Le memorie di un presidente Milk a fine mandato

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A tutte le persone che leggono il blog e che mi hanno seguito in questi anni, anche come Presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano.

Oggi scade il mio terzo mandato come Presidente e, ormai da mesi, ho preso la decisione di non ricandidarmi. Ho individuato un ottimo successore in Leonardo Meda, che si è affiancato a me nel lavoro di far crescere il Milk già pochi mesi dopo dall’inizio della mia presidenza, e che ne incarna lo spirito inclusivo, e la vicinanza ai temi B e T.

La mia avventura nell’attivismo LGBT è iniziata nel 2008. Prima di allora avevo avuto molta difficoltà a comprendere la mia condizione, per via della poca informazione che circolava in rete, e per via del fatto che per le persone T di genetica xx è più difficile auto-individuarsi come tali, per via della confusione sociale tra identità di genere e ruolo di genere, che fa si che una persona XX “maschile” sia tollerata e inclusa dalla società, soprattutto se molto giovane, e non “pensata” come persona LGBT (o addirittura T).

Quando iniziai ad individuarmi come persona T, sapendo che era possibile esserlo anche per noi XX (avevo visto un ftm in un talk show dell’anno 2000, e parlarne a scuola non mi aveva illuminato, poi nulla per molti anni), e per noi XX attratti da uomini (avevo sentito parlare di Deborah Lambillotte, storica attivista translesbica, e avevo visto i film di Almodovar), mi chiesi quali erano gli spazi che avrebbero incluso una persona LGBT come me, in una condizione così particolare.

 

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Nonostante ai tempi, vista la giovane età, e la corporatura non formosa, non avessi problemi di passing, era comunque difficile spiegare nelle associazioni la mia condizione, e le uniche aperture le trovai dall’allora Circolo di Cultura Omosessuale Milk Milano, con presidente Stefano Aresi, ma con dentro molti attivisti eterosessuali che lui aveva saputo portare al Circolo.
Fu il primo posto in cui mi sentii accolto, anche se, probabilmente senza cattiva fede, mi sentii “spinto” ad espormi in un momento in cui non ero ancora pronto, non tanto perché non sapessi chi ero, ma perché non sapevo quanto, essendo allora neolaureato e uno dei tanti “galoppini” a prestazione occasionale negli studi tecnici, volevo espormi come attivista transgender, in un momento un cui già il mio aspetto generava interrogativi in cui interagiva con me per lavoro.

Trovai un lavoro da dipendente, e dedicai tutto il mio tempo libero all’attivismo. Poco dopo Stefano partì per il Nord Europa, per far crescere la sua professione. Ricordo le sue parole, il giorno delle sue improvvise dimissioni da presidente. Era il 2010 e io ero consigliere nel direttivo. “Ho 33 anni e sono stato presidente finché ne ho avute le energie“. Stefano scelse di nutrire la sua vita e la sua carriera, come me, dimissionario, guardacaso anch’io a 33 anni.

Mi cadde sulla testa questa presidenza. Il direttivo di allora scelse me, ma io in curriculum, nel 2010, avevo solo due anni di attivismo tramite questo blog (Progetto Genderqueer), tramite twitter, tramite una grande fiaccolata contro l’omotransfobia organizzata in settembre, e l’esperienza di responsabile Blog del Milk.
Mi sentivo come il protagonista della recente serie “Designated Survivor“, presidente per caso, e dovevo “imparare” a a farlo, aiutato dall’efficiente e giovanissimo segretario Giacomo D’Agnolo, in un periodo in cui mi stavo integrando nel mio nuovo posto di lavoro da dipendente, tra mille difficoltà dovute al mio aspetto.

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Negli anni, la mia figura, e il mio blog personale, fecero avvicinare al Milk tutte quelle persone che nelle altre associazioni, inclusive da statuto, non venivano incluse. Persone omosessuali che si stavano interrogando sulla possibilità di essere bisessuali, ad esempio, come Leonardo Meda, ma anche persone, come Alessandro Rizzo Lari, che sentivano stretto un attivismo gay chiuso e autoreferenziale, “urlato”, come lo chiamava lui, e cercavano uno spazio dove poter portare, ad esempio, il tema della Laicità. In quegli anni iniziarono i mercoledì miei e di Alessandro in Consulta Milano Laica, e i rapporti con UAAR Milano, ancora molto legata al Milk, e che sta facendo di tutto per aiutarci a completare il calendario di Alessandro.

Ogni persona che si avvicinava al milk portava delle idee, e queste idee diventavano progetti: Damiano Contin col progetto Counseling, che poi divenne Tiascolto con l’arrivo degli psicologi volontari, Antonio Dognini col progetto Meditazione, Dante Fusi col laboratorio di Teatro, Lanfranco Brambilla e Cinzia Favini col gruppo AMA relazioni affettive, Roberta Ribali, nel mettermi in contatto con Monica Romano e Daniele Brattoli per dare vita al progetto identità di genere, Enrico Proserpio per il suo laboratorio di giardinaggio e così via.
Il Milk, che ci aveva visto tutti impegnati, in passato, in un attivismo più “street”, che aveva visto me, Ivano Cipollaro ed altri, in fiaccolate, nel Treviglio Pride, nelle uscite di strada per aiutare le persone Sex Workers, con Antonia Monopoli, era diventato, nel tempo, un “posto sicuro”, un luogo protetto per tutte quelle persone che, non per ideologia (il milk non si interessava e non si interessa di Teoria Queer), ma per condizione personale, non rispondevano ai parametri comunemente “accettati” dal movimento, ovvero essere gay, lesbica e transessuale.

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Sono stati anni di grandi esperienze, da Palazzo Chigi a Unar, da Coordinamento Arcobaleno a Tavoli col Comune, passando dalla fondazione della rivista Il Simposio, insieme ad Alessandro, Enrico Proserpio e Danilo Ruocco, ma, come Stefano una decina di anni fa, ora sono io a “non avere più energie” per l’attivismo, a voler riprendere in mano la mia vita privata e professionale.
Il dividermi tra lavoro e attivismo mi dava l’opportunità di vedere la realtà da due lenti molto diverse: quella dell’attivismo, sovente simile alla mia, e quella delle persone comuni, spesso molto meno aperte, spesso così lontane dalle parole chiave di noi attivisti, che dovevo scegliere parole totalmente diverse per raccontarmi ad esse.

In dieci anni di attivismo, la condizione delle persone non medicalizzate, da un punto di vista legale, non era migliorata. Di certo avevamo fatto cultura, avevamo dato una “casa” a tante persone questioning, ma fuori dalla “bolla” milk regnava il misgendering, la difficoltà ad essere riconosciuti sul lavoro e tutto il resto, e questo “sogno” di cambiare le cose, quasi da solo (negli anni ho conosciuto pochissime persone transgender non med pronte a dichiararsi sul lavoro e ad usare il proprio cognome sui social), e in relativamente pochi anni, mi aveva “tolto” la possibilità di costruire un linguaggio, un approccio, atto a migliorare la mia vita anche al di fuori dalla bolla.

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Negli anni ero già riuscito ad essere Nathan nei miei interessi personali, culturali, in famiglia e coi partners quasi da subito, ma rimaneva la difficoltà di propormi al mondo professionalmente col mio nome d’elezione, senza che questa mia caratteristica, l’essere transgender, diventasse l’unico oggetto di attenzione.

Così ho studiato, ho escogitato, un modo in cui un libero professionista, transgender non medicalizzato, che si propone al mercato possa risultare vincente non oscurando il proprio nome d’elezione o la propria condizione, ma allo stesso tempo mettendo in risalto il suo ruolo di professionista e non rimanendo intrappolato nell’identità di attivista.

Questo tipo di lavoro, di esperimento, l’ho iniziato nel 2016, quando ho fatto il passaggio al part time nella mia azienda, che mi aveva già cambiato la mail anni prima (niente nome anagrafico su mail, buoni pasto, badge), proprio per costruire un mio percorso parallelo da freelance che facesse in modo che la disforia fosse ridotta al minimo (giusto il tempo di fare una ricevuta di pagamento, ma spiegando che quel nome deve rimanere solo su quella ricevuta). Il progetto ha, incredibilemente, funzionato quasi da subito. Forse questo è dovuto alla mia capacità di “slalom” tra le peripezie della vita allo scopo di scavalcare la disforia (ad esempio fare la “carta magazzino” al posto del bancomat col nome anagrafico marchiato), esperienza che, ad esempio, mi ha dato tanti spunti quando ho parlato alle aziende tramite Parks e Diversità Lavoro, ma mi ha reso sveglio nel trovare soluzioni alle mie personali situazioni, sia aziendali che freelance, in modo da farle trovare già pronte e collaudate a capi, clienti, colleghi.

 

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Ed è proprio quanto questo esperimento è iniziato, e mi preparavo a lasciare la presidenza al mio caro amico e simbolo del milk, Alessandro Rizzo Lari, che lui ci ha lasciati improvvisamente, per una bronchite mal curata, all’età di 39 anni.
L’ultimo anno ho combattuto con me stesso per mandare avanti il mio progetto lavorativo, ma nel frattempo mandare avanti il Milk, soprattutto nel portare avanti il calendario di Alessandro, quello concordato insieme, tra mille “cc” nelle mail, in cui, con la sua solita dolcezza, mi presentava ai relatori come il suo “amatissimo presidente”.

E ora che questo calendario è finito, che manca solo l’evento Transgender Non Med, che mi vede come relatore insieme a Laura Caruso, finisco il mio mandato con due propositi, con due cose da fare prima di andar via: dedicare il nome dell’associazione ad Alessandro, come lui avrebbe fatto se fosse successo a me, per lasciare eterna memoria del suo importante contributo all’interno del movimento, in primis per la sua volontà di inserire TBGL nel nome, per la sua attenzione verso “gli ultimi”, e inserire una dedica, nello statuto, alla cara amica e ispiratrice Deborah Lambillotte.
Ricordo quando, al mio compleanno, mi scriveva “auguri fratellino” sulla bacheca. Ricordo quando insieme curavamo una pagina chiamata “Sodalizio Laico“, e ricordo il proposito di incontrarci a Milano, più volte rimandato.

Il Milk che lascio è un Milk molto cambiato da quando, giovanissimo, fui accolto, ma è un Milk che, nonostante il turn over, non penso perderà lo spirito inclusivo che per così tanti anni lo ha caratterizzato.

Mi immagino come un vecchio ex attivista, in pensione, che potrà tornarci, libero da oneri come scattare foto per poi caricarle sulla pagina, raccogliere contatti mail da inserire nel database, aprire la sede, chiuderla, montare cavalletiti e diffondere eventi facebook. Voglio immaginarmi in una delle traballanti sedie di plastica, a seguire un evento, immaginando che accanto a me ci sia Alessandro, e tutte le persone, così tanto diverse tra loro, che in questo decennio hanno fatto la storia del Milk.

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Note sull’essere transgender non medicalizzato/a

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Gentili lettori,

mi hanno spesso chiesto di parlare di cosa significa essere transgender e “non medicalizzati“. 
Io non sono molto favorevole ad esprimermi se la richiesta arriva sotto questi termini.

Quando si usa un “non”, tacitamente e in modo strisciante, si lascia intendere che quel non faccia divergere da una norma, da una convenzione, e che quindi si debba giustificare un’identità o condizione.

Il fatto che non esista un termine che non contenga un “non” per descrivere i transgender che “non” compiono una transizione medicalizzata, lascia intendere che ci si aspetta che tutti i transgender percorrano quell’iter, e che tutto il resto sia eccezione.

Eppure i transgender sono esistiti da sempre, da molto prima che la scienza desse la possibilità di agire sul proprio sesso in modo da renderlo funzionalmente ed esteticamente simile a quello opposto, ovvero a quello che molti transgender sentirebbero maggiormente appropriato per se stessi.

Parlando dei transgender del passato sarebbe superfluo definirli “non medicalizzati”, ma ora che la possibilità di medicalizzazione esiste, viene data per scontata, e viene considerato bizzarro che una persona non desideri usare questa possibilità.

Vi è anche spesso una forma di delegittimazione delle persone transgender del passato, spesso rivendicate da femministe, gay e lesbiche, a prova che comunque ancora una volta la medicalizzazione (anche nel caso fosse impossibile per il fatto che all’epoca non esistesse) rimane l’unico strumento per rendere credibile una persona T.
Quando non presente, si fa leva sul “ragionevole dubbio” che queste persone non fossero trans ma solo omosessuali (uomini e donne) in cerca di conformismo sociale come etero socializzati nel sesso opposto, o di donne in cerca di un’emancipazione che potevano avere solo in panni maschili (teorie valide per alcuni di questi personaggi, ma non per tutti).

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In un mondo non burocratizzato come quello del passato, e il cui binarismo dei ruoli rendeva più facile il “passing” di una persona non medicalizzata (si pensi ad Albert Nobbs), queste persone (a cui spesso bastava cambiare città per cambiare socialmente genere) erano molto più felici delle persone T di oggi, il cui nome anagrafico appare stampato pure sulla tessera della Coop.

L’esigenza della medicalizzazione per dare credibilità a una persona T , chi danneggia?
Apparentemente colpisce solo per persone non medicalizzate, ma ad essere colpita è l’intera comunità transgender.

Cosa significa essere transgender? E’ transgender colui che , nato di un sesso genetico, manifesta un’identità di genere che, secondo la norma statistica, è in “disaccordo” col suo sesso genetico.

Molte persone transgender vivono questo “disaccordo” in modo “disforico“.
Talvolta la disforia ha una natura maggiormente personale (il disagio è col proprio corpo, che la persona T considera non appropriato a rappresentare la propria identità di genere), talvolta è più sociale (la persona T soffre il suo mancato riconoscimento come appartenente al genere d’elezione), talvolta tocca altri aspetti (solo caratteri sessuali secondari, o solo primari, o la sfera sessuale, o il nome anagrafico), talvolta vi è la compresenza di tutti questi aspetti “disforici”.
Inutile e di stampo discriminatorio delineare uno spartiacque tra vissuti disforici riconducibili alla condizione trans e invece casi in cui la persona non va considerata trans.

In base al tipo di disforia che una persona transgender vive, essa “sceglie” che tipo di percorso fare, di cambio di immagine, di eventuale medicalizzazione, di visibilità.
Ho messo “sceglie” tra virgolette perchè la scelta è sempre apparente, ed è dettata dalle pressioni che la disforia della persona fa alla persona stessa, spingendola a muoversi in una direzione o nell’altra.

In alcune persone la disforia spesso varia anche nel tempo: più una persona si sperimenta e verifica come possibile il riconoscimento del proprio genere (magari anche iniziando col presentarsi come appartenente al proprio genere anche solo virtualmente, all’inizio), più aumenta la disforia quando torna a sentirsi percepito come appartenente al sesso genetico (ma questo non succede a tutte le persone T, alcune hanno una disforia perenne e che si manifesta in tenerissima età).

Di solito chi delegittima i transgender non medicalizzati lo fa perché ha una visione del tutto corporea della condizione trans.
La persona trans mft per lui è un maschio che si sente femmina e che diventa femmina.
Per la persona che esprime questa visione, e che di solito non riconosce la differenza tra sesso e genere, e respinge il concetto stesso di identità di genere, la persona trans “si sente” (quindi  un soggettivo percepire) e che “diventa” (quindi a renderla “trans” è il cambiamento del corpo) donna.
Questa visione non delegittima solo i non medicalizzati ma tutte le persone trans, perché se nega ai non medicalizzati di definirsi persone transgender, d’altra parte definisce trans le persone medicalizzate, ma per il motivo sbagliato, quindi si tratta di una visione, in buona o cattiva fede, con un buon contenuto di transfobia.

La cosa strana è che questa visione è condivisa anche da alcune persone transessuali vecchio stampo, le quali vogliono “escludere” dalla T chi ha fatto percorsi diversi dal loro, sminuendo un tipo di disforia diversa (come se lo stendardo dell’essere T non fosse la fierezza ma la cattolicissima gara a chi soffre di più) e pensando che l’istanza principale di chi non prende ormoni non sia tanto il riconoscimento della propria identità, ma quasi il voler stare per forza sotto l’ombrellone T.

Questo fa si che spesso le persone non medicalizzate, che di certo lottano per il riconoscimento della propria identità di genere, e non certo per avere un patentino T, abbiano più successo nel mondo esterno alla comunità LGBT, in cui una persona accetta o non accetta, senza tante speculazioni filosofiche o pretese che una persona faccia una medicalizzazione di cui l’etero medio o media non è neanche a conoscenza.

Il primo passo per le persone non medicalizzate che desiderano fare rivendicazione politica sarebbe quello di trovare un termine che le definisca senza usare un “non“, senza considerarle una “costola” di qualcos’altro.
Un mio collega tamarro mi spiegava che nell’ambiente dei tatuatori esiste un termine gergale che definisce in “non tatuati”, ormai in minoranza…non vorrei che quando nasce qualcosa di nuovo, che poi diventa maggioranza, ad essere definiti con il “non” e a doversi giustificare siano coloro che “non” fanno qualcosa, che questo qualcosa sia tatuarsi o medicalizzarsi non importa.

Credo che le persone T non medicalizzate, e non di certo solo io, che ormai invado i vostri schermi da un decennio, debbano iniziare a raccontarsi, senza porre l’accento sul fastidiosissimo modo in cui vengono discriminate internamente (fatto verissimo, ma che oscurerebbe l’opportunità di farsi conoscere senza porre sfumature buie e polemiche), ma raccontando come è possibile essere socializzati per il proprio genere d’elezione, intessere amicizie, relazioni con persone attratte dal proprio genere e non dal proprio sesso genetico, trovare un compromesso con la propria disforia, essere visibili in quanto persone T nonostante un passing non eccellente (questo però non è sempre detto: conosco persone non medicalizzate, soprattutto MtF, con un passing migliore di persone in ormoni ed operate).

Forse le persone non medicalizzate hanno anche una grande opportunità nell’educazione sociale, e la loro involontaria risorsa è proprio io “non passing“.
Se il non passing, da un certo punto di vista, genera sofferenze a mancanza di riconoscimento per quello che si è, esso pone un dilemma etico: per essere rispettati per il proprio genere dobbiamo “sembrare” di sesso coerente col nostro genere?
Di certo se questa discrepanza genera una sofferenza personale, allora è giusto procedere con un cambio di immagine a volte aiutato da ormoni e chirurgia, ma quando la persona non lo ritiene necessario, utile, strategico, “deve” farlo per forza, se vuole il riconoscimento della sua identità di genere?

Se la persona non medicalizzata, quindi, viene riconosciuta per il suo genere da amici, parenti, familiari, colleghi di lavoro, e chiunque “sappia”, è possibile che sia “travisata” da un occhio estraneo (se non ha un buon passing), ma questa condizione, che puo’ arrecare sofferenza e disagio, puo’ rappresentare un’opportunità, ovvero non dimenticarsi del problema sociale del binarismo dei ruoli, ovvero del fatto che, dal momento in cui si viene percepiti di un certo sesso biologico, ci si aspetti determinati comportamenti.

Una persona non medicalizzata, che non sempre viene riconosciuta per il proprio genere, sarà quindi sempre più sensibile al problema del binarismo sociale rispetto ai ruoli di genere.

Un altro punto interessante del percorso non medicalizzato e del “non passing” è l’essere visibile in quanto persona T.
Ammettiamo che una donna T non medicalizzata sia visibile in quanto donna non biologica e una T medicalizzata no (come detto sopra, non sempre questo è vero).

La donna T che appare come tale sarà sicuramente svantaggiata se il suo obiettivo è integrarsi in un mondo binario, ma potrà rivendicare la sua differenza rispetto alle donne biologiche e la sua particolarità di donna T, rivendicarla personalmente e politicamente.

Il discorso ha più senso se si parla di Ftm, visto che la transizione tramite testosterone cancella ogni traccia di androginia nel corpo della persona, rendendolo, forse a volte a parte la stazza (ma non sempre, ci sono ftm che di base sono alti e “fisicati”), identico ad un corpo maschile da vestito.
Personalmente ho fatto della non medicalizzazione il mio percorso perché, pur definendomi di identità di genere maschile (non fluida, non intermedia, non “altro”), io considero il mio percorso di vita totalmente diverso da quello di un uomo genetico, e non voglio che la mia immagine possa cancellare questo mio vissuto.
In poche parole, io sono di genere maschile, ma non sono, nè voglio sembrare, di sesso maschile. Non mi interessa sembrare nato maschio, costruire un’infanzia da maschio che non ho avuto, perché ciò che sono (compresa la mia lotta antibinaria sul tema dei ruoli di genere) lo devo al mio particolare percorso di vita, diverso da quello di un uomo genetico.
Alcuni di voi direbbero “a questo punto perché non ti vesti da donna e vivi da donna”?
Eh no. Io rivendico la mia diversità dall’uomo genetico (sesso maschile e genere maschile) ma anche dalla donna genetica (sesso femminile e genere femminile), quindi se mi “spacciassi” come femmina e donna, emulandone immagine e comportamenti, farei un torto a me e mistificherei.
E’ importante chiarire che il mio non rinnegare l’essere un uomo T e non Cis non deve lasciar pensare che a me stia bene ricevere il genere grammaticale femminile o essere considerato “altro” dall’essere uomo, perchè un uomo T è un uomo quanto quello cis. Non è quantitativamente meno uomo, ma è qualitativamente un uomo diverso (ma sono diversi anche gli uomini cis tra di loro).

Non mi aspetto che tutti capiscano il mio percorso, e preciso che il motivo per cui IO non sono medicalizzato non è lo stesso che spinge altri a non essere medicalizzati (chi è spinto da motivi spirituali, chi da motivi di salute, chi da motivi di visibilità, chi non ha alcuna disforia col corpo).

Cio’ che è importante e che chi non percorre la via della medicalizzazione ha lo stesso diritto di riconoscimento della propria identità di genere, perché non è l’estetica che ci rende meritevoli del rispetto, e il non “sembrare” non legittima gli altri (soprattutto se attivisti) a non dover rivolgersi a noi in modo corretto, e non per galateo o per farci un piacere, ma perché è loro dovere di attivisti LGBT, se si definiscono tali.

Identità politiche nette VS vissuti “sfumati”

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Sono note a tutti le polemiche che hanno seguito la scelta milanese di passare da LGBT Pride a Human Pride.
Soprattutto i gay tradizionalisti hanno paura che ogni nuova identità, condizione, e vissuto che entra nel mondo delle istanze LGBT (a loro già LGBT sta scomodo, preferirebbero gay), dà fastidio e pensano che distolga dall’unica grande battaglia: i matrimoni gay.

Il problema è che se le istanze politiche devono usare parole semplici e “raccontare” solo le condizioni più facili da comprendere (omosessuale maschio, omosessuale femmina, transessuale che prende ormoni ma non vuole operarsi), la comunità LGBT contiene un’infinità di vissuti e quindi di istanze da esse scaturite.

Ad esempio è facile dire che “il bisessuale” non ha istanze, in quanto le sue coincidono completamente con quelle degli omosessuali, ma non è del tutto vero: la bifobia ha una sua autonomia come discriminazione, e ne sono affette anche delle persone omosessuali.

Le istanze di un transgender non medicalizzato sono molto diverse da quelle del trans medicalizzato sopracitato che vuole che sia tolta “solo” l’imposizione dell’intervento (ma non quella della tos, terapia ormonale sostitutiva).

Poi ci sono le persone genderqueer (che non si identificano completamente con M e F, o si definiscono di un terzo genere, di entrambi i generi, o di nessuno) e quelle genderfluid (che hanno fasi altalenanti di polarità di genere).
Queste persone sono spesso schifate dalla comunità LGBT, vengono viste come talloni d’Achille viventi, e chi le discrimina pensa che a causa della loro condizione, che sarebbe vista come ridicola ad eterolandia, i gay e le lesbiche (e i transessuali “tradizionali”) rischierebbero di avere meno diritti e di perdere credibilità.

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Quindi gli attivisti storici cercano di contrastare “l’ideologia” genderqueer e genderfluid, senza capire che non si tratta di ideologia, ma di semplici vissuti.
Cosa dovrebbe fare un genderfluid? tacere la sua condizione? vivere da transessuale per rassicurare gli altri, aderendo a una diversità più conosciuta ed accettabile?
Si può reprimere un’ideologia, ma un vissuto?
Inoltre a che titolo un omosessuale tradizionale “reprime” una persona con un vissuto statisticamente meno frequente?
Ma soprattutto, è verisimile il fatto che un genderfluid danneggi un omosessuale o al limite un transessuale?
Un omosessuale che mette a tacere un genderfluid definendo ideologia la sua condizione, è identico ad un reazionario o integralista religioso che pensa che omosessualità sia ideologia.

Recentemente ho lettoL’Apartheid del Sesso“, di Martine Rothblat, libro visionario per l’epoca (anni novanta). Confrontandomi con  molti attivisti anziani gay è venuto fuori che aveva dato fastidio una parte, del tutto secondaria del libro, in cui si annunciava un futuro in cui gli orientamenti sessuali tradizionali avrebbero perso senso. Il gay si sentiva “delegittimato” se un suo pronipote gay fosse privato della possibilità di definirsi gay, banalmente, “perchè gli piace il pene“.
Eppure quella parte del libro era del tutto secondaria e appena accennata, visto che il libro parlava più che altro di ruoli e stereotipi di genere, e solo marginalmente di orientamenti sessuali.

p.s.
Di certo queste sono considerazioni che faccio come critiche interne alla comunità. So che ultimamente il blog è frequentato anche di integralisti cattolici che usano i miei articolo per screditare la comunità LGBT per le discriminazioni interne, come se loro non fossero divisi tra movimenti integralisti VS fondamentalisti interni alle varie chiese e sette…

E’ legittimo per i transessuali discriminare i transgender?

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Qualche giorno fa ho casualmente scoperto che in un gruppo facebook si parlava di me e della legittimità o meno del mio percorso. Io non ero in quel gruppo, perché non frequento, a parte il mio, gruppi a tematica transgender.

A mandare in crisi queste persone è il fatto che io non prendo ormoni virilizzanti e probabilmente non li prenderò mai, e quindi stavano decidendo se è il caso di escludermi dalla comunità LGBT o tenermi come “frociara servitrice” dei veri trans.

Addirittura si parla anche di un mio presunto comportamento “capriccioso” nell’intendo di “spacciarmi” per transgender senza esserlo (evidentemente per i numerosissimi “vantaggi” che comporta essere transgender gay al posto di donna eterosessuale).

Nella discussione mi si chiamava con una femminilizzazione del nome Nathan e si diceva che io ero la “presidentessa” del Milk, e nessun trans (ftm o mtf) appartenente a quel gruppo si scandalizzava del fatto che ci si stava rivolgendo col genere femminile a un ragazzo T attivista da più di un lustro.

Per molte persone trans medicalizzate è pacifico poter appioppare il genere grammaticale relativo al sesso “di nascita” alle persone non in ormoni. E nessuno batte ciglio.
Quando, a causa di alcuni “amici” che mi hanno riempito di screenshot, ho deciso di intervenire, sono stato bannato, e si è continuato a parlare del mio “capriccio” di essere riconosciuto al maschile, con alcune citazioni del mio blog (del post la suocera) in cui dichiaravano che non fosse vero che “passo” (che poi nel blog parlo di molti aneddoti in cui NON passo) e soprattutto che non credevano che una serie di persone e di ambienti, avendomi conosciuto come ragazzo T, avessero deciso di assecondare la mia richiesta e rivolgersi a me col genere maschile.

Ora, onestamente, sono presidente di un’associazione frequentata da molti transgender agli inizi (o non in percorso medicalizzato), che non “passano” e a cui comunque tutti ci rivolgiamo tramite il genere d’elezione.
Se arrivassero in associazione persone che, volutamente, con cattiveria appioppano il genere relativo al sesso di nascita a una persona non in ormoni o che “non passa”, sarebbe subito ripresa  e , se perseverasse, allontanata, perché nociva al micro-ambiente che stiamo cercando di creare , di benessere e di rispetto reciproco, inclusività e non giudizio.

Di conseguenza, dirò una cosa che disturberà molti, ovvero che “non si deve essere tolleranti con gli intolleranti“, che neanche un “diverso” ha diritto di porre limiti e confini che delimitano l’accettabilità (dove il diverso colloca ancora ancora se stesso) dalla non accettabilità (in cui di solito colloca i più diversi di lui).

Che quindi si faccia un gran respiro e si dimentichino le ferite personali per un grande abbraccio verso l’altro.

Ftm vegani e coniglietti steroidei

Hei…come va la t.o.s.?

Contronatura o controcultura? la parola a chi non transiziona.

Perché alcune persone transgender non sono interessate al percorso canonico e medicalizzato? E’ una questione di debolezza, come pensano molte persone T in percorso canonico? Hanno senso i discorsi su ciò che è contronatura, o sono solo un retaggio cattolico?

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Ultimamente ho cercato, nei vari gruppi a tematica transgender, persone come me, che non transizionassero tramite un percorso canonico e medicalizzato, e non avessero al momento intenzione di farlo.
Ho trovato in effetti qualcuno, in Italia, poche persone, che, nonostante la propria intenzione di non transizionare, vivessero apertamente il loro genere.

Ci sarebbe tutto un discorso da fare sul perché chi non vuole/può transizionare preferisce vivere da velato, ovvero come se fosse cisgender…ma mi sembra superfluo: tutti sappiamo di vivere in un paese senza una legge contro la transfobia e senza nessuna garanzia sul lavoro.
Detto questo, una cosa che trovo particolarmente odiosa è il “mantra” di molti trangender medicalizzati nel giudicare i transgender non medicalizzati.
state bene col vostro corpo, non avete disforia, siete a vostro agio col corpo!!!”.

A questo punto direi che è bene esporre i motivi, che in realtà sarebbero infiniti, per i quali una persona effettivamente transgender (con identità di genere diversa dal sesso genetico), possa decidere di non transizionare:

motivi etici o religiosi: molte religioni professano l’integrità del corpo, cosi’ come anche molte filosofie. Basti pensare ai testimoni di geova, al veganesimo, o al “non introdurre sostanze intossicanti” del buddhismo
motivi familiari: qualcuno ha un familiare a cui verrebbe un infarto nel vedere modifiche fisiologiche nel figlio o figlia. l’orientamento sessuale puoi ometterlo, l’identità di genere non proprio, ma la transizione direi che…non puoi proprio nasconderla
motivi professionali: che una persona dica o no apertamente della sua identità di genere, un cambio fisico è ben oltre, sia per colleghi e capi, sia per clienti, e non tutti accetterebbero questa cosa. E, senza una legge contro la transfobia, il motivo per mandarti via o mobbizzarti lo trovano
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motivi di insoddisfazione per i limiti fisici della transizione: qui apro la parentesi soprattutto in direzione ftm, visto che è attualmente impossibile ricostruire un pene che sembri un pene esteticamente, che sia erettile e penetrativo, che faccia pipì, che eiaculi, che sia fertile, che sia di dimensioni credibili…quindi un ftm sarebbe sempre condannato a spiegare di sé ai e alle partners. Citando un mio amico che ha finito la transizione… “ma perchè anche per farmi una scopata devo raccontare la storia della mia vita?“.
C’è chi trova soddisfacente placare il disagio con una transizione che avvicini comunque, genitali a parte, alla figura maschile. C’è chi preferisce aspettare miglioramenti tecnologici, c’è chi non si accontenta e vorrebbe essere identico ad un nato xy, ma nell’impossibilità decide di rimanere, per il momento, com’è.

In questi casi, non si tratta di persone “queer” a proprio agio col corpo, ma di persone che scelgono di non fare l’iter medicalizzato, o non farlo adesso.
Qualcuno potrebbe dire “ma chi è veramente disforico non guarda queste sottigliezze, è ai livelli di o lo faccio o domani mi ammazzo“…
E a questo punto concluderei dicendo che evidentemente ci sono vari gradi di disforia, o comunque disforie diverse, non tutte riguardanti i caratteri sessuali secondari.

Finisco citando chi critica chi non fa un iter medicalizzato per via delle scarse possibilità di ricostruzione genitale in direzione ftm: “ma un uomo non è il suo cazzo“. A questa gente rispondo: allora un uomo non è neanche il suo corpo, i suoi peli, il suo petto, il suo pizzetto.
Uomo è chiunque sia di identità di genere maschile. La medicalizzazione è uno strumento per essere più sereni, più a proprio agio, più felici davanti a uno specchio.

Un altro grande errore è accomunare persone di identità di genere dissonante al sesso genetico, ma non in transizione canonica, al grande universo queer e di rottura di ruoli e stereotipi.
Senza nulla togliere alla Carmela che vuole tagliarsi i capelli a spazzola, fare alpinismo, o ad Ugo, appassionatissimo di uncinetto…si tratta di persone cisgender, ammirevoli per la loro “rottura” dei ruoli tradizionali, ma felicissimi del loro nome e della loro identità di genere, anche se coraggiosamente al di là degli stereotipi.

Il malinteso nasce dalle due accezioni diverse della dicotomia transgender/transessuale.
L’accezione classica chiama trans-gender colui che trasiziona di genere, transessuale colui che transiziona anche di sesso.
Per altri invece la divisione è identitaria. Il transessuale ha una collocazione identitaria binaria, il transgender è “al di là dei generi”, quindi un’identità intermedia (è di entrambi i generi, di nessuno, di un terzo, o li rifiuta proprio)…ma in realtà questo più che altro è ciò che si chiama genderqueer.

Mentre i sopracitati Ugo amante di uncinetto e Carmela rapata e amante dell’alpinismo sono “semplici” cisgender al di là dei ruoli (e non delle identità)…quindi possiamo considerarli antibinari, queer, ma non trans.

Ulteriore confusione è creata dall’accezione anglosassone  di transgender, che è un termine ombrello che contiene tutto cio’ che è al di la’ del genere, compresi antibinari, genderbender e crossdresser.

Forse il mondo trans med (che dovrebbe ricordare di star transizionando per il proprio benessere e non per la propria accettabilità sociale, o per il passing, o per la credibilità o per dimostrare qualcosa a qualcuno) teme questi “pionieri” che non modificano il loro corpo ma si espongono sulla propria identità.
E cosi’ come i trans canonici non sono capiti da chi non lo è (esempio: il gay che dice “a me piacciono gli uomini ma non mi verrebbe mai in mente di diventare donna”…e grazie al cacchio, sei gay, non trans!), essi stessi non riescono a concepire che una persona possa decidere di non fare un percorso medicalizzato E essere comunque di identità di genere dissonante al sesso genetico E esporsi socialmente per non vivere una vita di menzogna.

Infine mi rivolgo a chi dice che siamo nè carne nè pesce e contronatura.
Voglio precisare che la natura “produce” individui attratti dallo stesso sesso, individui con predisposizioni identitarie dissonanti rispetto a quelle “previste” per quel sesso genetico…cio’ quindi non è contronatura, ma è natura. Sono casi rari, come chi nasce coi capelli rossi, ma facenti parte della natura.
Persone transgender, omosessuali, bisessuali…sono quindi previste dalla natura, come forse la natura aveva previsto la loro integrazione, cosa che non è poi avvenuta nella società: quindi queste persone possono essere attualmente definite “controcultura.
Se proprio vogliamo parlare di contro”natura”, dovremmo parlare di medicalizzazione. Di certo una terapia ormonale sostitutiva non è “naturale”, non è “prevista” dalla natura biologica di un corpo.
Ma c’è anche da dire che la parola contronatura” è sempre intrisa di un’accezione negativa e giudicatrice che ci arriva dal giusnaturalismo e dal cattolicesimo.
Dimentichiamo che è contronatura anche la trasfusione, il trapianto di midollo, la laser per la miopia.

So che questo articolo farà “incazzare” i transgender medicalizzati, ma la cosa realmente triste è che per me, persona non in transizione canonica, è stato molto più semplice ottenere il rispetto del mio genere il maschile dai cisgender che da loro, impegnati spesso nelle gare a chi piscia più lontano e a chi è più trans….