Perché preferisco “uomo xx” (e donna xy) a ftm, mtf, e altre definizioni

Nelle ultime settimane ho riflettuto sul termine uomo xx.

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Alcune persone queer si infastidiscono per la scelta di usarlo per indicare me stesso e la non conformità di genere di origine genetica xx e di espressione maschile.
Premetto che non mi accodo a tutta la letteratura e saggistica di decostruzione del sesso biologico. E’ vero che esiste l’intersessualità, che molte persone, più di quanto si pensi, siano intersessuali e che si debba trovare un modo di esprimere sesso, genere e orientamento tenendo conto dell’intersessualità.

E’ anche molto frequente che delle persone trans agli inizi, con una buona dose di transfobia interiorizzata, amino fantasticare sul fatto che la loro identità di genere dipenda da una presunta e immaginaria intersessualità, che li “discolpa.

Sarebbe più politicamente corretto, come si fa all’estero, usare “assegnato maschio” o “assegnato femmina” alla nascita (AFAB, Assigned Female At Birth, AMAB, Assigned Male At Birth).
E’ una terminologia che diventa molto importante se stiamo parlando di persone intersessuali, per cui sarebbe incompleto e riduttivo parlare del loro sesso in modo binario (quindi ci si rifà a come esso è stato interpretato, probabilmente erroneamente).

Tuttavia amo pensare che mi abbiano assegnato “female” perchè sono female e non perchè si siano sbagliati o siano dei manigoldi. Il problema non è che io sia female, e che lo sia davvero (a prescindere poi dall’avere o meno un’immagine androgina), ma il fatto che nell’attuale società male/female contino più di man/woman, quando dovrebbero contare solo dal punto di vista sanitario, e non sociale/relazionale/lavorativo, ma qui entriamo nella sfera del binarismo sociale e fomentato dalla politica che quotidianamente noi attivisti combattiamo.

Onestamente non so perché a me il termine “uomo xx” stia simpatico.
Uomo e donna descrivono le identità di genere, e a descrivere i corpi di solito sono i termini maschio e femmina. Il mondo esterno a quello delle nostre riflessioni però non usa questi termini in modo corretto. Spesso maschio e femmina sostituiscono uomo e donna quando l’opinionista medio vuole parlare di queste persone ostentandone le caratteristiche e gli istinti (“quella è proprio femmina”, “da come agisce si vede proprio che è maschio“, “è l’istino della femmina“…),  e questi sono senz’altro utilizzi che ostacolano io mio potermi dire serenamente “femmina” (dato reale dal punto di vista biologico).

Di contro, anche se con la transizione “medicalizzata” non si “cambia sesso“, si è sicuramente una modifica estetica e funzionale molto importante dal punto di vista del “sesso biologico”, e maschio e femmina, che continuano ad essere corretti in linea teorica, diventano difficili da usare se parliamo di una persona medicalizzata (tramite ormoni e/o interventi).

XX ed XY invece non cambiano mai, fanno parte del nostro corredo genetico e nel parlare comune non sono ancora stati (sovra)caricati di significati comportamentali stereotipati.
XX è semplicemente la persona nata F che presumibilmente (al netto di tos, interventi) puo’ generare con una persona XY (che poi l’xx sia rasato a zero e l’xy abbia una mega parrucca bionda e un tacco dodici…diventa tutto molto relativo).

L’uomo xx è diverso dall’uomo xy? Si. Dirlo è transfobico? No.
L’uomo xx vive parte della sua vita in una condizione fisica/sociale diversa dall’uomo nato xy. Questa cosa influenza moltissimo la personalità dell’uomo xx, anche nel caso prendesse subito coscienza della sua identità di genere e/o del fatto di essere uomo trans (e credetemi, quelli della mia generazione potevano anche aver inquadrato chi erano, ma non si parlava tanto di ftm all’epoca, o di possibilità che un nato xx potesse essere “Trans”, o addirittura ftm gay). A prescindere da come e quando io abbia preso consapevolezza, e abbia pubblicamente dichiarato chi sono, tutto questo è stato preceduto da un’educazione e un modo di relazionarsi a me da parte degli altri che presupponeva che io fossi F e “una futura donna. Per quanto io (o altri) possa venire da una famiglia non binaria (avevo l’album di figurine dei calciatori, il motorino, suonavo basso e batteria, dicevo parolacce e bestemmiavo…), io ero socializzato come F e in modo diverso da come venisse socializzato mio fratello maschio biologico. Tutto questo è dipeso dal peso che la società (famiglia, scuola, e persino i catechisti) dà al fatto che una persona sia nata femmina o maschio. Se non ci fosse binarismo sociale probabilmente un uomo xx non avrebbe così tanto bisogno di rivendicare il suo imprinting come parte di se stesso che ha infine accettato e incluso.

Se non ci fosse binarismo sociale, l’uomo xx semplicemente prenderebbe consapevolezza di essere uomo e (medicalizzato o non), vivrebbe semplicemente da uomo, notando in se stesso dinamiche molto simili a quelle degli uomini geneticamente xy. Ma essendo che il binarismo è ancora fortissimo, l’uomo xx (come la donna xy) si porta dietro un retaggio che è difficile (e forse non utile) cancellare.

Questi imprinting però non rendono la persona t “meno uomo” o “meno donna”: è semplicemente un modo di essere uomo o donna che si arricchisce di un’esperienza diversa e puo’ generare una maggiore comprensione per il genere umano (a prescindere dall’appartenenza di sesso e genere).

Io sono uomo xx. Per me è importante dirmi uomo, ma è importante dirmi xx, demarcare la mia differenza da chi è maschio, e come uomo è stato socializzato fin dall’infanzia.
Per me è importante dirmi uomo xx perché è importante comunicare che non solo in un corpo maschile (dalla nascita) può albergare quel tipo di identità di genere che (forse per convenzione) chiamiamo maschile.
Per me è importante comunicare che in una società non binaria si potrebbe vivere liberamente come uomini xx, uomini xy, donne xx, donne xy, senza che il fatto che statisticamente le persone xx abbiano un’identità di genere e quelle xy abbiano l’identità di genere “diametralmente opposta” (che poi, sarà vero?) determini poi una regola e “legittimi” o meno alcune condizioni rispetto ad altre.

I termini trans-sessuale, o f TO m, m TO f, trasmettono una visione cis-sessista in cui i generi sono due, e sono intrinsecamente legati ai sessi (quindi al “cambiamento di sesso” se non ci troviamo nella dicotomia uomo-maschio / donna-femmina), quindi sono termini che non solo non hanno la mia simpatia (ciò non significa che poi non li usi se non ne abbia bisogno per semplificare), ma che non mi descrivono: nel mio percorso di vita (ma anche in quella di altre persone gender non conforming) non c’è nè quello che con una grande semplificazione chiamiamo “cambiamento di sesso“, nè un vero e proprio “cambiamento di genere” (semmai presa di consapevolezza).

Se proprio devo usare la T (in senso squisitamente trans-gender e dove intendo trans come al di là dei generi), allora preferisco usare uomo T, donna T, piuttosto che termini che sottolineano la “transessualità” del percorso e non la non conformità di genere.
MI rifaccio anche all’autrice ed amica Monica Romano, che, sicuramente partendo da presupposti meno rivoluzionar-conservatori dei miei, rivendica il termine “ragazza xy“, nel suo romanzo “Storie di ragazze xy“.

Credo sia importante ridurre la differenza tra noi e i cisgender a un mero dato cromosomico. Oltre ad essere simpatico a livello fonetico, ci ricorda quanto sia assurdo che i cromosomi possano, a causa del binarismo sociale, tracciare un destino per persone cis e trans.

Alla luce di questo non con maggior imbarazzo di quando dico che sono B negativo, dico anche di essere xx, di avere un corpo di genetica femminile, probabilmente fertile, di essere stato assegnato come F alla nascita (e non per un errore dei medici, ma perché il mio sesso biologico è F), di aver anche vissuto per anni identificando me stesso come F (in un’epoca in cui una persona molto giovane non ha molte restrizioni di ruolo, e potevo tranquillamente fare le cose “da maschio“), e di aver poi preso consapevolezza come uomo. Di non desiderare di essere trattato come un uomo xy, o come un “maschio, ma semplicemente di essere rispettato come uomo xx (che non è meno uomo dell’uomo xy, sia chiaro), e soprattutto sottolineo che se oggi il mio impegno politico è soprattutto indirizzato contro il binarismo sociale e politico, contro una burocrazia che dà molto peso ai nostri cromosomi e alla nostra biologia piuttosto che alle nostre attitudini e capacità, è unicamente legato al fatto che sono un uomo xx, e non un uomo xy.

La sua versione dei fatti…

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Giornalista: Buongiorno Nathan
Nathanael: Buongiorno Giornalista, allora quando si parte con le domande?

G: Prima di tutto ti andrebbe di presentarti per la nostra redazione?
N: Nathanael Bonnì, quasi trentenne, archittetto, musicista semiprofessionista, associazionista convinto, appassionato di antropologia, sociologia, filosofia, spiritualità, semiotica….

G: Basta, Basta, qualche difetto?
N: incapace di viaggiare, incapace di relazionarsi in comitive, incapace di frequentare locali e di vivere realmente gli “svaghi”, portatore sano di un pessimo carattere, misantropo…

G: ma non ci hai ancora detto nulla relativamente alla tua identità di genere e orientamento sessuale, né della tua attività di attivista.
N: la mia identità di genere l’hai dichiarata tu stesso quando mi hai detto “Buongiorno Nathan”.
Non mi sembra che tu abbia detto “Buongiorno Carmela”. Il mio orientamento sessuale…le mie prede hanno l’onore di esserne informate, no?
Delle mie attività di attivista, ovvero il mio Blog, e la mia Associazione, parleremo nel corso dell’intervista…

G: un attivista che non pensa che la visibilità dell’identità LGBT sia importante? Davvero singolare!
N: per sei anni la mia faccia è apparsa su riviste di ogni genere e specie, con didascalie che mi indicavano come transgender, come presidente del Milk, e persino come santo protettore dei bisessuali. Succede che dopo tanti anni di attivismo, e dopo aver terminato una fase conoscitiva di se stessi, nonché dopo aver sperimentato la visibilità sociale in tutte le sue forme, si desideri sviluppare le altre identità di se stessi. Non so…politica, spirituale, territoriale, professionale…senza negare l’identità TBGL. Per capirci…oggi come oggi non userei mai la mia identità TBGL nella mia frase di presentazione, anche perché la mia visibilità è fisica, e presentandomi come Nathan in realtà ti ho già detto chi sono…

G: una visibilità “evidente”, presentata con odio/amore, come mai la scelta di non transizionare?
N: Singolare che tutti chiedano perché uno “non” faccia qualcosa…non sarebbe più sensato chiedere perché si fa qualcosa? Si chiedono le spiegazioni più di un’azione che di una “non azione”, no?
Mentre si lascia che i percorsi gay, lesbici o bi siano infinitamente vari, ci si aspetta che le persone trans siano come dei vagoni in fila su un binario, a percorrere tutti le stesse tappe, come se ci fosse un inizio o una fine predeterminati, e che solo la percorrenza di questa “maratona” rilasci un “diploma di trans” (a parte che il mio obiettivo era di essere riconosciuto uomo nella vita reale, e non “trans” dai trans).
Forse non esiste una linea retta, forse non esiste un inizio e una fine. Forse non possiamo essere neanche punti sparsi in un piano cartesiano, perché ciò determinerebbe due valori (uno in ascissa, uno in ordinata). Forse ognuno è ciò che è, ma soprattutto, ciò che è in quel preciso momento, e sempre in evoluzione.
Un mio compagno di liceo, ingiustamente bocciato, diceva sempre che “all’uomo erano stati tolti due diritti: quello di togliersi la vita e quello di contraddirsi“. Per questo una persona non può ad esempio spostarsi da una polarità di orientamento sessuale omo a etero (sarebbe visto come il “traditore della causa politica gay“), mentre siamo quasi più tolleranti se è una persona trans a cambiare interessi erotico-affettivi (tanto, più “sputtanato” di così…avremmo la certezza che non lo fa per velarsi!).
Alla luce di questo, posso dire che io “adesso” ho scelto di non intraprendere un percorso medicalizzato, ed è molto probabile che sia una scelta definitiva. Ma viste le sorprese che mi ha riservato puntualmente la vita, mai dire mai.

G: ho capito, rimandiamo la domanda al punto caldo della domanda, del resto, quando uno sta bene con il suo corpo, perché giudicare…
N: Mi diverte il fatto che il non voler essere sottoposti a una terapia ormonale sostitutiva viene associato immediatamente a un amore per il corpo, o a un “agio” (come opposto di dis-agio) e non si pensa mai che si possa essere arrivati a questa conclusioni per altre motivazioni

G: del resto è risaputo che ormai ci sono persone dalle mille identità intermedie…
N: è indubbio che ci siano persone dalle infinite identità intermedie, ma non è detto che sia proprio la persona che non prenda ormoni che abbia un’identità intermedia. Una persona potrebbe avere un’ identità di genere totalmente maschile, eppure potrebbe non desiderare la T.O.S. (terapia ormonale sostitutiva, vedi sopra), mentre potrebbe percepire se stessa di un’identità “intermedia”, o di entrambi i generi, o di nessuno, o di un terzo, e desiderare la terapia ormonale e/o la transizione medicalizzata, sia per un cambiamento totale, ma anche solo per inseguire un’estetica androgina coerente allo stato psicologico che si sente.
Quindi il mio “non assumere ormoni maschili” non dipende neanche da questo.
Ma che non si pensi che se un ftm si definisce di “identità di genere totalmente maschile” esso aderisca completamente al “ruolo” maschile. Rimango un attivista antibinario!
(ma non avevamo concordato che non sarebbe stata un’intervista con domande morbose e stereotipate? Io già sognavo di parlare del mio amore per le filosofie pre-cristiane….)

G: ce la tiriamo e facciamo gli intellettuali…chi segue i tuoi spazi virtuali all’esterno del tuo blog e delle attività dell’associazione di cui sei presidente sa che ami parlare di argomenti extra-LGBT anche con una certa fierezza, e se permetti, anche con una punta di superiorità, quasi come se le altre persone LGBT, e in particolare trans, fossero capaci di parlare solo di identità gay e trans.
N: colpo basso, lo accetto! E’ vero. I miei amici facebook e della vita reale sanno che ormai non parlo più quasi per niente di questi argomenti, se non in ambienti dove è necessario, o quando assisto a discorsi omo/bi/transfobici e sento di dover intervenire, o quando entro in un nuovo ambiente e devo spiegare perché avendo questa faccia di culo mi rivolgo a me stesso al maschile.
A parte questo, il parlare di “chi” sono e non di “cosa” sono è servito a capire che interessi comuni avevo con chi mi circondava e circonda, con cui in passato, per una ricerca personale su me stesso, parlavo solo di “sesso degli angeli”. Questo mi ha consentito di sapere che alcune persone che avevo accanto erano realmente “ricche” dentro, nonostante fino a ieri le avessi sottovalutate, sottoponendole a un atteggiamento “monomaniaco” sul genere, da cui infondo passiamo tutti, nella nostra fase di auto-definizione.
Che le altre persone glbt siano incapaci di parlare di cultura o, che ne so, del loro telefilm preferito? Mai detto. Infatti quando una persona del movimento mi contatta e mi parla per mesi di TBGL, non penso che sia monotematica, penso solamente che, non considerandomi un amico, si limiti a condividere con me solo un aspetto di se stesso, ed è un peccato

G: ma torniamo alla transizione? Perché sei contrario?
N: Non sono “contrario”. Si sta diffondendo questa assurda voce secondo la quale io sarei contrario alle persone che transizionano, che addirittura vorrei tanto che loro non lo facessero.
Chi mi conosce sa però bene che il mio è un percorso che non consiglio a nessuno, perché ci sarebbero “lacrime e sangue” e tanto olio di gomito.
Anche lo stesso gruppo di auto-mutuo-aiuto della mia associazione, su argomento identità di genere, lo frequento in modo discreto cercando di non parlare di questa mia situazione, per paura di destabilizzare persone all’inizio del percorso e che hanno già le idee chiare nel voler seguire un percorso classico.
Lo stesso accade su internet. Spesso ho notato che alcune persone, spesso agli inizi, si “offendono” quasi solo per il fatto che persone come me esistano, come se sentissero da me minacciato il loro percorso e le scelte che con coraggio hanno prese, quando addirittura non dicono che io non dovrei essere presidente  di un circolo TBGL “perché non assumo ormoni” e “perché non li rappresento”, quando in realtà dimenticano che io sono stato eletto per i miei meriti, e non come rappresentante di una singola realtà. Sarebbe come dire che Omaba rappresenta le persone di colore, e solo loro, e che la sua elezione dipenda dal suo essere di colore.

G: insomma, come dire…ti diverti? Andiamo…è divertente giocare sull’ambiguità…
N: affatto. le persone non medicalizzate soffrono esattamente come quelle medicalizzate quando la loro identità di genere non viene riconosciuta.
L’accusa di esibizionismo estetizzante viene spesso fatto al mondo queer, e , a prescindere dal fatto che possa essere o meno fondato, ciò mi ha sempre dato molto fastidio, anche se non mi reputo esattamente “un queer“.
Sicuramente anni di allenamento a ribattere sempre alle stesse accuse o stereotipi hanno affinato il mio senso dell’ironia.
Faccio spesso vignette e giochi di parole sulla mia condizione, per la gioia di chi segue la mia pagina fan…ma ciò non significa che io non soffra o non viva male il non essere riconosciuto, da estranei che hanno un contatto visivo con me, come un uomo.
Credo che ci sia un errore di fondo: si associa la tranzione medicalizzata alla disforia. Come se tutti coloro che avessero disforia transizionassero, e quindi chi non transizionasse la vivesse come un gioco estetico e non fosse presente una disforia. Niente di più semplicistico e sbagliato.

G: ma non è che semplicemente è una scelta facile? Essere visti dal mondo ancora come donna, anche se un po’ mascolina…
N: Tanto per iniziare voglio chiarire che c’è una grande differenza tra “una mascolina” (una donna che assume caratteri maschili per il look e/o per il ruolo sociale, totalmente o in parte) e un transgender non in transizione. Ma qui dovremmo interpellare gli occhi del cuore, quelli che non si fermano alla somiglianza di questi due personaggi.
Facile? Tutt’altro. Facile se mi fregiassi del nome Carmela (si fa per dire, non saprete mai il mio nome anagrafico), e usassi questo excamotage per non avere problemi in famiglia, per frequentare cenacoli e simposi senza vedere sbigottire la gente (e diventare magari ostile), e per non avere problemi con gli amici e coi partner.
Ma se con questa faccia da sbarbino/a, ti presenti come Nathan, ogni giorno diventa una guerra. Per questo ormai ho amicizie consolidate, pochi amanti, stabili e duraturi, e sempre lo stesso bar.
Esporsi sempre a persone nuove, a cui dover spiegare perché faccia e nome non collimino, è uno stress che da un lato ho imparato a gestire, dall’altro evito quando possibile, e poi, per fortuna, sono abitudinario…
Forse l’errore sta nell’associare la transizione medico-legale (per gli amici: il punturone), al coming out. Come se chi non transizionasse tramite ormoni automaticamente vivesse da velato. A parte che non credo che i “velati” stiano poi così bene, ma esiste una fetta di persone, forse minuscola, di cui faccio parte, che ha deciso di vivere apertamente la sua identità di genere, nonostante tutto.
Quando ero un giovane attivista pensavo che fosse giusto promuovere la visibilità e il coming out, per ragioni personali e sociali (io stesso l’ho detto praticamente a tutti nel giro di un anno, perdendo quasi tutte le persone del mio ambiente di allora, studenti di Architettura e musicisti, di ambienti più o meno alternativi ma eterosessisti). Del resto la mia vita sarebbe più semplice se qualcuno mi avesse preceduto e la società fosse abituata a rivolgersi al maschile a qualcuno con la mia faccia.
Oggi penso che ognuno possa decidere “quando” e “se“.
Il partner che dovetti lasciare quando iniziò quest’avventura al maschile mi disse una frase che non dimentico:
<>.

G: che strano, non transizioni e poi fai di tutto per oscurare il tuo nome anagrafico. Sei riuscito a farti burocratizzare col nome nathan in un sacco di ambienti che frequenti. Questo non è contraddittorio?
N: esistono tanti tipi di disforie quante sono le persone T. Io non assocerei mai quel nome a me…
E’ più facile paradossalmente che un mio amico intimo veda una mia vecchia foto coi capelli lunghi piuttosto che venga informata de mio nome. Mi riconosco in me da giovane, persino coi capelli lunghi, ma non in quel nome, che non ho mai scelto.

G: ma per fortuna si puo’ essere se stessi, in ambienti protetti GLBT….
N: in realtà l’unico ambiente veramente protetto che ho conosciuto è stata la mia associazione, dove davvero nessuno ti chiede “cosa” sei quando ci metti piede.
Quando ero giovane e non avevo chiaro “cosa” e soprattutto “chi” fossi, gli attivisti vecchio stampo erano più impegnati a capire se fossi “chiavabile” e quindi a indagare su cosa avessi tra le cosce e cosa dovesse avere tra le cosce il mio partner. E se io non rispondevo in modo chiaro, arrivava esclusione, emarginazione, e a volte anche diffamazione.
Oltre al fatto che alcune persone sembrano avermi cristallizzato al momento in cui mi hanno conosciuto, senza possibilità di evoluzione, anche perché non tutti sono in grado di vedere i cambiamenti che non siano causati da un cambiamento fisico.
Di contro, ho trovato moltissima apertura in ambienti di “Eterolandia”, anche in ambienti inaspettati, e su cui le persone TBGL hanno pregiudizi, come il mondo della spiritualità e della politica non di sinistra.
La motivazione è semplice: a una persona etero, soprattutto se di estrazione sociale medio-alta, ma non solo, se spieghi che deve rivolgersi a te al maschile (a volte neanche è necessario “scomodare” il concetto di trans, che lo/la indirezzerebbe verso un immaginario qualunquista che fa risonanza col mondo dei/delle sex workers, vista la disinformazione di massima), semplicemente decide di darti il maschile o meno, di accettarti come uomo o meno.
Nel mondo TBGL entrano in gioco ferite aperte e definizioni di te per definire meglio se stessi e per consolidare le proprie certezze. A un etero cisgender (non transgender)  invece cambia poco se sei o no in ormoni, se ti piacciono gli uomini o le donne (visto che magari ti esclude come partner senza troppe paranoie a riguardo).

G: addirittura i “credenti” ti accettano?
N: non “addirittura”: praticamente quasi esclusivamente!
Per un materialista noi siamo i nostri corpi. Non esistendo l’anima, quindi noi siamo corpo e ruoli. E se siamo corpo, per quanto possiamo reinventare i ruoli sociali, ci riduciamo ai corpi: pene e vagina. Quindi una persona con la vagina potrà avere un temperamento maschile, ma rimane “una vagina“. Poi se fa cambio biologici allora ne possiamo parlare, ma a loro sfugge proprio il concetto di “anima/psiche” come metafora dell’identità di genere.
Per questo, ripensandoci, ho avuto storie con buddhisti, sciamanici in stile Castaneda, esoteristi, cristiani, ma davvero raramente con materialisti.
Io stesso negli ultimi anni mi sono aperto alla spiritualità (non quella new age) e mi ha dato tantissimo. Mi ha ricordato che il “percorso” è qualcosa di interiore, e non esteriore. E che si può avere anche un approccio olistico-ecologico rispetto al proprio corpo.

G: vai più d’accordo con gli uomini o con le donne?
N: Uomini. Le donne fanno tanta difficoltà a rivolgersi a me al maschile.
Gli uomini invece hanno una familiarità che rischia di sorprendere anche me.
Forse ognuno vede in me parti di se stesso/a…
Ad ogni modo spesso nelle donne vi è un rifiuto dell’ftm, come per gli uomini delle mtf. Forse il “genere d’arrivo” è pronto ad accoglierti (con “cameratismo/fratellanza/sorellanza“) maggiormente del “sesso che abbandoni“? I problemi che ho avuto con donne femministe e lesbiche sono stati causati dal loro confondere ruoli e identità di genere, e quindi travisare la mia identificazione col maschile, riportandola a un discorso di ruoli. Ovviamente sono scaturiti ragionamenti grossolani come “guarda che anche una donna può scalare l’Everest, essendo donna“, oppure “tu rifiuti la tua femminilità per il maschilismo interiorizzato“.
Che poi, onestamente, ho sempre detestato lo sport, quindi non è che mi sia mai importato molto di scalare l’Everest…

G: ruoli di genere, identità di genere? Quali differenze?
Bella domanda. Potevi farmela all’inizio invece di ravanare sul privato?
Cosa sono forse lo sappiamo tutti. Sembra evidente il fatto che se la donna fa la calzetta, quello fa parte del ruolo di genere, e non dell’identità di genere.
La vera domanda è: sono interdipendenti? Cambiano nel tempo? Cambiano a seconda dei luoghi?

G: Il tuo rapporto con le persone LGBT?
N: Domanda complessa. Con le lesbiche direi impossibile, inesistente. Spesso con le persone ftm usano dei meccanismi del tipo “sei una lesbica che , non accettando il suo lesbismo, vuole normalizzarsi definendosi uomo etero”. Ma con me non ce la fanno, in quanto io tecnicamente sarei un uomo gay.
Coi trans medicalizzati ho un rapporto controverso. Nel periodo della mia scoperta non c’erano associazioni trans, quindi non riesco a sentire la “fratellanza” che vedo spesso in altre persone trans, magari per aver affrontato il percorso medico-legale insieme. In quegli anni io mi confidavo su problemi e frustrazioni sociali con persone che non erano trans. Ho singoli amici trans, al massimo…spesso che hanno ultimato già il percorso e si relazionano a me in modo sereno.
Con i gay, escluse le vecchie checche del movimento, binarie e vecchio stampo, mi trovo molto bene, ma mi trovo estremamente meglio con persone (ambosessi) bisessuali, la cui discriminazione interna, ricevuta da gay e lesbiche, sul non essere “nè carne né pesce”, o “dover scegliere”, è molto simile a quella che subiamo noi transgender.
Inoltre, i ragazzi gay e bisessuali sono anche i miei partners….

G: ho capito bene? Sei “diventato uomo” per poi scoprire che ti piacevano gli uomini? A pensarci prima…
N: assolutamente no. Io sono sempre stato attratto a uomini, anche prima di prendere coscienza della mia identità di genere. Ho avuto anche un’esperienza di fidanzamento con uno splendido ragazzo androgino coi capelli lunghi e vergine prima di me, che mi ha conosciuto “ragazza”, anche se di fatto tra noi c’era un cameratismo invidiabile. Il sesso, per ovvi motivi, era un disastro, e l’ho lasciato quando ho capito che cio’ che ero non poteva essere represso, ovvero appena dopo la mia Laurea Specialistica. Dopo di lui ho avuto vari ragazzi gay e bisessuali, alcuni di questi attivisti.
Il mio essere di identità di genere maschile non è minimamente connesso al fatto che mi “debbano” piacere le donne o che io voglia piacere loro (e quindi avere più possibilità come uomo, essendo di più le eterosessuali delle lesbiche…)
Una precisazione vorrei farla anche su come è stata posta la domanda: una persona transgender che assume l’identità sociale coerente col genere d’elezione non “diventa” uomo. Uomo lo era già da prima. Uomo è l’identità di genere, maschio è il sesso biologico. La persona transgender non cambia genere, e neanche la persona transessuale (o transgender medicalizzata, come sarebbe giusto dire). Al massimo, ma neanche questo è così corretto, la persona transessuale cambia sesso.

G: fammi capire, un gay “verrebbe” con te?
N: non so se “verrebbe”, ma posso dire che “sono venuti” e , credimi, si sono proposti quasi tutti loro (il termine “verrebbe” o “andare a” è terribile e mi ricorda il sex working). Ma adesso sto cadendo nell’errore di molti “ftm” che vogliono sempre “dimostrare” di non essere meno degli altri. Quindi credetemi sulla parola.
E poi decidetevi. Da un lato dite che i gay non verrebbero mai con me, dall’altro che i bisessuali non esistano…ma se non esistessero sarei ancora vergine, mi sa!
Mi tocca precisare, per correttezza, che molti uomini omosessuali, la cui omosessualità si concentra sul desiderio del corpo maschile, e del fallo, probabilmente non verrebbero mai a letto con me. Ma queste persone non solo “più omosessuali” dei miei partner, lo sono solo in modo diverso.
E che non si pensi che un ftm possa fare solo la parte passiva! Tutt’altro. Ma non mi sembra la sede in cui parlarne…

G: quindi essendo tu comunque di sesso femminile (genetico e biologico), ed attratto da maschi…potresti pensare di diventare genitore!
N: due precisazioni: non dare per scontato che io faccia “sesso etero“, e che comunque sia disposto a portare a termine una gravidanza. Sicuramente è possibile, per me e il mio partner potenziale, avere figli genetici, ma con l’ausilio della GPA (gestazione per altri), come fanno le donne che non possono usare l’utero (nel mio caso, ftm che non vuole usare l’utero)

G: invece vedo che non parli della tua fase lesbica…
N: non ho avuto fasi lesbiche. Al mio liceo ci hanno instradato verso il pensare che siamo tutti naturalmente bisessuali. Durante l’adolescenza pensavo di esserlo e pensavo che tutti lo fossimo. Poi nei fatti la mia attrazione eroticoaffettiva si è diretta verso i ragazzi, anche se ho avuto qualche rapporto speciale, platonico, con persone ftm e mtf.
Non so perchè si pensi sempre che un ftm passi dalla “fase lesbica”. Ma ancora non si è capita la differenza tra orientamento sessuale e identità di genere?

G: cosa ci dici invece del tuo passing (tendenza a passare all’occhio degli estranei per il genere d’elezione e non per il sesso genetico)?
N: scarso, quasi inesistente. Chi mi dà il maschile lo fa perché mi vede dentro, o perché mi vuole bene, o perché con le fantasmagoriche doti da P.N.L.laro, sono riuscito a convincerlo.
Una o due volte al mese “passo”. Ovviamente lo condivido subito con tutti i miei amici.

G: Cosa pensi delle etichette?
N: di solito le taglio via dai boxer, anche perché non sono di Dolce e Gabbana.
Scherzi a parte, il blog è nato come un queerzionario. Usare e dare spiegazioni su termini, spesso stranieri, di cui nessun blog parla, è servito come lavoro su me stesso, inizialmente, e per aiutare giornalisti, visitatori e sessuologi a barcamenarsi sul lessico di settore, spesso scadente e interconnesso a mondi squallidi (la pornografia, alcune varianti sessuali…).
Spesso mi diverto a visionare le statistiche del blog e vedere che un sacco di persone arrivano al mio blog con frasi scritte su google che rappresentano il loro disperato tentativo di darsi un nome e di trovare persone simili a se stesse.
“mi sento donna dentro, sono crossdresser?” “mi piacciono donne mascoline, sono bisessuale?” “amo farmi possedere da mia moglie, sono gay?”
Poi arrivano al blog e vengono rassicurati, dai contenuti o dal sapere che esistono persone “overcross” come me. E mi contattano.
Se non avessi usato delle definizioni non ci sarebbero stati strumenti materiali affinchè queste persone potessero raggiungermi e magari stare meglio o non sentirsi soli.

G: Qual’è il target del blog?
N: sessuologi, giornalisti, donne etero non avvezze al ruolo di genere femminile, ftm gay,
bisessuali uomini e donne, uomini etero fuori dagli stereotipi
Sono molte le persone che mi contattano in quanto non riescono ad inquadrarsi come etero, gay, lesbiche e transessuali.
Davvero molte le persone con orientamenti sessuali “intermedi”, e condizioni T poco comprese dalla comunità transessuale:
persone non in terapia ormonali, ftm gay e mtf lesbiche, persone di identità di genere intermedia.
Quindi io non vado a “turbare” persone che hanno ben chiaro il percorso tradizionale e desiderano farlo, ma sono diventato un punto di riferimento per tutte quelle persone che non hanno ancora “diritto di cittadinanza” nella comunità TBGL. E per fortuna! almeno mi sento meno solo…

G: Oggi servono ancora le etichette?
N: Gli attivisti dovrebbero usare le terminologie per le proposte di legge, e invece le usano per martirizzare i giovani che arrivano nelle associazioni in una fase in cui sono ancora in evoluzione, come se poi si smettesse mai di essere in evoluzione…
Ma è anche vero che spesso le campagne “basta etichette” sono proposte solo verso tutte le identità in qualche modo ancora incomprese o diffamate.
E vedrai sempre chi fieramente si definisce “medico”, “ingegnere” o “milanese”, e il napoletano che dice “manno’ siamo tutti cittadini del mondo!”. Coincidenza?

G: attivista da sei anni, dico bene? E ancora non programmi un ritiro?
N: anche i Led Zeppelin lo programmano da anni, eppure…
Scherzi a parte, la mia causa, ovvero i diritto all’identità di genere senza alcuna richiesta obbligatoria di modifica biologica, è ancora indietro e sembro l’unico visibile in italia che la porta avanti: come posso ritirarmi?

G: parli della tua causa, ma le altre? Te ne freghi?
N: se me ne fregassi non sarei presidente del Milk. Il Milk propone cause a trecentosessanta gradi riguardanti il mondo Tbgl, il problema del binarismo, e la laicità.
Inoltre alcune cause sono comuni, come la richiesta di una buona legge contro l’omotransfobia, senza contare che il fatto che i grandi nemici comuni sono l’eteronormatività e il binarismo di genere.
Si insiste tanto sul fatto che giuridicamente ormai i sessi sono equiparati…ma a un uomo (o a una donna) non si dà il diritto di sposare indifferentemente persone di sesso maschile o femminile, quindi vuol dire che giuridicamente ancora pene e vagina contano, e non poco.
Rendere “neutro” il matrimonio, questa la vera battaglia.
Lo stesso per le adozioni. Perché non renderle disponibili anche alle coppie omosessuali, oppure ai single?
Andrebbero rivisti completamente i requisiti per adottare, garantendo stabilità economica e psicologica, cosa su cui spesso si soprassiede nel caso di adozioni etero, con i risultati tristemente noti.
Lo stesso per quanto riguarda la genitorialità Tbgl, tramite le nuove tecnologie.
E, tornando sulla legge contro l’omo/bi/transfobia, andrebbero messe in luce le problematiche specifiche delle diversità “visibili”, ovvero alcuni transgenderismi e alcune visibilità estetiche anche in persone non trans, che escludono dal mondo del lavoro. Queste persone, attualmente, non sono affatto tutelate.

G: binarismo…parola che hai usato spesso nel corso dell’intervista. Cosa è questo “binarismo”? e perché non usare invece parole più navigate come sessismo?
N: Per sessismo si indica una visione in cui l’uomo è carnefice, patriarca, e la donna vittima.
Del binarismo invece siamo vittime tutti, e il vero carnefice è un reticolo sociale che ce lo impone da secoli proponendocelo “gius-naturalisticamente“.
Il binarismo è quella tendenza di giustificare i ruoli di genere, e la predisposizione delle persone alle mansioni e alle attitudine a seconda dell’organo genitale in dotazione, e quindi opposizione malcelata a ogni sconvolgimento di questa condizione “naturale”, che in realtà è “culturale”.
Ciò che viene quindi spacciato per “contronatura“, è semplicemente…”controcultura“.

G: chi sono gli amici di Nathan?
Un’atea psicoterapeuta di 50 anni, appassionata di programmi di crimine, una translesbica alla Ally Mc Beal, un buddhista che sta ancora cercando un partito in cui militare, alcuni atei ed agnostici, un prete open, un bestemmiatore che è l’unico bisessuale dichiarato in Italia, un vecchietto patito di esoterismo, e poco altro.
Come vedete per alcuni di loro non ho neanche precisato orientamento sessuale o identità di genere, perché nell’essere loro amico questo è realmente irrilevante, se si esclude il dettaglio che alcuni di questi li ho conosciuti tramite portali Tbgl o attivismo, ma poi l’amicizia si è sviluppata e consolidata grazie ad altri interessi e passioni comuni.

G: vedo l’ostentazione del non frequentare “ambienti trans” e prenderne le distanze…sarà mica transfobia interiorizzata?
N: non saprei, non ho neanche mai capito cosa è esattamente la transfobia interiorizzata. Per essere mio amico devo stimarti. E dobbiamo avere due o tre interessi comuni.
Quindi che sia trans, ma anche che sia Tbgl, diventa irrilevante.
Ho diversi amici gay ad esempio, che NON ho conosciuto nell’attivismo o i nei portali gay…ma tramite interessi comuni. Io ho una visibilità “esposta”, quindi per loro è stato facile intercettarmi e dichiararsi a me!
Ricordo un mio professore al liceo. Lui si arrabbiava tantissimo quando vedeva in televisione i siciliani del Grande Fratello ricalcare gli stereotipi della cafonagine che appioppano ai siciliani. Avremmo considerato lui un siciliano-fobo interiorizzato? Forse amava così tanto il suo popolo da sentirsi offeso da questi esempi “non rappresentativi“. Lo stesso l’ho osservato in alcune donne femministe, che si vergognavano delle oche giulive, o in alcuni gay che si vergognavano di chi li rappresenta in televisione.
Allo stesso modo provo un senso di rabbia davanti allo stereotipo dell’ftm iper tatuato,  disoccupato e picaresco, o della trans che parla solo di tacco, trucco e parrucco…ma poi mi chiedo…una persona trans non ha il diritto di essere anche così, se vuole?
Dobbiamo per forza “dimostrare” di essere appartenenti al Rotary Club per sfatare i pregiudizi dell’uomo medio?
Ho passato la mia intera vita a “dimostrare” di valere, ma forse non solo per sopperire a quello che vivevo come handicap sociale, ovvero l’essere gender not conforming. O forse perché sono un vanaglorioso narcisista!

G: visibilità evidente…continui a ripeterlo come un mantra…ma non genera problemi coi tuoi partner?
N: affatto! Se uno è attratto da me, e mi vede, sa esattamente cosa aspettarsi.
Se invece fossi “ormonato”, a un certo punto dovrei confessare il mio “segreto nelle mutande”.
Diciamo che nel mio caso scappano prima, e senza imbarazzi per me.
Se coi potenziali partner voglio giocare a carte scoperta da subito, con gli amici…quasi tutti li ho conosciuti per via epistolare e tramite tematiche culturali. Quando mi hanno conosciuto di persona ormai avevano interiorizzato che ero “masculu”, e quindi continuato a darmi il maschile. Internet è una terra in cui le anime volano libere e senza la “zavorra” di un aspetto dissonante…

G: i momenti più degni di memoria della tua attività di attivista?
N: Palazzo Chigi con l’UNAR. Aver firmato Nathan Bonnì nei loro registri.
Quando il Milk mi ha votato presidente e mi ha confermato presidente tre anni dopo.
Quando gli amici della “Scala di Giacobbe” di Pinerolo mi hanno invitato a parlare del blog.
Quando Stuart Milk mi ha detto che mi stimava.
La fiaccolata con 3000 persone che io e Leonardo Meda programmammo, allo sbaraglio, quando eravamo appena appena attivisti, in un autunno milanese.
E ogni volta che qualcuno, che non sia io stesso, mi intervista…
Ma la cosa che un po’ mi dispiace è che avrei voluto parlarvi di altri momenti significativi per me, di questi ultimi anni, che con l’identità Tbgl non hanno nulla a che fare, ma che mi hanno cambiato profondamente.
Ad esempio di quando ho ricominciato a credere negli altri, ad osservare il miracolo del corpo che si auto-rigenera se si ferisce, o a commuovermi per la forza della natura.
Ma ne riparleremo…