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Tra qualche giorno sarà la giornata della visibilità transgender.

Si sente spesso parlare di visibilità” relativamente alle minoranze.

“Il negro è più fortunato del gay, perché non deve dirlo a sua madre”, dice un proverbio poco politically correct. Non fa riferimento solo al fatto che chi è di colore ha una comunità di riferimento di persone come lui, ma anche al fatto che la pelle e il suo colore sono visibili a prescindere dalla propria volontà.

Non è così per quanto riguarda l’essere LGBT, o comunque, non sempre.

Facciamo l’esempio di una persona omosessuale: potrebbe essere visibile in tre modi.
Il primo è se si tratta di una persona attivista a dichiarata, il secondo se dà visibilità a una relazione omosessuale, il terzo è se è (come si dice a volte con un filo di disprezzo) “evidente”, ovvero se si tratta di un uomo molto effeminato o di una donna molto mascolina (e quindi, vista l’ignoranza comune, chi ha un’espressione di genere non canonico è per forza una persona omosessuale…).

Essere trans invece non è legato alla visibilità di una relazione, ma è una condizione personale. Alla luce di questo, una persona trans, potrebbe essere velata solo in due casi: prima (o senza) iniziare un percorso di visibilità del suo genere, o, sovente, alla conclusione di quel percorso (modalità stealth), dove per conclusione si intende la rettifica anagrafica e un “passing” che permetta di confondersi esteticamente con i cisgender.

Il cambiamento (non per forza medicalizzato) inizialmente dà visibilità alla condizione T, perchè trasforma la persona apparentemente cisgender/gender not conforming, in una persona aderente alla sua vera espressione di genere, anche visivamente. Il contrasto di questa manifestazione pubblica di un genere, non “conforme” al sesso biologico, crea visibilità.

Questa visibilità spesso viene, man mano, persa andando avanti con l’iter di transizione, o semplicemente avendo un buon passing, a volte anche solo per caso e per fortuna (anche se non sempre poi viene vissuta come una fortuna, e più avanti spiegherò il perché).

Le persone visibili nell’universo T sono quindi quelle di cui si percepisce l’appartenenza ad al genere d’elezione, ma non al sesso relativo a quel genere.
Se stiamo parlando di transgender in percorso medicalizzato (transessuali, anche se non tutti amano questo termine, ma altri mi bacchetterebbero se non lo usassi), spesso questa visibilità viene persa andando avanti col percorso di cambiamento fisico, e ad essa di sostituisce, nel caso di persone T attiviste o visibili per scelta, al dichiararsi ancora trans e con orgoglio, nonostante l’aspetto non palesi più questa identità (ad esempio l’attivista Monica Romano).

Se la medicalizzazione, quindi, permette di rendere visibile il proprio genere, talvolta, soprattutto in direzione ftm, permette anche di (o costringe anche a) cancellare le tracce visibili del proprio percorso, quando lo si desidererebbe, ma anche quando non lo si vorrebbe assolutamente. Il testosterone è uno strumento potente, efficace e veloce, rispetto alla tos riservata alle donne T, che, nel bene e nel male, genera cambiamenti più graduali e quindi a volte meglio metabolizzati dalla persona (questo a prescindere dagli strumenti culturali ed emozionali delle singole persone).
Dopo pochi mesi un ragazzo transessuale ftm è un nato maschio per tutti coloro che non lo conoscevano da prima e a cui non si dichiara tale.
Per un ftm in tos da alcuni mesi, l’unico modo di essere visibile come persona T è dichiararsi tale. 

La persona in direzione ftm, anche a causa del fatto che molte persone, e ancora di più fino a qualche anno fa, non sanno che esistono i transgender in direzione ftm,  non è solo più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) nel post-transizione, a causa della “potenza” del testosterone, ma è anche più favorita all’invisibilità (o sfavorita nella visibilità) anche nel pre-transizione o nei percorsi non medicalizzati.

Se una donna T inizia ad essere visibile come tale quando inizia ad avere un’immagine con elementi ed accessori squisitamente femminili (tagli di capelli, abiti, scarpe…), poiché il mondo di oggi ha gli strumenti culturali per fare un dovuto distinguo tra lei e l’uomo omosessuale, il ragazzo ftm non medicalizzato o pre-transizione, a causa delle diffuse mode unisex, può essere tranquillamente scambiato per una donna lesbica o una donna etero poco femminile o sciatta, se non aderente alle mode rock o di sinistra.

Credo che infondo ci sia una scomoda verità dietro a questa maggiore invisibilità dei percorsi di chi nasce XX: ovvero la cancellazione del femminile, il disinteresse per ciò che è, lo stesso disinteresse che ha ad esempio la Bibbia verso il lesbismo (mentre si accanisce verso la sodomia), o comunque in generale si ha per tutto ciò che è F di nascita.

Non a caso, prima,  ho detto che la direzione ftm “favorisce l’invisibilità” per chi la cerca, ma “sfavorisce la visibilità” a chi invece la ambisce e la desidera profondamente.
Questa “poca leggibilità” della condizione ftm agli inizi crea grandi difficoltà, malintesi, poco rispetto dell’identità di genere della persona e scarsa tendenza a prendere sul serio la cosa fino alla medicalizzazione,e , quando non avviene perché non desiderata, una tendenza a leggere il percorso come qualcosa di per forza legato al femminismo, al lesbismo o al queer, come qualcosa di volubile, di fluido, di non definitivo (del resto, chissà come mai, chi nasce femmina è condannato/a al pregiudizio di una maggiore flessibilità di generi, orientamenti, e ruoli, forse in relazione al pregiudizio che vuole la donna più fragile e plastica dell’uomo).

Questa invisibilità genera sicuramente frustrazione, ma protegge. Un ragazzo ftm non medicalizzato potrebbe sembrare un ragazzino biologico, o una donna sciatta o lesbica, ma molto probabilmente non verrà pestato in una metropolitana o in un sottopassaggio. Anche questo finto vantaggio è figlio del maschilismo. Ad indignare, tanto da meritare una “punizione fisica”,  infondo, è “l’uomo che si vuole spacciare per donna”, ovviamente per fregare il virilissimo uomo etero e provare a portarlo verso l’omosessualità….

Nel caso delle donne T, spesso la visibilità, almeno inizialmente, non la si vorrebbe. Non quella obbligata da un aspetto che rende visibile il sesso di provenienza. Eppure quella visibilità non desiderata, che accompagna la donna T fin dalle prime uscite al femminile,  e poi per molto tempo, a volte per sempre, rappresenta una forza, e rende la donna T libera dalla frustrazione dell’invisibilità che spesso vive un ragazzo ftm, che sia prigioniero di un corpo apparentemente biologicamente maschile, che cancella la ricchezza di un percorso, sia che sembri di donna e femmina, seppur alternativa.

Cosa c’entra la visibilità estetica con la visibilità politica? Molto, perché non è un caso che le prime attiviste siano state delle donne trans e travestite, e non di sicuro degli omosessuali in cravatta. La visibilità, il doverla portare sulla pelle ogni giorno, non diversamente da come un nero porta la sua pelle nera, dà forza. E’ per questo che molte donne T, anche dopo aver adeguato il loro aspetto al loro sentire, decidono di rivendicare il loro essere T e producono letteratura.

Per me, transgender non medicalizzato, è un continuo barcamenarmi tra le due invisibilità tipiche del mio percorso, e la ricerca di un’immagine che mi permetta di essere sempre visibile come uomo, ma non come maschio, che poi è ciò che io sono e, quindi, che voglio apparire.
L’unico strumento che ho, per vincere queste due invisibilità (il rischio di sembrare una femmina donna, o di sembrare un maschio uomo), è quella del creare visibilità dichiarandomi per ciò che sono, anche se sarà faticoso farlo ogni giorno con persone diverse, e per sempre.
Tuttavia, questa visibilità che mi causa una lotta continua ogni giorno, è quella che mi permette, nonostante tutto, di non dimenticarmi mai chi sono.