sicura di aver rischiato realmente? quanti anni ha?”
“30”
“beh, allora per l’epatite è vaccinata, sifilide e hiv sono rarissime a meno che suo marito non vada con le prostitute…spesso le donne sono portate a fare il test dall’emotvità… (traduzione, una donna se ha una malattia è fa la sex workers, o è una povera cornuta, ma giammai una maialona che vuole divertirsi allegramente)
“sono in coppia aperta”
“ah (stupito e imbarazzato), nel senso che avete altri?”
“si, io ho altri, lui ha altri?”
“ah, lui è bisessuale?”
“no, è gay”
“è meglio che venga a fare il test….” (che strano: eppure non andiamo con le sex workers…siamo improvvisamente diventati a rischio?)

A questo punto porto il mio compagno (uomo bio), con me a fare il test.
Entra. L’infermiere (era lo stesso che mi ha risposto) lo guarda con sguardo guascone, nessuna domanda su rapporti promiscui, test fatto senza polemiche ed “emotività”

Morale della favola. 

– se sei masculu, il test fallo, sicuramente qualche magagnata l’hai fatta, se sei qui…non importa neanche etero o gay, vecchio guaglione!
– se sei fimmina, sei in preda all’emotività, o una gran cornuta, o fai la sex worker
– se sei frocio, pure se ti ha graffiato il gatto, di corsa a fare il test!

Ora, dopo decenni di sensibilizzazione su comportamenti e non “categorie” a rischio…ancora mi tocca essere spettatore di cotanto binarismo?
Qualcuno di voi dirà “è appena uscita la vergognosa statistica in cui un gay ha 19 volte le possibilità di un etero di prendere l’hiv”. 

http://www.ilfarmacistaonline.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=22613&cat_1=5&cat_2=0&tipo=articolo (a parte questa delirante e discriminazione idea di far prendere gli antiretrovirali preventivamente a chi ha il coraggio di dichiararsi gay…)

Forse perché la donna etero, per ragioni culturali, non “la dà”?
Forse perché la donna etero si protegge da gravidanze, e quindi usa il preservativo?
Forse per via della versatilità tipica dei rapporti uomobio-uomobio?
Forse perché “nell’ambiente gay “gira” il virus?” (vorrei vedere le statistiche altrimenti è aria fritta).

A questo punto, l’istanza di un ftm gay, che non ha sicuramente il corpo di un uomo cisgender gay, ma ne ha simili comportamenti, come deve essere recepita?
Se è vera la storia che “gira di più il virus in ambienti gay” (quindi torniamo nell’ottica delle categorie a rischio), esso va piazzato prioritariamente insieme ai gay (sempre che ci debbano essere priorità e categorie a rischio, cosa sulla quale sono contrario.

Se invece è una questione di comportamenti a rischio, allora il gay biologico, l’ftm gay, la donna etero, e chiunque faccia pratiche a rischio, è considerato a rischio a pari merito, a prescindere dalle “caldane” che possano portare questa persona da codice fiscale F che va con gli M e che quindi per la sanità italiana è una zignoooraaaaa.