Chi non è attratto/a dalle persone trans, ha un problema di transfobia?

Non c’è nulla di male se un gay non è attratto dagli ftm. La transfobia è però presente se quel gay sostiene che nessun gay può essere attratto da un ftm, o se definisce necessariamente “non gay” un partner di un ftm.

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Salve a tutti.

Scrivo oggi su stimolo di un contatto facebook che, spinto dalla poca attenzione che negli anni ha dato alle mie parole, è seriamente convinto che io consideri transfobe le persone non attratte dalle persone transgender.

In realtà io non ho mai detto questo, nè lo penso, ma dico da anni una cosa ben diversa: è transfobo chi sostiene che una donna etero e un uomo gay NON possano in nessun caso essere attratti da un uomo ftm, e che una donna lesbica e un uomo etero NON possono essere attratti da una donna mtf.

Perché queste persone sono transfobe? Perché estendono un loro sentire a tutti, dicendo che è “impossibile” che un uomo gay o una donna etero possano essere attratti da una persona non biologicamente maschio e che una donna lesbica e un uomo etero non possano essere attratti da una persona non biologicamente femmina.

A rendere queste persone transfobe è quindi il desiderio di “normare” gli altri, estendere il proprio sentire, legittimo (la non attrazione per le persone trans), agli altri ed al loro sentire.

Concludendo, non c’è nulla di male a non essere attratti da un corpo e da una mente trans. Non c’è nulla di male se il nostro naturale impulso ci porta a non desiderare gli uomini, o le donne, o le persone androgine, o se non siamo bisessuali, perché abbiamo un gusto estetico “diverso”, MA è molto grave e transfobico se vogliamo fare delle regole generali su quello che è squisitamente soggettivo e riguarda semplicemente il nostro desiderio personale.

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Ftm do it better: intervista a Nathan e Leo

Ho partecipato al workshop “Ftm do it better”, tenutosi al Milk giovedì 9 novembre.
Ecco l’intervista che mi hanno fatto:

Abbiamo già parlato del workshop Il corpo delle trans, tenuto da Monica Romano e Laura Caruso. Il 9 novembre 2017, è stato il turno dei ragazzi, con FTM do it better! Se ne sono occupati Daniele, Nathan e Leo. Gli ultimi due hanno accettato di confrontarsi in un’ “intervista doppia”.

http://www.milkmilano.com/2017/11/23/ftm-do-it-better-intervista-coi-nostri-ragazzi/

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VeteroLesbiche TransEscludenti…ecco perché

Non sono di certo solo recenti gli episodi di transfobia provenienti da ambienti separatisti lesbici.
Talvolta ad essere colpite sono le donne T, di cui viene delegittimata la femminilità.
Altre volte a non essere rispettata è l’identità di genere degli Ftm, come in quest’intervista racconta Gianmarco Negri, oggi importante attivista T.

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Vediamo cosa succede quando la loro logica viene ribaltata…

Veterolesbiche e separatismo

Ricordo ai lettori e alle lettrici del blog che questa è solo satira, e non vuole “dimostrare” nulla. Vuole strappare semplicemente un sorriso 😀

L’asterisco e l’ingerenza femminista verso i gender non conforming

Una riflessione che parte dall’inclusione grammaticale delle persone gender non conforming per arrivare ai limiti dell’intersezionalità, al cis-sessismo e al colonialismo culturale.

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In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo scritto da una femminista, penso della differenza, che condannava l’uso dell’asterisco, ribadendo che siamo “uomini e donne” e che “diversamente dall’etnia, questa differenza si manifesta prestissimo“: un cumulo di binarismo, innatismo, e “gender non conforming – fobia”.
Non mi interessa la guerra tra femminismi binari e femminismi anarcoqueer: mi sento distante da entrambe le correnti, e non ho vantaggi a prendere parte a una guerra che, essendo femmin-ista, non mi riguarda.
Se posso dire qualcosa a tutta la riflessione femminista, è il fatto di escludere i vissuti. Cattedre della differenza contro cattedre queer: persone cisgender che parlano di identità di genere…cancellando o ignorando i vissuti.
Si decide” a tavolino, in una guerra tra cattedre, se i generi sono due, tre o 24, ignorando il fatto che solo i vissuti contano.
Non si può teorizzare che i generi sono due quando di fatto ci sono persone di genere non conforme al maschile o al femminile. Una teoria non puo’ cancellare degli esseri umani: sarebbe come dire che le persone sono solo caucasiche o nere come la pece e che “non esistono” persone con colori della pelle diversi dal bianco e dal nero.
Forse si dovrebbe ascoltare ed osservare realmente la realtà.
Veniamo alla grammatica: le persone gender non conforming o le persone transgender (anche portatrici di identità binaria, ma con documenti e/o aspetto dissonanti), hanno imparato ad usare un linguaggio non connotato di genere quando parlano di sè: spesso l’interlocutore neanche se ne accorge, perché non è vero che la lingua italiana non permette di comporre frasi o di usare parole o perifrasi che non identificano il sesso di chi sta parlando: è solo questione di esercizio (per la persona) e di volontà (per gli altri).
Le associazioni LGBT, spesso, per indicare gruppi di genere misto, non usano il “maschile plurale” (discretamente comodo se sei ftm, ma un po’ urtante se sei mtf), ma non usano neanche la perifrasi binaria “uomini e donne”, che ribadisce il binarismo e cancella le persone gender non conforming.
Alcuni usano l’asterisco, altre forme omnigenere (con l’uso di “persona” al posto di uomo e donna), altri usano maschile, femminile E neutro (ex: benvenuti a tutti gli uomini, le donne e le persone di altri generi).
Questo a molte femministe non sta bene: chiamano, erroneamente, “neutro” cio’ che riguarda le persone “di altri generi (essere viola non significa essere bianco), dicono che nominare uomini, donne e “altro” sarebbe “lungo (quello che dicevano gli uomini quando loro volevano dire “uomini e donne) e dicono che il femminile (e di conseguenza il maschile) va rimarcato, proponendo una soluzione “binaria” che è offensiva e che cancella (non le donne, ma le persone gender non conforming).
E’ tutta una questione di pigrizia (“non è un problema mio, quindi me ne frego”). E’ vero che le lingue neolatine sono “binarie”, ma l’impegno può tutto, e cercare formule inclusive non è difficile.
L’unico ostacolo è che taluni (e talune), non poche persone, non hanno interesse a farlo.
Molte femministe, anche queer, trattano le persone non conforming con maternalismo e pietismo. L’atteggiamento “patriarcale” che rinfacciano all’uomo nei loro confronti, lo ripropongono verso le persone T, peccando di “colonialismo culturale” e “cis sessismo
Non è raro vedere, nei forum femministi, donne che “decidono” se una giovane adolescente trans ha il “diritto” di ricalcare gli stereotipi col trucco e parrucco che ha scelto, o se un ftm che ha partorito, pretendendo di essere padre e genitore e non “madre”, sta offendendo le donne: persone in cattedra che disquisiscono sui nostri vissuti.
Addirittura delle femministe mi hanno “corretto”, dicendo che quando si parla di discriminazione subita da una persona non conformi “non devo” usare binarismo o transfobia ma “patriarcato”, perché “se avessi letto i loro libri” (scritti da persone cis) “saprei” che tutto deriva dal patriarcato, e affermando ciò cancellano tutta la riflessione trans e le sue elaborazioni culturali.
Addirittura un ftm non è “autorizzato” a parlare di transmisandria quando le donne lesbiche o femministe lo respingono i insultano.

Alla luce di questo, col tempo, sono diventato un po’ “separatista“. Le grandi intersezioni tendono a mettere in primo piano i temi “nazionalpopolari” e oscurare i piccoli temi e i loro autori, facendo si’ che chiunque, anche chi non è formato e non vive una condizione, pensi di avere voce in capitolo su un tema, e cosi’ possiamo vedere femministe che “decidono” se qualcuno è o no trans, uomini etero poliamorosi che dicono che il binarismo non esiste, etc etc.
Non dico che il separatismo sia la strada corretta, ma è necessario l’ascolto: ascolto di chi, in prima persona, vive dei temi e delle problematiche sociali. E poi ci vuole tanta umilità, soprattutto dai militanti e dalle militanti (e da* militant*!) di lungo corso.

L’esperienza ftm eterosessuale: ce ne parla Liv Ferracchiati, regista di Stabat Mater

Sono stato ospite di Liv Ferracchiati due volte: durante Peter Pan guarda sotto le gonne, e durante Stabat Mater, due capitoli di una trilogia che narra il vissuto di un ftm pre transizione ed eterosessuale.
Ho deciso di intervistarlo sull’opera teatrale di cui è regista e drammaturgo e del come ha deciso di rappresentare il suo protagonista, un trentenne ftm, ma soprattutto sulle peculiarità del maschile espresso da un ftm eterosessuale, e di quanto l’amore per le donne caratterizzi il suo modo di essere uomo.

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Ciao Liv, toglimi una curiosità…il ragazzo xx del secondo capitolo, sarà forse Peter Pan un po’ cresciuto?

Se il primo capitolo della trilogia raccontava del periodo pre-adolescenziale, questo secondo capitolo si concentra sui problemi dei giovani lavoratori: la carriera, la convivenza, la stabilità.

Non so se sia Peter Pan un po’ cresciuto, direi che è un altro personaggio, ma certo delle somiglianze ci sono, alla fine si tratta di una trilogia e anche se non è come per i capitoli di un libro o come per le puntante di una serie tv qualche legame tra le varie parti c’è sicuramente.
Il secondo capitolo si focalizza sulla vita adulta, si parla di scelte e del momento in cui si decide di farne o di non farne. Si racconta della difficoltà di assumersi responsabilità, di stabilizzarsi. Insomma, quello che succede a chiunque intorno ai trent’anni. Comunque chiamarlo “ragazzo xx” per quanto corretto e specifico mi fa sorridere.

 

Riprendo una chiave di lettura proposta da uno spettatore etero impertinente: il protagonista “ci prova con qualsiasi donna circolante, per confermare la sua virilità“: quanto questa è una tematica ftm (di alcuni ftm), e quanto invece è una tematica, in generale, del maschile eterosessuale?

Come hai capito che lo spettatore fosse etero? L’aveva detto?
Per l’impertinente è plausibile che lo fosse.
Il protagonista non ci prova con qualsiasi donna o almeno non lo sappiamo, vediamo che ha una fidanzata e che incontra un’altra donna.
Non lo sto difendendo, non so cosa fa nella sua vita privata e credo siano fatti suoi, però se si vuole parlare della seconda adolescenza che vive una persona transgender quando riscopre se stessa è un altro discorso. È vero che, dato che ti stai riscoprendo e ricostruendo, hai bisogno di affermare non la tua virilità, ma te stesso e sei te stesso anche con la complicità dell’altro sesso (se il tuo orientamento è eterosessuale). Riguardo al fatto che gli uomini etero (cisgender o transgender) tendano ad affermare la propria virilità seducendo donne, non lo so, mi sembra una generalizzazione, credo ci siano uomini e uomini e credo che facciano qualcosa di simile pure le donne e pure gli uomini omosessuali e pure le donne omosessuali, etc.
In ogni caso, credo non sia un problema. Flirtare può essere molto divertente.

 

Le attrici si cambiano d’abito in scena, credo sia una tecnica teatrale ma…quanto hai voluto farci vedere le donne con l’occhio del protagonista, e, forse, del tuo?

Cioè stai dicendo che di solito io vedo donne che si spogliano? Purtroppo sono meno fortunato di quanto tu ritenga. Scherzi a parte, i cambi a vista delle due donne fanno parte del racconto a livello scenico, indicano che tutte e due le donne del protagonista, che si chiama Andrea, sono costantemente presenti nella sua mente anche quando lui non è con loro.

 

A proposito di Andrea…perché preferisci che non vengano detti i nomi in scena?

Perché fa subito soap opera e non mi piace.

 

Il protagonista ci tiene che la compagna non stia in tuta…è forse un modo, per alcuni uomini ftm, di confermare la propria mascolinità accompagnandosi da donne costantemente iper femminili?

Non posso parlare per tutti gli uomini transgender e transessuali eterosessuali, ma non credo si tratti di questo.
Lì si fa riferimento alla vita di coppia che si va via via logorando per colpa della routine, si parla del fatto che può capitare che si faccia sempre meno caso all’altro, la tuta è un pretesto per raccontare questo. Credo capiti in tutte le coppie, di qualsiasi tipo. Ultima questione che un po’ esula, è vero che le sigle sono più veloci, ma credo che proprio noi stessi dovremmo cominciare ad usarle di meno, perché bisogna mettere di più il focus sulle persone. Mi riferisco alla comodissima, lo so bene, dicitura: “FtM”.

Il protagonista desidera avere un pene, come gli uomini biologici ed è terrorizzato dall’idea di essere scartato in luogo di un uomo biologico. Questo desiderio è stato criticato da uno spettatore, mentre io lo considero legittimo. Quanto contano i genitali, funzionalmente e simbolicamente, nell’identità di una persona?

Personalmente credo che contino molto meno di altre cose, come sapere chi si è, essere consapevoli che si può essere uomini in tanti modi, che si è uomini in tanti modi anche se nasci biologicamente tale.
Chiaramente il desiderio di avere un corpo più congruente alla percezione che hai di te stesso è un desiderio legittimo e in questo rientrano anche gli organi genitali. Credo però che più vai avanti nel percorso mentale di comprensione di quello che sei e più si possa ottenere una serenità, anche se non si è quello che si sarebbe voluto essere. Non è affatto semplice, ma ingaggiare una gioiosa lotta contro l’ostilità della vita può far stare meglio.

 

Ad un certo punto il protagonista finisce sotto al tavolo, con le due compagne che parlano di lui…è forse una citazione di “Peter pan guarda sotto le gonne“?

Questa è una annotazione interessante, lì per lì, intendo quando stavamo montando la scena, non c’ho pensato, mi sembrava semplicemente un’azione giusta da fargli fare, però quando l’ho rivista subito dopo ho collegato anch’io. Quindi non è una citazione voluta, ma si vede che in qualche modo la connessione tra Peter e Andrea si è concretizzata di più.

 

Che tipo di studi e di lavoro sul personaggio ha fatto l’attrice che ha (magistralmente) impersonato il ragazzo T?

Alice Raffaelli è di formazione una danzatrice, quindi è partita dal corpo. Intanto aveva già lavorato su Peter Pan, ovviamente una questione diversa perché lì si tratta di un bambino e qui c’è un uomo da interpretare, senza scimmiottare la mascolinità.
Alice è un’interprete raffinata e molto del lavoro lo fa autonomamente (come ogni bravo attore dovrebbe fare), osserva, suppongo. Credo abbia osservato molto gli uomini in giro per strada o non so dove. Inoltre lei ha una caratteristica personale, la sua energia può essere più morbida o più dura e questo l’aiuta nell’adattarsi ad un personaggio maschile. Quindi è partita dal corpo e io ho cercato di aiutarla nel trovare la misura, poi si è lavorato molto sul testo, sulla sua analisi, cercando di chiarirle ogni bit di pensiero, ogni impulso che il personaggio ha, in modo che, via via, tutto diventasse per lei organico e naturale.

 

 

Madre e coming out: quanto è difficile, per una madre, comprendere il percorso ftm del figlio?

Credo moltissimo, perché ai suoi occhi il figlio tradisce quello che lei ha “prodotto”, ossia una femmina pronta a divenire una donna.
Viene tradito il suo orizzonte d’attesa e in più c’è l’incognita di come il figlio venga accolto in società. Credo però che i genitori debbano accogliere sempre con meno preoccupazione e sempre con più gioia questa rivelazione, perché se è vero che è più difficile, questa casualità della vita permette al proprio figlio di avere una visione più complessa e più vicina alla totalità della natura dell’essere umano.
In più il supporto di un genitore è fondamentale.

 

questa cosa non me la dovevi fare“….cosa intende la madre esattamente?
Intende proprio questo, il tradimento di cui ho parlato prima. Il tradimento delle speranze che lei aveva riposto sulla propria figlia.

 

Quanto differisce l’esperienza dell’ftm gay da quella dell’ftm etero?

Non lo so.
Suppongo che un uomo transgender o transessuale omosessuale sia, per certi versi, ancora meno accettato o più difficilmente compreso, perché c’è ancora molta ignoranza e confusione anche tra i concetti più elementari, quali quelli di orientamento sessuale e di identità di genere. Anche in questo caso oserei dire però che è più un problema di chi ignora che non di chi lo vive.

 

Quanto l’amare le donne fa parte dell’identità maschile di un ftm etero?

Beh, a seconda di quanto gli piacciono. Credo che l’amore sia una componente fondante nella costruzione dell’identità di un individuo, più che altro perché l’identità si forma anche attraverso gli incontri che si fanno nella vita.

 

Quanta difficoltà ha ancora la gente a distinguere orientamento e identità?

Ne parlavo prima, troppa e soprattutto si pensa che sia solo una questione degli omosessuali o dei transessuali, invece sono concetti che riguardano tutti, solo che fa paura ammetterlo.

 

Ci dài qualche anticipazione sul terzo capitolo?

“Un eschimese in Amazzonia” è un lavoro diverso dagli altri due, così come “Peter Pan guarda sotto le gonne” lo è da “Stabat Mater”, intanto per una questione di linguaggi usati. L’anticipazione che posso dare è che questa volta ci si concentrerà sul rapporto tra individuo transgender e società.

 

Ultima domanda: quanto è difficile il coming out come persona T nel mondo dell’arte e del teatro?

Credo che nel mondo dell’arte e del teatro sia meno difficile che in altri ambiti, ma non perché le persone siano davvero più aperte, le persone sono le stesse ovunque.  Il motivo forse sta nel fatto che ci si aspetta di più “la stranezza”, ma quello che mi affanno a precisare è che non c’è niente di strano. La stranezza la vede chi non conosce, chi non sa, chi ignora, appunto.
Personalmente non amo molto dire di default: “Ciao sono un uomo trasngender”, perché è come sbattere in faccia qualcosa di cui inizialmente non c’è bisogno di parlare, perché sul lavoro principalmente lavori e poco importa che identità di genere hai. Però vivendo a stretto contatto con le persone poi il discorso esce e allora lì non ci si può tirare indietro anche se, a volte, spiegare sempre tutto dall’origine del mondo può essere faticoso, ma va fatto.
Io non ho mai incontrato nessuna difficoltà, quello che poi credo stia succedendo è che la voce, in qualche modo, si stia diffondendo e suppongo che intorno a me si stiano creando miti e leggende molto interessanti, se così si può dire.

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Bagni e transgender FtM

Si ma…il tuo “vero” nome? sotto hai patata o pisello?

Mentre chi si dichiara ftm o mtf sta dando all’interlocutore precise indicazioni sul proprio corpo di nascita, chi si dichiara genderfluid “irrita” l’interlocutore, che spesso, infondo, è solo interessato a sapere cosa hai nelle mutande.

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.

Se una persona dice “ftm“, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.

Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.

Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).

La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?