Perché veterani e giovani attivisti hanno un’idea così diversa sui bisessuali?

Giovani attivisti antibinari e attivisti veterani gay e lesbiche si scontrano spesso sulla tematica delle persone bisessuali.

Per anni mi sono chiesto se fossimo noi ad avere ragione, senza se e senza ma, e fossero loro ad avere pregiudizi espressi tramite slogan vecchi e stereotipati.

Mi sono infine reso conto che quando noi parliamo di “bisessuali” non intendiamo ciò che quel tipo di attivista veterano/a intende per bisessuale.

Noi siamo abituati a bisessuali di solito sotto i 40 anni, dichiarati sia nelle associazioni LGBT, sia nella loro vita privata e relazioni eterosessuali, attivisti, con relazioni socialmente visibili con persone di entrambi i generi, e di solito con una visione del mondo non binaria.
Non tutti, ma questi bisessuali spesso hanno una spontanea attrazione non legata alla variabile m/f, ovvero, pur avendo specifici gusti (chi ama gli androgini, chi cerca il maschile in donne e uomini, chi il femminile, chi quasi predilige le persone trans), non sente come discrimine il sesso fisico del suo oggetto di desiderio.
Per un giovane attivista transgender, o un giovane attivista gay o lesbica creasciuti in queste moderne associazioni miste, è questo che significa “bisessuale”. Ed è per questo che quando i veterani parlano di bisessuali con altra accezione, il giovane attivista antibinario è spesso basito, confuso, anche urtato.

Gli attivisti e le attiviste veterani non entravano in contatto coi bisessuali all’interno delle associazioni, ma all’interno di spazi di incontro finalizzato all’erotismo, che un tempo, purtroppo, erano anche gli unici luoghi di socializzazione per le persone LGBT.

Per molte lesbiche, la bisessuale è una donna sposata o fidanzata che ha deciso di dare spazio alle sue fantasie con donne tramite un portale o un locale glamour, in cui di solito cerca una donna visibilmente lesbica, e quindi, nella sua testa piena di pregiudizi, disponibile.
Questa “lesbica”, alle prime luci dell’alba, tornerà ad essere la dolce moglie o fidanzata di qualcuno, considerando di serie B tutte le relazioni occasionali e non, nate nel mondo lesbico.
Questa donna, che si definisce spesso etero o bisessuale, potrebbe benissimo essere una lesbica asservita al binarismo sociale, che la vede tutelata solo se accanto ad un uomo, madre e moglie.

Il bisessuale uomo (o etero curioso, insospettabile, solo attivo quindi etero, solo attivo e quindi “maschio” e un sacco di altre parole sgradevoli…) è ancora peggiore. E’ un padre di famiglia che, mosso dall’ “istinto animale” , deve soddisfare le sue voglie omosessuali, che considera trasgressive e vive in modo pruriginoso, tramite luoghi di battuage, portali “squallidi”, saune, cruising e porcilai, in cui usa gli uomini che incontra, omosessuali che considera a lui “inferiori”, per proporsi come attivo, e quindi “maschio alfa“, o lasciarsi andare come passivo (spesso definendosi femmina e troia, a prova della grande misoginia interiorizzata che questi soggetti hanno), per poi l’indomani tornare dall’amorevole moglie e meravigliosi biondissimi figli.

Queste figure hanno spezzato molti cuori di persone dichiaratamente gay o lesbiche, che , nonostante le proprie armi di difesa culturali, si sono lasciati/e illudere da questi personaggi, magari per qualcuno affascinanti (esistono lesbiche mascoline che amano la sfida di strappare una etero femminile al marito, o uomini gay che amano fare sesso con uomini etero e quindi, per lo stereotipo, più virili e con un maggiore riconoscimento come virili da parte della società).

Puntualmente pero’ questi e queste “bisessuali” (ovvero questi omosessuali e bisessuali socialmente etero) scelgono la famiglia, la normalità, scelgono di parlare delle loro splendide e rassicuranti relazioni etero e dei loro figli ai colleghi di lavoro, ai genitori anziani, ai pranzi di natale.
E i partner di una notte, gay e lesbiche, i compagni e le compagne di avventure fugaci di una notte, vengono cancellati, considerati, sotto sotto, inferiori, oggetti da contattare solo per saziare cio’ che questi “velati” vivono come un prurito, un vizietto, una parte di se da sfogare di nascosto per poi tornare al focolare domestico.

Spesso io stesso, che, in quanto persona transgender ftm, non ho accesso a “saune e porcilai only for man” (in realtà non ho mai provato ad andarci, ma un mio amico trans pre T di bologna ha la faccia come il culo, ci va e lo fanno pure entrare!), nè mi interessano gli spazi “only for girl“, quindi con questi bisessuali pruriginosi e velati non ci entro mai in contatto (li conosco dal web o per interposte persone) ed è per questo che fatico a pensare a “bisessuale” con questa accezione.

A questo punto è legittima la rabbia (e l’orgoglio?) delle persone bisessuali dichiarate, che vengono puntualmente sovraccaricate delle colpe di persone velate che usano il mondo LGBT come una fornitura di corpi per saziare appetiti (da loro considerati) torbidi, ma è in qualche modo legittima l’indignazione di persone gay, lesbiche, e a volte anche transgender, che nell’odio e nel discredito delle persone (che loro considerano) bisessuali mettono tanto di personale (ma del resto è davvero possibile separare personale e politico?).

E’ anche per questo che gli attivisti storici “tollerano” la bisessualità di persone transgender, viste come “innocue”, in quanto non sovrapponibili alla figura del o della bisessuale velata che poi torna ad una vita “socialmente accettata”.

E’ difficile, per una persona bisessuale dichiarata, far capire alla vecchia guardia che è solo un problema di definizioni, che disprezza anche lei quel tipo di persona velata e carica di omofobia interiorizzata.
Negli anni le parole cambiano significato, ma mi chiedo se non sia ancora troppo presto per far si che tutti intendano per “bisessuale” il virtuoso (o virtuosa) attivista dichiarato e senza scheletri nell’armadio.

Sono forse troppo pochi, e poche, ancora, gli attivisti bisessuali visibili.
Ancora molte persone bisessuali dichiarate fanno attivismo come omosessuali, magari spariscono quando e se hanno relazioni etero, e non perchè vogliano aderire ad una vita “normale”, ma perchè temono il giudizio di ex compagni e compagne di militanza.
Non voglio essere buonista. Magari tra loro invece c’è chi nasconde il suo passato e in coppia etero indossa la maschera di chi è “diventato” etero o lo è sempre stato. Ma non sempre va così.

Forse l’unica cosa da sperare è che i bisessuali inizino a farsi sentire, presentandosi come tali, anche vincendo il pregiudizio che gli arriva dagli stessi militanti LGBT.
In un mondo giusto non si dovrebbe chiedere alle persone bisessuali di dover “dimostrare qualcosa” o “fare numero” per conquistare la credibilità che gli attivisti veterani non concedono loro, ma dopo anni di tentativi di dialogo falliti, con le buone o con le cattive, ho capito che solo quando i bisessuali faranno massa critica, e avranno come obiettivo (interno ed esterno alla comunità LGBT) quello di fare informazione e sensibilizzazione sulla propria particolare realtà, si potrà cominciare a “sovrascrivere” la vecchia accezione di bisessualità. 

Riti di passaggio della società etero, emancipazione, adultità

Recentemente mi sono reso conto di quanto la comunità GLBT differisca, almeno nella realtà metropolitana, dal lifestyle eterosessuale, partendo dal discorso macchina-patente.

Ad esempio mi confronto con altri presidenti, di associazioni di diversa natura, e loro hanno meno problemi nel dover scegliere una sede accessibile dai mezzi pubblici, perchè, banalmente, gli etero adulti hanno l’automobile.
E’ una semplice questione pratica. Un single, o una coppia, può muoversi coi mezzi, o magari sulle due ruote, ma una famiglia no. Passeggini, seggiolini, automobili diventano necessari quando si hanno dei bambini, e , in una progettualità etero, il ragazzo eterosessuale ha già da diciottenne la sua bella patente, che invece non è così diffusa, statisticamente, presso gli attivisti GLBT.

Un’altra riflessione potrei farla sul fatto che ad aiutarmi per il trasloco (ovviamente serve un’automobile) non sono gli attivisti GLBT che mi conoscono da decenni, ma gli eterosessuali (che mi conoscono molto meno, tramite passioni comuni), i GLBT “velati” (si pensi a tutto il mondo del crossdressing), o i GLBT che si sono scoperti tardi (quindi sono incappati nei “riti di passaggio”, cresima, matrimonio, figli).

Cosa c’entrano i riti di passaggio con l’avere una casa, una macchina, una patente?
C’entrano perchè un rito sociale di passaggio determina un cambiamento forte, anche nell’estetica.
Una moglie non è più una signorina, una madre non è più una ragazza, un marito non è più un ragazzo, e un padre men che meno. Così una persona sposata o con figli “deve dimostrare” qualcosa alla società, deve rispettare delle aspettative sociali, che partono dall’estetica (vestirsi in un altro modo), e finiscono col raggiungere degli step, per prendersi adeguatamente cura del partner o dei figli. Quindi una casa confortevole, un lavoro rispettabile, un’automobile.
E’ come alcune persone GLBT, libere da queste aspettative sociali (di genere e non), da un lato si emancipassero, ma dall’altro, prive di queste aspettative sociali che pretendono da loro adultità, rimanessero sempre nello status (dal vestiario al mezzi di trasporto che usa, dal lavoro al tipo di abitazione condivisa con coinquilini) di studente in erasmus.

Credo che tutto ciò (che ovviamente è limitato alle statistiche relative alla mia esperienza, non sono un antropologo, nè scrivo con metodo scientifico), non sia dovuto tanto all’essere, di fatto, GLBT, ma all’identità GLBT (politica), che porta i GLBT attivisti a rifiutare, o magari rimanere tagliati fuori, dagli stilemi eterosessuali e i loro step stereotipati. Oltre a rifiutare gli stereotipi relativi all’eteronormatività, vengono rifiutate in pratica tutte le regole “non scritte” dettate dalla società, compresi i lavori tradizionali e le loro regole, la famiglia e le sue convenzioni, le limitazioni del matrimonio, la scala di valori convenzionalmente accettata.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che una persona GLBT deve combattere l’omofobia interiorizzata e quella della società, che spesso non ha il supporto della famiglia d’origine, e che non ha particolari aspettative sul suo futuro, non ha una precisa idea della sua vita da adulta o da anziana, ad esempio, nè ha particolari aspettative sulla sua vita di coppia ed eventuali figli, non essendo supportata da leggi che la parifichino agli “straight”.

Mi è però capitato di vedere delle persone GLBT non legate all’attivismo, all’antibinarismo, alla rivendicazione politica, e al “sinistrismo”, che hanno inseguito comunque questi “riti di passaggio”, nonostante le leggi ostili. Hanno impiegato energie nella carriera, nella casa propria e del proprio compagno, e alcuni di questi in progetti di genitorialità.

Ovviamente non erano “ideologizzati” in visioni anarcoqueer, che aggiungono al rifiuto del binarismo il rifiuto delle “regole del gioco sociali, ma oltre a questo non hanno impiegato nel tempo nell’attivismo e nella rivendicazione dei diritti, tempo che hanno impiegato a coltivare sè stessi, la propria vita.

A quel punto non so quale persona transgender sia politicamente più efficace. Se quella che ha dedicato la vita a fare attivismo o se quella che ha dedicato la sua vita a coltivare sè stessa, ad integrarsi nella società, ad avere un bel lavoro e una relazione stabile, diventando un esempio per le altre persone transgender e anche per coloro che, essendo cisgender, avendo conosciuto quella persona avranno un’idea ottima delle potenzialità di una persona T, al netto delle avversità.

Ad ogni modo sono un po’ perplesso dal ricevere aiuto da amici eterosessuali, con cui non condivido le mie battaglie antibinarie (alcuni di loro le considerano futili), oppure persone crossdresser o gay velate che ho magari disprezzato per la loro comoda vita on/off, ma che a causa di questo on/off sono riuscite ad affermarsi, ed avere una stabilità tale da poter aiutare (coi fatti, e non con la politica) una persona come me in un momento di difficoltà logistica.

In poche parole, il mondo “picaresco” dei militanti, che molto investe sulla causa ma poco sullo sviluppo personale delle singole persone, non è una forte rete di mutuoaiuto, e reti come CL ed OpusDei (di cui possiamo contestare le ideologie sessiste e transfobiche) funzionano molto meglio.

Qualcuno potrà pensare che sono discriminatorio, perchè nella mia scala dei valori l’essere integrati, la carriera, la famiglia, la coppia, hanno una posizione alta. Non parlo di lusso e di vanagloria, ma di stabilità e benessere.
Per me l’indipendenza, l’autonomia, sono condizioni da ricercare, per cui l’attivismo dovrebbe passare in secondo piano, finchè non si è ottenuta l’emancipazione personale.
Non dimentichiamo che però a scrivere questo articolo è un GLBT borghese, e non “anarcoqueer”, quindi molti di voi potrebbero non condividere questa critica.

Il velatismo nel mondo T e il fenomeno dei CyberTrans

“Velato” è una parola nata in ambito omosessuale maschile per descrivere coloro che, omosessuali, volevano socialmente apparire come eterosessuali.
Oggi “velato” si usa anche nel mondo dell’omosessualità femminile, della bisessualità (spesso rivolta a quei bisessuali che vogliono apparire etero nei loro giri etero e gay nei loro giri gay), di varie forme di transgenderismo “part time“, ma anche per chi nasconde una condizione personale, come il crossdressing, il praticare bdsm e altro.

Qualcuno sostiene che “velato” sia un termine dispregiativo.
Qualcun altro sostiene che non si dia attenzione alla sofferenza dei velati.
Questo blog ha dato più volte spazio al tema del velatismo e dei problemi (diversi di chi è palese) che questa scelta (di visibilità, o meglio, di NON visibilità) comporta.

C’è il represso (che non sa di essere GLBT o non lo accetta davvero), e c’è il velato (quello che sa benissimo di essere GLBT ed escogita dei modi di vivere sè stesso di nascosto).
Questo riguarda sia l’orientamento sessuale, che l’identità di genere.

Grazie ai progressi informatici, molti velati/e possono vivere sè stessi anche informaticamente grazie ad account con foto e cognome falso. Amo chiamare questi personaggi col nome di CyberTrans
Spesso le persone velate sono portatrici di omotransfobia interiorizzata.

Non è raro vedere una persona che vive il velatismo essere estremamente diffidente verso gli attivisti, visti come dei “dogmatici” detentori di una “verità” (ad esempio il rispetto delle minoranze) in un mondo che loro considerano “relativo”, esibizionisti e prime donne, li considerano petulanti, e giudicano come “insistenza” il loro essere intransigenti sul rispetto, anche grammaticale, delle persone transgender e in generale GLBT.
A volte se ne escono con frasi del tipo “e basta con sto politically correct! il negro lo abbiamo sempre chiamato negro!”.
Il velato prende spesso, anche informaticamente, le distanze dalla persona GLBT visibile. Ha paura che averlo come amico possa convincere gli altri che anche lui sia GLBT, quindi aggiunge l’attivista solo con l’account farlocco, e lo “usa” solo per parlare di cose GLBT e chiarire i suoi personali dubbi identitari.
Non è interessato alle persone GLBT che aggiunge su fb, ai loro hobby, ai loro contenuti, e interviene solo quando postano qualcosa di GLBT.
Non vuole realmente essere amico di altre persone GLBT, ma le usa per risolvere il suo “problema” (e l’uso della parola problema che fa la dice lunga sulla sua non consapevolezza), eliminandole (o eliminando l’account farlocco) quando avrà scelto di tornare alla sua vita “normale” (cisgender eterosessuale).
Spesso, non avendo una coscienza politica, con nonchalance dice alla persona GLBT visibile che ha un altro account “serio” in cui non lo includerà, non capendo quanto ovviamente l’attivista provi disprezzo e quasi compassione per il “candore” con cui il velato sputa contenuti di omotransfobia repressa come questo.
Magari l’attivista in questione ha, tra gli amici facebook, quintali di etero, professori universitari, politici, assolutamente fieri o comunque sereni di averlo come amico, cosa abbastanza normale visto che probabilmente usa il suo account come essere umano a trecentosessanta gradi,  ma una fobia di essere beccato con le mani nella marmellata spinge il velato a non voler assolutamente essere, col suo account “vero”, davanti a parenti, amici e colleghi, collegato a persone GLBT, ma soprattutto ricevere inviti Fb ad eventi GLBT.
Una volta dissi ad un velato che un sacco di eterosessuali vengono al Milk e sono fieri di essere tesserati, di comparire nelle foto, di lasciare la mail per la newsletter, quindi non si capisce cosa ci sarebbe di male se lui venisse al Milk, e perché dovrebbero pensare che è gay.
La risposta fu brillante “anche molti atei vanno in chiesa, ma la gente penserà che sono credenti, perché non importa cosa sono, ma dove sono”.
Spesso il velato in questione fa fatica a definire sè stesso come persona GLBT.
Penso a tante persone appartenenti alla realtà crossdresser, che ostentano parole come “disturbo” e “diagnosi” (ormai fuori dal DSM V) per parlare di persone transgender, e prenderne le distanze in modo netto.
Si sentono più “forti” dei transgender perché non “hanno la disforia”, senza capire che è proprio la loro scelta on/off che li salvaguarda dalla “disforia”, perchè permette loro di tenere il “controllo” della loro visibilità e non lasciare agli altri il potere di disapprovarli.

Il movimento antagonista ha voce in capitolo?

Ci sono tante poltrone calde in italia.
Non parlo di posti in parlamento, ma delle poltrone di casa che ospitano tanti bei sederi di persone pseudoGLBT che decidono di fare attivismo “antagonista”, ovvero di usare le proprie energie non tanto per i diritti civili, ma per contrastare l’attività delle associazioni.
Questi movimenti non hanno un’origine precisa.

Abbiamo il filone di quelli che impiegano tutto il loro tempo a contrastare la teoria queer (e automanticamente, tutto l’attivismo antibinario portato avanti sia da persone che portano personali istanze antibinarie, come i transgender non medicalizzati, i bisessuali etc etc, sia altre persone GLBT e non).
Abbiamo il filone anarcoide dei veg-queer-feminist, che sono contro ogni “piramide e gerarchia”, quindi anche contro un banalissimo direttivo del circolo pro piadina romagnola, e quindi in toto contro ogni associazione (anche quelle che non conoscono, a cui attribuiscono di default un fare dittatoriale), e sono vicini ad idee complottare. Essi preferiscono forme di attivismo come serate dee-jay oppure kollettivi popolati da punkabestia e cannaioli usciti magicamente dagli anni settanta.
Abbiamo il filone dei cyberGLBT, ovvero persone col doppio account facebook, che vivono da etero cisgender, ma sfogano la loro identità glbt tramite un account farlocco, con foto e cognome farlocco, da cui sentenziano sulla condizione glbt, sulla disforia, sui matrimoni, senza provare sulla propria pelle i problemi reali delle persone GLBT

La cosa grave è che questi poltronari, cattedratici dediti all’antiquariato del superfluo, punkabbestia, pretendono di avere voce in capitolo quando le persone che offrono il loro volontariato per fornire servizi gratuiti alla popolazione GLBT e friendly, o che fanno cultura tramite eventi.

Capisco il “sinistrismo” che invade il popolo dei diritti civili, ma è legittimo concedere a queste fluttuanti persone lo stesso peso di chi agisce in modo concreto e visibile?
A voi la parola

L’orientamento sessuale è una cosa privata o pubblica?

Spesso delle persone velate mi dicono” perché dovrei dire del mio compagno in giro, è una cosa privata, non lo direi se fossi etero“.
E’ vero che anche alcuni eterosessuali parlano poco delle loro relazioni: questo però spesso succede per opportunismo…l’eterosessualità e la relazione etero è così socialmente incoraggiata che …quale motivo spingerebbe un uomo a non parlare della sua compagna? Se ne dovrebbe addirittura vergognare?
Oppure si tratta di situazioni in cui “conviene” tenere la cosa nascosta: concubinaggio,  conflitti di interessi lavorativi….

Per le relazioni omosessuali invece…ci sono molte ragioni in più per non parlarne.
Ho avuto un ex che mi ha intortato con questa storia della “sfera privata” per non dire di noi ad alcuni suoi contatti professionali.
Onestamente mi chiedo invece perché nel mondo etero si parli con così tanta disinvoltura di storie, convivenze, e anche di sesso.
I GLBT come nuovi detentori del pudore?

[continua…]

le comunità T che non hanno voce

La comunità T* (transessuali, transgender, genderqueer, travestiti, crossdresser…) è di per se zittita dalle comunità maggioritarie (il mondo etero ma anche gli altri diversi, come i gay e le lesbiche)…ma anche quando vengono aperte le braccia al mondo T, se ne esclude una grossa fetta, anzi, 4 grosse fette.

– TRANSGENDER
persone T non in transizione fisiologica: ovvero tutte le persone T che decidono di non prendere ormoni, e non perchè la loro identità di genere è un gioco, oppure un capriccio da serata mondana, o una cosa on/off da tener separata dalla sacralità della vita vera, degli affetti e del lavoro…parlo delle persone T non in transizione che vivono apertamente la loro condizione. Spesso non sono prese sul serio dalle persone non T, ma anche dalle persone T in transizione (che vengono chiamati “trans-sessuali” perchè transizionano di sesso, e non solo “di genere” ovvero transgender).
Spesso vi è una morbosità verso queste persone…si guarda ogni loro gesto per confutare il fatto che sono trans e quindi vengono fuori frasi del tipo “ma no, non è la voce che mi inganna, è che ti vedo donna, davvero…
Uno dei problemi più grossi dei transgender è che sono quasi tutti velati.

– GENDERQUEER, GENDERBENDER, TWO SPIRITS
persone che non si identificano totalmente in uno dei due generi come socialmente costruiti: ovvero persone cisgender che si oppongono al binarismo dei generi, ma anche persone T che (indipendentemente dal fare o meno modifiche mediche), non si riconoscono totalmente in una delle due identità “tradizionali” oppure semplicemente nei ruoli di genere stereotipati.

– TRANSOMOSESSUALITA’/TRANSLESBISMO
persone T che sono attratte dallo stesso genere (ovvero da persone tecnicamente di sesso opposto se si considera il loro sesso genetico), ovvero donne T (nate maschio) che sono attratte da donne, e uomini T (nati femmina) che sono attratti da  uomini. Diffidenza anche per persone T attratte da altre persone T e per persone T bisessuali o pansessuali.
Spesso queste persone NON vengono dall’attivismo gay/lesbico (non sono mai stati/e butch o checche, ma magari prima vivevano da persone etero tormentate)….questo crea disorientamento da parte degli attivisti gay…perchè non possono appioppare a queste persone lo stereotipo del “non avevi le palle per essere omosessuale,  soffri di eteronormatività interiorizzata, volevi rientrare nella “normalità” sociale”.
Inoltre la banalità (causata dalla confusione tra identità di genere e orientamento sessuale) è : ma se “ti senti” uomo e ti piacciono gli uomini, perchè non rimanevi donna? Ma questo è un altro capitolone che preferisco non aprire.

– TRANSESSUALISMO SECONDARIO
persone che si sono scoperte T in tarda età, quindi che da piccole non si sentivano “nate nel corpo sbagliato” o similari…probabilmente si sentivano diversi senza inquadrarne il motivo, ma non si tratta di quella che la psichiatria classica chiama “transessualismo primario“. Queste persone sono spesso discriminate e si appioppa lo stereotipo del “ma se fino a un anno fa avevi i capelli rasati!

Diverse persone T, intervistate in televisione portano avanti visioni stereotipate del mondo trans. questo intervento vuole essere un modo di dare luce alle varietà di persone, esigenze e identità.

Critica al mondo queer, transgenderismo femminile e maschile, differenze

Queer?
Cosa significa?
Teoria queer? persone queer? è un sinonimo di bisex o di pansessuale? c’entra coi transgender o i genderqueer? coi gender studies e col femminismo?
Queer c’entra con chi è troppo velato per usare parole come gay, lesbica e transessuale?

La teoria queer nasce da Judith Butler, una filosofa post–strutturalista.
Chi non conosce il post-strutturalismo, chi non ha mai studiato i pensatori post-strutturalisti (che personalmente ho studiato in estetica nel mio percorso di Architetto), non capirà alcuni cardini della teoria radicati appunto al pensiero post-strutturalista.

Una cosa che mi ha sempre colpito è che una gran parte di persone che si definisce queer o genderqueer è a origine biologica femminile ed è attratto da donne o bisessuale.

E’ innegabile il legame tra teorie queer, anti eterosessismo e eteronormatività, anti-sessismo e quindi problematiche sui generi e soprattutto sul genere femminile.
Infatti le teorie queer sono riprese anche negli studi femministi. Perchè comprendono, oltre a tematiche di identità di genere, tematiche relative alla de-costruzione dei ruoli di genere e riflettono sulle aspettative sociali rivolte ai generi anche sul persone etero e cisgender.

Purtroppo in Italia il mondo queer è spesso associato ai centri sociali, alle case occupate, ai vegan, a transizioni irregolari fai da te, all’anarchia, a movimenti politici estremi.

Solo a Roma e a Torino vi sono materie universitarie rivolte ai Gender Studies.

Inoltre una persona di origine biologica femminile che si avvicina al maschile difficilemente usera’ su di se termini come “travestito” o “crossdresser”, preferendo butch, queer, genderqueer, transgender, o (nel caso di transizione), transessuale o ftm.

Spesso il mondo delle persone ad origine biologica maschile che si avvicinano al femminile non conoscono la teoria queer, i termini queer, genderqueer, e quindi (anche nel caso di lontananza dal fetish) usano su di se crossdresser e travestito, e spesso sono meno inclini ad approfondire gender studies.

Eppure è molto piu comune trovare una crossdresser mft attratta da donne che un “genderqueer” ftm attratto da uomini.

E’ inoltre rarissimo il travesititismo da femmina a uomo di matrice “fetish”.

Infine, il fenomeno drag è presente in entrambe le direzioni, ma con la grande differenza che nel mondo drag king è piu presente la tematica di genere, mentre spesso le drag queen sono slegate da tematiche identitarie.

E’ anche vero che l’attivismo del passato, almeno in italia, di matrice mtf, “conteneva” le travestite (chiamate i travestiti), le transessuali (che erano solo quelle che transizionavano, e venivano indicate al maschile), e le drag queen.
Il mondo gay non vedeva benissimo i travestiti, mentre ammirava le drag queen, quindi è plausibile che molte mtf preferissero il filtro drag queen di “travestitismo per arte” che il travestitismo, ed è risaputo che la prima generazione di drag queen si è in seguito riconosciuta nell’identita’ di donna trans*.
Oggi invece la realtà drag queen è consolidata come percorso artistico e se ne interessano molte persone cisgender.

Nath