Dalla disforia alla contestazione socio/culturale

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Gentilissimi,

come sapete da tempo, respingo, su me stesso, le definizioni non per una politica del “basta etichette“, politica che tra l’altro non condivido (sono un sostenitore delle definizioni), ma perché questi termini rappresentano un pacchetto di cose che non mi rappresenta a pieno, e non voglio che una definizione a cui non sono particolarmente legato finisca per creare polemiche interne al movimento, che dimenticano me come persona e cercano di verificare la mia “vera” appartenenza.

Ci sono due componenti in una persona che porta una tematica di identità di genere:
quella che investe la disforia (a qualcuno non piacerà il termine) fisica, verso se stessi e il proprio corpo, e quella che investe invece una disforia socio/culturale, che riguarda più la collocazione di se stessi rispetto al parametro “genere” nella società, e quindi, anche su questo piano, ha un suo peso l’immagine della persona, il nome anagrafico, l’essere socializzati come M, F, o altro.

Non voglio concentrarmi sull’inferno di rivendicazioni interne alla comunità, di conflitti e fraintendimenti tra esponenti dell’una o dell’altra istanza, esigenza, condizione.
In questo blog si è parlato in vari articoli dell’ indignazione che le persone transessuali canoniche, portatrici di una disforia soprattutto fisica, col proprio corpo, provano verso le persone che, seppur portatrici di una variabilità di genere, hanno una disforia più rivolta alla propria identità sociale e socializzazione rispetto al genere.
Spesso questa rabbia, disapprovazione, disconoscimento, porta l’altra “fazione“, quella dei disforici sociali, degli insofferenti al binarismo, a guardare con disprezzo e paternalismo chi, portatore di una disforia solo personale, si definisce “nato nel corpo sbagliato“, senza avanzare nessuna pretesa sociale e nessuna polemica sugli stereotipi e sulla transfobia, che chiede alle persone portatrici di una variabile di genere, di conformarsi il più possibile e di avere aspetti, comportamenti, orientamenti sessuali “rassicuranti“.

Sarebbe un errore dividere il mondo in pecore e capre.

Ci sono persone che, seppur portatrici di una disforia fisiologica, sono anche portatrici di una disforia sociale, e quindi, nonostante in queste persone sia molto forte il bisogno di avere un corpo che, anche nell’intimità della loro solitudine davanti allo specchio, risponda all’immagine che hanno di se, parallelamente contestano il binarismo sociale. Queste persone transessuali sono spesso amiche delle persone portatrici di una tematica di genere non canonica, perché hanno effettuato una transizione medicalizzata per se stessi e non per gli altri, quindi non si sentono lesi da chi non sente, almeno al momento, il bisogno di un percorso uguale al loro.

Parallelamente, ci sono persone che, nonostante in loro prevalga la contestazione sociopolitica, non è detto che siano prive di disforia.
In alcune di queste vi è una disforia fisica, ma potrebbero, per varie ragioni, non scegliere la medicalizzazione per superarla. In altri casi vi sono disforie che si manifestano su piani differenti (una disforia in relazione al nome anagrafico, o al genere grammaticale con cui ci si riferisce loro, oppure ancora con alcuni aspetti della sfera genitale).

Anche il tipo di cambiamenti che la persona con la tematica di genere sente di voler effettuare o meno sono legati al “tipo” di disforia che essa presenta: ci sarà chi si concentrerà sul tema del cambio del nome anagrafico e del genere, chi non si sente a disagio coi caratteri sessuali secondari (e quindi non sente l’esigenza della tos, terapia ormonale sostituiva), ma magari con quelli primari, chi ancora vive un’altalenanza nel tempo (o una compresenza) delle parti maschile e femminile e non pensa che la sua strada sia la medicalizzazione (o magari ne fa una parziale), chi invece riconduce il fastidio per il corpo a ragioni squisitamente sociali (il fastidio di non apparire del proprio genere, ma del proprio sesso di nascita, viene connesso interamente alla percezione altrui, e quindi, in un mondo binario come il nostro, la persona viene continuamente ferita da una socializzazione nel genere sbagliato,e  quindi desidera un cambio di immagine per sfuggire a questa pressione sociale).

C’è poi chi si identifica semplicemente come uomo o donna, in sovrapposizione con l’identità di chi maschio e femmina lo è dalla nascita, e chi rivendica una condizione differente, quella di uomini e donne non biologici coscienti di esserlo e di essere qualcosa di diverso, e quindi rivendica anche una differente collocazione sociale. Ho amiche transessuali fiere di essere donne non biologiche che, anche adesso, dopo il cambio dei documenti, rivendicano la loro differenza dalla donna biologica, se non esteticamente almeno identitariamente.

Nel mio caso mi sento molto vicino all’istanza di apparire sicuramente come uomo (ho un’identità di genere totalmente maschile), ma senza censurare il mio essere uomo non biologico.
Non sono, in questa mia esigenza, aiutato dalla direzione (dal sesso XX al genere maschile), perché essere “uomo non biologico” è poco leggibile.
Se incontriamo una persona nata maschio, anche poco androgina, vestita con panni femminili, sicuramente, anche essendo sicuri della sua nascita al maschile, la percepiremo come donna trans o come travestita.
Nella mia direzione invece non è detto che il mio vivere al maschile mi palesi al mondo come persona “maschile” (trav o trans verso il maschile), perché, a causa del maschilismo, ciò che ricorda la donna viene sempre e solo ricondotto all’essere donna e basta.
Di contro, se io facessi un percorso medicalizzato, in pochissimo tempo apparirei uomo biologico, e sarebbe cancellata la mia istanza di dare risalto alla mia particolarità come uomo non nato maschio, di mettere le giuste distanze da ciò che non sono, e che non sono stato nel mio passato. Sarei costretto, almeno alla vista, nei rapporti sociali occasionali, a “mistificare”.
Per me non è un problema che una persona come me non venga classificata nella T, e sorrido di chi mi scrive dicendo di “non sentirsi rappresentato“. Non sono transessuale, non ho il loro desiderio di cambiare “sesso” nè il loro desiderio di apparire biologicamente come nato del sesso opposto.
Sicuramente la mia istanza cozza con le regole binarie dell’attuale società, e questo mi ha reso, nel tempo, un attivista contro il binarismo di genere.

Le persone “nate nel corpo sbagliato” piacciono alla società, sia internamente alla comunità (hanno obiettivi simili e nasce una fratellanza/sorellanza), sia agli esterni (sono loro gli sbagliati, si correggono, e diventano normali “come noi”).
Le persone con una tematica di genere diversa, che magari intacca il binarismo, diventa un problema sia interno (nella comunità), sia esterno (ma se devo dirla tutta, soprattutto interno. per gli esterni spesso non ci sono grosse differenze tra chi gli ormoni li prende, chi non li prende, etc etc).

Credo che però quello della definizione come persona T di tutte le persone non propriamente transessuali o disforiche in senso classico sia un grosso tabù, anche del mondo associativo.
Per questioni di “policy“, tutte le persone vengono accolte con la definizione che hanno dato a se stesse, ma di fatto molte persone rimangono perplesse, se non addirittura si pongono con atteggiamenti di paternalismo, per indirizzare la persona o a cambiare definizione oppure ad adeguare i suoi cambiamenti fisici alla definizione.

Sebbene io, da attivista antibinario, possa pensare che chi si sente “ferito, offeso, non rappresentato dalle persone in percorsi non canonici” probabilmente ha qualcosa di irrisolto, o non ha fatto certi passi per il motivo giusto, mi rendo conto che se è veramente molto sentita l’esigenza di usare termini diversi per dividere chi ha una disforia più fisica da chi ha una disforia più sociopolitica, allora creiamoli.

Se posso permettermi, spero che non verranno pescati termini che spesso, per ripiego, il mondo “non canonico” usa per giustificare la propria non medicalizzazione: trav e crossdresser se nate maschio, queer et similia se nati femmina.

Se questo spartiacque viene sentito come necessario, indispensabile, non tanto perché stare sotto lo stesso “ombrello” offenda, ma perché non descrive e rappresenta le esigenze differenti, allora credo che sia possibile creare termini nuovi che non svalutino od offendino una delle due parti.

Credo che però sia i disforici fisici, sia quelli sociali, sia quelli che non provano disforia ma solo rivendicazione,provocazione, siano legati da una comune discriminazione:
la non libertà di genere.
E’ capitato che in alcuni pride, anche all’estero, impedissero a queer e drag king/queen di vestire i panni che desideravano vestire, perché “avrebbero offeso chi aveva ‘veramente’ la disforia“.
Premetto che nessuno, neanche un comitato che emette un dress code, possa decidere se una persona ha o meno la disforia, e che solo quella persona possa capire la sua strada, ma ammesso che queste persone volessero farlo solo per solidarietà verso la libertà di genere: perché castrarle?
Non importa come si vestono tutti i giorni (per loro libera scelta o per costrizione di partner o capi di lavoro che non accettano o condividono). I pride da sempre sono stati spazi di libertà di espressione, di genere e di orientamento, e anche attivisti anziani spesso ricordano il loro primo pride come primo momento di espressione di se stessi.

Dobbiamo smettere di interrogarci sulle condizioni personali degli altri e lavorare non tanto su ciò che ci divide, ma su ciò che ci accomuna.

“Storie di donne” invita un ftm…e si rivolge a lui al femminile

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So che il movimento ha altro a cui pensare. Cose più gravi.
Ma a volte mi piace soffermarmi sulle sottigliezze soprattutto quando so che alcuni errori si possono evitare.
Era appena finito un telefilm sul crimine che amo seguire quando sento la pubblicità un una trasmissione contenitore. Forse Invincibili di Berrì, o forse la tramissione di Enrico Ruggeri…insomma, storie di persone che hanno superato difficoltà per rinascere

Sento una voce, la frequenza mediobassa mi fa pensare a una persona T.
Sono Sara Spagnolo“…penso una trans…e vedo il logo sotto di “Storie di Donne“…
A quel punto penso: che bello…storie di DONNE che racconta la storia di una DONNA trans. Che come tante altre donne ha vinto tante difficoltà.
Poi pero’ continua “Sono sara e fra poco sarò alex“.
Appare questo ftm già barbuto e transizionato con una bella e politicamente scorretta sovraimpressione “SARA SPAGNOLO” e lui che mostra la carta di identità con la scritta Sara.

Mi chiedo…alla faccia del politically correct…ma in un mondo dove in sovraimpressione compaiono nomi d’arte di ogni genere, che cosa costava mettere ALEX?
Inoltre visto che questa persona è sicuramente una FEMMINA di nascita, ma non è MAI stata una donna, che ci azzecca con “storie di donne“? Non era veramente una storia più adatta al programma contenitore di Berrì o di Ruggeri? Anche perché, visto il sessismo, io “storie di uomini” (come riservato solo a uomini e non all’umanità in generale), non l’ho mai sentito.

Comunque non ho delle critiche sui contenuti espressi dal ragazzo: non è un attivista, ha fatto alcuni errori, ed ad altri è stato anche condotto dalla redazione.
Spesso quando gli si sono fatte domande sull’identità di genere ha parlato del fatto che fin da piccol* gli piacevano le ragazze, che il primo coming out è stato col fratello (ma parla sempre del piacergli le ragazze, e non dell’identità di genere).
Di certo il documentario è piaciuto al mondo ftm, che comunque apprezza che si parli di transessualità lontana da perversione, malattia e sex working, ma quanti errori conteneva quella trasmissione?

“non vuole piu essere una donna”….come se la gente scegliesse cosa “vuole“.
Capisco che ognuno racconta la sua storia, ma potevano essere commessi meno errori. Ho apprezzato di più alcuni interventi di Gabriele Belli, che hanno precisato differenze e situazioni.

Comunque mi rendo conto che abbiamo cose più gravi su cui riflettere

Teoria queer e sua influenza nei percorsi transgender XX (e differenze con quelli XY)

Queer?
Cosa significa?
Teoria queer? persone queer? è un sinonimo di bisex o di pansessuale? c’entra coi transgender o i genderqueer? coi gender studies e col femminismo?
Queer c’entra con chi è troppo velato per usare parole come gay, lesbica e transessuale?

Angela McRobbie

La teoria queer nasce da un gruppo di filosofi tra cui Judith Butler, una filosofa post–strutturalista.

Chi non conosce il post-strutturalismo, chi non ha mai studiato i pensatori post-strutturalisti (che personalmente ho studiato in estetica nel mio percorso di Architetto), non capirà alcuni cardini della teoria tipici appunto al pensiero post-strutturalista.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che una gran parte di persone che si definisce queer o genderqueer è a origine biologia xx ed è attratto da donne o bisessuale.

E’ innegabile il legame tra teorie queer, anti eterosessismo e eteronormatività, anti-sessismo e quindi problematiche sui generi e soprattutto sul genere femminile.
Infatti le teorie queer prendono le mosse e si intrecciano con studi femministi, perché comprendono, oltre a tematiche di identità di genere, tematiche relative alla de-costruzione dei ruoli di genere e riflettono sulle aspettative sociali rivolte ai generi anche sul persone etero e cisgender.

Purtroppo in Italia il mondo queer è spesso associato ai centri sociali, alle case occupate, ai vegan, a transizioni irregolari fai da te, all’anarchia, a movimenti politici estremi, e ai leoni da tastiera.

Solo a Roma e a Torino vi sono materie universitarie rivolte ai Gender Studies.

Inoltre una persona di biologia XX e che si avvicina al maschile difficilemente userà su di se termini come “travestito” o “crossdresser”, preferendo butch, queer, genderqueer, transgender, o (nel caso di transizione medicalizzata), trans, transessuale o ftm.

Spesso il mondo delle persone di biologia XY che si avvicinano al femminile non conoscono la teoria queer, i termini queer, genderqueer, e quindi (anche nel caso di lontananza dal fetish) usano su di se crossdresser e travestito, e spesso sono meno inclini ad approfondire gender studies.

Eppure è molto più comune trovare una crossdresser mft attratta da donne che un “genderqueer” ftm attratto da uomini.

E’ inoltre rarissimo il travesititismo da femmina a uomo di matrice “fetish”.

Infine, il fenomeno drag è presente in entrambe le direzioni, ma con la grande differenza che nel mondo drag king è piu presente la tematica di genere, mentre spesso le drag queen sono slegate da tematiche identitarie.

E’ anche vero che l’attivismo T del passato, almeno in Italia, di matrice mtf, “conteneva” le travestite (chiamate i travestiti), le transessuali (che erano solo quelle che transizionavano in modo medicalzzato, e venivano indicate al maschile), e le drag queen.

Il mondo gay non vedeva benissimo i travestiti, mentre ammirava le drag queen, quindi è plausibile che molte cripto-MtF preferissero il filtro drag queen di “travestitismo come performance artistica” che il travestitismo vero e proprio, ed è risaputo molte persone appartenenti alle vecchie generazioni di drag queen si sono in seguito riconosciute nell’identita’ di donna trans*.

Oggi invece la realtà drag queen è consolidata come percorso artistico e se ne interessano molte persone cisgender.

Nath