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Gentilissimi,

come sapete da tempo, respingo, su me stesso, le definizioni non per una politica del “basta etichette“, politica che tra l’altro non condivido (sono un sostenitore delle definizioni), ma perché questi termini rappresentano un pacchetto di cose che non mi rappresenta a pieno, e non voglio che una definizione a cui non sono particolarmente legato finisca per creare polemiche interne al movimento, che dimenticano me come persona e cercano di verificare la mia “vera” appartenenza.

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

Non voglio concentrarmi sull’inferno di rivendicazioni interne alla comunità, di conflitti e fraintendimenti tra esponenti dell’una o dell’altra istanza, esigenza, condizione.
In questo blog si è parlato in vari articoli dell’ indignazione che le persone transessuali canoniche, portatrici di una disforia soprattutto fisica, col proprio corpo, provano verso le persone che, seppur portatrici di una variabilità di genere, hanno una disforia più rivolta alla propria identità sociale e socializzazione rispetto al genere.
Spesso questa rabbia, disapprovazione, disconoscimento, porta l’altra “fazione“, quella dei disforici sociali, degli insofferenti al binarismo, a guardare con disprezzo e paternalismo chi, portatore di una disforia solo personale, si definisce “nato nel corpo sbagliato“, senza avanzare nessuna pretesa sociale e nessuna polemica sugli stereotipi e sulla transfobia, che chiede alle persone portatrici di una variabile di genere, di conformarsi il più possibile e di avere aspetti, comportamenti, orientamenti sessuali “rassicuranti“.

Sarebbe un errore dividere il mondo in pecore e capre.

Ci sono persone che, seppur portatrici di una disforia fisiologica, sono anche portatrici di una disforia sociale, e quindi, nonostante in queste persone sia molto forte il bisogno di avere un corpo che, anche nell’intimità della loro solitudine davanti allo specchio, risponda all’immagine che hanno di se, parallelamente contestano il binarismo sociale. Queste persone transessuali sono spesso amiche delle persone portatrici di una tematica di genere non canonica, perché hanno effettuato una transizione medicalizzata per se stessi e non per gli altri, quindi non si sentono lesi da chi non sente, almeno al momento, il bisogno di un percorso uguale al loro.

Parallelamente, ci sono persone che, nonostante in loro prevalga la contestazione sociopolitica, non è detto che siano prive di disforia.
In alcune di queste vi è una disforia fisica, ma potrebbero, per varie ragioni, non scegliere la medicalizzazione per superarla. In altri casi vi sono disforie che si manifestano su piani differenti (una disforia in relazione al nome anagrafico, o al genere grammaticale con cui ci si riferisce loro, oppure ancora con alcuni aspetti della sfera genitale).

Anche il tipo di cambiamenti che la persona con la tematica di genere sente di voler effettuare o meno sono legati al “tipo” di disforia che essa presenta: ci sarà chi si concentrerà sul tema del cambio del nome anagrafico e del genere, chi non si sente a disagio coi caratteri sessuali secondari (e quindi non sente l’esigenza della tos, terapia ormonale sostituiva), ma magari con quelli primari, chi ancora vive un’altalenanza nel tempo (o una compresenza) delle parti maschile e femminile e non pensa che la sua strada sia la medicalizzazione (o magari ne fa una parziale), chi invece riconduce il fastidio per il corpo a ragioni squisitamente sociali (il fastidio di non apparire del proprio genere, ma del proprio sesso di nascita, viene connesso interamente alla percezione altrui, e quindi, in un mondo binario come il nostro, la persona viene continuamente ferita da una socializzazione nel genere sbagliato,e  quindi desidera un cambio di immagine per sfuggire a questa pressione sociale).

C’è poi chi si identifica semplicemente come uomo o donna, in sovrapposizione con l’identità di chi maschio e femmina lo è dalla nascita, e chi rivendica una condizione differente, quella di uomini e donne non biologici coscienti di esserlo e di essere qualcosa di diverso, e quindi rivendica anche una differente collocazione sociale. Ho amiche transessuali fiere di essere donne non biologiche che, anche adesso, dopo il cambio dei documenti, rivendicano la loro differenza dalla donna biologica, se non esteticamente almeno identitariamente.

Nel mio caso mi sento molto vicino all’istanza di apparire sicuramente come uomo (ho un’identità di genere totalmente maschile), ma senza censurare il mio essere uomo non biologico.
Non sono, in questa mia esigenza, aiutato dalla direzione (dal sesso XX al genere maschile), perché essere “uomo non biologico” è poco leggibile.
Se incontriamo una persona nata maschio, anche poco androgina, vestita con panni femminili, sicuramente, anche essendo sicuri della sua nascita al maschile, la percepiremo come donna trans o come travestita.
Nella mia direzione invece non è detto che il mio vivere al maschile mi palesi al mondo come persona “maschile” (trav o trans verso il maschile), perché, a causa del maschilismo, ciò che ricorda la donna viene sempre e solo ricondotto all’essere donna e basta.
Di contro, se io facessi un percorso medicalizzato, in pochissimo tempo apparirei uomo biologico, e sarebbe cancellata la mia istanza di dare risalto alla mia particolarità come uomo non nato maschio, di mettere le giuste distanze da ciò che non sono, e che non sono stato nel mio passato. Sarei costretto, almeno alla vista, nei rapporti sociali occasionali, a “mistificare”.
Per me non è un problema che una persona come me non venga classificata nella T, e sorrido di chi mi scrive dicendo di “non sentirsi rappresentato“. Non sono transessuale, non ho il loro desiderio di cambiare “sesso” nè il loro desiderio di apparire biologicamente come nato del sesso opposto.
Sicuramente la mia istanza cozza con le regole binarie dell’attuale società, e questo mi ha reso, nel tempo, un attivista contro il binarismo di genere.

Le persone “nate nel corpo sbagliato” piacciono alla società, sia internamente alla comunità (hanno obiettivi simili e nasce una fratellanza/sorellanza), sia agli esterni (sono loro gli sbagliati, si correggono, e diventano normali “come noi”).
Le persone con una tematica di genere diversa, che magari intacca il binarismo, diventa un problema sia interno (nella comunità), sia esterno (ma se devo dirla tutta, soprattutto interno. per gli esterni spesso non ci sono grosse differenze tra chi gli ormoni li prende, chi non li prende, etc etc).

Credo che però quello della definizione come persona T di tutte le persone non propriamente transessuali o disforiche in senso classico sia un grosso tabù, anche del mondo associativo.
Per questioni di “policy“, tutte le persone vengono accolte con la definizione che hanno dato a se stesse, ma di fatto molte persone rimangono perplesse, se non addirittura si pongono con atteggiamenti di paternalismo, per indirizzare la persona o a cambiare definizione oppure ad adeguare i suoi cambiamenti fisici alla definizione.

Sebbene io, da attivista antibinario, possa pensare che chi si sente “ferito, offeso, non rappresentato dalle persone in percorsi non canonici” probabilmente ha qualcosa di irrisolto, o non ha fatto certi passi per il motivo giusto, mi rendo conto che se è veramente molto sentita l’esigenza di usare termini diversi per dividere chi ha una disforia più fisica da chi ha una disforia più sociopolitica, allora creiamoli.

Se posso permettermi, spero che non verranno pescati termini che spesso, per ripiego, il mondo “non canonico” usa per giustificare la propria non medicalizzazione: trav e crossdresser se nate maschio, queer et similia se nati femmina.

Se questo spartiacque viene sentito come necessario, indispensabile, non tanto perché stare sotto lo stesso “ombrello” offenda, ma perché non descrive e rappresenta le esigenze differenti, allora credo che sia possibile creare termini nuovi che non svalutino od offendino una delle due parti.

Credo che però sia i disforici fisici, sia quelli sociali, sia quelli che non provano disforia ma solo rivendicazione,provocazione, siano legati da una comune discriminazione:
la non libertà di genere.
E’ capitato che in alcuni pride, anche all’estero, impedissero a queer e drag king/queen di vestire i panni che desideravano vestire, perché “avrebbero offeso chi aveva ‘veramente’ la disforia“.
Premetto che nessuno, neanche un comitato che emette un dress code, possa decidere se una persona ha o meno la disforia, e che solo quella persona possa capire la sua strada, ma ammesso che queste persone volessero farlo solo per solidarietà verso la libertà di genere: perché castrarle?
Non importa come si vestono tutti i giorni (per loro libera scelta o per costrizione di partner o capi di lavoro che non accettano o condividono). I pride da sempre sono stati spazi di libertà di espressione, di genere e di orientamento, e anche attivisti anziani spesso ricordano il loro primo pride come primo momento di espressione di se stessi.

Dobbiamo smettere di interrogarci sulle condizioni personali degli altri e lavorare non tanto su ciò che ci divide, ma su ciò che ci accomuna.

Ringrazio il mio amico genderqueer Denis.
Parlavamo di quanta “dose di androginia” fosse tollerata in una donna e dove si fermasse il limite dell’accettabile, e mi ha fatto capire che, se ormai possono essere “accettabili” in una donna anche i tatuaggi grossi e violenti, o i capelli rasati, o la cravatta, c’è un tabù insindacabile: le gambe di una donna devono essere depilate.
Non so se questo discorso puo’ essere circoscritto all’italia, ma effettivamente, come ftm che non sempre “passa” come ragazzo, posso confermare che alla vista delle mie gambe in estate, si scatena lo sgomento.
Un anno fa era uscito un articolo in cui delle ragazze etero e femminili avevano smesso di depilarsi le gambe e portavano le loro gambe “naturali” con disinvoltura, mostrandole sotto vestitini sexy, gonne, trucco e parucco.
Purtroppo questa iniziativa è stata attaccata da tutti, e non solo dai miei colleghi etero (e colleghe). Ho visto anche uomini gay schifati, trans schifate sia ftm che mtf.
Qualcuno anni fa mi insegnò che l’antibinarismo c’entra poco con l’essere o non essere lgbt: ci sono lgbt binari e cisgender etero non binari.

Ecco questo sito binario come ironizza
http://www.ultimissima.it/litalia-boccia-lultima-moda-femminile-720
Si annunciava come la moda dell’anno quella che, tra le donne, rifiutava la ceretta in favore di una gamba “maschia”. La “tendenza” è stata lanciata via web e, va detto, che varie ragazze vi hanno aderito tra lo stupore generale (soprattutto dei maschietti). In Italia, tuttavia, la “moda” è stata bocciata, con gli uomini dello “Stivale” che sentitamente ringraziano.

Certo il fatto che sia l’Italia a bocciare mi fa capire molte cose.

Quando si dice “androginia”, l’immagine che passa negli occhi di chi ascolta questo termine è quella di una ragazza magra, molto magra. Capelli corti ma fashion. Una giacca e cravatta di allusione maschile ma progettate per lei. Qualche tocco di colore nei capelli per rassicurare. Trucco cattivo, aggressivo.
In altri, rari, casi, appare un modello giovane e figo. E’ un passerella, camiciolla aperta con petto tornito senza un pelo. Boccoli biondi stile gruppo anni novanta di fratelli dal nord Europa.
Ad ogni modo, se sei una persona androgina, devi essere molto bella, molto magra, e con connotati rassicuranti.
Antibinario/a si, ma con moderazione.
Devi rappresentare quell’eccezione che serve a confermare la regola.

In realtà esattamente come chi è completamente gender conforming, anche le persone androgine spesso e volentieri sono in sovrappeso, basse, con gli occhiali, con nasi e denti non perfetti, ma tuttavia per tutta questa gente c’è molta poca tolleranza rispetto a quella riservata ai “normali” brutti.

Quello che intendo dire è che nella nostra società essere androgini/e non è un diritto.
Tempo fa avevo sollevato il fatto che per dire che è una persona è bella dobbiamo per forza dire “bell’uomo, bella donna”, ma mai “bella persona”, altrimenti, privato del suo impatto sessuato, il termine assume caratteri psicologici. Una nonnina è una bella persona. Una ragazza giovane è una bella ragazza o donna.

Mi ha molto fatto riflettere ciò che ha detto una mia amicizia facebook.

La società ci insegna che il corpo femminile, di base, per propria natura, fa schifo. È brutto, indesiderabile, anche un po’ disgustoso.
Pensateci. Ci lamentiamo dell’infibulazione ma non ci accorgiamo che la stessa mentalità castrante nei confronti del corpo femminile ci appartiene, saldata a doppio filo con il consumismo, resa appetibile, e noi la seguiamo come pecore: il corpo femminile può raggiungere la decenza solo se viene modificato (con depilazione, diete, trucco e parrucco). Sennò è naturale, quindi bestiale, e quindi brutto.
Il corpo maschile è perfetto com’è. Può, o forse deve essere un po’ bestiale: se viene curato “troppo” è un corpo “da frocio”. L’uomo nasce maschio. La donna nasce mostro, diventa femmina solo attraverso una forma di auto-repressione fisica.
Certo “ognuno ha i suoi gusti”, ma sono i tuoi gusti o quelli che il mondo ha deciso per te? I tuoi gusti fanno male a qualcuno? Fanno male a te stesso?
Siamo tutti attraenti, amabili e normali come mamma ci ha fatti. Piantiamola di sentirci manchevoli di qualcosa, di provare vergogna per il nostro aspetto, di trasformare il nostro corpo in un’autostrada per le opinioni altrui. L’unica cosa che dovremmo chiederci allo specchio è “questo sono veramente io, o qualcuno che degli altri mi hanno convinto ad essere?” Insomma, perché davanti alla libertà che ci salverebbe siamo sempre così pigri?
P.S rivendicare la libertà e poi continuare a giudicare gli altri come fossero manichini non vale

Quando ho iniziato a leggere ho pensato: “che intende dicendo che il corpo femminile viene considerato disgustoso“?
Ero ormai così calato nel chiamare “corpo femminile” quello delle donne che si vedono in giro (colleghe e tizie in metropolitana) che mi sono distratto da cio’ che poi sarebbe stato chiaro nel resto dello status:
stava parlando del corpo femminile quello vero, quello che abbiamo dimenticato, abituati ormai al corpo artefatto e preteso dalla società.

Un giorno sono capitato per un rilievo architettonico in un centro estetico unisex.
C’erano delle donne in fila. L’agenda era piena ma loro premevano per un’urgentissimo “Occhi di bambola”.
Per chi non lo sa, occhi di bambola è un sistema di lavorazione di ciglia artificiali.
La donna in questione era isterica. Se non avesse “ricostruito” (sarebbe più onesto dire costruito) ciglia e unghie gel entro sera, sarebbe andato in malora il matrimonio della sorella.
Queste donne in attesa erano li, pronte per il tagliando settimanale e mensile, come delle drogate in fila per ricevere la dose, anche un po’ in astinenza a dire il vero.
Donne transessuali (female to fake female) che però non prendono ormoni, o meglio che, con la scusa di avere un bel ciclo regolare (come se il ciclo regolare esistesse), prendono ormoni femminili.
Donne “in transizione” verso un femminile artefatto e costruito, pronte a piallare i loro corpi, modificarli, trasformarli, renderli accettabili agli uomini, persino a quelli gay, e alle altre donne, in costante competizione su cose futili.

La persona dello status però si sbaglia. Anche l’uomo mediamente ha il dovere di trasformare il suo corpo.
La natura dona corpi maschili e femminili che, se lasciati allo stato brado, non sono dissimili tra loro.
Ma uomini e donne devono impegnarsi a renderli il più possibile diversi con queste “transizioni”

E’ un dovere degli uomini e donne creare una differenziazione fisica, per sottostare alle leggi del binarismo.
Sarebbe scandaloso e increscioso che una persona, senza tutti questi artifizi, potesse erroneamente apparire dell’altro sesso. Vergognoso, increscioso, grave. Il binarismo è un dovere
Pensiamo ai bambini. Se in mutande, è difficile capirne il sesso senza degli orpelli che ne demarchino il binarismo.
E tutto ciò è educativo, necessario.

Ci sono persone, anche non glbt, che per natura non tendono al binarismo, e non si vedono a proprio agio in questa transizione verso modelli binari. Eppure queste persone sono soggette a vari tipi di bullismo e disappunto, anche banalmente consigli “in buona fede” insistenti, di amiche, colleghe, parenti…

Di contro, ci sono persone glbt, in particolare trans, che desiderano fortemente un aspetto non solo coerente con la propria identità di genere, ma binario.
Vivono malissimo il periodo di transizione, o pre transizione, che li porta a subire un’androginia indesiderata, e tutto il bullismo, lo sgomento, l’incomprensione che caratterizza chi è portatore d’androginia.
Mi chiedo non tanto se queste persone sarebbero transgender in un mondo antibinario (lo sarebbero ovviamente), ma se tenderebbero a quest’immagine binaria e normalizzante, o se è solo uno strumento per non essere considerati brutti, strani e grotteschi.
Probabilmente alcuni, molti, desidererebbero un’espressione di genere binaria, come del resto molti cisgender.
Tuttavia, anche se il discorso disturba, se l’androginia non fosse brutta e sbagliata, molte persone, trans e non, vivrebbero a proprio agio senza le sovrastrutture estetiche che altro non sono che un passaporto normalizzatore.

Forse un giorno l’androginia avrà diritto di cittadinanza, e scopriremo solo allora chi realmente è interessato/a a modelli estetici e comportamentali binari.
Il resto è solo ipotesi, perchè viziato è il campione di indagine. Viziato dalla società, dal modelli esistenti, dal concetto di normalità e di bellezza che viene imposto attualmente. Solo quando cadranno questi stereotipi potremmo capire cosa è realmente desiderato e sentito come proprio.
Il resto è solo un’accozzaglia di ipotesi, spesso faziose.

In questi giorni ho riflettuto sul passing e cosa intendiamo quando usiamo questa parola.
Il passing è la capacità di una persona transgender di sembrare del sesso opposto a quello di nascita, ovvero del sesso relativo al proprio genere d’elezione.
Ho scoperto che il passing non riguarda solo la persona, ma anche e soprattutto il contesto.

Mi soffermo sul caso di una persona transgender non medicalizzata o medicalizzata da poco, in direzione female to male. Se questa persona si trovasse in provincia, dove il look di uomini e donne è molto binario, o se si trovasse a contatto con persone anziane, o fuori da tutti i giri GLBT, poco abituati a vedere lesbiche mascoline, quel ragazzo avrebbe un’alta possibilità di essere scambiato per un ragazzo biologico.
Facendo un esempio tratto dal mio vissuto, paradossalmente sono passato come ragazzo biologico a bolzano, sia con ristoratori di mezza età, che con adolescenti sull’autobus, sia ad un evento di azione cattolica, dove io e il mio amico Leonardo (andati lì per ragioni di attivismo), siamo stati percepiti entrambi come ragazzi biologici (ma solo lui lo è).
La cosa divertente è che paradossalmente si passa in ambienti più binari, ambienti dove magari, se sapessero che sei un ragazzo non biologico, non supporterebbero per nulla i tuoi diritti.

Non sempre però la dinamica è questa. Mi è capitato che io apparissi come uno dei tanti ragazzi gay (biologici) in associazioni GLBT come il Milk, dove chiaramente sono presenti esempi di maschilità molto diversi (anche efebi, effeminati, etc etc), ma che in ambienti machisti in cui l ‘uomo medio è un tatuato che parla di calcio e figa, e la donna media volteggia in tacco dodici, i presenti, avendomi conosciuto, per ragioni di collaborazioni dove c’erano di mezzo i miei documenti, come di sesso femminile, mi considerassero donna in automatico, un pò per la conoscenza precedente dei documenti, un pò perchè una figura come me in quell ‘ambiente viene vista come lontana dall ‘uomo, seppur strana come figura femminile. Di contro basta che arrivi, sempre in quello stesso ambiente, uno o una nuova a cui non vengo presentato al femminile, per far si che a prima vista si convinca che sono uomo (con successive ed imbarazzanti gaffes e commedie degli equivoci).

Influente è anche con chi la persona si accompagna. Faccio un esempio: in questi giorni è stata a milano mia madre, e abbiamo girato per comprare un televisore e uno scrittoio. Vedermi accanto a questa giovane madre, molto femminile, e molto materna (mi tratta come se fossi ancora teen ager), ha creato in tutti, ma proprio tutti, i venditori con cui siamo entrati in contatto, l’illusione che io fossi uno studente universitario, figlio di mia madre, ed alcuni di essi addirittura hanno sottolineato alcuni stereotipi, ovvero che è normale per un ragazzo volere un televisore al top, come per la loro moglie avere un frullatore al top (*_*).

Questi sono esempi di passing che avvengono prima che la persona si presenti con un nome coerente col genere d’elezione o magari usi su se stessa il genere d’elezione, o che qualcun altro lo faccia sulla persona t in presenza dell’estraneo.
Altre dinamiche legate alle possibilità di passing sono legate a queste suggestioni. Se la persona di aspetto ambiguo arriva in un ambiente con degli amici che la conoscono e l’appellano col genere d’elezione, le persone estranee, anche colte da dubbi relativi alla sua ambiguità fisica, soprattutto se poco esperte di mondo transgender ( e in particolare transgender ftm), tenderanno ad assecondare la percezione di genere già introdotta da chi conosce la persona.
Per questo è importante che in un ambiente sociale la persona T venga tesserata e accolta come da genere d’elezione, per confermare e rafforzare la percezione del gruppo del genere della persona T.

Sempre tornando al passing rafforzato da chi accompagna la persona trans, passo molto facilmente se sono in compagnia di donne, sia transgender che biologiche, o fidanzati o filarini molto effeminati e giovani (in quel caso come giovane gay anche io), o in generale se mi accompagno con ragazzi sotto i trenta (ad esempio se andassi in giro con mio fratello, universitario, e ci percepirebbero come ragazzi etero coetanei, amici), ma ho difficoltà a passare se mi accompagno di un partner magari gay o bisex, ma dalle sembianze virili (dieci anni in più di me, o, semplicemente, bear). L’occhio dell’osservatore è talmente abituato a voler vedere coppie etero, che se vede una coppia in cui un* dei due ha un aspetto ambiguo, tenderà a vederlo di sesso opposto all’altr*, quindi è ovvio che venga più facile vedermi come la moglie del barbuto peloso che l’efebuccio dei gaybear.

Andrebbero fatti discorsi diversi se si parla di ftm o di mtf.
Ad esempio una mtf potrebbe essere percepita come un uomo effeminato, come una persona trans o trav, o come una donna biologica, mentre, a causa della grande ignoranza che c’è verso le persone ftm, spesso la persona viene percepita o come donna mascolina/trasandata/lesbica o direttamente come un ragazzo biologico (magari molto giovane), ma raramente viene percepito come “ragazzo trans”.

Ci sarebbero molte riflessioni da fare sul passing. E’, da un punto di vista di battaglia antibinaria, scandaloso che basti spogliare un corpo xx di qualsiasi orpello socialmente femminile per farlo “passare” come un corpo di giovane ragazzo. A che livelli di binarismo sociale siamo se accade spesso e volentieri questo? Il corpo in questione potrebbe essere quello di un garazzo ftm all’inizio, ma anche di una donna androgina, non avvezza al look tradizionalmente femminile, che potrebbe, involontariamente, “passare” come ragazzo, e magari, da donna emancipata, sentirsi offesa da cio’.
Ma il fatto che il binarismo sociale aiuta le persone transgender a “passare” è, in senso utilitaristico, una manna dal cielo, per persone transgender che non vogliono ultimare o fare la transizione medicalizzata, o che comunque rimangono androgine nonostante la tos.

Recentemente mi sono reso conto di quanto la comunità GLBT differisca, almeno nella realtà metropolitana, dal lifestyle eterosessuale, partendo dal discorso macchina-patente.

Ad esempio mi confronto con altri presidenti, di associazioni di diversa natura, e loro hanno meno problemi nel dover scegliere una sede accessibile dai mezzi pubblici, perchè, banalmente, gli etero adulti hanno l’automobile.
E’ una semplice questione pratica. Un single, o una coppia, può muoversi coi mezzi, o magari sulle due ruote, ma una famiglia no. Passeggini, seggiolini, automobili diventano necessari quando si hanno dei bambini, e , in una progettualità etero, il ragazzo eterosessuale ha già da diciottenne la sua bella patente, che invece non è così diffusa, statisticamente, presso gli attivisti GLBT.

Un’altra riflessione potrei farla sul fatto che ad aiutarmi per il trasloco (ovviamente serve un’automobile) non sono gli attivisti GLBT che mi conoscono da decenni, ma gli eterosessuali (che mi conoscono molto meno, tramite passioni comuni), i GLBT “velati” (si pensi a tutto il mondo del crossdressing), o i GLBT che si sono scoperti tardi (quindi sono incappati nei “riti di passaggio”, cresima, matrimonio, figli).

Cosa c’entrano i riti di passaggio con l’avere una casa, una macchina, una patente?
C’entrano perchè un rito sociale di passaggio determina un cambiamento forte, anche nell’estetica.
Una moglie non è più una signorina, una madre non è più una ragazza, un marito non è più un ragazzo, e un padre men che meno. Così una persona sposata o con figli “deve dimostrare” qualcosa alla società, deve rispettare delle aspettative sociali, che partono dall’estetica (vestirsi in un altro modo), e finiscono col raggiungere degli step, per prendersi adeguatamente cura del partner o dei figli. Quindi una casa confortevole, un lavoro rispettabile, un’automobile.
E’ come alcune persone GLBT, libere da queste aspettative sociali (di genere e non), da un lato si emancipassero, ma dall’altro, prive di queste aspettative sociali che pretendono da loro adultità, rimanessero sempre nello status (dal vestiario al mezzi di trasporto che usa, dal lavoro al tipo di abitazione condivisa con coinquilini) di studente in erasmus.

Credo che tutto ciò (che ovviamente è limitato alle statistiche relative alla mia esperienza, non sono un antropologo, nè scrivo con metodo scientifico), non sia dovuto tanto all’essere, di fatto, GLBT, ma all’identità GLBT (politica), che porta i GLBT attivisti a rifiutare, o magari rimanere tagliati fuori, dagli stilemi eterosessuali e i loro step stereotipati. Oltre a rifiutare gli stereotipi relativi all’eteronormatività, vengono rifiutate in pratica tutte le regole “non scritte” dettate dalla società, compresi i lavori tradizionali e le loro regole, la famiglia e le sue convenzioni, le limitazioni del matrimonio, la scala di valori convenzionalmente accettata.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che una persona GLBT deve combattere l’omofobia interiorizzata e quella della società, che spesso non ha il supporto della famiglia d’origine, e che non ha particolari aspettative sul suo futuro, non ha una precisa idea della sua vita da adulta o da anziana, ad esempio, nè ha particolari aspettative sulla sua vita di coppia ed eventuali figli, non essendo supportata da leggi che la parifichino agli “straight”.

Mi è però capitato di vedere delle persone GLBT non legate all’attivismo, all’antibinarismo, alla rivendicazione politica, e al “sinistrismo”, che hanno inseguito comunque questi “riti di passaggio”, nonostante le leggi ostili. Hanno impiegato energie nella carriera, nella casa propria e del proprio compagno, e alcuni di questi in progetti di genitorialità.

Ovviamente non erano “ideologizzati” in visioni anarcoqueer, che aggiungono al rifiuto del binarismo il rifiuto delle “regole del gioco sociali, ma oltre a questo non hanno impiegato nel tempo nell’attivismo e nella rivendicazione dei diritti, tempo che hanno impiegato a coltivare sè stessi, la propria vita.

A quel punto non so quale persona transgender sia politicamente più efficace. Se quella che ha dedicato la vita a fare attivismo o se quella che ha dedicato la sua vita a coltivare sè stessa, ad integrarsi nella società, ad avere un bel lavoro e una relazione stabile, diventando un esempio per le altre persone transgender e anche per coloro che, essendo cisgender, avendo conosciuto quella persona avranno un’idea ottima delle potenzialità di una persona T, al netto delle avversità.

Ad ogni modo sono un po’ perplesso dal ricevere aiuto da amici eterosessuali, con cui non condivido le mie battaglie antibinarie (alcuni di loro le considerano futili), oppure persone crossdresser o gay velate che ho magari disprezzato per la loro comoda vita on/off, ma che a causa di questo on/off sono riuscite ad affermarsi, ed avere una stabilità tale da poter aiutare (coi fatti, e non con la politica) una persona come me in un momento di difficoltà logistica.

In poche parole, il mondo “picaresco” dei militanti, che molto investe sulla causa ma poco sullo sviluppo personale delle singole persone, non è una forte rete di mutuoaiuto, e reti come CL ed OpusDei (di cui possiamo contestare le ideologie sessiste e transfobiche) funzionano molto meglio.

Qualcuno potrà pensare che sono discriminatorio, perchè nella mia scala dei valori l’essere integrati, la carriera, la famiglia, la coppia, hanno una posizione alta. Non parlo di lusso e di vanagloria, ma di stabilità e benessere.
Per me l’indipendenza, l’autonomia, sono condizioni da ricercare, per cui l’attivismo dovrebbe passare in secondo piano, finchè non si è ottenuta l’emancipazione personale.
Non dimentichiamo che però a scrivere questo articolo è un GLBT borghese, e non “anarcoqueer”, quindi molti di voi potrebbero non condividere questa critica.

Apprezzo molto le donne, giovani e meno giovani, che sperimentano le diverse possibili espressioni di genere, per quanto concerne il comportamento, le passioni che seguono, il vestiario, i modi, e i ruoli, che alternano, provano, magari tornano sui loro passi, dopo, ma con consapevolezza.

Mi dispiace vedere che quasi sempre si tratta di donne non eterosessuali, o eterosessuali appartenenti a subculture e lifestyle alternativi (sinistre, centri sociali, punkrock, spiritualità alternative, veg, naturismo, poliamore, bdsm…), che “permettono” inversioni e sperimentazioni di ruoli, nonché espressioni estetiche alternative.

La donna etero “media” esita spesso e volentieri, preoccupata di rassicurare eterolandia ed assecondare il desiderio dell’uomo medio (etero).
Non dovete fraintendere cio’ che ho scritto. Non sto descrivendo una velina atta a mostrare tette e culi ed essere promiscua (anche perché di per se non ho nulla contro la promiscuità), ma parlo anche della ragazza “di parrocchia”, conformista, che sta sempre attenta a non tagliare troppo i capelli…per evitare che dicono che sembra un maschio (cosa che puntualmente avviene).

Non sto dicendo che dovrebbero “scomparire” le espressioni di genere femminee, ma dovrebbero essere “scelte consapevolmente” e non vissute passivamente come “innate” e “naturali”.
La critica che potrebbe essermi posta riguarda il fatto che molte donne vivono benissimo credendo che sia naturale amare un certo tipo di vestiti, avere alcune passioni e non altre, recitare un determinato ruolo nella danza della seduzione con un uomo e non il suo complementare, ma il “vivono benissimo” è sempre relativo quando si sta parlando di persone che hanno sempre e solo conosciuto un’unica realtà, e non hanno idea che esista altro, un po’ come quando io non sapevo che “si potesse essere ftm”, oppure alcuni schiavi neri pensavano che fosse “naturale” per loro essere schiavi, o le donne islamiche fiere del burqa, o quelle africane fiere della loro infibulazione.
Di certo qualcuno dirà che è il mio occhio di occidentale a dire che questi sopracitati esempi rappresentano persone che NON stanno realmente bene, e che è il mio occhio di attivista che vuole “sbinarizzare” tutto, come se a chi è fuori dei nostri giri importasse qualcosa.
Altri diranno che l’esempio con schiavi neri e infibulate è fuori luogo, e che una donna “binaria” infondo è felice e ha dalla vita tutto cio’ che possa desiderare, e magari è vero, chi lo sa!

Mi chiedo ad ogni modo come mai invece le donne non eterosessuali, che non devono rispondere a determinati canoni binari per essere ritenute attraenti (ma nel mondo LGBT ha un suo mercato anche l’androginia), messe nelle condizioni di poter sperimentare, sperimentino tranquillamente, senza il terrore di perdere consenso e finire in basso nella classifica della desiderabilità.
Lo stesso succede all’uomo eterosessuale, che raramente (a meno che non sia un rocker o un glamster) vive la sua femminilità interiore ed esteriore senza l’incubo di essere meno desiderabile o “scambiato per ricchione”.
Del resto anche il mio ex efebuccio di bolzano, curioso verso le donne, mi diceva di non interessare minimamente a loro (ma io, dai miei occhi di persone LGBT, lo vedevo strabono ed androgino!).

Mi dicono dalla regia che nel mondo femminista invece tutto funzioni diversamente e che ci siano molte donne al di fuori di questi canoni binari, estetici e comportamentali, considerate desiderabili dai loro compagni, anch’essi femministi ma non sempre.
E che addirittura alcune femministe e donne di sinistra abbiano avuto dilemmi etici sul vivere la propria femminilità e conciliarla con la battaglia femminista (essere di sinistra non significa transizionare verso bindi o binetti!!!).

Ad ogni modo, spero chele mie lettrici mi daranno torto, ma che non sia un torto “politically correct”, atto a dire che “la donna media non esiste, che sono piu’ emancipate di quanto io creda” o a dire che sono un misogino.
Mi sembra che denunciare un problema, analizzarlo, sia un tentativo di aiutare la donna, mentre oscurare il problema…quella è la vera misoginia.

Combattere il binarismo significa stabilire che ogni persona possa avere il diritto di aspetto e comportamenti non binari, che essa sia trans o no, che essa sia GLBT o no.
Spesso le persone non attiviste si sentono minacciate da questa battaglia, come se si volesse vietare loro di esprimersi (fisicamente e mentalmente) in modo polarizzato (maschile o femminile).
Ognuno di noi ha diritto di libera espressione di genere. Di seguire le proprie attitudini, anche ovviamente nel caso queste attitudini lo o la portassero a un’espressione di se stesso aderente all’immaginario di ruolo totalmente femminile o maschile.
La cosa che sindachiamo è che ciò non avvenga per un instradamento sociale fin dall’infanzia ma come rivendicazione ed emancipazione del proprio io, e che non si tenda a pretendere questa polarizzazione da ciò che ci circonda (persone transgender con un cattivo passing, persone transgender non in transizione, gender fluid o semplici persone che vogliono esprimere se stesse con comportamenti trasversali e non polarizzati, che escono quindi dallo stereotipo di genere).
Ci preoccupiamo di indagare la “disforia” della persona T (se ha un’immagine polarizzata di se stessa, e questo comporta poi anche la possibilità di transizionare) ma non indaghiamo le aspettative sociali che portano questa persona a non essere accettata finchè il suo aspetto è ambiguo (contesto anche l’uso di questa parola dispregiativa) e la rassicurazione quando quest’aspetto tende a polarizzarsi, ma cio’ avviene anche con persona transgender e non, se hanno un comportamento o un aspetto non “polarizzabile” verso il rosa e il celeste, e questo innervosisce le persone, perché richiede uno “sforzo” che non intendono fare (è più semplice rettificare la persona).