Una storia come tante…

Intervista ad Alex, ragazzo gay ftm

Intervistatore: Nath
Intervistato: Alex, ftm gay in transizione
Data: 28 aprile 2010
Intervista redatta per MilkBlog

alex-1024x768

1) Quando hai scoperto che la tua identità di genere era maschile? E quando lo hai accettato?

Non ho scoperto la mia identità da un giorno all’altro, chiaramente. Credo che per nessuna persona transessuale questo sia possibile! Credo semplicemente di aver sempre allontanato questa possibilità, perché non fa parte della cultura in cui sono cresciuto sapere e accettare serenamente che esista anche questa realtà.  La cosa che mi ha praticamente sempre accompagnato è stato più un senso di disagio, vergogna e non appartenenza in generale; con la pubertà si è concretizzato di più in un senso di repulsione verso il corpo, la sessualità e il riconoscermi nel genere femminile. Spesso mi trovavo a chiedermi perché non fossi maschio, ma il fatto di sentirmi attratto da altri maschi è stato a lungo un deterrente molto forte al riconoscere un problema di identità di genere.
L’ho accettato definitivamente a 27 anni, con un pazzesco rimorso verso tutta la violenza che io stesso mi sono fatto per “accettare ed essere orgogliosa della mia femminilità”, così come va molto di moda dire fra le donne che sono a disagio con la loro condizione… purtroppo non era questo il mio problema, e il fatto che nessuno ci avesse mai pensato mi fa ancora molto male, ma questa è un’altra storia.
Credo che la coscienza della mia identità mi abbia accompagnato “sotterraneamente” da sempre, purtroppo però quando un bambino nasce viene subito e univocamente inquadrato dal sesso prima ancora che da un nome… Ho sempre sentito di non appartenere a nessuno (o a poche cose di entrambi) dei modelli che mi venivano proposti (per fortuna mai imposti, almeno per quanto riguardava i miei genitori), ma la dipendenza affettiva dalla famiglia (ovvero il desiderio di non dispiacere ai genitori) e dalle aspettative altrui, mi ha fatto assumere sempre comportamenti molto contrastanti.  Cerco di spiegarmi meglio: facevo un mare di capricci per mettere un vestito da principessa a carnevale così come per avere la più gettonata auto telecomandata o andare sugli autoscontri alle fiere di paese competendo con i maschietti. Apro una piccola parentesi: parlo di queste banalità perché è uno standard, ma in realtà non credo sia indice di un problema di identità di genere se ti piacciono le bambole o le macchinine… a me piaceva giocare con entrambi, era forse più diverso il modo con cui ci giocavo, diverso dal modo di interpretare questi giochi sia dai maschi che dalle femmine. Devo dire che purtroppo nella mia famiglia ci sono sempre stati anche altri tipi di problemi di relazione, per cui ho trovato difficoltà ad esprimermi e capire cosa stesse succedendo a me, ai miei familiari e come affrontare tutto, per cui il mio passato è un groviglio di confusione e sofferenza che faccio fatica a scomporre cosa è conseguenza di cosa.
Ad ogni modo, per non andare troppo fuori tema, la consapevolezza di avere un corpo femminile per me ha avuto la meglio sui sentimenti: dovevo accettarlo, era “naturale” per quanto detestassi l’idea di crescere. E poi il fatto che mi innamorassi dei miei coetanei maschi era del tutto “nella norma” per quello che è il modello di amore eterosessuale sottinteso nella nostra cultura, cosicché prima della pubertà la mia mente era piuttosto candida e viveva in un mondo di sogni parallelo alla realtà, più che altro, un mondo platonico dove le relazioni andavano secondo i miei piani e il sesso non esisteva proprio, ed io ero io, senza accenti sul genere. La cosa che più mi confortava era che gli angeli non avessero sesso, ed io speravo che prima o poi avrei trovato il mio angelo, qualcuno che l’avrebbe pensata come me e mi avesse salvato da tutta questa confusione.
Fuori dal mio mondo c’era il mondo reale, che per me era una sorta di incubo, ma avevo i più disparati motivi per pensare che fosse un incubo non a causa del mio malessere interiore quanto di una serie di problemi di relazione fra le persone intorno a me, problemi che io non capivo, o mi sembrava fossero così semplici da risolvere ma a quanto pareva non per la maggior parte di loro. Ah, non ho detto che dove sono nato e cresciuto il livello culturale della gente era piuttosto basso, e per fare un esempio, fra il bigottismo e i tabù dire “culattone” era un po’ come dire sfigato più degli altri, ma il fatto che significasse persona che ama qualcuno dello stesso sesso era una descrizione pressoché inesistente (mi e vi risparmio il turpiloquio veneto sulle descrizioni di che insulto fosse ): non sono stato a conoscenza di questa realtà fino agli anni del liceo. Dopodiché, per quanto pensassi alla possibilità di lasciarmi andare con donne anziché con uomini, non sentivo di poter essere lesbica, il che ha ulteriormente complicato le cose, senza contare che nel mio paese d’origine non ho mai neppure sentito parlare di qualcuno che fosse omosessuale.
Più tardi, negli anni, cercando di accettare che il sesso non doveva fare poi così schifo e che le pulsioni comunque le avevo e sembravano piacevoli, ho sempre vissuto la mia sessualità in modo orribile: per quanto cercassi di rilassarmi e percepire sensazioni positive dal mio corpo, non ho mai provato piacere, solo un senso di mancanza e di frustrazione enorme, anche quando andavo con ragazzi che mi piacevano molto, in incontri occasionali in cui non dovevo spiegare nulla e addirittura quando cercavo di appagarmi con l’autoerotismo.  Non riuscivo a sopportare la sensazioni che provavo nel momento in cui mi si toccava il seno o attraverso la penetrazione vaginale, tuttavia mi costringevo a provare ad accettarlo pensando che fosse un blocco mentale (adesso posso dire che niente mi convincerà più che il mio sia un problema solamente mentale ma che è strettamente legato al fisico, ed è proprio per questo che ho intenzione di completare il percorso di transizione).
Tutto questo sia prima che dopo il mio coming out a me stesso; le cose hanno cominciato ad andare meglio fisicamente solo dopo le prime iniezioni di testosterone. E’ stato come se tutto il mio sangue avesse cominciato a circolare finalmente nel senso giusto, e le sensazioni spiacevoli hanno cominciato ad affievolirsi. Invece la semplice accettazione della mia condizione di uomo nato donna mi ha salvato dal credere la mia vita priva di senso, una condanna “incondivisibile” e dal pensiero di suicidio e mi ha dato la forza di essere me stesso, di combattere per affermare io stesso chi sono e non lasciarlo decidere agli altri cercando in qualche modo di adattarmi. Sopravvivere è molto diverso dal vivere veramente la propria vita, per quanto difficile possa essere e per quanto altre persone possano non accettarlo e lasciarti solo.
Ho avuto esperienze sessuali solo con uomini e ho amato solo uomini, anche se come accennato poco fa non provavo del reale appagamento né sessuale, né personale in vece di donna, ma sentimenti ambigui e contrastanti ai quali ho cercato di dare le più diverse spiegazioni senza risultati soddisfacenti fino alla mia presa di coscienza consapevole. Mi è invece capitato di provare attrazione anche per alcune donne e probabilmente come uomo non disdegnerei qualche esperienza sessuale, ma sicuramente non c’è la stessa intensità che provo per gli uomini, né l’empatia che io cerco per rendere appagante e completa una relazione.

2) Molte persone, anche appartenenti alla comunità GLBT, che non conoscono la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale, direbbero che visto che sei in un corpo femminile e ti piacciono gli uomini sarebbe stato molto più semplice rimanere nel corpo femminile. Vuoi spiegare il perché della tua scelta?

Credo che questa domanda sia veramente azzeccata e anche molto complessa (anche se per il modo GLBT mi viene di primo acchito da rispondere: provate a pensarci sopra un po’ e a mettervi nei miei panni in quanto gay e troverete da soli le risposte, se non siete superficiali). Credo che una transessuale (mtF) arriverebbe prima degli altri a capire, un omosessuale probabilmente un po’ dopo ma vi invito a riflettere bene su alcuni concetti:  anzitutto essere gay non vuol dire trovare il proprio corpo irreparabilmente e costantemente inadeguato, né provare frustrazione perché non si riesce ad interagire né con la propria sessualità né con le persone a causa di una propria natura che non si può vedere con gli occhi, né toccare con mano. Non so se sia possibile essere effettivamente compresi da chi non vive questa stessa situazione sulla propria pelle…ma il concetto in sé mi sembra piuttosto semplice.
Per chi invece non ha mai fatto i conti con questa realtà penso sia utile ribadire il concetto che appunto l’attrazione verso una persona che ci piace (orientamento sessuale) è molto diverso dal trovarsi a raffrontarsi con le persone in generale sotto una sorta di maschera “intoglibile” che ci nasconde la nostra vera natura, classificandoci in un ruolo radicato fortemente nella nostra cultura, “automatizzato” se mi passate il termine, che non dice nulla di noi, anzi, è fonte di malintesi che si sciolgono solo accettando che esista la possibilità che biologia e interiorità a volte non coincidano.
Aggiungo anche che ho la profonda convinzione che anche in un ipotetico clima di piena tolleranza, accettazione e riconoscimento della mia anima maschile (parlo per me ma credo sia cosa comune a molti transessuali) io vivrei comunque una condizione di disagio verso la mia  fisicità ed avrei difficoltà a sentirmi a mio agio in intimità. Mi sento di dirlo perché con i ragazzi eterosessuali coi quali ho avuto delle relazioni non ho mai subito traumi, violenze anche solo psicologiche o costrizioni, semplicemente non venivo compreso ed era nella loro natura cercare in me una donna,  poiché quello era il mio aspetto, anche con i capelli rasati a zero. Il dire ad un ragazzo “non sto bene perché voglio che mi tratti come se fossi un uomo” non ha mai funzionato nella pratica. A pensarci bene ha fatto scappare impaurita più di una persona! D’altra parte nessun ragazzo omosessuale mi ha mai corteggiato per la mia “mascolinità interiore”, per cui la mia è stata una storia di isolamento e solitudine fino a quando non ho accettato di vedere dove stava davvero il mio problema.
Da qui la mia scelta: dopo aver provato in tutti modi a trovare cosa ci fosse in me che non andava bene ed essere arrivato ad avere anche problemi psicosomatici, aiutato da diverse terapie (psicologiche e non) che hanno smosso le mie resistenze (e non parlo di quelle che seguo ora nella fase di transizione, ma di quelle che seguivo per cercare di accettarmi come donna! ) ho finalmente capito che se volevo davvero vivere questa era la mia strada.

3) Da quando il tuo corpo, la tua voce, stanno cambiando, come si rapportano le persone con te?

Gran bella domanda!! XD  In una parola: è un gran casino!  Diciamo che questo è il momento più interessante della transizione, ma anche quello più difficile, frustrante e complesso.  Ho chiaramente la voce di un uomo, ma l’aspetto è così ambiguo che ogni persona vede in me quello che vuole vedere. Vedo sguardi straniti, ma in ogni caso tendono a darmi della signora, credo perché nella stupida etichetta sociale risulterebbe meno offensivo dare della donna ad un ragazzo piuttosto che dell’uomo ad una donna. Per alcune transessuali donne (mtF) se non specifico passo per una di loro, per molte persone passo per una lesbica dichiarata, per il resto non saprei; noto un grande imbarazzo generale più che altro. In qualche raro caso sono stato preso per uomo (li conto sulle dita: 3 in 8 mesi di terapia…): diciamo che è ancora presto per i risultati della terapia ormonale e che per quanto io possa non avere un seno visibile e avere una voce del tutto maschile (senza contare l’abbigliamento da uomo, i capelli con taglio maschile e un accenno di baffi ) non è sufficiente per vedermi riconosciuto come ragazzo (io lo trovo veramente incredibile, ma è chiaro che non faccio testo). Sinceramente non capisco come mi vedono gli altri, vivo molto in solitudine e ho pochissimi contatti con le persone, quelli che ho avuto finora non sono stati piacevoli, né con chi già conoscevo ( fatte un paio di eccezioni ), né con la gente comune nella vita quotidiana.
Per quanto riguarda il mondo omosessuale, ho pochi contatti con ragazzi gay (escluso il Milk), per cui non so dire come mi possano percepire, ma dato che mi pare di capire che quasi tutti mi inquadrino ancora in un’identità femminile mi crea molto imbarazzo l’idea di espormi adesso che non mi sento ancora completo. Non ho idea se qualche persona abbia pensato che io sia un ragazzo molto giovane, perché non l’ho mai saputo, ma dati i “signora” che mi appioppano nei negozi direi di no… spesso i ragazzi/e giovani mi danno molto meno della mia età, ma come ragazza…

5) Come ha reagito la tua famiglia alla notizia della transizione?

La mia famiglia (mamma, papà e mia sorella minore) lo ha accettato, nel senso che non mi hanno assalito o contraddetto o insultato. Sapevano che nascondevo qualche grosso disagio, per cui un po’ si aspettavano qualcosa, ma non si aspettavano che si trattasse di identità di genere.
In questo momento non abbiamo molti contatti che non siano piuttosto superficiali ( del tipo ”ciao, com’è li il tempo”, “come va?”, “sai tra poco andiamo nel posto x”). Io non mi sento a mio agio con loro e non mi sento ancora di essere spontaneo, però si danno da fare per approfondire la situazione, seguono un gruppo di auto-aiuto ed è ancora tutto da scoprire.

6) Al lavoro ci sono stati problemi e pregiudizi legati a questa scelta?

Sul lavoro non ci sono stati problemi, a parte il fatto che non se ne parla se non è necessario, mi chiamano Alex ma mi parlano al femminile e mi sento un po’ compatito da uno dei colleghi che crede che io abbia un trauma mentale. Diciamo che non c’è molta spontaneità ma i rapporti sono gli stessi di prima. C’è molta tolleranza ma poca vicinanza, comprensione. Più complesso il contatto con il pubblico (lavoro in un circolo con ristorazione): chi mi conosceva prima fa finta che non stia succedendo nulla, credo che quasi tutti mi prendano per una lesbica e basta e altri si mantengono distaccati. Non ho idea di cosa si dicano fra loro (l’ambiente è molto informale), ma chi mi ha visto da poco per la prima volta e mi ha dato del lui torna dandomi della lei ed è quindi chiaro quello che succede: è molto fastidioso ma non posso che sopportarlo per ora, non ho intenzione di attaccarmi un cartello con la scritta: “sono transessuale, sono un uomo grazie” dato che i soci sono circa 3000 e spesso si vedono 1 volta l’anno… preferirei parlare solo a chi si interessa a me, o aspettare che i cambiamenti siano più evidenti prima di espormi.

7) Come hanno reagito, invece,  gli amici?

Il capitolo ex e amici mi mette abbastanza a disagio, perché quello che sento è che non ho nessun vero amico, qualcuno su cui poter contare davvero nei momenti di difficoltà, o anche solo per rilassarmi un po’ e sfogare la tensione che ho dentro. Credo questo sia dovuto soprattutto al fatto che non sono in un ambiente che sento mio in questo momento: è come se ci fosse la volontà da parte di 3-4 amici di essermi vicini, ma di fatto è molto difficile condividere quello che sto passando e affermare quello che sono con persone che in me vedevano un’altra persona…

8 ) Per quanto riguarda le persone con cui hai avuto relazioni, qual è stata la reazione?

Per quanto riguarda le relazioni affettive, col solo uomo che considero di rilievo nella mia “vita precedente”, quello con cui ho condiviso di più tutto il mio disagio e la prima parte della mia presa di coscienza, ho troncato di netto la relazione perché non ho avuto nessun riconoscimento della mia situazione, per lui ero solo una donna che andava accompagnata per tutta la vita nel suo delirio ed era disposto ad accettare unicamente questo.

9) Tu sei già in terapia ormonale e fra poco dovrai decidere a quali interventi demolitivi e ricostruttivi relativi alla rassegnazione del genere fare e non fare. E sulla genitorialità trans? Hai già un’idea a riguardo?

Fin da quando avevo 12 anni sognavo un chirurgo plastico che regalasse l’intero seno a qualche mia coetanea ansiosa di essere donna e un po’ meno “fortunata” di me, per cui non vedo l’ora di togliermi questo peso, e direi con pari urgenza vorrei rimuovere l’apertura vaginale, con tutto quello che sta dietro. Sinceramente credo che la mia salute fisica e mentale abbia la priorità sull’avere un figlio che altrimenti ne potrebbe solo soffrire e devo dire che il solo pensiero di una gravidanza (sul mio corpo) mi fa impazzire, non ho rimorsi per questa perdita. Per me è un figlio qualunque bambino abbia bisogno di affetto e protezione, non importa il vincolo di sangue.
Per quanto riguarda gli interventi ricostruttivi, ne sento la necessità, ma so che sono spesso deludenti per cui aspetto di vedere come procede la terapia ormonale e come si modificherà la mia percezione. Probabilmente cercherò di ottenere solo una metoidioplastica.

10) Essendo tu un transessuale omosessuale, saprai che in Italia non è consentito il matrimonio omosessuale, e che alcune transessuali lesbiche, ad esempio, hanno evitato il cambio dei documenti per sposare legalmente la propria compagna, tramite un matrimonio civile tecnicamente omosessuale (che chiaramente verrebbe annullato nel caso si richieda in seguito la conversione dei documenti). Hai mai pensato a questa strategia per poterti unire in matrimonio, eventualmente, a un ragazzo omosessuale?

Direi che a questo escamotage non avevo neppure pensato ancora… sarà che non credo più di tanto nel matrimonio in generale… Certo però potrebbe essere utile per questioni di diritti civili, ma non ho molta voglia di avere costantemente problemi con i documenti per una cosa che forse non accadrà mai. Preferisco conquistare a pieno titolo la mia identità e sperare in un futuro dove per restare vicino alla persona amata in ospedale non serva più (e per nessuno) un pezzo di carta dove si certifica un vincolo che ha valore solo per una tradizione.

11) Infine, da cosa deriva la scelta del tuo nome?

Beh, qui andiamo molto sul personale e mi limito a dire il minimo.. :-P Ho scelto due nomi: uno è un segno del destino, è il nome che sapevo di avere in un sogno che ho fatto quando avevo quattro o cinque anni; l’altro l’ho aggiunto perché mi è sempre piaciuta l’idea di avere un doppio nome e ho scelto quello che riuniva in sé più qualità, tipo suonare bene con l’altro nome e il cognome, essere un nome abbastanza comune ma importante, poter essere abbreviato e altre cose simili.