Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.

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Ladri di…etichette (al limite siete transgender…)

da: Ladri di Biciclette

In questi giorni ho osservato alcuni, giovani e meno giovani, ragazzi transgender del web,  essere violentemente presi di mira da persone trans medicalizzate, i quali li attaccavano semplicemente per il loro fare informazione sui percorsi non medicalizzati.

Non c’era arroganza, senso di superiorità, non c’è biasimo dei percorsi altrui. Questi ragazzi portavano della documentazione, a volte anche ripresa da questo blog, di persone transgender non medicalizzate che avevano trovato un equilibrio senza la medicalizzazione e che erano socializzate secondo genere d’elezione nella loro quotidianità.

Venivano anche usati avatar e copertine del diario, su facebook, che dichiaravano che esistono trangender non medicalizzati e che non è la medicalizzazione (eventuale) a rendere transgender, ma la propria identità di genere, che va rispettata.

La presenza di questi due giovani (e meno giovani) attivisti, non legati a ruoli istituzionali, e quindi liberi di esprimersi senza tener conto della permalosità e dell’analfabetismo funzionale altrui, ha causato un violento rigurgito di intolleranza.

Diverse persone trans medicalizzate hanno iniziato a giudicare la loro vita, partendo dal fatto che “si, possono dire di essere felici, ma poi quando entrano dal panettiere sono donne”, con una certa cattiveria e rivendicazione di superiorità per il loro miglior “passing“.
Delegittimano la richiesta di rispetto del proprio genere perchè “se non passi non devi aspettarti niente ed è inutile che fai vittismo”.

Oppure ho letto di forzature sul fatto che addirittura il ragazzo T non medicalizzato “amerebbe” il suo corpo e addirittura il ciclo mestruale (che onestamente non amano neanche le donne biologiche cisgender) e andrebbe in giro con minigonne (del resto anche loro, il giorno prima di iniziare gli ormoni, immagino andassero in giro con minigonne…).

Un altro pretesto per screditare le persone transgender non medicalizzate sarebbe quello che “sono velate, attivisti da testiera, non hanno nome e faccia, appena spengono il pc tornano a vivere come da sesso biologico“. Questo pregiudizio cancella non solo le tante persone transgender non medicalizzate che su internet usano i loro volti e i loro veri cognomi, ma anche che non prendere ormoni non significa essere velati e non vivere socialmente il proprio genere d’elezione, come fanno già tanti non medicalizzati, sia attivisti, sia non attivisti. Inoltre non si capisce perché dal non medicalizzato si aspettino il “sacrificio” obbligatorio dell’attivismo oppure “nome cognome e faccia” oppure di essere referenziati su google, quando loro stessi, referenziati dal prendere ormoni, possono permettersi cognomi finti, avatar fittizi, e di non avere l’onere di fare attivismo.
Altro pretesto è la reversibilità. La società “non deve dare credito ai non medicalizzati“, perché se lo facesse “poi questi potrebbero tornare indietro e screditare i veri trans!“, come se a chi si dichiara gay o lesbica si chiedesse un giuramento a vita per evitare che poi “si torni indietro“.
E poi, ovviamente, il fatto che sicuramente chi non prende ormoni lo fa “per paura o perché, diversamente da noi, non ha le palle, con statistiche inventate al momento (tipo: nel 99% dei casi), come se avessero lanciato un sondaggio con campione affidabile..
Inoltre viene confuso il “non voler prender ormoni” con l’essere “contro, come se si volesse spingere gli altri a non prenderli, oppure screditare il percorso di chi li prende. E’ come se un bisessuale che ne è fiero, in questo modo screditasse i gay, o un mulatto screditasse i neri.
Spesso appare anche la precisazione “comunque io nonostante loro sono soddisfatto del mio percorso e lo rifarei”. Non capisco il senso di questa precisazione: perché l’esistenza dei non medicalizzati dovrebbe insinuare dubbi in chi è nel percorso canonico?. L’esistenza dei bisessuali rischia di scatenare curiosità nei gay e negli etero?

Altro pretesto è che, secondo loro, le persone transgender non medicalizzate, si autonominerebbero “transessuali, quando, rileggendo tutto il materiale proposto dai due attivisti sopracitati, non ho mai visto apparire la parola “transessuale” e l’attivismo mondiale va verso la sua abolizione e verso l’uso della parola, che il movimento ha coniato e scelto, transgender, che include tutte le persone portatrici di una diversità di genere (gender not conforming).
A quel punto alcune dicevano, con disprezzo per la parola transgender, al massimo sono transgender” o “al limite sono transgender“, come fosse un contentino che loro davano a questi “nè carne nè pesce” o “finti trans”, ma un contentino che stavano danto quasi controvoglia, tanto che spesso veniva aggiunto “vorrei vedere voi se non foste incazzati se qualcuno vi rubasse le etichette. Poi vi era sempre la precisazione chetrans” sarebbe abbreviativo di transessuale e che quindi non puo’ essere usato dai non medicalizzati, e che addirittura ftm ed mtf indicherebbero direzioni percorse in senso medicalizzato, e che quindi anche queste non possono essere usate dai non medicalizzati.
Anche se gli intellettuali transgender hanno deprecato “mtf” ed “ftm anche nel caso di persone medicalizzate, perchè indicano percorsi binari in cui si “diventa” qualcosa, quando in realtà il sesso genetico neanche cambia, queste parole potrebbero essere di semplice comprensione e di facile utilizzo, per capire, senza dover spiegare in modo morboso, il sesso di nascita e il genere verso quale la persona sta andando. Ma anche queste parole dovrebbero essere rigidamente di chi sta facendo la transizione medicalizzata, e di chi rigidamente spolvera una vecchia parola, poco usata all’estero: transessuale, per mettere una distanza verso chi non sta seguendo un canone di transizione “standard che i cisgender (non transgender) hanno deciso con una loro legge, e che parte della comunità trans ha deciso essere il percorso “normale” per “meritare di essere transgender“.
Vi è di base un’ignoranza anche sui termini: chi è stato lontano dall’attivismo T e dalla letteratura T è convinto che transgender sia un termine che riguarda chi ha un’identità di genere a metà tra M ed F (genderqueer) e che invece transessuale è il termine (migliore e più nobile) per definire le persone nel percorso canonico. Se qualcuno dice il contrario, ovviamente è lui l’ignorante…

Nel frattempo le persone transgender non medicalizzate, per fuggire da accuse e da esclusioni, si sono rifugiate nelle definizioni della teoria queer: genderqueer, genderfluid, a volte anche senza esserlo (a volte si tratta di persone con identià di genere definita completamente come maschile o femminile), ma perché usandole continuano ad essere sì disprezzate dai trans canonici (che continuano a dire che queste persone dovrebbero sparire perchè creano confusione), ma almeno non sono più “ladri di etichette“.

Questa polemica, che ha visto coinvolti diversi non med (e persino io, che, visto come “il boss dei non medicalizzati” venivo visto come il mandante della disinformazione antibinaria e loro i miei poveri sicari soggiogati…), ha visto anche molta solidarietà da parte di donne transgender che non sono medicalizzate. Di alcune nessuno sapeva che non prendessero ormoni, o che non li prendessero più, ma l’attacco è sempre maggiormente rivolto agli uomini T, sui quali appare evidente la presenza di medicalizzazione ormonale. Queste donne T non medicalizzate, di cui non faccio nomi, ma che sicuramente sarebbero contente se li facessi (non si vergognano di non prendere ormoni), sono lasciate in pace perché non vi è una grande differenza estetica tra loro e le medicalizzate, anzi addirittura a volte passano di più.

Allora qual è il problema? Disturba che alcune persone transgender non “pàssino” ? e quindi risultino “non accettabili” agli occhi della società binaria? In questo modo loro “lederebbero la reputazione” di chi ha un aspetto che potrebbe permettere di integrarsi meglio nella società binaria ed eteronormata?

Se il passing non esistesse, non fosse possibile con ormoni e chirurgia, tutte le persone gender not conforming sarebbero visibili come tali, e la popolazione umana dovrebbe abituarsi all’idea che esistono donne XY e uomini XX.

Non so come la presenza di persone che, pur non “passando”, chiedono il rispetto della loro identità di genere, possa “danneggiare” chi invece ha un aspetto che è sicuramente coerente con la propria immagine di se, ma è anche coerente con ciò che la società vuole da un uomo e da una donna.

So già che critiche arriveranno, a causa del  “vigente” analfabetismo funzionale. Le ferite interne dei lettori fragili faranno si che questo mio post sia interpretato come “Nathan fa disinformazione, dicendo che i trans medicalizzati transizionano solo per la società”. Io non ho mai detto questo, ma penso che le persone che hanno transizionato per se stesse e per raggiungere l’immagine di se, sono poi quelle che non odiano i non medicalizzati, non li vedono come una minaccia, non si sentono “lesi” dalla loro esistenza e non vedono messo in dubbio il proprio percorso.

Chi invece si sente leso dall’esistenza di quelli che “al massimo sono transgender“, dovrebbe interrogarsi del cosa tutto ciò solleva in se stesso/a.

Perchè la causa genderqueer è appannaggio delle persone XX?

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Ho spesso notato che  tutte le persone autodefinite queer, genderqueer, genderrebel, genderbender, sono persone XX, e che inoltre poche di queste hanno anche una questione di identità di genere /transgenderismo/transessualismo ma fanno una discussione interna al tema del ruolo, e non appunto all’identità (spesso non sono coscienti che le due cose sono ben diverse e indipendenti).

Mi chiedo quindi se non sia un problema storico del ruolo femminile.
Infondo questo “rifiuto del ruolo” si trova raramente in persone XY (che ne so…l’uomo stanco di non poter dire fieramente di amare l’uncinetto).

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.Queste persone “xy” sono realmente poche, e non raramente si definiscono queer, gendeerqueer o altro, e molto stesso fanno propri i termini come travestito e crossdresser invece che termini come genderbender o genderqueer (soprattutto coloro che sono velate, con la doppia vita, e on/off)

Per non parlare del fatto che quasi tutte le persone cisgender che si definiscono queer sono di fatto persone provenienti da un passato di omosessualità (maschile o femminile) e di militanza gaylesbica.

Addirittura il gruppo queer di milano si è divisa in femmine queer (tomboys don’t cry) e maschi queer (ponrflakes):mi chiedo che senso abbia per un gruppo queer dividersi in base all’organo genitale in dotazione, a meno che non si tratti di gruppi di persone omosessuali che socializzano con finaltà di incontro, e quindi con persone dello stesso sesso.

Pare che ci siano invece, nel mondo trans, molte più persone in transizione medicalizzata verso il femminile che verso il maschile. Forse è una questione di coraggio? o che forse ci si “arrabatta” più come xx androgino che come xy androgina visti gli stereotipi machisti vigenti?

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Se fosse cosi’, si comprenderebbe perché è più “sostenibile” vivere “queer” come persona xx che va verso il maschile, mentre nel caso inverso l’unica alternativa al velatismo totale o all’on/off sia una transizione.

Spesso i blog queer sono, in soldoni, blog di tematica lesbica.
Un tempo dicevo, con goliardica arroganza, che “definirsi queer è il trucco per poterci provare con me senza che possa incacchiarmi“. In effetti lesbiche e uomini etero “queer” credono che questa definizione mi distragga dal fatto che sono attratti, sostanzialmente, solo da persone vaginodotate (seppur maschili o androgine).

In sostanza, questo blog ha pochissime lettrici lesbiche. Forse per come mazzulo sia il lesbismo, sia il femminismo, sia la teoria queer tradizionale.
Di contro mi ha messo in contatto con uomini di ogni orientamento sessuale, con persone trans non binarie, con persone etero che volevano mettere in discussione i ruoli, e con persone bisessuali.

Di cio’ sono solo contento, perché la causa “non binaria” coinvolge tutti/e/u, anche se indubbiamente renderebbe la vita più semplice soprattutto alle persone LGBT

La rivoluzionaria legge argentina sul cambio di genere anagrafico!

LA RIVOLUZIONARIA LEGGE ARGENTINA SUL CAMBIO DI SESSO

(gli articoli dal 12 al 15 sono ancora da tradurre regolarmente – work in progress)

H. Cámara de Diputados de la Nación
7243, 7644 y 8126-D-10
OD 2913

Buenos Aires,
Signore Presidente del Senato.
Ho l’onore di rivolgermi al Signor Presidente, comunicandole che questa Camera ha deliberato, in seduta odierna, il disegno di legge che sottopongo alla revisione dell’Alto Senato.
Il Senato e la Camera dei Deputati, e così via.

Articolo 1 – Il diritto alla identità di genere.
Ognuno ha a diritto:
a) al riconoscimento della propria identità di genere;
b) Al libero sviluppo della sua persona in base alla propria identità di genere;
c) Ad essere trattati in conformità con la propria identità di genere, e in particolare, di essere identificata in questo modo attraverso gli strumenti che dimostrano la propria identità rispetto al nome usato, immagine e sesso con cui si è registrato.

Articolo 2 – Definizione.
Per identità di genere si intende l’esperienza domestico individuale e di genere di come ogni persona si sente, che potrebbe non corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il senso personale del corpo. Ciò può comportare la modifica di aspetto fisico o di una modificazione mediante strumenti farmacologici, chirurgici o altro, purché sia liberamente scelta. Essa comprende anche altre espressioni di genere, come l’abbigliamento,
il modo di parlare e di gesticolare/muoversi.

Articolo 3 – Esercizio.
Chiunque può chiedere la correzione della registrazione di sesso, e il cambiamento del nome e della propria immagine se non coincide con l’auto-percepita identità di genere.

Articolo 4 – Requisiti.
Ogni richiedente la correzione della registrazione del sesso, del cambiamento di nome e dell’immagine, secondo la legge attuale, deve rispettare i seguenti requisiti:

1. Avere almeno diciotto (18) anni di età, salvo quanto previsto dall’articolo 5 della presente legge.
2. Presentare all’Ufficio Anagrafe (Registro Nazionale delle persone. Ndt) o a loro funzionari, una richiesta con riferimento a questa legge in cui richiede la sostituzione della registrazione del certificato di nascita con i nuovi dati per l’identità nazionale, conservando il numero originale.
3. Esprimere il nuovo nome scelto per la registrazione.
In nessun caso potrà essere richiesto (per il suddetto cambio di sesso e nome. Ndt) un intervento chirurgico di riassegnazione totale o parziale, o pretendere terapie ormonali o trattamento psicologico o medico.

Articolo 5 – Minori.
Per quanto riguarda le persone di sotto dei diciotto (18) anni di età l’applicazione della procedura di cui L’articolo 4 è demandata ai loro rappresentanti legali dopo espresso consenso del bambino, tenendo conto della progressiva capacità e intendimento del bambino così come disposto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo e la Legge 26.061, e avranno diritto ad una protezione completa dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Anche il minore deve essere assistito da un avvocato per il bambino ai sensi dell’articolo 27 della legge 26.061.
Qualora, per qualsiasi motivo, non si è in grado di ottenere il consenso di nessuno dei rappresentanti legali del miore, sarà possibile ricorrere al giudizio abbreviato del tribunale per i minori, tenendo conto dei principi di capacità progressiva e di interesse del bambino/a, in base alle disposizioni della Convenzione sui diritti del fanciullo e la Legge 26,061 di protezione integrante dei diritti dei bambini e degli adolescenti.

Articolo 6 – Passaggio.
Raggiunti i requisiti di cui agli articoli 4 e 5, il funzionario pubblico, senza alcuna formalità in sede giudiziaria o amministrativa notifica la rettifica del sesso e cambio di nome per l’anagrafe della giurisdizione dove è situato il certificato di nascita e stabilisce di procedere ad emetterne un nuovo conforme ai cambiamenti, ed emettere un nuovo documento di identità nazionale che riflette la corretta registrazione del sesso e del nuovo nome di battesimo. E’ vietato ogni riferimento alla presente legge nel certificato di nascita e ogni riferimento al cambiamento dei dati nel documento d’identità.
La procedura per la registrazione di rettifica ai sensi della presente legge è gratuita, personale e non richiede l’intermediazione di qualsiasi gestore o avvocato.

Articolo 7 – Effetti.
Gli effetti del cambio di sesso e di rettifica del nome, ai sensi della presente legge, sono applicati, nei confronti di terzi, dal momento della registrazione.
La correzione non modificherà la titolarità dei diritti e obblighi di legge che potrebbe corrispondere alla persona precedentemente al cambio effettuato nel Registro, o le relazioni di diritto di famiglia proprio in tutti i suoi ordini e gradi, che rimangono immutabili, compresa l’adozione.
In ogni caso sarà rilevante, per l’identificazione della persona il numero del documento nazionale di identità della persona, al di là del nome o l’aspetto morfologico della persona.

Articolo 8 –
La corretta registrazione ai sensi della presente legge, una volta eseguita, può essere ulteriormente modificata solo con autorizzazione del giudice.

Articolo 9 – Riservatezza.
Hanno accesso al solo certificato di nascita chi ha dato l’autorizzazione originaria che e il titolare o altri solo dietro motivato ordine scritto dal tribunale.
Non è possibile, in ogni caso, pubblicizzare i dati della registrazione del cambio di sesso e nome, salvo autorizzazione del titolare dei dati.
Sarà omessa la pubblicazione sui giornali dell’avvenuto cambio, di cui all’articolo 17 della legge 18.248.

Articolo 10 – Notifiche.
Il Registro Nazionale della relazione Persone informerà del cambiamento di identità nazionale al Registro Nazionale A seguito, la Segreteria del registro elettorale per la correzione delle liste elettorali e le agenzie statutariamente determinate, e comprendono coloro che possono avere informazioni su esistenti misure precauzionali per conto della persona interessata.

Articolo 11 – Diritto di libero sviluppo personale.
Tutte le persone maggiorenni (18 anni) potranno, conformemente all’articolo 1 della presente legge e al fine di garantire l’integrità del proprio stato di salute, accedere ad interventi chirurgici totali e/o parziali integrati con terapia ormonale per adeguare il proprio corpo, inclusi i genitali, alla propria identità di genere auto percepita, senza la necessità di richiedere autorizzazioni giudiziarie o amministrative.
Per accedere al trattamento ormonale non sarà necessario esprimere la volontà di interventi di riassegnazione chirurgica genitale totale o parziale. In ambo i casi sarà richiesto, unicamente, il consenso informato della persona.
Nel caso di minori varranno i principi e requisiti stabiliti nell’articolo 5 per ottenere il consenso informato.
Nonostante quanto sopra esposto, l’ottenimento dell’intervento chirurgico totale o parziale. dovrà avere, inoltre, il consenso dell’autorità giudiziaria competente per giurisdizione, la quale dovrà esprimersi sui principi di capacità decisionale progressiva del minore, nell’interesse superiore del bambino o della bambina e in accordo con la Convenzione sui diritti del fanciullo e con la legge 26.061 di protezione integrale sui diritti delle bambine, bambini e adolescenti.
L’autorità giudiziaria dovrà esprimersi entro sessanta (60) giorni dall’applicazione di conformità.
Gli operatori del sistema sanitario pubblico, sia statali, privati devono garantire su base continuativa tutti i diritti che la legge riconosce.
Tutti gli interventi per la salute di cui al presente articolo sono inclusi nel Piano sanitario obbligatorio, o sostituti, conformemente al regolamento nella parte in cui disciplina l’autorità esecutiva.

Articolo 12 – dignità.
Deve essere rispettata l’identità di genere adottato da persone, soprattutto bambini e adolescenti, utilizzando una altro nome inscritto nella sua identità nazionale. Il tuo unico requisito, il nome adottato dovrà essere utilizzata per mandato di comparizione, record, file, chiamato e qualsiasi gestione o servizio, sia nel settore pubblico e privato.
Quando la natura della gestione rende necessario registrare i dati documenti l’identità nazionale, il sistema sarà utilizzato combinando le iniziali del nome, cognome, nome, giorno e anno
nascita e numero del documento e aggiungere il nome scelto per motivi di identità di genere su richiesta del interessato / a. In quelle circostanze in cui la persona dovrebbe essere nominato
pubblici devono utilizzare solo il primo nome della scelta che rispetta adottato l’identità di genere.

13 – Applicazione.
Ogni norma, regolamento o una procedura devono rispettare il diritto umano alla identità di genere delle persone.
Nessuna norma, regolamento o una procedura può limitare, restringere, escludere o togliere il diritto alla identità di genere del persone, devono essere interpretate ed applicate le regole di sempre a favore di accesso.

14 – Abrogato comma 4 dell’articolo 19 della legge 17.132.

15 .- Contattare l’Esecutivo Nazionale.

Dio salvi il Presidente.

fonte : http://www.crisalide-azionetrans.it/leggeargentina.html