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Domenica 19 Febbraio il Milk Ospita l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali).
Per preparare all’incontro abbiamo intervistato la Dott.ssa Ribali, medico specialista in Neurologia e Psichiatria, psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

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Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi.

Come pensi sia corretto per la famiglia approcciarsi a un bambino “gender not conforming”? Documentarsi, rilassarsi e lasciarlo/a esprimersi con libertà.

E la scuola che doveri ha verso i bambini con una tematica di genere?
Il primo dovere, verso ogni bambino, è il rispetto. La scuola può informare e formare insegnanti e genitori, perché a loro volta comprendano, accettino e passino ai piccoli messaggi di rispetto e tolleranza.

Come tutelarsi dal problema del bullismo?
Prevenendolo, con l’informazione e l’educazione dei bambini al rispetto e anche alla difesa attiva dei più deboli, se occorre.

Se una persona molto giovane manifestasse il desiderio di essere conosciuta e rispettata con un nome “non anagrafico”, come ci si dovrebbe comportare, nelle situazioni maggiormente burocratizzate, come la scuola?
Molte scuole hanno dirigenti e insegnanti aperti e psicologicamente preparati a trovare soluzioni creative e divertenti, accettabili dai bambini e dai genitori. i bambini percepiscono facilmente se un compagno si presenta e si comporta secondo modelli cross, e non fanno una piega, se sono stati educati correttamente. Usare un nome o un soprannome gradito al bambino in questione non mi pare un problema insormontabile.

Il tuo lavoro ti permette un osservatorio privilegiato: come sono gli adolescenti che segui? Decisi? Confusi? e com’è l’ambiente che li circonda?
Gli ambienti sono eterogenei, i contesti sociali italiani sono estremamente vari. Sono soprattutto le famiglie che impostano i ragazzini: poi la scuola e il gruppo che frequentano fanno il resto. Se hanno fortuna, cresceranno più sicuri e con meno ansie, altrimenti ….. saranno i nostri pazienti di domani. Oggi i ragazzi non temono di confrontarsi, se necessario, con professionisti della psiche, e questo è cosa positiva.

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Come sono cambiate le cose negli ultimi decenni?
Da noi, si può dire che gli ambienti più aperti accettano di passare da una visione binaria del genere a una visione più fluida. I media hanno aiutato a cambiare molto le cose, che rapidamente stanno muovendosi verso una maggiore tolleranza.

I professionisti del benessere mentale della persona che accortezze devono avere coi minori con tematiche di genere? e quali sono i rischi?
Molti psicologi e operatori hanno fatto sforzi per aprirsi e studiare nuove teorie e nuovi approcci, ma ancora esistono professionisti che sono rimasti ancorati a pregiudizi superati. Da evitare, semplicemente. Cambiare medico di base, psicoterapeuta o counselor non è difficile.

Qual è l’approccio migliore verso queste giovanissime persone? Quali le mosse da fare per essere maggiormente rispettosi e possibilisti?
Appunto, il rispetto è alla base di qualunque rapporto positivo, con qualunque giovanissimo, e soprattutto con i bambini. Attenzione anche a non strafare, però, con le migliori intenzioni: ai ragazzini che manifestano istanze gender fluid si deve sempre offrire la possibilità di modificare il loro percorso, o di trovarne altri, in direzioni diverse. Senza fretta.

Quali strumenti i professionisti possono dare a questi ragazzini in modo che possano sopravvivere?
Sopravvivere sopravvivono: il professionista deve aiutare a vivere bene! E quindi, deve impegnarsi, muovendosi anche nel sociale che circonda il ragazzino: famiglia, scuola, relazioni.

La tematica di genere puo’ portare un giovanissimo all’abbandono degli studi? cosa si può fare per evitare questo rischio?
E’ , secondo me, uno dei rischi più gravi, conseguenza di sintomi disforici che devono essere portati alla luce ed eliminati. Che genitori, insegnanti e psicologi non abbiano timore a fare domande, di fronte a sofferenze di origine poco chiara!

Ci sono maggiori avversità per i “gender non conforming” di biologia maschile o per quelli di biologia femminile?
Nella nostra cultura le persone M to F a volte sono svantaggiate.

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E’ presente una maggiore tendenza alla fluidità di genere nei giovanissimi? Se si, perché?
Il perché non lo so, so il come. All’epoca dello sviluppo, il percorso sociale appare chiaro, ma un ragazzo ha bisogno di sperimentare, di provare, e di non reprimere le sue fantasie, che sono spesso fluide e contraddittorie.

Le tematiche di genere sono poco studiate e valorizzare: come promuovere la formazione su questi temi?
Si sta già facendo molto, con buona letteratura e buon cinema e teatro. Anche i viaggi ci mettono a confronto con tante mentalità diverse e magari ci insegnano ad essere elastici , curiosi e comprensivi. Il costume sta cambiando, e si deve chiedere con decisione ai nostri politici di adeguare leggi e strumenti sociali e sanitari.

Quanta importanza ha la formazione nelle scuole? e perché i bigotti ne hanno tanta paura?
La formazione nelle scuole, fatta con serenità e misura, non dovrebbe far paura a nessuno: ma le religioni monoteiste sul Pianeta sono potenti e foriere di acriticità , dogmatismo e paura del nuovo… e tante persone danno retta ad aspetti superstiziosi e irrazionali, alla ricerca di sicurezza. Non ci si deve scoraggiare, anzi, il dialogocon tali persone è da cercare ad ogni costo.

Il blog è letto da tantissime persone giovanissime e con tematiche di genere: che augurio e che dritte darebbe ai miei giovani lettori?
Di imparare a rispettare l’altro, e di imparare anche a farsi rispettare sempre , con determinazione, intelligenza ,forza e tenacia.

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Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.
Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.
Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.
Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del transessuale sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).
Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’achille viventi, pensano che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.
Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti. Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile? Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto? Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.
Recentemente ho letto “L’Apartheid del Sesso”, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradiazionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay banalmente “perchè gli piace il pene”.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava piu’ che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette.

Un tempo non esistevano gli etero.
Era la condizione ovvia, come è “ovvio” che abbiamo due braccia e due gambe.
Poi sono “arrivati” i gay e qualcuno ha deciso di auto-denominarsi “normale” per de-limitarsi da loro.
Oggi gli etero stessi hanno imparato questa parolina: etero.
Infondo i maghi hanno inventato “babbani” per definire noi che non lo siamo!
Poi è nata la parola cisgender, molto poco conosciuta, ma etimologicamente semplice
(come trans-alpino e cis-alpino…aldilà e aldiquà).
Ma chi la usa? una cricca di trans colti. E’ una parola che, di fatto , non esiste.

A “non esistere” è anche l’identità di genere, perché se quasi tutte le persone
hanno una coincidenza tra sesso biologico e una determinata identità di genere, se 
la coincidenza è totale, il genere non emerge, non esiste.
E così il grande mondo fuori dal transgenderismo riflette solo e soltanto sul ruolo di genere,
e teorizza, tanto, troppo, tra foucoltiani, esistenzialisti, materialisti, decostruttivisti, poststrutturalisti
e molto altro, di cui non mi vergogno di non sapere nulla, perché il percorso transgender
è esperienziale, e si basa su pochi termini: oltre a identità di genere/orientamento sessuale/ruolo, che viaggiano
paralleli come in una matrice con infinite combinazioni, abbiamo la dicotomia cis/trans e quella binario/non binario.
Tutto qua: alla speculazione trans non serve altro.

Poi vengo a sapere che Opus Dei, quelli delle terapie riparative e compagnia cantante hanno riunito 
in un gran calderone tutte le teorie che non identificano uomo/maschio/etero/maschile e donna/femmina/etero/femminile
e le hanno chiamate “teorie gender“, usando termini che tra l’altro valicano il lessico tecnico di questi studi, che essi
abbiano matrice femminista , queer oppure di “lignaggio transgender.

Ad ogni modo, è davvero scandaloso che il programma UNAR sia stato censurato da quattro genitori bigotti che hanno starnazzato.
Il contenuto di questi programmi “de-generati“? Semplicemente che nei problemini non si scrivesse che mamma guadagna di meno e che fa lavori da donnina. Ma ovviamente qualcuno pensa che, crollato il binarismo, diventino tutti gay, bisessuali e transgender.

Che tristezza, credo che di passi ne stiamo facendo davvero tanti. Indietro.

Binarismo & Fluidità

Due concetti importanti ruotano intorno alla scelta personale di genere: binarismo e fluidità.
Tutti coloro che si sono posti il problema di capire quale sia realmente il genere di appartenenza hanno individuato sicuramente i due opposti, maschile e femminile, ma molti sono concordi nell’affermare che non sono le sole opzioni disponibili, ma che, anzi, esse sono praticamente infinite, come porre i due estremi maschile/femminile su un segmento e considerare tutti gli infiniti punti che li uniscono. Considerando inoltre che c’è chi non si identifica né con un estremo, né con l’altro e neanche con le possibilità intermedie, quindi non solo è al di fuori del binarismo maschio/femmina, ma completamente al di la di queste definizioni non ritrovando in esse nulla che possa descrivere la loro identità di genere. Quindi possiamo affermare che le possibili identità di genere sono: maschile, femminile, un numero infinito di possibilità intermedie tra queste due opzioni, un numero infinito di possibilità al di la di esse.
Sulla modalità con la quale si sceglie e si mantiene la propria identità di genere poi, si innesta il concetto di “fluidità” che porta alla definizione di “genderfluid” per chi ci si riscontri. Secondo questo concetto i nostri generi sarebbero “fluidi” invece di essere rigidamente fissati. Nell’arco della vita si occuperanno diverse “stazioni” di genere spostandosi da una all’altra come normale evoluzione personale in quanto l’identità di genere non è considerata necessariamente stabile.
Sposando questi due concetti di binarismo (o non binarismo) e fluidità (o non fluidità) nascono alcuni equivoci. Chi considera l’identità di genere come fluida infatti finisce per attribuire questa caratteristica anche a persone transessuali “accusate” di poter tornare sui propri passi a piacimento, ignorando il percorso, il più delle volte sofferto e difficile, che hanno compiuto o stanno compiendo. Secondo questi individui niente affatto “fluidi” invece il concetto stesso di fluidità nega la lotta interna che si innesca con l’identità di genere e che è invece molto tipica delle persone transessuali, binarie e non, che si ritrovano in un vero e proprio conflitto di genere veicolato per lo più da pressioni esterne che svolgono un ruolo inibitorio sull’identità.
Purtroppo è molto complicato, per chi non si sia posto problemi riguardo al proprio genere, capire quale sia l’entità di questo conflitto interiore. Allo scopo di avvicinarci a tale concetto partiamo dall’inizio. Al concepimento a chiunque viene attribuito un sesso biologico che, all’atto della nascita, stabilisce il genere del nascituro, maschio/femmina (ci sono alcune eccezioni biologiche a questo concetto ma meriteranno un accurato discorso a parte). Lentamente, e il più delle volte attraverso il comportamento del resto del mondo nei confronti del bambino, si sviluppa l’identità di genere di questo individuo che è dipendente da come esso comincia a percepirsi. A seconda della discrepanza tra come esso si percepisce e come gli altri lo percepiscono (e quindi lo trattano) si lanciano i primi eventuali semi del conflitto di identità di genere. Se questa discrepanza è nulla o molto ridotta, va tutto al meglio, non c’è conflitto di nessun tipo e probabilmente l’individuo in questione non avrà nessun motivo che lo porterà ad interrogarsi sul proprio genere, vivrà serenamente senza neanche porsi il problema di cosa l’identità di genere sia. Se invece la discrepanza è ampia, se il genere “assegnato” non si adatta alla percezione di se stessi, allora si ricade in una situazione molto dolorosa della quale si prende sempre maggiore coscienza crescendo e non è detto che di pari passo si individuino le soluzioni a quello che innegabilmente viene percepito come un problema.
Molti definiscono questa fase come “cercare disperatamente di fermare un treno in corsa”. Altri come il ritrovarsi in un corpo che non è il proprio, come se da qualche parte qualcuno avesse fatto un madornale errore. Non si hanno strumenti per capirsi, spesso si è ostacolati o sminuiti dai propri stessi familiari o dal proprio partner, si finisce per cumulare tante domande e nessuna risposta, soprattutto quando l’identità tanto cercata non ricade nel binarismo dei generi e quindi vengono a mancare anche le definizioni per lasciarsi capire. Questo e altro, analizzando le storie di diversi transgender se ne può avere prova, è il conflitto di identità di genere. E’ davvero una delle cose più complicate da comprendere per chi non ci sia passato, ma non si può assolutamente negare che di conflitto si tratti e come tale, può produrre una certa quantità di danni interiori.
Un tipico iter personale può vedere una persona nascere come donna ed essere allevata come tale, con pressioni sociali più o meno marcate a seconda del tipo di cultura che la circonda. Al liceo essa potrà cominciare a sentirsi come se non fosse esattamente una ragazza ma, mancando completamente tutte le conoscenze e gli strumenti per una corretta comprensione di questa inadeguatezza, è molto difficile che riesca ad identificarne le cause come dovute alla propria identità di genere. Nella prima maturità essa potrà definirsi come genderfluid, oscillando tra una definizione femminile e una genderqueer, finendo per non sentirsi affatto una donna ma continuando, per pace mentale, a tollerare che il resto del mondo si appelli a lei con pronomi femminili, almeno fino a che non sentirà che è arrivato il momento di ripudiarli del tutto. Percorso tipico e complesso anche considerando che restano davvero in pochi quelli che, avendolo intrapreso secondo le proprie caratteristiche e le proprie aspettative, lo dichiarano concluso. Il più delle volte si ritiene che esso continui in qualche modo, anche quando si è arrivati alla vera e propria riassegnazione, e che una parte di sé sia sempre in fase di assestamento o elaborazione, senza considerare i momenti di autocoscienza in cui è veramente difficile attribuire parole comuni al proprio sentire interno.
Per i transgender nient’affatto “fluidi” questo percorso è vissuto come un tormento, passare in inadeguate stazioni alla ricerca di sé è un atto doloroso. Ma è innegabile che molti transgender, arrivati alla fine del proprio percorso, spesso anche chirurgicamente e legalmente, si siano accorti che il loro nuovo genere non è quello adatto a definirli in quanto l’identità tanto agognata è al di là del binarismo dei generi. Allo stesso tempo molti genderqueer alla fine del loro percorso hanno trovato una propria serena collocazione all’interno dello stesso binarismo che pensavano non potesse definirli.
Nelle persone genderfluid, pur riconoscendo un percorso articolato di ricerca della propria identità, raramente si ritrova lo stesso senso opprimente di erroneità tipico degli individui transgender. Il loro più grande dramma è il non essere riconosciuti, da molti neanche considerati, se non addirittura accusati di finzione visto che la loro scelta non li porterà probabilmente mai sotto un bisturi o nell’aula di un tribunale per la riassegnazione del genere. Addirittura una delle accuse più inaspettate che viene loro rivolta viene proprio dal mondo transgender che li accusa di creare un “inutile scompiglio tra i generi” che ostacolerebbe l’accettazione da parte della società dei diritti transgender.
Io credo che la società non sia vittima di “inutile scompiglio tra i generi” dovuto alle persone genderfluid, credo piuttosto faccia molta fatica a capire chiunque faccia un percorso personale verso la propria identità di genere. Dividere il mondo in due categorie rende tutto più facile, peccato che le persone facili non lo siano affatto. Ognuno percorre la propria strada, ma va tenuto conto che per molti è sofferta, sceglie la definizione che maggiormente si avvicina al proprio sentire interiore, ma non è detto che sia immutabile o che riesca a descriverli pienamente, sceglie una tipologia di pronomi e non costa proprio nulla rispettarli e non lasciarsi ingannare dall’esteriorità solo perché quanto ne è al di sotto non risponde a canoni immediatamente classificabili.
maschio/femmina: identità genetiche
uomo/donna: identità psicologiche e sociali
CONDIZIONI DI NASCITA:

Maschio, xy
Femmina, xx
Ermafrodita, caratteri primari ambigui, possibili differenze genetiche (es: xxy)
Intersessuale: caratteri secondari ambigui, possibili differenze ormonali (varie sindromi).
Crudelmente vengono spesso riconvertiti alla nascita a seconda del loro organo riproduttivo (presenza di gonadi o ovaie).
Androgino/a: persona con un corpo maschile o femminile, con aspetto apparentemente ambiguo
ORIENTAMENTI SESSUALI
Omosessuale: persona attratta dallo stesso sesso/genere
Eterosessuale: persona attratta dal sesso/genere opposto
Bisessuale: persona attratta da persone di sesso/genere maschile e da persone di sesso/genere femminile
Pansessuale: persona attratta da persone indipendentemente dal sesso o dal genere

IDENTITA’ DI GENERE:

Cisgender: persona felicemente in armonia tra sesso genetico e identità psicologica di genere.
Transgender: persona totalmente o parzialmente non in identificazione con l’identità di genere appioppata alla nascita.
Transessuale: persona che decide di transizionare di sesso oltre che di genere tramite transizioni totali o parziali a livello chimico.

Alcune precisazioni:

– le drag queen e i drag king non sono transgender (è solo spettacolo).
– il fenomeno del travestitismo è legato al fetish e non all’identità di genere
– spesso persone del mondo della prostituzione non sono realmente trans ma fanno modifiche fisiche (come le protesi al seno o altro) solo per le physique du role del loro lavoro. Alcune persone transessuali li chiamano “viados” proprio per prenderne le distanze.

IDENTITA’ POLITICHE (riguardano i ruoli di genere)

Binario: persona che concepisce l’universo in un dualismo di maschile/femminile, gay/etero e crede che le predisposizioni a un ruolo, un’attitudine, un mestiere, un hobby, siano dovuti principalmente a influssi genetici
e ormonali e la prima distinzione fondamentale sia appunto quella uomo/donna
Queer/Antibinario: persona che abbraccia la teoria queer, ovvero la teoria che combatte il sistema binario (maschio/femmina, gay/etero) ed eterosessista (la normalità è “maschi e femmine li creò” e “l’uomo è fatto per stare con la donna), e contesta
i ruoli maschili e femminile e le aspettative ad esse connesse.
Ovviamente puo’ essere Antibinario una persona di qualsiasi orientamento sessuale e identità di genere
E ORA GIOCHIAMO CON LE COMBINAZIONI!
ESEMPI DI PERSONE NON BINARIE
Maschio genetico, uomo cisgender, eterosessuale, antibinario-> è appassionato di uncinetto e gli piacciono le donne androgine
Femmina genetica, donna cisgender, eterosessuale, antibinaria -> ha l’aspetto che vuole e fa quello che vuole, non asseconda il desiderio dell’uomo etero, non ne ha bisogno per piacere agli uomini. se non la vogliono, che si aggrappino!
Maschio genetico, uomo cisgender, pansessuale, antibinario-> fino a ieri era stato solo con donne biologiche (o uomini biologici), poi ha perso la testa per un ftm (o una mft)…e ha capito che si amano le persone e non i loro organi genitali
Femmina genetica, uomo transgender ftm, etero, antibinario-> si ritiene di identità di genere maschile, ma non gli interessa ricalcare lo stereotipo di uomo. se tutti sono in jeans e in camicia, non va in cravatta. non gli deve piacere per forza il calcio. non deve per forza portare i capelli rasati e andare in palestra. interpreta la sua spontanea visione di maschile

ESEMPI DI PERSONE NON BINARIE

Femmina androgina, donna cisgender, eterosessuale, binaria -> soffre il fatto che il suo corpo sia androgino, l’androginia è una condizione fisica solo a volte ricercata. per una donna etero puo’ anche essere un peso.

Maschio genetico, uomo cisgender, bisessuale, binario -> gli piacciono le donne con la gonna, gli omoni pelosi, ma prova schifo per transgender e androginia
Femmina genetica, uomo transessuale ftm, eterosessuale, binario-> è nato femmina, ha transizionato, si considerava “sbagliato”, ma ora si è “corretto”, ed è un uomo etero…non approva le stramberie e le ambiguità
Femmina genetica, donna cisgender, lesbica, binaria -> è attratta da altre donne lesbiche, formano coppie “binarie” in cui una è un po’ mascolina e fa il ruolo da maschia, l’altra è femminile, non approvano il mondo trans, esaltano la bellezza di essere donne, odiano l’uomo e il patriarcato e lo considerano il male della società

Ragazzi, anni fa ho dedicato un post alle persone bisessuali e i pregiudizi che li opprimono, supportato dalle ricerche di Bproud…oggi mi esprimo sui cosiddetti queer.

Quanto iniziai il mio percorso di consapevolezza, e poi di attivismo, cercavo un “nome” a ciò che ero, una definizione che sintetizzasse “ftm gay non medicalizzato”.
Dopo sei anni ancora non trovo definizioni più stringate della sopra riportata, ma essere detentore di questi tre concetti (ftm passi, gay ancora adesso stranisce, non medicalizzato è inaccettabile!) mi rendeva isolato dalle comunità gay, lesbica e transessuale.

I primi e gli unici a tendermi la mano, in quel periodo, furono coloro che si definivano “queer”.

Si trattava di un grande calderone di persone molto diverse tra loro.
Quelle che provavano interesse e mi attenzionavano erano persone, di fatto, con una visione non binaria di ruoli, identità e orientamenti, a prescindere che poi personalmente avessero o meno un’identità di genere e/o un orientamento sessuale definito.
In sostanza, a prescindere dal fatto che fossero o meno detentori di un orientamento sessuale non nettamente omo od etero, un’identità di genere non nettamente maschile o femminile, e/o un’espressione di genere non polarizzata, essi avevano un atteggiamento rispettoso e “agnostico” verso una diversità rara e particolare come quella di cui io ero portatore.

Sono passati anni, e nonostante queste persone dall’orientamento fluido, dall’identità fluida, o semplicemente rispettosi della fluidità altrui continuino a definirsi (secondo me a torto) queer, ho conosciuto altre categorie di persone che usano queer per autodefinirsi. Onestamente questi “falsi fluidi” però non hanno intersecato realmente la mia vita. Essendo la loro “fluidità” solo teorica, accademica, o un paravento per l’incapacità di definirsi gay, non erano interessati a me, nè in senso eroticoaffettivo, e “di conseguenza” (conseguenza che non dovrebbe esserci…che di fatto c’è), neanche come interlocutore politico o compagno di battaglia.
Da un lato abbiamo persone poco risolte e con posizioni politiche deboli, altre sono inconcludenti e prive di istanze specifiche, altre addirittura esibizioniste e portatrici di un’ambiguità costruita a tavolino.

Presto presi le distanze da questi “profili” di sedicenti queer, sostituendo alla mia autodefinizione di persona antibinaria la definizione di trans-gender, considerandolo letteralmente “persona al di la dei generi”, pur continuando a militare anche nella lotta contro gli stereotipi di genere e i ruoli di genere, che opprimono persone GLBT e non, e facendo informazione a riguardo nel mondo dell’attivismo ma soprattutto nel mondo eterosessuale (che spesso ha assorbito questo punto di vista in modo sorprendente!).

Rifletterei sui meccanismi mentali di diffidenza dei GLT verso “i fluidi”.
Per immedesimarmi, provo a immaginare l’esistenza di qualcosa di ancora piu’ diverso e raro rispetto alla mia condizione, che quindi io potrei, egoisticamente, sentire come qualcosa che distrae dalle mie istanze.
Che ne so, ad esempio un “bigender”, che decantasse su internet questa appartenenza ma poi vivesse come da sesso genetico al lavoro, col partner e con la famiglia, portando tutto sul filosofico e teorico, senza  avere istanze concrete, se non speculative. Attaccherei questo bigender? Lo screditerei? direi che in realtà è un trans velato? Direi che le sue battaglie distraggono dalla mia? Promuoverei il fatto di non prenderlo sul serio? Lo accoglierei male se si presentasse nella mia associazione?

E ora esploriamo la visione che un gay, una lesbica, e la maggior parte dei transessuali hanno di coloro che si autodefiniscono “queer”…

– Questi queer sono dei cretini, pensano che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano una scelta: questo pregiudizio nasce dal fatto che i sedicenti teorici della teoria queer sono innumerevoli e i sedicenti queer sono ancora di più, ma spesso si dà una lettura distorta degli studi di genere e dei suoi contenuti, quindi l’autodeterminazione del proprio ruolo di genere (esempio: un uomo etero appassionato di uncinetto che non smette di sentirsi uomo ed etero e reinterpreta il suo ruolo di genere aldilà dei pregiudizi che subirà) viene confusa con l’autodeterminazione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale.
Altro malinteso sul concetto di scelta deriva dal fatto che queer/antibinario è un’identità politica, quindi è una scelta, come lo è una posizione di partito o religiosa, ma una persona queer/antibinaria ha ANCHE un orientamento sessuale e ANCHE un’identità di genere, e quelle non le sceglie.

– i queer sono donne e uomini omosessuali velati. Un tempo si facevano chiamare bisessuali…non perché i bisessuali non esistano, ma perché parte degli autodefiniti bisessuali erano furbastri opportunisti che alternavano al loro matrimonio etero alcune avventurette con persone dello stesso sesso, ma anche persone che volevano fare attivismo ma non avevano il coraggio di autodefinirsi omosessuali (senza interagire mai con persone di sesso opposto, però! nè desiderandolo!). Questa seconda categoria a volte usava su se stesso la definizione di queer, associata a concetti riportati a copia e incolla maldestramente come “io mi sento uomo gay, ma anche donna etero! / io mi sento lesbica ma anche uomo etero” e facendo semplicemente incazzare i militanti gay con concetti idioti tipo la fica interiore e similari.
Continuo a precisare che queer è un’identità politica: la lotta al binarismo sociale, e che una persona queer può avere un orientamento sessuale qualsiasi e un’identità di genere qualsiasi, perchè queer non è nell’uno e nell’altro, e se una persona si definisce solo come queer credo che si, rientri nella categoria di velati malcelati!
Ultimamente alcune persone “accademicamente queer” (omosessuali donne e uomini, ma di ambiente accademico) mi hanno precisato il fatto che loro sono omosessuali (e solo omosessuali) ma politicamente e filosoficamente queer. A conferma che è una visione filosofica, non un orientamento o un’identità di genere.

– il queer è uno che, confondendo identità di genere e orientamento sessuale, si considera “di un terzo sesso”. Come i “froci” dell’epoca di Mieli (“io non sono una donna, non sono un uomo, sono frocio”). Ovviamente questa posizione è idiota, anacronistica, scientificamente confutata e non dice questo la teoria queer.

– il queer è un transessuale che non ha il coraggio di transizionare o di esporsi come trans.
Come il mucchio di persone sedicenti queer nasconde omosessuali velati/e, è possibile che nasconda persone che non hanno il coraggio di definirsi trans o di transizionare. Ma va ricordato che ci sono persone che desiderano non transizionare (ma è più corretto chiamarle transgender), e che comunque un trans puo’ essere o non essere ANCHE queer, essendo che queer NON è un’identità di genere, ma un’identità politica a cui si associa anche un’identità di genere cisgender, transgender, transessuale.

– il queer è uno che dice che tutti siamo bisessuali: attenzione…dire che i ruoli di genere sono convenzioni sociali, e che in realtà il 90% dei nostri comportamenti sono inculcati da un sistema binario e non dovuti a influssi ormonali/genetici, non significa dire che potenzialmente chiunque, caduti questi ruoli, sarà attratto indistintamente da persone con la figa o  con il pene. Se qualcuno dice questo, non è un profeta della teoria queer.

– il queer è un anarcoide vegano da centri sociali pieno di rasta e dilatatori: alcuni sedicenti queer professano una condizione di relativismo e anarchia che abbraccia anche tematiche non inerenti al genere e al sociale…inneggiano al precariato come forma estrema dell’essere queer (anche quello imposto? mah…). Di certo se questa gente si professa queer si capisce perchè gay e lesbiche militanti odino la teoria queer!

Se avete altri pregiudizi e altri stereotipi sui queer, segnalatemeli…
Vi segnalo questo “Laboratorio di riflessione sulla teoria queer” su FB:
http://www.facebook.com/groups/313209816113/

Nath

RISPOSTE PER I PRURIGINOSI:

Sebbene non sia utile ai fini della comprensione del “personaggio”, si può parlare anche del suo orientamento sessuale, che ha una forte preferenza per il sesso/genere maschile, anche se si definisce “possibilista”, nonostante non abbia mai avuto fidanzate o amanti donne o transgender.

La sua lotta antibinaria non deve lasciare pensare che abbia una visione di sé fluida, indefinita, che si percepisca di entrambi i generi, o di nessun genere, o di un terzo genere. La sua identità di genere è maschile, anche se non ha un’unica visione di maschile, stereotipata e machista, ma concepisce infiniti (e tutti legittimi) tipi di maschile e di femminile.
Percependosi quindi come appartenente al genere maschile, vive come tale, apertamente, senza che ciò comporti trattamenti medici e chimici.
Essere è essere percepiti: ognuno vedrà in lui ciò che la sua esperienza lo guida a vedere.
Molte persone pruriginose, alienate dalla monomania del genere, catechizzate dalle associazioni gaylesbiche storiche, hanno mostrato fastidio verso il fatto che viva una vita sociale al maschile senza alcuna terapia ormonale sostitutiva, e che possa avere le stesse istanze di una persona transgender, tuttavia egli non si definisce, e non per velarsi o per una sorta di GLBTfobia interiorizzata, ma perchè reputa che nessuna definizione corrisponda esattamente alla sua condizione o scelta di visibilità.

La sua istanza principale come attivista è l’applicazione in Italia della proposta di legge Argentina sul cambio di nome e genere sui documenti senza la richiesta di nessuna modifica chimica o chirurgica.