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Per una volta devo dire che sono totalmente d’accordo con Giovanni dall’Orto.
Avevo un articolo sul tema in bozza da un po’, ma questo articolo sintetizza bene la mia opinione (so che arriverà la pioggia di insulti delle femministe, ma amen!)citazione di: https://www.facebook.com/notes/virginio-mazzelli/sulla-maternit%C3%A0-surrogata-per-le-coppie-omosessuali/894331067348473
Sulla maternità surrogata per le coppie omosessuali
Ieri a Padova https://www.facebook.com/dallortogi… , nonostante il tema del dibattito fosse la critica della teoria queer, come è tipico di un Paese in cui dibattere è ormai impossibile, fra il pubblico c’è stata chi ha approfittato del fatto che finalmente si stava dibattendo per chiedermi cosa ne pensassi… della maternità surrogata. Pratica su cui Daniela Danna ha appena pubblicato un libro molto critico http://www.danieladanna.it/ e sul quale sinceramente penso che il dibattito sarebbe urgente e necessario (e non c’è!). Siamo di fronte a uno di quei problemi di bioetica in cui la questione non è affatto in bianco e nero, come al solito affermano gli oppositori della pratica, ma anche qualche sostenitore meno avveduto degli altri. La posizione di Daniela Danna, ossia che a suo parere la pratica è ammissibile solo a titolo puramente gratuito e volontario, come dono, tendenzialmente è la mia, in quanto sono contrario, per principio, a qualsiasi commerciabilità di qualsiasi parte del corpo umano: denti, gameti, reni o polmoni: poco importa. (Questo fa parte di un ragionamento più ampio che include anche la contrarietà al concetto di brevettabilità del genoma vivente a qualsiasi titolo, che però vi risparmio). Ciò premesso, trovo impossibile il ricorso ad entrambe le posizioni che oggi si contendono l’arena. La gratuità assoluta, infatti, è impossibile, o se praticata innesca una serie di problemi etici non meno gravi di quello che intende risolvere. Una gravidanza infatti costa, quindi è solo logico garantire il rimborso delle spese sostenute “per conto terzi” (in caso contrario si creerebbe una discriminazione fra donne ricche e donne povere, e nient’altro). Inoltre dei rimborsi fa parte anche la perdita della capacità lavorativa, per la quale non a caso è previsto il congedo di maternità. Nemmeno questo può essere logicamente negato, trattandosi di un preciso diritto della donna. Supponiamo allora di attenerci all’osso di queste spese e di scoprire che il puro e semplice rimborso spese per figlio per conto terzi costerà in questo modo 20.000 dollari invece che 100.000 dollari. Il problema è che per una donna del Bangla Desh che vive lavorando, e guadagnando meno di un dollaro al giorno, 20.000 dollari di “rimborso” sono una fortuna tale da “incentivare” il “dono” della gravidanza per conto terzi…. solo, a retribuzioni molto più basse di quelle attuali. Un risultato, questo, che a livello mondiale finirebbe per incentivare anziché scoraggiare la prassi: diminuendo i prezzi si amplierebbe il mercato, come sempre avviene. A meno di voler pagare 20.000 dollari la donna “ariana” e 500 quella del Bangla Desh, dato che il suo corpo “vale” meno di quello di una donna bianca ed ariana e magari pure ammerrecana: soluzione che oltre ad essere iniqua non risolverebbe neppure lei il problema, dato che ci si ridurrebbe, alla fine, solo ad innescare un feroce dumping sulla quantità di denaro che finisce alle donne, e quindi daccapo a un aumento, non a una diminuzione, dello sfruttamento dei loro corpi. Visto che comunque una donna gravida deve mangiare bene (per il feto, ovviamente, mica per sé!), per chi vive con un dollaro al giorno sarebbe comunque conveniente restare incinta per conto terzi per potere almeno mangiare bene per nove mesi all’anno, senza contare che potrebbe comunque lavorare lo stesso per gran parte del periodo della gravidanza (le donne contadine hanno sempre lavorato fino al giorno del parto, che lo volessero o no. Il dare per scontata la maternità a casa in congedo lavorativo svela l’ottica borghese e benestante da cui è stato condotto fino ad ora il dibattito, quindi il bias di classe contenuto e mai manifestato nel dibattito: quello di una donna o di un uomo borghese e del primo mondo che sfrutta il corpo di una donna sottoproletaria/contadina e del terzo mondo). Il risultato finale, paradossale, sarebbe solo che la gravidanza per conto terzi non costerebbe meno all’utente finale (il prezzo lo fa la domanda, non l’offerta) però alle donne, che perderebbero potere contrattuale, finirebbe una quota nettamente minore della somma, tutto il resto rimarrebbe agli intermediari. Inoltre esploderebbero i contenziosi: che succede se la donna del Bangla Desh anziché mangiare bene usasse il denaro del cibo per pagare le medicine alla madre anziana, e il bimbo nascesse denutrito? Che doveri etici avrebbe il recettore del “dono” nel caso il bimbo nascesse affetto da handicap? O se cambiasse idea, e non pagasse, lasciandolo sul gobbone di una madre già disperata? Dopo tutto, ciascuno di noi è tenuto a onorare un contratto, mentre ognuno di noi è libero di rifiutare un dono. E non sto parlando delle 9999 persone che, entrate in un accordo di dono, lo rispetterebbero meticolosamente (per questi casi, non serve discutere di leggi). Parlo di quell’una persona su diecimila che non lo rispetterebbe, e per la quale le leggi sono pensate ed approvate. Ebbene: cosa deve prevedere una legge in caso di mancato rispetto degli accordi di dono? Deve esserci un contratto? Ma un contratto che preveda un rimborso, non potrebbe essere una banale compravendita mascherata da dono? Ci risiamo, daccapo: cambia il nome, non la sostanza. Questa si chiama ipocrisia, e non giustizia. Per evitare che tutto ciò possa accadere esiste, dal punto di vista logico, una sola soluzione: proibire la gravidanza per conto terzi SEMPRE, ANCHE su base di dono volontario. Cioè la posizione delle destre, che però non è quella di Daniela Danna. Ebbene: neppure la posizione delle destre sarebbe risolutiva. Escludendo la soluzione più semplice (affermare che il bambino è nato col metodo tradizionale durante un po’ di turismo sessuale, e qui si premierebbe l’ipocrisia, non la giustizia) niente impedisce che una organizzazione (che a questo punto sarebbe ovviamente criminale anziché medica) manifatturi un “surplus” di bambini abbandonati nel Terzo Mondo (magari in qualcuno dei troppi campi profughi di cui è costellato il mondo) offerti poi in adozione – [per le signore, figlio abbandonato di madre Tale de’ Tali e di padre ignoto, per i signori invece figlio di padre ben noto (e pagante) che riconosce come suo il minore e di “madre che non vuol essere nominata”] attraverso i canali internazionali attraverso i quali è sempre passata la “tratta dei bambini”. Il risultato sarebbe creare una occasione di mercato per la mafia, e non maggiore giustizia e soprattutto non maggiore “moralità” cattolica. Per fugare tutti questi dubbi esiste un unico modo per impedire lo sfruttamento economico del corpo delle donne: fare in modo che sulla Terra non esistano donne che vivono con meno di un dollaro al giorno. Un problema che però oggi come oggi non sta più a cuore assolutamente a nessuno. A iniziare proprio dai libertariani e dai propugnatori della “libertà delle donne di disporre del loro corpo” “anche” nel farsi pagare per una maternità surrogata. Forse però, chissà, molte di queste donne non sono affatto “libere” di vendere il loro corpo, forse, chissà, forse sono solo “costrette a farlo”, dalla fame. Sì, lo so che alcune no, eccetera, ma dire “alcune no” implica che “alcune sì”. Perché questo aspetto viene fuori se si parla di sesso, altrimenti è irrilevante? La maternità surrogata è insomma solo un sintomo, non la causa delle ingiustizie del mondo. Magari, preoccuparsi un poco più delle ingiustizie economiche non sarebbe una cattiva idea. E questo vale in primis per i cattolici sempre pronti a stracciarsi le vesti per la maternità surrogate, ma non per le madri, e i figli, letteralmente alla fame. Also spracht Giovanni Dall’Orto.