L’asterisco e l’ingerenza femminista verso i gender non conforming

Una riflessione che parte dall’inclusione grammaticale delle persone gender non conforming per arrivare ai limiti dell’intersezionalità, al cis-sessismo e al colonialismo culturale.

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In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo scritto da una femminista, penso della differenza, che condannava l’uso dell’asterisco, ribadendo che siamo “uomini e donne” e che “diversamente dall’etnia, questa differenza si manifesta prestissimo“: un cumulo di binarismo, innatismo, e “gender non conforming – fobia”.
Non mi interessa la guerra tra femminismi binari e femminismi anarcoqueer: mi sento distante da entrambe le correnti, e non ho vantaggi a prendere parte a una guerra che, essendo femmin-ista, non mi riguarda.
Se posso dire qualcosa a tutta la riflessione femminista, è il fatto di escludere i vissuti. Cattedre della differenza contro cattedre queer: persone cisgender che parlano di identità di genere…cancellando o ignorando i vissuti.
Si decide” a tavolino, in una guerra tra cattedre, se i generi sono due, tre o 24, ignorando il fatto che solo i vissuti contano.
Non si può teorizzare che i generi sono due quando di fatto ci sono persone di genere non conforme al maschile o al femminile. Una teoria non puo’ cancellare degli esseri umani: sarebbe come dire che le persone sono solo caucasiche o nere come la pece e che “non esistono” persone con colori della pelle diversi dal bianco e dal nero.
Forse si dovrebbe ascoltare ed osservare realmente la realtà.
Veniamo alla grammatica: le persone gender non conforming o le persone transgender (anche portatrici di identità binaria, ma con documenti e/o aspetto dissonanti), hanno imparato ad usare un linguaggio non connotato di genere quando parlano di sè: spesso l’interlocutore neanche se ne accorge, perché non è vero che la lingua italiana non permette di comporre frasi o di usare parole o perifrasi che non identificano il sesso di chi sta parlando: è solo questione di esercizio (per la persona) e di volontà (per gli altri).
Le associazioni LGBT, spesso, per indicare gruppi di genere misto, non usano il “maschile plurale” (discretamente comodo se sei ftm, ma un po’ urtante se sei mtf), ma non usano neanche la perifrasi binaria “uomini e donne”, che ribadisce il binarismo e cancella le persone gender non conforming.
Alcuni usano l’asterisco, altre forme omnigenere (con l’uso di “persona” al posto di uomo e donna), altri usano maschile, femminile E neutro (ex: benvenuti a tutti gli uomini, le donne e le persone di altri generi).
Questo a molte femministe non sta bene: chiamano, erroneamente, “neutro” cio’ che riguarda le persone “di altri generi (essere viola non significa essere bianco), dicono che nominare uomini, donne e “altro” sarebbe “lungo (quello che dicevano gli uomini quando loro volevano dire “uomini e donne) e dicono che il femminile (e di conseguenza il maschile) va rimarcato, proponendo una soluzione “binaria” che è offensiva e che cancella (non le donne, ma le persone gender non conforming).
E’ tutta una questione di pigrizia (“non è un problema mio, quindi me ne frego”). E’ vero che le lingue neolatine sono “binarie”, ma l’impegno può tutto, e cercare formule inclusive non è difficile.
L’unico ostacolo è che taluni (e talune), non poche persone, non hanno interesse a farlo.
Molte femministe, anche queer, trattano le persone non conforming con maternalismo e pietismo. L’atteggiamento “patriarcale” che rinfacciano all’uomo nei loro confronti, lo ripropongono verso le persone T, peccando di “colonialismo culturale” e “cis sessismo
Non è raro vedere, nei forum femministi, donne che “decidono” se una giovane adolescente trans ha il “diritto” di ricalcare gli stereotipi col trucco e parrucco che ha scelto, o se un ftm che ha partorito, pretendendo di essere padre e genitore e non “madre”, sta offendendo le donne: persone in cattedra che disquisiscono sui nostri vissuti.
Addirittura delle femministe mi hanno “corretto”, dicendo che quando si parla di discriminazione subita da una persona non conformi “non devo” usare binarismo o transfobia ma “patriarcato”, perché “se avessi letto i loro libri” (scritti da persone cis) “saprei” che tutto deriva dal patriarcato, e affermando ciò cancellano tutta la riflessione trans e le sue elaborazioni culturali.
Addirittura un ftm non è “autorizzato” a parlare di transmisandria quando le donne lesbiche o femministe lo respingono i insultano.

Alla luce di questo, col tempo, sono diventato un po’ “separatista“. Le grandi intersezioni tendono a mettere in primo piano i temi “nazionalpopolari” e oscurare i piccoli temi e i loro autori, facendo si’ che chiunque, anche chi non è formato e non vive una condizione, pensi di avere voce in capitolo su un tema, e cosi’ possiamo vedere femministe che “decidono” se qualcuno è o no trans, uomini etero poliamorosi che dicono che il binarismo non esiste, etc etc.
Non dico che il separatismo sia la strada corretta, ma è necessario l’ascolto: ascolto di chi, in prima persona, vive dei temi e delle problematiche sociali. E poi ci vuole tanta umilità, soprattutto dai militanti e dalle militanti (e da* militant*!) di lungo corso.

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Luna Trans e il rigurgito transfobico

Il movimento sembra spaccato sul caso di “Luna Trans”, professoressa transgender finita nel mirino mediatico poiché pubblicava foto in calze a rete in un sito Adult.

Non prendo posizioni in merito ai provvedimenti che in questi casi vadano presi (e che andrebbero presi nel caso ciò fosse successo con una donna biologica o con un uomo biologico).

Rimane un mistero come mai, in tutti questi casi, siano sempre gli adolescenti a “sgamare” gli adulti nei siti che, giustappunto, si chiamano “Adult”.

Spero solo che la vicenda non si concluda in un modo sessuofobico (come si è conclusa altre volte) e transfobico (ovvero che ci sia un attacco peggiore dovuto il fatto che la donna coinvolta è trans)

Purtroppo questi episodi non promettono bene…

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Speriamo solo che, come nel caso di Anddos e Unar, il tutto non finisca per scatenare un rigurgito di intolleranza e l’ennesima occasione per dimostrare disprezzo alle persone LGBT.

Ladri di…etichette (al limite siete transgender…)

da: Ladri di Biciclette

In questi giorni ho osservato alcuni, giovani e meno giovani, ragazzi transgender del web,  essere violentemente presi di mira da persone trans medicalizzate, i quali li attaccavano semplicemente per il loro fare informazione sui percorsi non medicalizzati.

Non c’era arroganza, senso di superiorità, non c’è biasimo dei percorsi altrui. Questi ragazzi portavano della documentazione, a volte anche ripresa da questo blog, di persone transgender non medicalizzate che avevano trovato un equilibrio senza la medicalizzazione e che erano socializzate secondo genere d’elezione nella loro quotidianità.

Venivano anche usati avatar e copertine del diario, su facebook, che dichiaravano che esistono trangender non medicalizzati e che non è la medicalizzazione (eventuale) a rendere transgender, ma la propria identità di genere, che va rispettata.

La presenza di questi due giovani (e meno giovani) attivisti, non legati a ruoli istituzionali, e quindi liberi di esprimersi senza tener conto della permalosità e dell’analfabetismo funzionale altrui, ha causato un violento rigurgito di intolleranza.

Diverse persone trans medicalizzate hanno iniziato a giudicare la loro vita, partendo dal fatto che “si, possono dire di essere felici, ma poi quando entrano dal panettiere sono donne”, con una certa cattiveria e rivendicazione di superiorità per il loro miglior “passing“.
Delegittimano la richiesta di rispetto del proprio genere perchè “se non passi non devi aspettarti niente ed è inutile che fai vittismo”.

Oppure ho letto di forzature sul fatto che addirittura il ragazzo T non medicalizzato “amerebbe” il suo corpo e addirittura il ciclo mestruale (che onestamente non amano neanche le donne biologiche cisgender) e andrebbe in giro con minigonne (del resto anche loro, il giorno prima di iniziare gli ormoni, immagino andassero in giro con minigonne…).

Un altro pretesto per screditare le persone transgender non medicalizzate sarebbe quello che “sono velate, attivisti da testiera, non hanno nome e faccia, appena spengono il pc tornano a vivere come da sesso biologico“. Questo pregiudizio cancella non solo le tante persone transgender non medicalizzate che su internet usano i loro volti e i loro veri cognomi, ma anche che non prendere ormoni non significa essere velati e non vivere socialmente il proprio genere d’elezione, come fanno già tanti non medicalizzati, sia attivisti, sia non attivisti. Inoltre non si capisce perché dal non medicalizzato si aspettino il “sacrificio” obbligatorio dell’attivismo oppure “nome cognome e faccia” oppure di essere referenziati su google, quando loro stessi, referenziati dal prendere ormoni, possono permettersi cognomi finti, avatar fittizi, e di non avere l’onere di fare attivismo.
Altro pretesto è la reversibilità. La società “non deve dare credito ai non medicalizzati“, perché se lo facesse “poi questi potrebbero tornare indietro e screditare i veri trans!“, come se a chi si dichiara gay o lesbica si chiedesse un giuramento a vita per evitare che poi “si torni indietro“.
E poi, ovviamente, il fatto che sicuramente chi non prende ormoni lo fa “per paura o perché, diversamente da noi, non ha le palle, con statistiche inventate al momento (tipo: nel 99% dei casi), come se avessero lanciato un sondaggio con campione affidabile..
Inoltre viene confuso il “non voler prender ormoni” con l’essere “contro, come se si volesse spingere gli altri a non prenderli, oppure screditare il percorso di chi li prende. E’ come se un bisessuale che ne è fiero, in questo modo screditasse i gay, o un mulatto screditasse i neri.
Spesso appare anche la precisazione “comunque io nonostante loro sono soddisfatto del mio percorso e lo rifarei”. Non capisco il senso di questa precisazione: perché l’esistenza dei non medicalizzati dovrebbe insinuare dubbi in chi è nel percorso canonico?. L’esistenza dei bisessuali rischia di scatenare curiosità nei gay e negli etero?

Altro pretesto è che, secondo loro, le persone transgender non medicalizzate, si autonominerebbero “transessuali, quando, rileggendo tutto il materiale proposto dai due attivisti sopracitati, non ho mai visto apparire la parola “transessuale” e l’attivismo mondiale va verso la sua abolizione e verso l’uso della parola, che il movimento ha coniato e scelto, transgender, che include tutte le persone portatrici di una diversità di genere (gender not conforming).
A quel punto alcune dicevano, con disprezzo per la parola transgender, al massimo sono transgender” o “al limite sono transgender“, come fosse un contentino che loro davano a questi “nè carne nè pesce” o “finti trans”, ma un contentino che stavano danto quasi controvoglia, tanto che spesso veniva aggiunto “vorrei vedere voi se non foste incazzati se qualcuno vi rubasse le etichette. Poi vi era sempre la precisazione chetrans” sarebbe abbreviativo di transessuale e che quindi non puo’ essere usato dai non medicalizzati, e che addirittura ftm ed mtf indicherebbero direzioni percorse in senso medicalizzato, e che quindi anche queste non possono essere usate dai non medicalizzati.
Anche se gli intellettuali transgender hanno deprecato “mtf” ed “ftm anche nel caso di persone medicalizzate, perchè indicano percorsi binari in cui si “diventa” qualcosa, quando in realtà il sesso genetico neanche cambia, queste parole potrebbero essere di semplice comprensione e di facile utilizzo, per capire, senza dover spiegare in modo morboso, il sesso di nascita e il genere verso quale la persona sta andando. Ma anche queste parole dovrebbero essere rigidamente di chi sta facendo la transizione medicalizzata, e di chi rigidamente spolvera una vecchia parola, poco usata all’estero: transessuale, per mettere una distanza verso chi non sta seguendo un canone di transizione “standard che i cisgender (non transgender) hanno deciso con una loro legge, e che parte della comunità trans ha deciso essere il percorso “normale” per “meritare di essere transgender“.
Vi è di base un’ignoranza anche sui termini: chi è stato lontano dall’attivismo T e dalla letteratura T è convinto che transgender sia un termine che riguarda chi ha un’identità di genere a metà tra M ed F (genderqueer) e che invece transessuale è il termine (migliore e più nobile) per definire le persone nel percorso canonico. Se qualcuno dice il contrario, ovviamente è lui l’ignorante…

Nel frattempo le persone transgender non medicalizzate, per fuggire da accuse e da esclusioni, si sono rifugiate nelle definizioni della teoria queer: genderqueer, genderfluid, a volte anche senza esserlo (a volte si tratta di persone con identià di genere definita completamente come maschile o femminile), ma perché usandole continuano ad essere sì disprezzate dai trans canonici (che continuano a dire che queste persone dovrebbero sparire perchè creano confusione), ma almeno non sono più “ladri di etichette“.

Questa polemica, che ha visto coinvolti diversi non med (e persino io, che, visto come “il boss dei non medicalizzati” venivo visto come il mandante della disinformazione antibinaria e loro i miei poveri sicari soggiogati…), ha visto anche molta solidarietà da parte di donne transgender che non sono medicalizzate. Di alcune nessuno sapeva che non prendessero ormoni, o che non li prendessero più, ma l’attacco è sempre maggiormente rivolto agli uomini T, sui quali appare evidente la presenza di medicalizzazione ormonale. Queste donne T non medicalizzate, di cui non faccio nomi, ma che sicuramente sarebbero contente se li facessi (non si vergognano di non prendere ormoni), sono lasciate in pace perché non vi è una grande differenza estetica tra loro e le medicalizzate, anzi addirittura a volte passano di più.

Allora qual è il problema? Disturba che alcune persone transgender non “pàssino” ? e quindi risultino “non accettabili” agli occhi della società binaria? In questo modo loro “lederebbero la reputazione” di chi ha un aspetto che potrebbe permettere di integrarsi meglio nella società binaria ed eteronormata?

Se il passing non esistesse, non fosse possibile con ormoni e chirurgia, tutte le persone gender not conforming sarebbero visibili come tali, e la popolazione umana dovrebbe abituarsi all’idea che esistono donne XY e uomini XX.

Non so come la presenza di persone che, pur non “passando”, chiedono il rispetto della loro identità di genere, possa “danneggiare” chi invece ha un aspetto che è sicuramente coerente con la propria immagine di se, ma è anche coerente con ciò che la società vuole da un uomo e da una donna.

So già che critiche arriveranno, a causa del  “vigente” analfabetismo funzionale. Le ferite interne dei lettori fragili faranno si che questo mio post sia interpretato come “Nathan fa disinformazione, dicendo che i trans medicalizzati transizionano solo per la società”. Io non ho mai detto questo, ma penso che le persone che hanno transizionato per se stesse e per raggiungere l’immagine di se, sono poi quelle che non odiano i non medicalizzati, non li vedono come una minaccia, non si sentono “lesi” dalla loro esistenza e non vedono messo in dubbio il proprio percorso.

Chi invece si sente leso dall’esistenza di quelli che “al massimo sono transgender“, dovrebbe interrogarsi del cosa tutto ciò solleva in se stesso/a.

Se l’amico del mio amico è mio nemico?

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Ogni mese mi appresto a pulire la mia lista amici facebook rimuovendo persone con cui non interagisco.

Ripenso alla mia lista amici del 2009, di quando muovevo i miei primi passi nella comunità LGBT e di conseguenza nell’attivismo.

Ad essere apparsi, negli anni, o in alcuni casi, riapparsi (non le persone ma le tipologie di persone), sono metallari, musicisti, buddhisti, radicali, liberali, massoni, praticanti bdsm, collezionisti di pipe, laici ed atei, attori e doppiatori, e tutta una serie di persone eterosessuali che condividono come una passione o un’area di studio, che conoscono la mia situazione (sesso F, genere maschile) e non si pongono il problema di “accettarla“, proprio perché non c’è nulla da accettare, e non sono abituati all’idea di essere loro a “decidere” se la mia condizione personale è legittima.
Se a loro mi presento come uomo, per loro sono uomo, e questa cosa non distrugge per loro anni di certezze e teorizzazioni.

Ciò non accade invece nel mondo dell’attivismo, o almeno in parte di esso, nello zoccolo duro di teorici, di quelli che inventano percentuali (esempio: il 99% dei bisessuali è gay), che si atteggiano ad antropologi senza averne titoli, quelli che non sono riusciti a completare percorsi di studi e si nascondono dietro il “ma io ne so di più degli studiosi in materia” per imporre visioni vetuste, superate anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, legate al proprio vissuto e agli incontri casuali fatti da loro.

Recentemente ho “deciso” che la mia lista amici è preziosa, e non voglio rischiare di avere in lista persone che magari mi hanno aggiunto per via degli amici comuni lgbt, ma che poi mettono mi piace a chi considera illegittima la condizione di transgender non medicalizzato.

Qui non si parla di ideologie diverse. Posso essere pro Israele e dialogare con chi è pro Palestina e viceversa, o essere milanista e dialogare con gli juventini, essere di destra e dialogare con chi è di sinistra, perché ci si può confrontare in modo sereno con chi diffonde e sostiene idee, ideologie e teorie anche diverse dalle proprie, ma in questo caso non si tratta di contestare un’idea o una teoria, ma di seminare odio, intolleranza e disinformazione verso chi si trova in una determinata condizione personale.

Un tempo i cristiani fanatici, integralisti e fondamentalisti, attaccavano i gay e le lesbiche. Qualcuno fece notare loro che non era carino accusare qualcuno per una condizione personale e indipendente dalla sua volontà (essere nero, ebreo, o in questo caso gay), ed è in quel momento che le menti più geniali del mondo reazionario hanno trasformato il gay in un omosessualista, e la sua condizione personale è diventata un’ideologia, una teoria, ovvero quella gender.
E se è quindi di cattivo gusto attaccare qualcuno per una condizione personale (il gay, la lesbica) non è affatto di cattivo gusto attaccare qualcuno che diffonde un’ideologia atta a corrompere i giovani, ad “omosessualizzarli“…

Con un parallelismo inquietante ed evidente, viene commesso, dai gay e dalle lesbiche anziane, lo stesso comportamento verso i portatori di identità e di orientamenti meno conosciuti o meno frequenti: i bisessuali, i pansessuali, i transgender non medicalizzati, le translesbiche, gli ftm gay, etc etc.
Queste persone spesso non hanno mai aperto un libro di teoria queer, nè vi sono interessati, anche perchè spesso, se attivisti, si sono formati con la letteratura relativa al loro retroterra politico (i B hanno studiato gli autori e i pensatori bisessuali, i T hanno studiato la letteratura transgender), mentre la teoria queer spesso interessa più che altro a chi è gay o lesbica (gli esponenti della teoria queer in italia sono filosofi gay e lesbiche, e non transgender e bisessuali).

Ad ogni modo, non mi interessa chi sostiene e riempie di like chi, nascondendosi dietro l’accusa di una teoria, di una ideologia, colpisce persone bisessuali, pansessuali, e transgender non canoniche, seminando odio, diffidenza, allarmando gay e lesbiche e transessuali verso coloro che rappresenterebbero addirittura un “pericolo” per loro.

Se metti mi piace a queste idee, non puoi essere mio amico. Potrai dirmi che segui le persone che propongono queste idee perchè “infondo sono degli attivisti capaci” e “che tanto hanno fatto nei decenni per gay e lesbiche“, e che “tuttosommato la loro bifobia e transfobia risultano secondari rispetto a tutto il bene che hanno fatto ai gay e alle lesbiche“. Ma stai dicendo questo semplicemente perché non sei nè T nè B. Probabilmente, se non fossi ebreo, o nero, riuscirei ad apprezzare un grande storico “che però è razzista” o “che però è antisemita“, perché il non sentire colpita la mia personale condizione mi aiuterebbe a passarci sopra, facendo un torto ad ebrei o neri. Quindi, non parlerei di maggiore lucidità od oggettività nel saper apprezzare un o una intellettuale che “ha dato tanto” ma “che però è bifobo e transfobo”, ma semplicemente di strafottenza.

Non ho bisogno di inseguire le persone, nè ho particolari vincoli sull’uso dei miei spazi virtuali privati. Non mi interessano veteroattivisti, bifobi e transfobi. Il mondo è abbastanza grande e penso che chi vuole mettere dei like a concetti che seminano l’odio verso la T e la B puo’ fluttuare aldilà della mia lista amici, esattamente come coloro che mettono like ad Adinolfi e a Gasparri.

Consideratemi pure “paranoico“, ma a casa mia invito chi voglio 🙂

Vetero-attivisti Gay e separatismo “G”

Tempo fa scrivevo in una mailing list sedicente “queer“. Un tempo, negli anni novanta, il fervido scambio di idee tra persone geograficamente lontane avveniva in queste liste, e non su facebook o nei blog.

Consideravo questa lista un luogo in cui poter scambiare idee con gli attivisti della vecchia guardia (che non sempre sono anche della retro-guardia), ma poi mi sono distaccato dalla lista perché internet distorce la percezione: si creano erronee percezioni rispetto agli attivisti che vi scrivono dentro, vengono accettati tutti, dal nerd che vive sul web e non frequenta l’attivismo (magari è anche velato), a quello che sul web è noto per via di blog e pubblicazioni, a quello che fa attivismo intenso e utilissimo sul territorio, ma la cosa non è “leggibile” nel web.

Di conseguenza, si creano gerarchie che non rendono giustizia a chi vi scrive dentro, soprattutto se la moderazione è di parte, ma a parte questo, si creano anche malintesi sulle reciproche idee, distorsioni e fraintendimenti spesso in cattiva fede, tipiche dinamiche di quando si comunica per iscritto e senza frequentarsi, guardarsi in faccia,e capire i “perché” di certe posizioni.

Non credo che ci sia questa separazione tra “vecchi” e “giovani”.
Sono in ottimi rapporti, e c’è un’enorme stima da parte mia, per persone della “vecchia guardia”, magari anche con visioni lontane dalla mia, tra cui Gianni Geraci, Porpora Marcasciano, etc etc, quindi non la considererei una lotta “vecchi contro giovani (che poi si stia parlando di giovinezza anagrafica o di attivismo?), ma un confronto tumultuoso tra “visioni” vetuste e visioni nuove e inclusive.

Non è detto, poi, che siano i “vecchi” (anagraficamente e come attivismo) ad avere idee vetuste e i giovani ad avere idee avanguardistiche e inclusive.
Chi insiste a proporre la cosa come una guerra generazionale ha solo la volontà di posizionarsi come “decano” e sminuire chi è più giovane anagraficamente e  i contributi che porta.

La mia dipartita, silenziosa e riservata, da quella lista, è stata causata del continuo proporre, da parte di un attivista Gay neanche tanto anziano (ha l’età che avrebbe mio padre se fosse vivo, ma non ce lo vedrei mio padre a smadonnare coi trentenni in delle mailing list), il quale ogni santo giorno citava articoli, spesso americani o inglesi, in cui si erano presi dei provvedimenti (improponibili in italia, a causa dell’arretratezza culturale), per migliorare le vite delle persone trans e antibinarie, e lui si lamentava del fatto che ci si occupa di cose inutili e “deliranti“.

Faccio alcuni esempi per capirci:

http://www.transstudent.org/asterisk
Qui il vetusto (ma non tanto anziano) attivista si lamenta che un sito straniero di studenti trans riflette sull’accantonare l’asterisco (in effetti è inutile e anche un po’ offensivo usarlo su una persona di identità di genere dichiarata, come una Mtf ad esempio)
Commento benaltrista del veteroattivista: “Ultimo proclama della santa inqueerizione
Il mondo, palesemente, non ha problemi più urgenti di cui occuparsi.”
Continua, dopo alcune contestazioni, il veteroattivista, col suo benaltrismo:
“Intanto ci siamo stressati per anni su un problema che non è un problema, se non per coloro che lo hanno intenzionalmente generato allo scopo di proporsi come sentinelle del linguaggio. Ed io, lo ripeto, sono stufo.
Ti assicuro che se fosse lontanamente possibile discutere di problemi etici e politici (qualcuno ha intravisto un dibattito sulla maternità surrogata che non fosse quello impostoci dalle destra cattoliche, in questi paraggi?) invece che delle desinenze degli aggettivi, o di quale tipo di smalto devi usare se sei queer, il primo a fare salti di gioia sarei io. Anzi, se non si era capito, il messaggio non per nulla subliminale da parte mia era esattamente: ne ho pieni i coglioni di queste stronzate, che sono solo armi di distrazioni di massa, pensate per impedirci di pensare ai problemi reali. Il primo dei quali è l’omofobia interiorizzata.”

https://gendertrender.wordpress.com/2016/02/17/man-undresses-in-front-of-girls-in-seattle-locker-room-cites-gender-identity-regulation/
qui viene pretestuosamente citato un personaggio di sesso maschile (di cui ignoriamo la reale identità di genere) il quale frequentava gli spogliatoi femminili, appellandosi alla sua identità di genere femminile. Commento del vetero, che attacca la libertà di autodefinizione, oltre a “decidere” che la persona in questione non è trans (su che basi?):
A dimostrazione del fatto che non sono io ad essere “ossessionato” dalla “Culture War” ma è il movimento italiano ad essere “ignaro” del bisogno vitale di fare chiarezza in modo netto e “normativo”, si legga questo caso di un individuo cisgender che è entrato negli spogliatoi delle donne proclamando che si “sentiva” transgender.
Secondo me era solo un voyeur, ma non ci vuole molto a immaginare il giorno in cui i nostri nemici insceneranno provocazioni deliberate, approfittando di qualsiasi mancanza di chiarezza nel nostro modo di agire e di ragionare.

Dopo la pubblicazione, da parte di qualcuno, di un interessante post di Monica Romano
http://transgenderfreedom.com/2015/06/12/il-veterofemminismo-allattacco-delle-donne-transgender/
viene citata una parte dell’articolo e disprezzata con approccio transfobico e “determinista biologico
“non lo sono nemmeno una coppia di cromosomi o l’ovulazione, a fare una donna”.(citazione dall’articolo di monica)
“Se occorreva una dimostrazione del perché io parlo di delirio, l’abbiamo appena avuta. Incidentalmente, io la storia di un uomo che vuole decidere lui chi possa o non possa avere il diritto di definirsi donna l’ho già vista. I maschi lo fanno da circa 10.000 anni, di voler decidere loro chi sia una “vera” donna e chi no. Se qualcuno si chiede di cosa stiamo discutendo, ecco qui la risposta: stiamo discutendo del preteso diritto di un qualsiasi maschio […], purché autodefinitosi “antitesi di patriarcato e fallocentrismo” (in base a cosa non si sa), di decidere lui, in base a quali criteri le donne hanno il “diritto” di dirsi tali oppure no.
E poi quello assurdo qui sarei io? Il mondo è divertente…”
chi sarebbe il maschio? l’autrice trans? incredibile…ma continua dicendo…
“Ad ogni modo lo ringrazio dei link, che confermano la mia denuncia contro l’atteggiamento normativo e inquisitoriale dei e delle teoriche queer. Risponderò nei prossimi giorni non qui in lista ma con un articolo sul mio sito.” (attendiamo con ardore…)

Viene citato uno studio sulla possibilità di bagni “non binari”, per venire incontro alle persone trans e non binarie
http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=AH/M00922X/1
Ma nel commento polemico del “vetusto” che ci informa di questo post, viene dato risalto al costo in sterline dello studio (manco fosse Adinolfi)  e soprattutto questo commento benaltrista
“Il Potere non ha nessuna difficoltà a incoraggiare queste “armi di distrazione di massa”, in modo da stabilire che la priorità oggi sono figurine disegnate sopra le latrine.” ci dice il veteroattivista

https://www.jwtintelligence.com/2016/03/gen-z-goes-beyond-gender-binaries-in-new-innovation-group-data/?platform=hootsuite
Questo articolo sullo shopping antibinario e sulle esigenze antibinarie dei giovani era accompagnato da un commento contrito in cui si rifiuta di commentare (sarà stanco di ripetere le stesse oscenità?) se non dicendo “questo è il mondo reale”.

Potrei continuare all’infinito, ma il concetto è: sono i “giovani” che odiano “i vecchi” per partito preso, oppure sono alcuni vecchi che, complice l’aterosclerosi, si stanno concentrando non più sul valorizzare le battaglie, ma sullo sminuire quelle che non piacciono o che considerano “inutili” solo perché lontane dalle loro esigenze?
Innanzitutto non esiste una “comunità gay” a cui consigliare di abbandonare le cause “inutili” (che guardacaso sono quelle T), per concentrarsi su quelle “importanti” (che guardacaso sono quelle G).

Questa gente dovrebbe capire che ormai, e per fortuna, il movimento è LGBT, e tutti hanno a cuore tutte le battaglie.
Altro errore madornale, a mio parere, è il fatto di confondere battaglie queer e battaglie transgender, o meglio, non capire che le battaglie antibinarie sono ANCHE per il benessere delle persone transgender (soprattutto delle ultime generazioni) e per alleviare la loro disforia. E’ scandaloso che si pensi che il binarismo obbligatorio venga combattuto per “nazismo”, per “capriccio”, per “imposizione” o “inqueersizione” e non per alleviare la disforia delle persone trans e non binarie. E’ vero che la disforia di genere devi averla per capirla, ma tanti attivisti LGBT (anche anziani!) sono sensibili verso le esigenze delle persone trans (anche se la battaglia antibinaria non migliora solo la vita delle persone trans!), e rimangono fuori solo alcuni vetusti attivisti “urlanti”, impotenti di fronte all’onda arcobaleno di diritti (anche per i T e anche antibinari) che sta arrivando nei paesi in cui c’è già da anni una legge contro l’0mofobia e per il matrimonio egualitario,e  giustamente ci si può concentrare su battaglie all’avanguardia.

Citare articoli americani ed inglesi in italia per “convincere” il movimento LGBT (che i vetusti chiamano ancora “gay”) ad abbandonare le battaglie T perchè inutili, superflue e “dannose per i gay” (???) è malafede, cattiveria.
Onestamente ho perduto delle ore preziose in queste mailing list, col mio sguardo offeso da questi contenuti transfobici, binari, e alla ricerca di un ripristino di non so bene quale normalità binaria (in cui le istanze importanti sono solo quelle dei gay, delle lesbiche, e delle persone trans canoniche).
Dopo la mia dipartita il “vetusto” ha pubblicato un post vittimista in cui dice che la mia associazione (come se “io” fossi “la mia associazione”…forse ai suoi tempi (Ancien Regime?) le associazioni erano monarchie in cui il pensiero del presidente coincide con quello dell’associazione!), vuole rottamarlo e lo considera un dinosauro (purtoppo per lui si sopravvaluta, in associazione quasi nessuno lo conosce).

Da qualche tempo ho il dubbio e mai cercato onore di essere bersaglio del gruppo “Milk” di Milano che mi addita come un dinosauro sfuggito non si sa come all’estinzione, che abusa della sua ingombrante presenza per ostruire la strada al progresso (che sarebbe il gruppo Milk, per chi non l’avesse intuito), imponendo visioni transfobiche, bifobiche, omofobiche e qualsiasialtracosafobiche. Ho approfittato di un post sulla lista di discussione “Movimentoqueer” (in cui si afferma che tutto il “nuovo” movimento gay è sulle posizioni del Milk, o per lo meno lo sono i gggggiovani, e solo io insisto a chiedere il “separatismo” dai transessuali).

Sempre riguardo al Milk (che non frequenta e di cui conosce virtualmente solo me, che sono uscito dalla lista da ere geologiche, e quindi chissà chi considera del Milk adesso…probabilmente chiunque abbia idee contrarie alle sue), aggiunge

Una settimana fa uno di voi della conventicola del Milk ha sostenuto il proprio diritto a porre la questione delle desinenze degli aggettivi come questione cruciale e primaria nella lotta politica gbpqixhfejkfskòfd.

Quando ho provato a rispondergli, sul suo profilo Fb, che in realtà “Il Milk” non si è mai espresso su di lui, e l’unico “torto” che a fatto alla sua “maestà” è non averlo invitato a presentare il suo libro, mi ha bloccato.

Le citazioni in alto riportate daranno a tutti voi lettori gli strumenti per capire se sono io il “pazzo” che vede transfobia nelle sue parole e se non ho ragione a dire che l’attivismo moderno (non certo perché “ispirato” dal milk) va in una direzione inclusiva e “LGBT”.
Di certo vuole attirare la mia attenzione, ma la verità è che non merita l’attenzione nè mia nè di nessun altro giovane attivista (a meno che non voglia farsi le ossa con qualche polemica sterile da nerd dietro il monitor), perché l’ondata di diritti e di cambiamento antibinario è talmente forte che spazzerà via vetusti e binari ancor prima che ci rubino altre ore in cyberpolemiche da lista.

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Una donna XY veramente speciale

Il libro della dott.ssa Monica Romano, “Trans – Storie di ragazze XY” , è un manifesto per la libertà di identità di genere, di orientamento sessuale e di modificare e gestire la propria immagine come, quando e quanto lo si desidera.
Monica, tramite il racconto romanzato della sua vita, attraverso il personaggio di Ilenia, ci conduce, tramite il suo romanzo di formazione, attraverso le sue esperienze ed emozioni, guidandoci anche a comprendere i suoi ideali e ciò da cui sono scaturiti.

Il romanzo ha vari piani di lettura. 
Ilenia non si racconta mai al maschile (al massimo sono gli altri che la fraintendono rivolgendosi a lei al maschile), né rivela il suo nome anagrafico, in quanto del tutto irrilevante, e di utilità solo del lettore o della lettrice pruriginosi.
La ragazza parla sempre di se al femminile e in prima persona, in modo che chi legge possa percepirla fin dall’inizio come chi è realmente, indipendentemente dall’immagine esteriore.

Molte sono state le donne, anche eterosessuali, che si sono immedesimate in Ilenia, nella sua apparente fragilità, che cela una prorompente forza d’animo.
Ilenia è una vincente. Nata da una famiglia umile, riesce a migliorare la sua condizione economico/sociale, portando a termine un percorso di studi, laureandosi a pieni voti e accedendo al mondo delle professioni, rivestendo posizioni prestigiose (come una presidenza), trovando l’equilibrio in una relazione stabile con una compagna.
La storia di Ilenia sarebbe quella di una vincente anche fosse stata una cisgender, e sapere che non lo è ci fa capire che persona straordinaria sia Ilenia, e quindi Monica.

E’ un romanzo in cui non solo le donne possono immedesimarsi e da cui non solo il mondo eterosessuale (maschile e femminile) ha da imparare. Ilenia parla a tutti coloro che, in un corpo XY, sono portatori, o portatrici, di una femminilità che il mondo binario non accetta. Molti uomini, non solo omo e bisessuali, ricordando la propria infanzia ed adolescenza, possono riconoscersi in quella giovanissima figura androgina e delicata che diventa oggetto di bullismo solo in quanto non conforme ai canoni binari, quando l’unica “colpa”, se così si puo’ dire, di Ilenia, era quella di essere se stessa.
Il romanzo riflette ,e fa riflettere chi legge, sul fatto che le persone, trans e non, sono semplicemente loro stesse, ed è la società a collocarle, decidendo poi il loro grado di accettabilità sociale, e deve essere la persona stessa a rivendicare il diritto all’autodeterminazione.

Sicuramente molte persone transgender avranno rivisto sè stesse nel bullismo subìto in gioventù, e molto spesso, purtroppo, non solo in gioventù, e non intendo solo persone transgender xy:
questo libro, vero manifesto di libertà dei generi, può dare tanto alle persone transgender xx, che, dopo un’infanzia e un’adolescenza che li ha costretti ad essere socializzati al femminile, in un mondo maschilistae  machista, compiono un viaggio di scoperta e di espressione del proprio maschile.

Tramite il personaggio di Sam, che è un personaggio realmente esistito, ma con assonanze fortissime con la protagonista, questo libro sarà amato da tutte le persone portatrici di un’identità non binaria o di una visione della vita e dei ruoli assolutamente antibinaria e a favore di una massima libertà dagli stereotipi.

Il romanzo di Monica è quindi davvero un libro notevole, scritto con grandi capacità narrative, che non stanca mai, che riesce a presentare contenuti politici al di fuori delle ideologie, accompagnando chi legge in un percorso di consapevolezza e di emancipazione.
Ilenia/Monica, in poche parole, fa transizionare con se anche chi legge (sia essa una persona transgender o cisgender), in una transizione che non riguarda una metamorfosi fisica, ma un cammino introspettivo e auto-analitico atto a elaborare e riscoprire la propria identità al di la dei generi.
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Vi aspettiamo il 5 Marzo alle 17.00 in Via Soperga 36, alla presentazione del libro organizzato da Il Guado e Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano

 

Ecco a voi l’intervista fatta all’autrice. Le domande sono adatte ai lettori e alle lettrici di questo blog: pansessuali, transgender non medicalizzati, portatori di identità non binarie, attivisti contro il binarismo di genere. Temevo che l’autrice, che è tra l’altro un’amica e una preziosa collaboratrice, si sarebbe sentita “stuzzicata”, e invece pare aver gradito le mie “oltraggiose” domande 😀

 

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Monica, spesso le persone T hanno un atteggiamento remissivo e un senso di inferiorità verso il mondo “normalizzato“. Tu invece nel libro riporti chiaramente la tua fierezza, e in vari punti (come quando parli dei napoletani alla soglia dell’analfabetismo) ti manifesti cosciente di essere intellettivamente e culturalmente superiore alla media. Te lo fa pesare la transfoba e binaria professoressa di liceo.
Pensi che persone T abbiano bisogno di un po’ di sano snobismo verso un mondo mediocre che non le comprende e, per ignoranza, le disprezza?
Essere persone trans* in un mondo binario è molto difficile, quindi benvenga anche un po’ di sano snobismo se può essere d’aiuto.
In fin dei conti viviamo in un sistema che è costantemente svalutante e stigmatizzante rispetto a corpi, identità e modalità espressive non conformi alla dualità “maschio-femmina=uomo-donna”.
Dobbiamo fronteggiare un sistema culturale e di significati che non solo non ci prevede, ma che apertamente ci osteggia.
Qualcuno, durante la prima presentazione milanese del mio libro, ha definito “eroiche” le nostre vite, i nostri cammini…
Se ci è d’aiuto quindi, io direi (so con la tua approvazione) che possiamo anche, e legittimamente, tirarcela un po’. Male certo non ci fa.
L’orgoglio, così come la cultura, sono potenti antidoti alla transfobia interiorizzata e alle brutture di un sistema spesso violento nel normarci e imporci una dualità che non ci appartiene e non ci rappresenta.

Nel libro appare il personaggio di Sam. Viene presentato come ftm ma poi chiarisce di aver capito che più che una persona di identità di genere maschile, è una persona oppressa dagli stereotipi femminili. Questo personaggio sicuramente troverà la simpatia del tuo pubblico, costituito prevalentemente di lettrici donne esterne al mondo LGBT, ma non rischia di creare un equivoco già presente nel mondo extra-trans, secondo cui una donna mtf è legittimamente di genere femminile, mentre nel percorso opposto si tratta non di ftm ma di donne insofferenti al ruolo femminile imposto da millenni di maschilismo?
No, questo rischio non lo vedo.
Ilenia, la nostra protagonista, è una donna transgender che affronta un percorso di autodeterminazione che riguarda anche il suo corpo e la sua esteriorità.
Sam, nella sua ricerca di una definizione che vada oltre lo schema binario parte, anche grazie al confronto con la protagonista, identificando ciò che non è: un uomo transgender.
La differenziazione dalle persone transgender è il primo passo di Sam verso la sua consapevolezza e il suo cammino, che non è quello della protagonista, nè degli amici transgender della protagonista (anche uomini transgender con cui Ilenia, ad un certo punto della narrazione, inizia a collaborare nell’ambito dell’associazionismo trans*).
Qual è il percorso di Sam? Dove l* porterà?
Anticipiamo che il nome del tuo blog mio caro Nathan, potrebbe suggerire la risposta…
che i tuoi lettori potranno scoprire  solo acquistando il mio libro e leggendo la storia 😉

Nel tuo romanzo sono pochissimi, forse assenti, i personaggi maschili positivi. Forse giusto Ottavio, amico gay d’infanzia di tua madre, e la coppia di ftm gay.
Perché hai scelto di dedicare un romanzo interamente alle donne?
Esistono attualmente nella tua vita dei personaggi positivi maschili? Se si, si tratta di uomini LGBT o anche di etero cisgender?
Il mio è un libro (trans*) femminista. A partire dal titolo.Questo per ragioni politiche, ma anche di elaborazione culturale (della nostra subcultura): io mi rivolgo in primis alle altre donne transgender raccontando la storia di Ilenia, con la dichiarata intenzione di inviare loro un messaggio.
Certo anche la mia storia personale ha determinato questa impostazione: le figure importanti e determinanti della mia vita fino ad oggi, sono state figure femminili. E credo che questo, lo dico apertamente, non sia stato casuale.
So che l’accusa di misandrìa, che viene mossa d’ufficio a tutte le femministe, mi aspetta dietro l’angolo, ma la cosa non mi spaventa granchè.
Detto questo, ovviamente nella mia vita gli uomini esistono.
Ho dei cari amici, certo selezionatissimi (non dimentichiamo di essere snob ;D) e molto importanti per me.
Nel romanzo la protagonista si scopre lesbica gradualmente, scoprendo inizialmente il corpo femminile da una persona T non medicalizzata, per poi passare all’esigenza di una persona accanto, di identità di genere femminile.
Una lettrice outsider potrebbe pensare che questo “scoprirsi lesbica” sia arrivato un po’ per caso, quando invece sappiamo che non è così.
Non darei questa lettura.
Ilenia è prima di tutto una donna che ama oltre le caratteristiche meramente sessuali della persona, quindi una pansessuale. Che si ritrova definita “lesbica”, ad un certo punto della storia, dal contesto.
Non è lei a “scoprirsi”, è il mondo attorno che la definisce così.
E lei accetta di buon grado e fa sua questa definizione.
Il libro, destinato a un pubblico eterosessuale, si concentra sul bullismo subito dagli etero: donne insensibili e forse un po’ invidiose, uomini machisti o pruriginosi.
Nella tua esperienza di attivista hai subito bullismo anche da persone LGBT?
Lesbiche che hanno cercato di ricondurti al tuo non essere “nata femmina“, uomini gay benaltristi che hanno minimizzato le tue battaglie, o altre trans in percorsi maggiormente canonici rispetto al tuo?
Certo che sì!
Ne ho parlato recentemente anche in un’intervista per il blog “Io sono minoranza”.
Anche all’interno del movimento esiste la transfobia, eccome.
Ho avuto a che fare con attivisti gay che mi hanno trattato con sufficienza per il solo fatto che sono una donna transgender. Troppo spesso noi donne T* veniamo considerate aprioristicamente stupide e frivole, quasi delle minus habens. E’ terribile!
Poi c’è chi ritiene che le persone transgender dovrebbero stare fuori dal movimento LGBTI, e che il movimento dovrebbe tornare ad essere solo gay (qualcuno ha anche promosso una petizione su Change.org a questo scopo). Trovo simili posizioni di retroguardia e, oltre che inaccettabili, pericolose.
Ci sono poi veterofemministe che si permettono di delegittimarci affermando che non possiamo sposare il femminismo perché non siamo biologicamente femmine, come se fosse l’ovulazione a determinare una posizione politica e non, magari, le pesanti discriminazioni che le donne transgender subiscono perché considerate “traditrici del patriarcato” in un sistema maschilista e fallocentrico.
O ancora attiviste lesbiche sconvolte (sic!) all’idea che una donna transgender possa essere lesbica a sua volta, che tentano di mettere in piedi ridicole barricate.
Ricordo ad esempio come anni fa (non so se oggi sia ancora così) il regolamento di Lista Lesbica Italiana prevedesse la non ammissione delle donne transgender “rettificate o meno” (era scritto proprio così).
 Non fraintendermi: la mia non vuole, ovviamente, essere una generalizzazione.
I casi che ho citato sono certamente minoritari, e lo sono fortunatamente sempre di più.

Le cose cambiano, stanno cambiando, grazie soprattutto al ricambio generazionale. Senza dimenticare che contribuire a cambiare le cose anche all’interno del movimento LGBT è comunque una forma di attivismo.

 Gli attivisti vecchio stampo ci tengono a precisare che, come i sessi genetici, anche i generi sono due.
Nel libro apri uno spiraglio quando parli di una T al posto della M o della F sul codice fiscale.
I generi sono realmente due, o infiniti? Oppure, semplicemente, essere donna T è diverso da essere donna genetica, per il bagaglio di esperienze che dei vissuti diversi comportano?


Il genere sessuale non è altro che un’idea, una categoria interpretativa della realtà.
La realtà è molto più complessa, ricca e piena di sfumature delle categorie che tentano di interpretarla.
La visione binaria, l’idea che i generi siano soltanto due è una semplificazione che sempre meno sa spiegare la realtà. E come tutte le idee ormai inadatte ad interpretare il reale, verrà sostituita da altre idee, altre visioni più corrispondenti e funzionali.
Le battaglie per la libertà di genere nelle democrazie occidentali vanno  e andranno avanti, raggiungendo obiettivi impensabili fino a qualche decennio fa (si pensi alla battaglia per la despichiatrizzazione della condizione transgender, che prima poi porterà al depennamento della nostra condizione dai vari DSM e ICD).
Questo, se saremo fortunati, porterà il graduale affermarsi di una visione non duale e binaria dei generi, l’arcobaleno che spesso richiamo anche nel mio libro.

Nel libro parli dei tuoi dubbi in quegli anni nel far aderire la tua biologia a quella di una nata femmina. Approfondisci il tema del passing, del conformismo, del fare la transizione per se stessi o per gli altri. Questo è un argomento tabù nel mondo trans. Sembra quasi non si possa dire che in percorsi meno ragionati del tuo qualcuno non abbia fatto qualcosa solo per il passing o solo per il cambio documento. E’ l’ora di fare una seria riflessione interna al mondo T su questo argomento?

Andrebbe fatta una seria riflessione sul bisogno di omologazione di molte persone trans*, sul problema della transfobia interiorizzata che, non dimentichiamolo, ci riguarda tutt*.
Su quanto troppo spesso il “canto delle sirene” che si accompagna all’idea della “nuova vita” ci spinga a dimenticare e rinnegare quello che siamo, quell’esperienza che può invece essere reinterpretata come un bellissimo bagaglio, un dono.
Questa riflessione andrebbe fatta assolutamente fuori da Facebook, in luoghi reali, guardandoci negli occhi.
Ricominciamo a incontrarci, a organizzare convegni, conferenze, riunioni, semplici pizzate!

Ormai hai i documenti rettificati da molto tempo, e sei bona (so che mi permetterai di dirlo solo perchè sono ftm e gay). Perché destini così tanto tempo ai diritti delle persone T?

Il complimento di un uomo gay è sempre apprezzatissimo 😉

Per l’esattezza ho documenti rettificati dal 2007.
Non sono sparita, né intendo sparire in futuro, cedendo al canto delle sirene.
Non voglio dimenticare chi sono, ho ancora bisogno di stare con altre persone trans*.
E ho capito che ne avrò bisogno per il resto della mia vita, perché la transizione non finisce mai, come mi diceva Deborah Lambillotte, attivista di Arcitrans, alla fine degli anni ’90.
Più vado avanti, più capisco che questa frase è vera.
Il nostro cammino non finisce mai, e questo è bellissimo.
Quando capisci che nell’essere trans* non c’è nulla di brutto, ma che le brutture stanno nel contesto, non certo in noi e nei nostri percorsi, sei liber*.
Mi dedico alla battaglia per la libertà di genere da 15 anni, e davvero spero di averne davanti almeno altri 15 come quelli che mi sono lasciata alle spalle.

Prima di salutarci, un’ultima domanda…Sappiamo che adesso sei attivista in un’associazione mista e non solo rivolta a persone T (“sappiamo” è ironico, chi intervista è presidente del circolo 😀). Il libro descrive invece una parte precedente della tua vita. C’è continuità tra queste due esperienze? 

Da ormai tre anni lavoro al Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano ed è una bella esperienza, anche perché differente rispetto alle precedenti.
Io sono nata come militante nell’attivismo trans* puro, e ci sono rimasta per molti anni, prima in Arcitrans e poi in Crisalide Azione Trans, che erano associazioni gestite da persone transgender per persone transgender.
Il nostro era un attivismo che aveva connotati (non statutariamente, ma nella prassi sì) anche separatisti, perché allora avvertivamo l’esigenza di stare fra noi per confrontarci, crescere anche culturalmente e politicamente, elaborare nuove visioni e linguaggi.
Un’esperienza importantissima, e secondo me ancora necessaria in Italia.
Il Milk è invece un contesto misto e plurale, realmente TBGL (non solo nello statuto), nel senso che al suo interno ci sono attivisti bisessuali, transgender, etero, lesbiche, gay.
C’è sicuramente un filo rosso che lega le due esperienze, perché all’interno del Milk ho potuto traghettare il mio bagaglio esperienziale in un contesto molto plurale e arricchente, un grande laboratorio di idee e visioni.
E così è nato il progetto dedicato all’identità di genere, rivolto a persone transgender o di genere non conforme, e in generale a chiunque cerchi un confronto sul tema dell’identità di genere, che oggi può vantare uno sportello dedicato, un gruppo di auto mutuo aiuto ed eventi culturali ad hoc.

Link alla Pagina Facebook del Romanzo

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Intervista di Nathan Bonnì

L'”ombrello” Transgender e chi rimane sotto la pioggia

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Ho sempre impostato la mia presenza sul web come pubblica.
Su facebook ho vari livelli di filtro per quanto riguarda gli status. I seguaci del blog non accedono alle foto del mio ultimo gilet metallaro pieno di toppe o alla stilografica d’argento ricevuta per natale, ma accedono alle condivisioni su fatti di cronaca a temi lgbt, laicità, antibinarismo, etc etc.
Poi ho una serie di altri amici che ho incontrato in ambiti completamente diversi, con cui condivido altro ancora.
Credo fortemente che il mio profilo facebook sia qualcosa di fortemente privato, che io posso, in libertà, dedicare “particolarmente” una una causa che mi sta a cuore, ma rimane comunque privato.
Tuttavia ho sempre accettato le richieste d’amicizia chiedendo sempre cosa li o le spingeva ad aggiungermi,  e nel caso corrispondesse un silenzio tombale, rimuovevo dopo poco la richiesta.

Ultimamente deve esserci agitazione nel mondo virtuale T. Non lo so perché non seguo i gruppi facebook. Non sono presente all’interno di essi, e non so che aria tira.
Da quello che mi risulta vi sono ancora polemiche se accede una persona T non medicalizzata. Polemiche sul “vero” orientamento del suo o della sua partner, polemiche sulla sua “vera” o presunta disforia, e sul suo essere “veramente” o meno transgender.
Un tempo bastava un tag alla mia persona, messo in buona o cattiva fede, per farmi intervenire. Io avevo maggiori strumenti personali e politici per difendere il giovane non medicalizzato, che magari tra un anno farà la tos, ma ora ha bisogno di essere difeso.
Ora a tutto questo si è sostituita una grande apatia.

Questa settimana sono stato contattato ben due volte.
La prima era una trans che nella sua bacheca parla praticamente solo di sbiancamento anale (non so bene cosa sia e a cosa serva, ma non credo sia un requisito per laurearsi a Yale). Il contatto è nato dal fatto che lei e altri livorosi del web sono convinti che io usi un fake al femminile (se non erro “maria pastasciutta“) per frequentare i gruppi T (io sono stronzo si, ma ci ho messo sempre nome, cognome e faccia).
Da questo è nata un’assurda discussione sul fatto che secondo lei è scandaloso che persone come me e Platinette (quindi io nel calderone dei e delle Drag) ricadiamo sotto l’ombrello transgender, che “non si sente rappresentata” da me (io rappresento solo me stesso), che probabilmente il mio ragazzo si rivolge a me al maschile “perchè lo mantengo” (ha deciso che ho un ragazzo che mantengo, come fossi la povera meretrice trans che mantiene il pappone che la fa sentire accettata), che “girano strane voci su di me“, tipo che “al lavoro mi presento come donna” (accendi il cervello, idiota! che ho problemi a firmare col nome maschile i progetti come architetto ne parlo in almeno dieci interviste tra giornali, siti e blog), precisava che secondo lei ho un fake femminile “perchè mi sento e mi accetto anche come donna“, e che “a lei sembro solo una donna… e neanche tanto androgina“, ma soprattutto che “io non rientro assolutamente nella 164 neanche dopo le ultime sentenze“, che “i ragazzi con cui mi sdraio sono etero” (mi sdraio? e che sso’ Messalina?).

Voi vi chiederete perchè perdo tempo a rispondere a questa gente, che dista da me anni luce, se non nel senso che io sono culturalmente superiore almeno nel senso che i nostri punti di vista divergono e non di poco.
Non ho alcun vantaggio a fare fakes per accedere a gruppi per i quali ho perso interesse da anni, che parlano di argomenti a me lontani, e che esprimono punti di vista a me lontani, con un approccio dogmatico, ma se proprio dovessi fare un side account, non lo farei di certo con un nome femminile. La cosa mi genererebbe disforia.

Sicuramente mi ha turbato il suo associarmi al mondo delle persone drag, e di chi vive il genere in modo spensierato.
Mi ha turbato il suo non considerarmi “meritevole di disforia“, come se la disforia fosse un premio da ambire, per cui addirittura fingere uno stato di disagio.
Mi ha turbato l’invadenza con cui entra nelle mie relazioni eroticoaffettive, mettendo in dubbio ciò che un partner può provare per me, a tal punto da pensare che finga per un profitto economico.
Mi ha turbato il suo non sentirsi “rappresentata” da me, come se volesse sedere nel trono di chi ha voce in capitolo, come se io su quel trono ci fossi al posto suo.
Mi ha turbato che avesse usato le interviste dove denuncio i problemi di un professionista che fa un lavoro dove firma a dover firmare per forza con un nome anagrafico per non commettere “falso” (i nostri nomi d’elezione lo sono, per la legge).
Mi ha turbato che avesse bisogno di precisare che il mio aspetto non solo è femminile, ma neanche “androgino”, come se per lei il rispetto dell’identità di genere di una persona dipendesse dal suo “passing” e quindi accettabilità sociale.
Mi ha turbato che sentisse l’esigenza di prendere le distanze da me precisando che “neanche adesso” io rientro nella 164 (in cui , non essendo transessuale, non sono mai rientrato).
Mi ha turbato la sua idea della sessualità, che la porta ad usare termini come “sdraiarsi” o “andare”, termini più adatti ad un bordello che a una storia d’amore.
Ma la cosa che mi stupisce è il punto in cui mi diceva di non capire “perchè quelli come me ci tengono tanto a definirsi transgender, offendendo chi come lei ha faticato”.

Credo che sia proprio questo che questa gente, ignorante in modo tracotante, non capisce.
Una persona che ha un’identità di genere “non conforme” (secondo parametri stereotipati) al sesso di nascita, può avere una disforia, o non averla, ma non è affatto detto che chi ce l’ha scelga per forza il percorso della Tos.
Ultimamente ho avuto voglia di chiudere la pagina facebook. Le proposte da essa arrivate sono state davvero deludenti. Prima una giornalista che mi intervista, mi fa perdere una marea di tempo, ma poi non sa garantirmi la privacy del mio nome anagrafico. Poi abbiamo attivisti atei e laici eterosessuali che dicono che noi “dovremmo dire solo grazie a loro perché nonostante etero si impegnano a difenderci” (ma a difendere chi?).

E infine si arriva al secondo contatto, pervenuto tramite la pagina fb del blog, che, nonostante più educato e discreto, ribadisce lo stesso concetto espresso dalla “sbiancata anale”: pensare che chi non faccia la tos sia per forza una persona che non ha disforia o che addirittura finge di averla.

buona sera,posso permettermi di dire una cosa? io ho pieno rispetto di tutti gender ma non confondiamo una cosa importante………nessuno a parte uno specialista può determinare il disturbo d’identità di genere,una persona che sceglie di non medicalizzarsi,non ha questa patologia………..glielo dico perchè io ne soffro e gli garantisco che chiunque vuole fare il percorso e lo fa perchè non ha il corpo che dovrebbe avere.

La cosa su cui mi soffermerei è il punto in cui molte di queste persone transessuali che mi contattano dicono di non capire perchè noi “non medicalizzati” vogliamo per forza definirci transgender.
E’ proprio questo il punto: non ci interessa affatto definirci tali.
Una persona di identità di genere maschile avrà come istanza questa: essere trattato al maschile. Dalla grammatica alla socializzazione. 
Onestamente nel mondo eterosessuale è tutto più semplice: la persona non GLBT sceglie di accettare quest’istanza o meno. Ma se accetta non entrano in gioco ferite aperte, rivendicazioni, e fattori politici. Da quel momento sei uomo e basta.
Loro invece pensano che ci vogliamo “fregiare”del termine trans, come se questo termine (almeno quanto il suffisso -gender), portasse un qualsivoglia vantaggio, e invece non portasse una serie di svantaggi e fraintendimenti.
La vicinanza etimologica e affettiva col mondo trans non mi ha portato gioia, fratellanza, sorellanza, ma solo problemi.
Nonostante le moderne definizioni mettono i non medicalizzati sotto l’ombrello transgender, se questa cosa deve offendere e generare rabbia in buona parte delle persone transessuali, offenderle, offendere i loro percorsi, per me non è un problema farne a meno.
Nonostante questo io continuerò a definirmi uomo, a desiderare di essere socializzato come tale, e questo, signori, non possono togliermelo.

Concludo con una riflessione: siamo davvero così diversi dalle sentinelle in piedi?

Che differenza c’è tra:
un transgender che prende ormoni e considera offensivo nei suoi confronti uno che non li prende e vuole che gli si rivolga al maschile
e
un etero sposato con una donna che considera offensivo nei suoi confronti un gay che vuole sposare il suo compagno.

i diritti che hai già, se estesi ad altri, non ti tolgono nulla: fattene una ragione