Totoscommessa: chi sta postando dalla pagina FB delle VeteroLelle?

Totoscommessa: chi sta postando dalla pagina FB delle VeteroLelle?

TOTOSCOMMESSA LELLE

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VeteroLesbiche TransEscludenti…ecco perché

Non sono di certo solo recenti gli episodi di transfobia provenienti da ambienti separatisti lesbici.
Talvolta ad essere colpite sono le donne T, di cui viene delegittimata la femminilità.
Altre volte a non essere rispettata è l’identità di genere degli Ftm, come in quest’intervista racconta Gianmarco Negri, oggi importante attivista T.

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Vediamo cosa succede quando la loro logica viene ribaltata…

Veterolesbiche e separatismo

Ricordo ai lettori e alle lettrici del blog che questa è solo satira, e non vuole “dimostrare” nulla. Vuole strappare semplicemente un sorriso 😀

Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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Veterofemminismo, GPA e persone transgender

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Quando ero al liceo, nell’anno 2000, parlavo a professori, genitori e compagni della GPA con entusiasmo. Ai tempi era una novità parlarne.
Non ero cosciente di essere T, ma ero cosciente di voler diventare genitore e non “madre, sia relativamente al mio ruolo come figura genitoriale, sia relativamente al non vivere l’esperienza della gestazione.
Già allora, come oggi, mi interessavano gli uomini, quindi pensai che era possibile avere un figlio geneticamente nostro tramite una volontaria che ci avrebbe potuto aiutare a diventare genitori.
Quando parlo di GPA non separo tanto quella che puo’ essere fatta da una coppia gay, un padre single, una coppia tra un uomo e una persona T, o una coppia etero: sono a favore di tutte le esperienze GPA che siano rispettose delle persone coinvolte.

Ma veniamo a noi: perché questo articolo, e perché oggi?

Sono iscritto al gruppo facebook “Libreria delle donne”.
Qualche giorno fa sulla mia home è apparso un post in cui una femminista citava con fierezza Busi, in una citazione piena di odio, misantropia, misandria e omofobia (interiorizzata). Non mi interessa perché Busi (come altri gay prima di lui) esprima contenuti omofobi, ma mi fa orrore vederlo citato dalle sedicenti femministe, sia in quanto lui storicamente misogino, sia in quanto non mi aspetterei una connivenza, o meglio, complicità attiva, delle femministe, con colui che usa tanta violenza verbale verso l’uomo padre.

“A me un uomo che si stringe al petto villoso un neonato come se fosse appena uscito dal suo di grembo di puerpero fa prima sgomento e poi mi fa venire una ridarella irrefrenabile.”

Sotto questo commento, una standing ovation di femministe a dire che è bravo, che è un grande, e che sottoscrivono ogni sillaba da lui detta.

In quel momento ho avuto un ricordo di mio nonno, d’estate, abbronzatissimo e a torso nudo, mentre portava in braccio il mio fratellino neonato, che “faceva il ruttino” e si addormentava solo con lui.
Quanto orrore nelle parole di Busi, e quanto svilimento delle figure maschili nella vita di un neonato.

Negli stessi giorni un mio caro amico mi ha portato all’attenzione un articolo della cara amica Monica Romano, riguardante la transfobia delle veterofemministe, soprattutto verso le donne trans.

http://transgenderfreedom.com/2015/06/12/il-veterofemminismo-allattacco-delle-donne-transgender/

Una volta la stessa Monica mi chiese come mai io, a differenza di lei, mi dico “antibinario” e non “femminista”, nonostante spesso le mie idee di indignazione per i comportamenti di molti uomini prevaricatori (non sempre biologici) verso il femminile coincidono con le sue, di donna transfemminista.
Eppure io continuo a ritenermi un antibinario, pronto a denunciare non solo la discriminazione verso la donna e “il femminile”, ma anche verso tutto cio’ che è gender not conforming, anche quando “maschile” o “ambiguo”.

Mi sono chiesto perché il veterofemminismo prenda queste posizioni violente, misandriche e transfobiche.

Forse dipende dal fatto (ma è una constatazione anacronistica e quindi priva di senso) che il loro movimento si chiami “femminismo” e non “donnismo” (anche se allora erano oscure le differenze tra il concetto di “femmina” e quello di “donna“). Loro non esaltano l’essere donna, quindi qualcosa di puramente psicologico, ma l’essere femmina, con tanto di esaltazione di utero, ovaie e vagina, una visione comunque svilente del femminile, anche nel caso si parlasse semplicemente di donne biologiche (il femminile, l’essere donna, è molto di più che qualche organo, che potrebbe esserci o non esserci).

Spesso vi è un legame anche con wicca, neopaganesimo, e altri culti new age che esaltano il femminile come mero dato fisico (mestruo, vagina, etc etc) e quindi anche loro evitano ad esempio la partecipazione alle loro cerimonie delle donne transgender (accettando invece, in un gesto privo di senso, gli uomini transgender, in quanto muniti degli accessori fisici che rendono “femmina”).

Alla luce di questo legame fortissimo tra “femmina” e “utero”, ecco le battaglie per il diritto (sacrosanto a mio parere) di abortire e quindi disporre liberamente dell’utero senza l’interferenza maschile (del padre del bambino, ad esempio), ed ecco la fortissima ostilità verso ogni forma di sex working femminile (la vagina è sacra, non puo’ essere “venduta” all’uomo, in una visione dove il sesso viene ricondotto ad una compravendita di vagine).

Da qui si passa all’ostilità per gli ftm, i quali “desidererebbero non avere la vagina, l’utero e le ovaie” e quindi sono dei traditori, degli ingrati. Hanno ricevuto il “dono” di accessori sacri come utero, vagina e ovaie, e desiderano sbarazzarsene.

La maternità viene vista non come qualcosa che riguarda il rapporto tra il bambino e la donna che compie il ruolo di madre, ma viene sopravvalutato e idealizzato il ruolo della gravidanza e, con condimento di new age misto pesce,  si parla di un legame indissolubile tra bambino e partoriente, che non puo’ essere in nessun caso interrotto (ma nel caso dell’aborto, misteriosamente, si!).

Questa visione svilisce una serie di soggetti coinvolti:
1) chi ha partorito per poi rompere il legame magico col bambino
– le ragazze vittime di gravidanze indesiderate, o che non possono permettersi di dare una vita dignitosa al figlio, che pur amano, e devono darlo in adozione
– le volontarie nella GPA, che hanno permesso a una coppia (etero o non etero) di avere un bambino
2) chi, pur essendo femmina, è diventata madre senza partorire
– le madri adottive in coppia eterosessuale, che non saranno mai viste come “vere” madri, perché il bambino si lega a loro quando è già nato.
– le madri impossibilitate ad usare il proprio utero (o madri donne trans) che sono diventate madri tramite la GPA
– la madre non biologica nelle coppie lesbiche, o entrambe se hanno adottato
– madri adottive e affidatarie, anche single
3) i padri
– i padri (anche quelli etero e anche quelli biologici), che non sono legati al figlio come lo è la madre biologica, e mai lo saranno
– le coppie di uomini gay che hanno un figlio, anche tramite adozione
– i padri single, adottivi e affidatari
– gli ftm che preferiscono usare la GPA, tramite madre surrogata (se in coppia con uomo biologico) o tramite la gravidanza della propria compagna (se in coppia con una donna biologica)

Le femministe, che in altri casi sono amiche delle battaglie LGBT (soprattutto battaglie lesbiche), nel caso della GPA stanno creando un fronte ostile e anche spesso grottesco contro le persone LGBT genitori o che vogliono diventarlo, usando argomentazioni degne delle sentinelle in piedi e Adinolfi.

 

Un ringraziamento a Monica Romano e Saverio Romani per essere parziali ispiratori di questo post