Non solo atei: posizioni filosofiche interessanti esterne alla tradizione abramitica

Nella mia esperienza di attivista per la laicità delle istituzioni ho spesso trovato, come ostacolo, il manicheismo del mio interlocutore. Spesso vi è grande difficoltà, dovuta all’incapacità o alla svogliatezza di indagare i concetti, di distinguere ateo da laico, cattolico da cristiano, cristiano da credente, ateo da materialista etc etc.
Non sono solo i credenti a trovare irrilevanti e inutili tutte queste differenze. Spesso sono anche gli attivisti laici a definirle “inutili etichette”, quando invece il non riflettere sull’autocoscienza della propria posizione da parte di questi attivisti è grave quando l’immobilismo di chi rimane filosoficamente bloccato alle proprie speculazioni senza agire.
Oggi voglio concentrarmi su tutte le posizioni filosofiche che si frappongono tra il credente dogmatico e l’ateo dogmatico.

Molti detrattori delle battaglie laiche, quando parlano di atei, visualizzano uno stereotipo in cui il soggetto in questione è ateista, dogmatico, materialista, sicuro al 100% dell’inesistenza del trascendente, proselitista della sua posizione filosofica, irrispettoso della spiritualità altrui (anche quando non ha ricadute politico/sociali), e magari anche un po’ bestemmiatore a fine di provocazione. E’ facile tacciare di “religiosità” e di dogmatismo un ateo di questo genere, ed è anche la difficoltà, da parte di coloro che non rientrano nel binarismo ateo/credente, di indagare la propria posizione filosofica per poi rivendicarla e crearne uno strumento di attivismo per la laicità.

Oltre a questo tipo di ateo, che magari esiste pure, sebbene in bassa percentuale, esistono persone la cui definizione più che àteo sarebbe a-tèo, nel senso di persone “senza dio“, ovvero che conducono vite in cui dio (o la spiritualità, o l’adesione a una confessione religiosa), non è per loro nè utile nè necessaria.
Queste persone, talvolta, sono anche attiviste per la laicità, in quanto si battono per le pari opportunità di chi trova vicina alla sua sensibilità una vita “senza dio”.
Molti non sono interessati a dimostrare la non esistenza di dio, o del trascendente, ma semplicemente manifestano il loro diritto di considerare ciò irrilevante, di non essere minimamente interessati ad indagare la cosa, ma chiedono uguaglianza politico-sociale rispetto a chi invece ricerca un percorso spirituale.
Più che una posizione atea in questo caso si parlerebbe di posizione Apateista, dove il termine “apatia” va considerato in modo neutrale, non tanto per il suo significato “psico-medico” nella lingua italiana, ma per il suo significato neutro nella lingua greca.
La posizione Apateista potrebbe considerarsi quasi nella sfera degli agnosticismi, nei quali l’autodefinizione di “persona che non conosce” (in campo spirituale) può avere diverse accezioni: da coloro che appunto considerano irrilevante il conoscere in ambito metafisico, coloro che sono più propensi a ipotizzare la non esistenza di un dio, coloro che invece sono più propensi a ipotizzarla, coloro che “alzano le mani” non sapendo. La cosa che unisce queste posizioni è il non-dogmatismo: tutti loro ammettono che qualsiasi posizione è solo un’ipotesi e che l’unica riflessione sensata è un socratico “so di non sapere”.
Ultimamente è stato creato anche il neologismo Ateotelico, ancora non presente su wikipedia.
Una posizione recentemente a me presentata, che considero interessante, è l’ignosticismo (chiamato anche non-cognitivismo teologico oppure agnosticismo indifferente)
(da wikipedia) “Mentre la posizione di un agnostico è “non so se Dio esista o meno”, per l’ignostico questa affermazione diventa “non so a cosa tu ti riferisca quando parli di Dio”. Il termine ignosticismo indica infatti l’ignoranza riguardante l’affermazione dell’esistenza di Dio.”
Sia la voce “Apateismo”, sia la voce “Ignosticismo”, presentano questo aneddoto che riguarda Diderot e Voltaire
Il filosofo francese Denis Diderot, quando accusato di essere ateo, replicò che semplicemente non era interessato all’esistenza o inesistenza di Dio. In risposta a Voltaire scrisse che “è molto importante non confondere la cicuta col prezzemolo, ma credere o non credere in Dio non è affatto importante”.

Altro mondo interessante è quello di coloro che credono in un’entità superiore, ma non credono nella “rivelazione” e nella provvidenza divina, non hanno un’idea precisa e dogmatica della possibilità della vita oltre la morte, e quindi non hanno interesse nelle confessioni abramitiche. Questa posizione viene chiamata anche Deismo.
Alla posizione deista si può affiancare quella di molte persone che credono in “Dio” (immaginato come il dio dei deisti, ma non per forza), ma non sono interessati alle confessioni religiose. Si tratta di persone aconfessionali, che rientrano comunque, in un’ottica di laicità delle istituzioni, nel calderone dei discriminati nella visione binaria “cattolici vs tutto il resto”, come del resto vi rientrano tutti i liberi pensatori, coloro che hanno delle spiritualità non ravvisabili a una via strutturata gerarchicamente o bucrocaticamente riconosciuta. In poche parole, per fare un esempio, così come un ateo non sa a chi dare l’otto per mille, e ha di fronte a se una scelta limitata, lo stesso vale per un agnostico, un deista, un aconfessionale, o un soggetto che ha una spiritualità personale.Meritano di essere menzionati anche tutti coloro che non sono materialisti, tuttavia praticano una spiritualità non teista, ad esempio gli olisti , alcuni praticanti d’oriente (ad esempio i buddhisti mahayana), i panteisti (coloro che credono nella divinità immanente nella natura e nell’Universo).
Infine vanno citati, come soggetti esterni al binarismo ateo/abramitico i politeisti , e i praticanti di magia che non hanno come riferimento il dio abramitico.
Un altro esempio riguarda i movimento di coloro che si reputano cristiani nel senso che reputano Joshua di Nazaret un semplice maestro e non il figlio di un dio.Se è stato necessario un post così lungo e complesso per esaminare tutte le posizioni filosofiche aldilà delle grandi tradizioni religiose, figuriamoci se dovessimo spiegare le differenze tra Bereani e Unitariani, tra cristiani gnostici e seguaci della teologia queer, spiegare la realtà cristiana, che va dalle battaglie laiche dei Valdesi all’odio per atei e per persone glbt da parte delle sette pentecostali nordamericane e sudamericane, quindi non mi rimane che rimandare ad un altro articolo le precisazioni sul mondo giudaico cristiano e la sua varietà di posizioni filosofiche e teologiche.

Sbattezzo o semplice disaffiliazione da “santa” romana chiesa?

Gentili Lettori,

cosa c’entra questo post col blog?
Lo scoprirete in itinere.

Ormai da decenni si sente parlare di “Sbattezzo”, nome dato (con una geniale operazione di marketing che confonde sacramenti ed effetti burocratici, nonchè confonde cattolicesimo con cristianesimo) da Famiglia Cristiana alla pratica di “disaffiliazione burocratica dalla Chiesa Cattolica Apostolica Romana”.

Per un ateo, un agnostico, un aconfessionale, un deista, un credente non cristiano, o una persona che non dà importanza alla ritualità, poco cambia tra “disaffiliazione burocratica” e “cancellazione di un sacramento”.
Per questo da anni l’attivismo ateo ha ripreso il termine sbattezzo, rapido e chiaro, per fare informazione sulla cancellazione degli effetti burocratici dell’adesione alla Chiesa Cattolica, avvenuta per molti di noi da neonati, sicuramente senza il nostro consenso (al pedobattesimo si lega l’iscrizione alla Chiesa come aderente, che, se non revocata, è a vita).
Quindi oltre a un sacramento “imposto” da minore e non da consenziente (quindi potete immaginarne il valore di consapevolezza pari a zero), vi è l’iscrizione imposta a un’associazione della quale, da adolescenti o da adulti, si potrebbe rifiutare l’appartenenza.

In alcuni casi però sono persone cristiane a voler uscire dalla Chiesa Cattolica Romana, o perchè appartenenti a percorsi cristiani “non romani” (Ortodossi, Valdesi, Luterani…), o perchè intimamente cristiani ma in modo libero e personale, o perchè dottrinalmente cattolici ma ostili alla Chiesa, per come è diventata oggi, per le sue discriminazioni (sessuofobia, omotransfonbia, ostilità al progresso scientifico), o perchè si è semplicemente dei cattolici anticlericali.

In questo caso si crea un paradosso: la persona non vorrebbe cancellare il sacramento del battesimo (che, a rigor di logica, è comune a tutto il mondo cristiano), ma vorrebbe semplicemente essere depennato da un’associazione di cui sente di non voler far parte e/o a cui è stato “iscritto” da minore e senza il suo consenso.

A questo punto una procedura che già ha il nome di “sbattezzo”, ma che soprattutto viene considerato come qualcosa che cancella o revoca il sacramento potrebbe essere, per questa tipologia di persona, fastidiosa a livello concettuale.
Per questo spesso i cristiani che vogliono uscire dalla Chiesa Romana, decidono di desistere.

Per coloro che vogliono aderire ad un’altra chiesa, si crea un paradosso spirituale: da un lato essi, se escono dalla Chiesa Cattolica, sono considerati “sbattezzati”, ma , essendo che il battesimo spiritualmente è a vita e non si cancella, la Chiesa in cui entra a volte riconosce loro il “battesimo cancellato”, oppure li ri-battezza.
Ad ogni modo sarebbe tutto più semplice se esistesse una semplice procedura di disaffiliazione, che non cancellasse un sacramento che, come già detto, è comune a tutte le chiese cristiane, in cui la persona in questione potrebbe voler approdare.
Ovviamente per un ateo, agnostico, o un credente non cristiano, il discorso dell’impossibilità di cancellare un sacramento suona come irrilevante, visto che non solo non crede nei sacramenti, ma non ha alcun interesse a cancellare il sacramento o meno, visto che il suo interesse è semplicemente di uscire dalla chiesa cattolica, senza particolari attaccamenti a quanto concerne la parte spirituale propria della ritualità cristiana.

Si pensi a una persona GLBT, a un ricercatore, o a un convivente etero: perchè dovrebbe rimanere (magari anche se cattolico in pectore), in una chiesa che continua a sentenziare contro di lui?

L’altra enorme contraddizione è che la richiesta di disaffiliazione non viene realmente attesa.
In realtà nei registri si rimane, con una  bella scritta “apostata” accanto, e la cancellazione dei sacramenti, questo perchè la chiesa, che “universale” e unica si sente fin dal nome (“cattolica”, etimologicamente, significa proprio universale), nonostante le varie riunioni con altre chiese, e incontri pseudoecumenici, alla fine se richiedi di uscire ti cancella un sacramento, che di fatto sarebbe comune agli altri cristianesimi (ma dimostra con tracotanza di considerarlo come proprio appannaggio).

La cosa davvero triste di tutto ciò è che di queste contraddizioni nessuno si occupa.
Un ateo non cura questi sofismi. Lui vuole cancellare gli effetti materiali, mentre non crede a quelli spirituali (quindi non si preoccupa di queste contraddizioni e differenze.
Un cristiano anticlericale alla fine desiste e non manda avanti lo sbattezzo (rimanendo dentro i registri e ingrossando la chiesa e le sue statistiche, a cui sono legate anche questioni economiche di non trascurabile rilevanza).
Ed effettivamente anche io, presentando questa questione in ambienti di credenti laici (nel senso di laicisti, anche se odio questo termine pseudodispregiativo), ho trovato il silenzio, l’imbarazzo, e poco contraddittorio.

Di conseguenza non mi rimane che scrivere io stesso alla chiesa, che mi custodisce con nome femminile, dichiarando in ogni dove che non ci sarà alcun riconoscimento per me, e chiedere la rimozione dalla loro associazione non tanto per motivi dottrinali, ma perché essendo un attivista in vista, non voglio assolutamente associare il mio nome ad una associazione sessista e omotransfobica, nonchè dogmatica ed oscurantista. Del resto altrimenti mi iscriverei anche alla Lega e a Forza Nuova.

Segnalo questo link di uaar che dà maggiori spiegazioni a quanto io scrivo
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/

spirituali e laici, radicali e liberali…possono portare istanze GLBT?

Da anni collaboro , tramite l’associazione Milk e anche personalmente, con atei, laici, radicali, liberali e persone appartenenti a spiritualità alternative (buddhisti, valdesi, cristiani esterni alla chiesa romana, olisti, vegani e indipendenti).
Ho sempre pensato che queste persone, se attiviste, possano avere significative intersezioni con le istanze GLBT, in quanto sia una visione laica (per la laicità delle istituzioni), sia una visione liberale (in stile Locke e Stuart Mill), possa essere estremamente pertinente con la tematica dei diritti civili, dell’egalitè, della libertà di essere, dell’uguaglianza e delle pari opportunità.
Eccellente è il lavoro condotto da Mill e ispirato/supportato dalla moglie Harriet Taylor dimostra che il pensiero liberale (e libertario) dei fondatori del Liberalismo sia estremamente pertinente alle battaglie di emancipazione delle minoranze (o maggioranze) oppresse.
Mill parla di tre fasi, per quanto riguarda l’emancipazione di una categoria (che sia, ad esempio, dare il voto alle donne o l’emancipazione dei neri d’america). Ve le presento rivisitandole profondamente.
– la fase dello scherno (in cui alcuni pionieri, liberi pensatori occidentali e WASP* parlano di una possibile emancipazione di un gruppo, e la cosa viene schernita)
– la fase della discussione (si comincia a parlare della cosa, ipotizzandola e non più schernendola)
– la fase finale, dell’emancipazione.
Credo che ciò possa essere applicato a nuove battaglie. Questa tripartizione in tre fasi viene anche citata da Valerio Pocar in “Animali non umani, parlando di antispecismo.

A volte però recepisco delle profonde resistenze da parte dei laici.
E’ come se volessero insistere su quelle che chiamano “le priorità”, e quindi più che ragionare sugli effetti della mancanza di laicità (ovvero la discriminazione di non credenti, di credenti in modo alternativo, di persone che non sono conformi alla morale cattolica, e quindi non vengono discriminate anche giuridicamente e socialmente a causa della mancanza di laicità delle istituzioni), filosofeggino in modo astratto.
Ci si perde in discussioni sulla multiculturalità, per estendere i diritti ad “altre religioni“, di immigrati del terzo mondo (soprattutto islam, nuovi protestantesimi del sud america…), e non del fatto che modificare leggi che creino commistioni tra stato e chiesa cattolica, tentando di estendere queste leggi anche alle altre religioni, ha un vizio di fondo, in quanto si tratta di leggi “costruite” su religioni impostate in modo piramidale e con legami “temporali”, e quindi sarebbe difficile estendere la legge per tutelare i praticanti di religioni impostate in modo diverso, ai liberi pensatori, agli spiritualisti indipendenti, agli atei e agli agnostici, e a chiese strutturate in modo frammentato e con piccoli poli autonomi.
Di conseguenza, se i laici sono impegnati nella speculazioni filosofiche o nell’emergenza “multiculturale”, è legittima l’insistenza delle associazioni GLBT più illuminate a collaborare con associazioni a tema laico ed anticlericale?

Per quanto riguarda i liberali, a volte li vedo più spinti a parlare di liberismo, di politica estera (israele), o, nel caso dei radicali di ultima generazione, piu’ che altro mi sembrano piu’ impegnati in temi “libertini” , che non liberali e libertari.
Di conseguenza, mi chiedo se questo link con le cause relative ai diritti civili (in particolare parità tra i generi, antibinarismo, diritti civili GLBT) abbia senso o meno, o se la tanto citata “egalitè” sia ormai uno sterile stendardo di perduta memoria della rivoluzione francese e di pensieri nobili del passato e non qualcosa di utile.
Ad esempio non si riesce davvero a fare informazione sulla differenza tra Uguaglianza ed Eguaglianza, visto che il primo concetto appiattisce tutto ad una indiscriminata mancanza di diversificazione, l’altro è più legato a dare pari strumenti a persone diverse, che ne faranno uso a seconda delle proprie attitudini e capacità.

Infine, mi chiedo cosa possano dare gli illuminati ricercatori spirituali nel buddhismo e in altre correnti alternative al cattolicesimo (magari anche cristianesimi più “illuminati”) alla causa dei diritti civili.
Una cosa che mi turba, sentita spesso da buddhisti et similia, è il desiderio di dedicarsi esclusivamente al miglioramento di se stessi, con un conseguente miglioramento automatico del mondo (ovviamente se fossero tutti buddhisti et similia, ma non è così), e quindi invitando anche me a disinteressarmi di società e curare solo la mia crescita, mentre però le discriminazioni continuano, e fare il “Gandhi” non mi aiuti molto a cambiare la mentalità della gente che non è nè spirtualista, nè illuminata.
Ho citato il buddhismo ma simili atteggiamenti li ho riscontrati in molte correnti spiritualiste detentrici di altissimi valori, che però spesso chi le pratica non è intenzionato a sviluppare.

Alla luce di tutto questo, ho trovato tra i laici, i liberali, i radicali e gli spiritualisti, delle splendide persone con la stoffa per prendersi cura delle battaglie GLBT e di antibinarismo.
Molti altri invece sono e rimarranno sempre fuori, perché le loro priorità sono altre e i “link” tra battaglie non vanno mai forzate.

Ad ogni modo sono un grande sostenitore della “mixitè”, e della condivisione di contenuti tra realtà contingenti.

Riflessioni sparse di una persona (poco) spirituale

“E quindi perchè sei ateo?”
“La chiesa ne ha combinate troppe alle donne/alle persone GLBT”.

La risposta fuoritema arriva sempre, inesorabilmente.
E io posso solo guardare, osservatore inerme e impotente, a questa incapacità di distinguere la religione
(dal latino, religio, unire…quindi di natura sociale e morale) e la spiritualità personale (il rapporto col cielo stellato sopra di noi).

Osservando le realtà cristiane, sia virtuali che nelle comunità di ricerca religiosa (anche se la mia ricerca si estende ad altre realtà spirituali, anzi, è proprio partita da Oriente e dalle filosofie pre-cristiane), vi è una netta minoranza di donne, anzi, oserei dire di “femmine“, GLBT.
Quindi si tratta di donne lesbiche, ragazzi ftm, e in generale anche donne etero (femministe e non).
Perchè ho detto “femmine” e non “donne“? Voglio forse offendere gli ftm? considerarli più per il corpo che per il genere?
No, ma voglio concentrarmi sul retroterra che il nato o la nata femmina si porta da un’infanzia in cui ha osservato una religione che mortificava il ruolo femminile, non facendo accedere le donne a ruoli clericali di potere (donne che comandano donne si, madri, badesse…ma giammai che domandino uomini!), e propinando contenuti spesso reinterpretati o presentati tramite una lettura acritica se non manipolata che offendono il femminile.

In generale comunque sono tante, e non solo nate xx, le persone che si portano dentro un vissuto di rabbia e di rifiuto per la religione, che identificano col cattolicesimo o, nelle letture più accurate, con le religioni rivelate.
Questa confusione giudaicocristianocentrica continua anche quando si riesce a parlare realmente di spiritualità e ci si concentra sul “trascendente” vero e proprio, e “dio” viene identificato con Jahvè, quindi, vista l’interpretazione “da catechismo“, un dio padre e maschio, antropomorfo, che propina contenuti morali sessuofobi e sessisti, quando se qualcuno si preoccupasse di leggere la bibbia, e in ordine, pagina per pagina (seguendo la consequenzialità di simboli, metafore ed allegorie), capirebbe che la lettura sessuofoba e sessista è spesso posteriore e funzionale a giochi di potere tutt’altro che divini.

Vengono volutamente dimenticate tutte le visioni di un dio che non coincida con quello abramitico e non abbia “nel pacchetto” anche la vita oltre la vita  e  l’anima. Viene del tutto dimenticato che si può credere in un dio filosofico, creatore e disinteressato alle nostre misere sorti.

Altro problema che ho notato è relativo al rifiuto delle religioni “tradizionali” (da me preferite a livello dottrinale), da donne e persone “radicali”. C’è una maggiore attitudine all’adesione di pensieri più legati alla new age , ai politeismi (che evitano di doversi confrontare con un dio uno, masculu e binario), al wellness, a tendenze bioecologiche, e a maestri moderni, di fine ottocento quando non degli anni settanta.

Eppure un ricercatore spirituale, se non dovesse sentirsi oppresso dalla parola “tradizione“, dovrebbe cercarla, per poi crearsi da solo un personale sincretismo, e non affidarsi alla sintesi fatta da cotal santone.

Ad ogni modo la matrice 2×2 presenta casi variegatissimi, di persone estremamente credenti ma anche molto laiche, ma anche persone estremamente bigotte che, mettendo a primo posto l’identità religiosa e al secondo l’identità di genere/orientamento sessuale, vivono stati di vera negazione e rinuncia inseguendo una lettura (malfatta) alla lettera dei testi sacri.

Ad ogni modo continua la “saga” dell’incomprensione e della confusione tra pubblico e privato, e la stessa confusione viene riservata anche alla battaglia per la laicità delle istituzioni, in cui la parola laico viene confusa con la parola laicista, e addirittura con la parola ateo, quando la riflessione sulla tutela della aconfessionalità delle Istituzioni parte spesso da persone che, nel privato, sono ricercatori spirituali, ma allo stesso tempo impegnati nella battaglia per una politica “a-morale” e trasversale.
Basti pensare, per esempio, al lavoro che fanno i Valdesi e la Consulta per la Laicità delle Istituzioni, composta da radicali, socialisti, atei ed agnostici, ma anche da avanguardie di persone credenti, ma che lavorano per la separazione del “potere temporale e spirituale

Altre confusioni anche sul concetto di “ateo” ed “anticlericale“, su cui non disquisisco ulteriormente, visto l’alto livello dei miei lettori, ma soprattutto tra “laico” e “multiculturale/interrreligioso“.
Pensiamo al crocifisso-affaire. La riflessione su quanto un simbolo possa essere trasversale o, al contrario, esclusivo (nel senso di “che esclude“) o inclusivo, ha spesso coinvolto pensatori e filosofi (gli stessi che ragionano sulle “stanze del silenzio” in aeroporto, al posto delle cappelle), ma anche minoranze religiose (spesso coincidenti con minoranze etniche di immigrati, dei paesi in via di sviluppo), che portavano avanti, parallelamente, battaglie di rimozione dei simboli cristiani (con la reale motivazione di dare uno schiaffo identitario al popolo italiano). ma nel contempo portavano avanti l’illegittima (a mio parere) pretesa di portare le loro tradizioni da noi (anche quelle sessiste) senza alcuna censura, come se non ci fosse una contraddizione intrinseca nel portare avanti queste due istanze.
Ovviamente l’interferenza “multiculturale” ha danneggiato questa battaglia di laicità, che avrebbe avuto piu successo se fosse stata semplicemente un’istanza di aconfessionalità istituzionale (come quella, appunto, relativa alle stanze del silenzio).

Di certo un anticlericale puo’ avere le stesse instanze di un musulmano quando si lamenta che siano solo i cattolici ad avere spazi, di culto…ma è anche vero che quel musulmano cosa ha in comune con le frange atee e glbt del movimento per la laicità?
Staremo forse troppo stretti nello stesso tavolo? Lottare a favore delle minoranze religiose, relativamente ad esempio all’islam, o agli evangelici reazionari, o gli ebrei ortodossi, è una battaglia di “laicità” o di “multiculturalità“? E il rischio non è che si siedano al tavolo persone realmente poco laiche e che si portano dietro un vissuto di omotransfobia?

Personalmente queste sono solo tante note sparse disorganiche di un ricercatore spirituale che ha la pretesa di far convivere due identità: quella di attivista fermamente convinto nel bisogno della totale laicità delle istituzioni e quella di ricercatore di saperi antichi, tradizionali, tramandati con rigore.

Un ricercatore che vorrebbe mettere becco anche nelle chiese che non sono le sue, di qualsiasi tradizione (anche buddhiste, volendo), proponendo l’abolizione dell’imposizione di celibato (e nubilato, sia nel caso di relazioni etero che omo) e soprattutto l’estensione dell’ordinazione anche alle donne (e perché no? alle persone transgender). Ma questo pone un quesito: sono le chiese tramite i loro fedeli (odio la parola fedele, preferisco praticante) che devono emanciparsi? E’ compito di noi “aconfessionali”? Se le religioni emancipassero i loro dettami morali, nonostante tecnicamente li impongano solo ai propri praticanti (e non sempre), non migliorerebbe forse anche la nostra vita? Allora perché non strizzare l’occhio alle chiese friendly (riguardanti le religioni rivelate, ma non solo) o ai piccoli grandi riformatori?
La storica frase “Chi sono io per giudicare” potrà, dal punto di vista degli ateisti, potenziare la Chiesa Cattolica, e quindi aumentare il numero di chi “ritrova dio” tramite la fiducia nella Chiesa Cattolica, ma se l’obiettivo è propriamente GLBT e non ateista, il fatto che questi punti di vista arrivinino a casa della sciura Pina (che non ha bisogno di riavvicinarsi alla Chiesa perchè casa sua è piena di santini da sempre) e la facciano riflettere sul concetto del “non giudizio“, è importante e può gradualmente creare apertura mentale. Del resto chi ha letto il Vangelo, anche solo per studio antropologico e/o simbolico, sa che l’insegnamento del non giudizio è presente molte volte, tramite vari personaggi condannati dalla “Legge” dell’ebraismo (pubblicani, prostitute, adultere…), ed è forse l’insegnamento più importante del personaggio storico e maestro Jesus (tralasciando il fatto che “potrebbe” essere nato da una vergine, argomento che personalmente non mi riguarda). Da studioso del buddhismo, penso che infondo la tematica del non giudizio sia trasversale e sincretica, azzardo il termine “archetipica”, violandone il significato, per dirvi di come secondo me è primaria nella spiritualità e nella natura umana e nel suo tentativo di migliorarsi.

Rimango un aconfessionale, un viaggiatore spirituale libero ed irrequieto, ma il confrontarmi con persone spirituali e non mi arricchisce. E alla spiritualità sono arrivato, paradossalmente, tramite l’attivismo per la laicità.
Continuo a vedere che chi insegue una spiritualità spesso si interessa anche di laicità: è un modus operandi delle persone più evolute che sanno discernere? Siamo sicuri che sia, realmente, un caso?