Posts contrassegnato dai tag ‘teoria gender’

Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.
Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.
Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.
Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del transessuale sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).
Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’achille viventi, pensano che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.
Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti. Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile? Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto? Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.
Recentemente ho letto “L’Apartheid del Sesso”, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradiazionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay banalmente “perchè gli piace il pene”.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava piu’ che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette.

Il movimento GLBT ha sottovalutato il fenomeno “sentinelle in piedi” e “contro l’ideologia gender” perché pensava, ragionevolmente, che fossero “quattro stronzi”, cosa che effettivamente corrisponde a realtà, ma ha dimenticato quanto questi quattro stronzi, con dei catalizzatori dietro come Forza Nuova, la Lega Nord, Fratelli D’Italia e (soprattutto) la parte più integralista della Chiesa Cattolica Romana potessero fare rumore.
E cosi’ ci siamo trovati traditi da tutti i mass media, che hanno gonfiato i numeri del Family Day (un milione? in una piazza che contiene al massimo, stretti come sardine, 200.000 persone?) e non ci siamo accorti che anche nelle parrocchie di Canicattì e Cantù, si parli (ovviamente male) di “Gender” .

Partiamo dall’inizio:

un tempo c’erano le persone GLBT. per il cattolici erano “malati”, ma i malati devi compatirli. Chi sei tu per giudicarli?
E cosi’ il cattolico aveva una contraddizione: come poter giustificare la non accoglienza verso coloro che chiamava malati?
Cosi’ i “malati” , ora che non lo sono più, possono essere odiati, perchè sono diventati “ideologi“.
E cosi’ ora essere gay, lesbica, bisessuale, transgender, è un’ideologia, come il comunismo, il socialismo, il nazismo…

Un tempo si era maschilisti e binari per tradizione, non c’era bisogno di “teorizzare”, e il fatto che la Chiesa stia cominciando a teorizzare gli stereotipi di genere come naturali, innati e insindacabili è la prova che ce ne sia bisogno, e che quindi antibinari e glbt-friendly “rischino” di diventare fisiologicamente la maggioranza.

Ma cosa chiamano “ideologia gender/teoria gender”?
In realtà gli attivisti GLBT non hanno mai usato questo termine, che nasce da un pastone che fonde gli studi di genere, elaborate nelle facoltà americane di antropologia (in ambiente laico, i cosiddetti gender studies), e la teoria queer elaborata da alcuni filosofi, tra cui Butler, per altro non condivisa, o non in pieno, da gran parte del movimento LGBT (ad esempio io non ne sono un sostenitore).
Questi percorsi culturali mettevano a fuoco varie questioni, in particolare gli stereotipi di genere, dichiarando che, come da scoperte scientifiche, i ruoli di genere non sono innati, non hanno nulla di genetico o biologico, ma sono stati tramandati socialmente e culturalmente da generazione a generazione.

In soldoni, sebbene puo’ esserci una differenza di forza fisica media tra una donna e un uomo coetanei e della stessa cultura ed etnia, in una società come la nostra in cui non si vive di forza fisica, tutte le differenze nella divisione dei ruoli domensitci, della donna e nell’uomo nelle professioni, nei diversi ruoli genitoriali del genitore con la vagina e di quello col pene, sono sostanzialmente culturali.

E’ dimostrato scientificamente che avere il bacino diverso, o il cranio, o la genitalità, non porti ad una predisposizione innata a  comportamenti che la società chiama per stereotipo “maschili” o “femminili”, tuttavia fin dai primi giocattoli, vestiti, acconciature, i bambini vengono “differenziati” affinchè si abituino al ruolo , ed illusi che quella sia l’unica strada. Questo atteggiamento viene chiamato “predeterminismo biologico”.

Ovviamente questo discorso non c’entra assolutamente con le tematiche GLBT, perchè è qualcosa che ridiscute innanzitutto i modelli familiari, di coppia, e il mondo del lavoro, relativamente all’umanità tutta, quindi in grande percentuale riguarda coloro che hanno un orientamento sessuale etero e un’identità di genere coerente col corpo (etero madri e padri di famiglia).
Ma se ogni persona, nata col pene o con la vagina, puo’ reinventare un ruolo sociale a seconda delle sue attitudini, come del resto succede a bambini educati senza stereotipi, in Nord Europa, e quindi le due figure stereotipate rosa e celeste decadono, allora viene molto depotenziato il simbolismo cattolico dei due “ruoli insostituibili” che devono affiancare un bambino, quindi diventa naturale immaginare le famiglie omogenitoriali e i genitori transgender.

Vi è una grande confusione, in chi non è addentrato in tematiche antropologiche e sociologiche, tra l’orientamento sessuale e l’identità di genere (ovvero le tematiche delle persone omo/bisessuali e delle persone transgender) e i ruoli sociali di genere (tematica riguardante invece tutti).

L’identità di genere (se sei una persona transgender o no) e l’orientamento sessuale (se sei una persona omosessuale, bisessuale o no) sono intrinsechi e non dipendenti dal contesto socio/culturale. Poi è la visibilità che una persona sceglie di dare a questa condizione, e il processo di autodeterminazione, che è influito dalla società.

In un ambiente ostile una persona potrebbe, per quieto vivere, accodarsi al branco e scegliere modalità di vita “comuni”, senza venire mai a scoprire della sua identità di genere o del suo orientamento, magari non sapendo dare una risposta ad un malessere senza nome e senza una precisa forma. Cio’ succedeva soprattutto in passato, in provincia, quando c’era molto isolamento, non c’era internet, e una persona, priva di riferimenti, non sapeva dare un nome a cio’ che era, e ne aveva un terrore tale che preferiva non indagare.
Cosi’ molte persone transgender hanno vissuto intere vite incarnando il genere coerente al sesso biologico, molti omosessuali si sono sposati con persone di genere opposto e hanno fatto figli, o sono rimasti “zitelli”,molti bisessuali hanno preferito dare più spazio a relazioni eterosessuali per quieto vivere sociale.

Altri invece hanno scoperto di sè ma, a causa delle condizioni di vita ostili, hanno deciso di vivere “clandestinamente” il loro orientamento sessuale (con relazioni clandestine, esperienze in saune e locali a tema gay/lesbico) e/o la propria identità di genere (con esperienze di cross-dressing magari casalinghe o in ambienti protetti), magari alternando a queste piccole boccate d’aria una vita normalizzata da scapoloni/scapolone o prigionieri/e di matrimoni di copertura, o magari di una carriera monacale/ecclesiastica.

Altri, di estrazione cattolico romana, si sono rivolti a psicologi, spesso cacciati dall’Ordine in quanto dissonanti rispetto all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che hanno, tramite strumenti religiosi di tradizione cattolico romana, anche se sono nate in ambiente pentecostale, quali riti, preghiere, rosari, fatto percorsi di lavaggio del cervello atti a lavorare sugli stereotipi di genere, per “ripristinarli” per poi chiarire che non solo i ruoli sono innati, ma che la coppia deve essere costituita solo da uomo e donna, che hanno ruoli diversi, complementari, e chiaramente quello prevalente è il ruolo maschile (la donna è subordinata, come dice San Paolo).

Meno considerata dalla Chiesa è invece la condizione lesbica, e quindi esistono meno percorsi riparativi, in quanto la donna in sè è meno considerata dalla chiesa e dalla società reazionaria, quindi diventa relativamente importante anche il suo lesbismo. Inoltre per questioni bibliche, la vera ossessione è la sodomia (che tra l’altro diversi omosessuali non praticano, e che diversi eterosessuali praticano), quindi dove non c’è penetrazione (per come loro immaginano il lesbismo), non c’è interesse.

I ruoli sociali però non sono innati, ma condizionati dalla condizione socioculturale. Spesso gli integralisti religiosi amano fare volutamente confusione tra i ruoli sociali e gli stereotipi di genere e tutto ciò che concerne l’identità di genere e l’orientamento sessuale.

Se per loro i ruoli sono binari e innati, se ogni sesso biologico (maschio femmina) ha sempre e solo un genere identitario corrispondente (uomo e donna) e anche dei ruoli “naturalmente” predisposti, non ha senso parlare di genere (gender), nè relativamente all’identità di genere, nè relativamente ai ruoli, quindi, per loro il “gender” non esiste.
Tutto viene ricondotto al “sesso” (biologico, e ai genitali) e non al genere. Anche la genitorialità viene vista come unica finalità del sesso, e soprattutto il sesso come unico strumento legittimato a portare alla genitorialità, e, nel tentativo di delegittimare i genitori GLBT, delegittimano anche i genitori adottivi eterosessuali, o i genitori eterosessuali che sono ricorsi alla genitorialità assistita, introducendo, contro di loro, concetti come padre vero, padre falso, madre vera, madre falsa…

Inoltre, tramite fenomeni come le sentinelle in piedi, rivendicano ildiritto” di libero pensiero, anche quando è un pensiero intollerante ed ostile verso il diverso. Come se qualcuno scendesse in piazza per il diritto di dire che la donna, o le persone di colore, o gli ebrei, sono inferiori.

In vari blog, pagine facebook, gruppi facebook, dove domina incontrastata l’incapacità di distinguere le etero femministe, dalle persone omo e bisessuale, e dalle persone transessuali e transgender, ormai hanno dovuto trovare una parola sintetica che ci comprendesse tutti, uniti dalla nostra “ideologia“, riconducendo subito la parola “gender” alla questione dell’omogenitorialità e dei diritti dei bambini (qualcuno pensi ai bambiniiiii!)
Ideologi del gender, o, per sintesi, “voi gender”.

Ultimamente sono stato coinvolto in questo forum
http://www.cattoliciromani.com/21-diritto-canonico/45104-matrimonio-tra-due-transessuali
in cui ho sentito il bisogno di spiegare cosa è una persona transessuale, i suoi possibili orientamenti sessuali, le leggi vigenti in italia e nel mondo, e la differenza con le persone transgender.

Non ho espresso nessun giudizio, come potete osservare.
Ovviamente sono stato “bloccato“, e questo mi ha fatto riflettere sulla visione cattolica
riguardo alle persone GLBT.

Noi distinguiamo, per ragioni didattiche e “didascaliche”, tra orientamento sessuale (predisposizione della persona) e identità di orientamento sessuale (ovvero quando quella persona, risolta, rivendica la sua condizione di omo, bi, transgender…)
Transgender, transessuale, omo, bi, sono termini, direi scientifici.

In area cattolica invece tutto ciò viene visto solo come “ideologia“, che colpisce persone confuse che ovviamente sono etero e cisgender, (ma loro preferiscono dire NORMALI) e per un trauma pensano di essere altro, magari spinti e spinte da persone ideologizzate (la chiamano teoria del gender, nessun attivista glbt ha ancora capito cosa intendono).
Quindi non essendoci una rivendicazione di cio’ che si è, dovuta alla consapevolezza, non esistono le identità glbt, ma solo la confusione, l’errore, il trauma, la “malattia”, il peccato, e quindi è tutto reversibile, o meglio, curabile.
Quindi tutta la terminologia, ormai scientifica, su cisgender, transgender, sugli orientamenti sessuali delle persone T, va cancellata, o meglio, assimilata alle ideologie, come le ideologie politiche, quindi “relativizzata”, per difendere la visione pietista della persona glbt malata o peccatrice.

Quindi l’omosessuale diventa un eterosessuale “confuso”, e l’attivista omosessuale diventa un “omosessualista”, così come il laico (per la laicità delle istituzioni), diventa un “laicista”. (ovviamente i termini hanno accezione ideologizzata e dispregiativa)

Qualcuno dice che io sia masochista a cercare per forza il dialogo con persone distanti, informarle, “e-ducarle” (dal latino e-duco), ma io penso davvero che la visione di altre prospettive possa generare un percorso di crescita nelle persone, anche in quelle non glbt friendly.