Colonizzati dall’attivismo d’oltreoceano: le pericolose conseguenze dell’aver smesso di ragionare

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L’attivismo T “made in Italy” e il suo valore aggiunto

Nei miei 10 anni di attivismo ho avuto due riferimenti politico/culturali: quello nazionale, rispetto alla mia attività di blogger, e scrittore/vignettista satirico per Simposio e quello territoriale, come presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk, oggi Rizzo Lari, e come attivista del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia.

Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, erano solo riferimenti lontani. Alcuni termini che arrivavano dall’America li ho trovati già negli scritti di autrici T italiane, come Monica Romano, Diana Nardacchione e altre saggiste.

Poi, questo linguaggio fatto di alcune parole assorbite dai pensatori precedenti, è stato arricchito e rivisitato dalla mia generazione. Alcuni pensatori T italiani, contemporanei, hanno scritto, su blog e carta stampata, e si sono influenzati tra loro, si sono citati nei reciproci scritti (ad esempio io sono davvero onorato di essere citato su Gender Revolution della cara Monica Romano), hanno riflettuto sulla terminologia, hanno rivisto termini e significati, e ne hanno introdotti di nuovi per concetti prima non messi a fuoco.

Potrei sembrare un pallone gonfiato nel dire che l’Italia, forse l’Europa, o il Mediterraneo, ha un’antica tradizione di “pensiero“: siamo un popolo storicamente abituato a ragionare.

E’ per questo che mi permetto di dire che su alcune cose siamo, come profondità di pensiero, più evoluti degli e delle influencer anglosassoni, divenuti santi laici negli ultimi due anni, a causa della battaglia tra femminismi transincludenti e transescludentitrapiantata in Italia visto che, nel “post-Cirinnà“, non avevamo più giocattolini ideologici a cui dedicarci ed è venuta l’idea di abbattere tutto ciò che era stato fatto in precedenza. Ed è stato quello il momento in cui il mondo dell’attivismo T italiano ha abbassato la guardia, dando alcuni concetti come ormai assodati (ad esempio il fatto che l’identità di genere esista, che cis significa “non trans”, che uomo/donna indichino i generi e maschio/femmina i sessi, ect etc).

L’importanzione obbligatoria di nuovi termini e metodi

E’ stato così che sono stati importati concetti nuovi, prima presentati come “opportunità”, infine diventati “obbligatori” se vuoi definirti attivista in Italia.
Ad esempio l’approccio “intersezionale” doveva essere un’opzione, ma oggi chi dichiara di non volersi occupare di migranti sex workers diventa automaticamente un insensibile stronzo.
Penso anche alla terminologia che fa riferimento alla genetica, xx ed xy, ripresa da Monica Romano nell’autobiografia “Storie di ragazze xy” e da me nella collana di vignette per la rivista il Simposio, “Storie di ragazzi xx“: adesso il delirio “intersezionale”, che vuole mettere in relazione per forza “trans” e “intersex” ha deciso che i termini AFAB e AMAB (Assigned Female/Male At Birth) che hanno sicuramente senso se usati su persone intersessuali (l’assegnazione effetivamente avviene, visto che vi è la compresenza di elementi fisici maschili e femminili), vengono estesi anche alle persone transgender. Se per anni si è fatto un gran lavoro per rendere universalmente condivisi nell’attivismo LGBT termini come maschio/femmina/xx/xy per parlare del sesso, e genere/uomo/donna per parlare del genere, ora una nuova generazione di transgender stranieri, spinti dall’ideologia o dalla disforia, vuole impedire ad altri transgender più risolti di dire “sono biologicamente maschio/femmina” o “sono xy/xx”.
Viene preferito un fumoso AFAB o AMAB, che mette in dubbio la possibilità che la persona sia cromosomicamente davvero xx o xy, “a meno che non faccia l’esame del cariotipo“. Sappiamo benissimo, però, che tra non intersessuali, e persino per una parte di intersessuali, il “binarismo” genetico xx/xy esiste ed è anche un modo poco invasivo per parlare dei corpi senza concentrarsi sulla genitalità, “depotenziandone” il valore sociale, riducendo tutto a una differenza genetica.
Tutto questo mi ricorda i tanti giovani (e non giovani) che arrivavano ai gruppi di autoaiuto e, per non prendersi la “responsabilità” di essere transgender, entravano i percolosi deliri biologici, sospettando intersessualità totalmente millantate che avrebbero “spiegato” il loro sentire, ipotizzando rilasci ormonali durante la gravidanza, o altro, per non ammettere, semplicemente, di essere transgender: uomini xx e donne xy.

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Giovani persone XX “questioning”: rischi e strumentalizzazioni

A delirare, però, nella “letteratura” (direi blogging) anglosassone, però, non sono solo queer e intersezionali: abbiamo anche tutta la barricata di femminismo del determinismo biologico, che se un tempo aveva un certo scetticismo ad accogliere persino le “sorelle” lesbiche, oggi si schiera in modo compatto contro il mondo transgender.
L’attacco è duplice: se le donne trans vengono attaccate per la loro richiesta di inclusione negli spazi politici riservati alle donne (ho scritto molto sul tema, evito di affrontare qui la questione), gli uomini trans vengono attaccati come “traditrici della causa” e considerati uno spauracchio, un triste e pericoloso destino destino da cui salvare giovinette biologicamente xx, che per loro sono “indubbiamente” butch (lesbiche) o tomboy (etero) che “potrebbero essere convinte, dalla società maschilista e dal culto trans, di essere ftm“.

C’è verità in questa paura, ed è vero che in alcune famiglie o contesti sociali una persona xx in età evolutiva comprende che è meglio definirsi qualsiasi cosa (e da qui i numerosi coming out “non binari” che vengono argomentati con riferimenti ai ruoli e non all’identità di genere, e sono quindi ovviamente dei “falsi positivi”) piuttosto che definirsi “donna”, per via dell’immagine svalutante e delle aspettative deprimenti trasmesse persino dagli altri componenti di sesso femminile di famiglia, scuole e società, ed è anche vero che il mondo trans italiano, da sempre impegnato contro il binarismo dei ruoli, oggi fa fatica a porre l’accento su questo problema, per via della strumentalizzazione che il mondo lesbico anglosassone (e recentemente anche italiano) sta facendo del problema, per attaccare, con la scusa della medicalizzazione dei minori (su cui non tutte le persone T hanno la stessa posizione), le persone transgender.

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Dal sito della mamma di una persona questioning, che oggi vive da butch lesbian

Non binary: liberi dalle identità o liberi dai ruoli?

In Italia, in cui per anni sono stati presenti, nella letteratura trans, termini come ftm, mtf e genderqueer (comprendeva tutte le persone T, xx ed xy, in percorsi non canonici), e in cui per anni si è parlato di “antibinarismo” come battaglia sociale contro i ruoli di genere tradizionali e obbligatori, si affaccia questo nuovo termine, “non binary”, applicato all’identità di genere e non al ruolo, ma che, vista l’ambiguità semantica, attrae una serie di persone che lo usano su se stesse per manifestare una presa di distanza dai generi come socialmente concepiti. Qualcuno dice che queste persone, un tempo, si sarebbero definite “checche” o “butch“, ma “non binary” è un termine universale, che può includere maschi e femmine, omo, etero o bi, ed è per questo che alla mia generazione piace.

Non sono qui a dire che non si può essere “non binary”, o che si dovrebbe tornare ai vecchi termini, perché sono Millennial quanto loro, e l’idea di un termine “unico” per parlare di persone portatrici di ruoli non conformi non mi dispiace. L’unica obiezione che faccio a chi si fa portatore di questa definizione è di fare chiarezza e capire se ciò che la spinge a definirsi “non binary” sia una tematica di ruoli o di identità, perché questo chiarimento li aiuterà nel percorso verso la scoperta ed accettazione di se stessi per ciò che sono realmente.

Desister? Disaster! Sovrapposizione tra piani diversi e poche idee, ma confuse.

Se in una società anglosassone, dove la sanità è privata, i giovanissimi “questioning” sull’identità di genere non vengono tanto interrogate sul “se” la loro tematica sia di ruoli o di identità (ammettiamolo, è un problema che riguarda soprattutto persone “native” del sesso femminile), in Italia ciò viene preso molto sul serio da attivisti T e operatori della transizione e infatti i casi di “desister” sono rarissimi e limitati ad alcune persone che avevano preso ormoni col “fai da te ed ad alcune persone adolescenti di biologia xx che si sperimentano come genderfluid sui social per periodi limitati. Questa differenza dovrebbe portare le femministe biologiste italiane a cercare di fare politica e cultura tenendo conto di questeimportanti differenze politiche, sociali, culturali, e di dialogare di più con gli attivisti T italiani, cosa che non avviene, secondo me, anche un po’ per cattiva fede.
Mi fa paura la lettura che le femministe anglosassoni, i genitori dei cosiddetti desister, e i desister stessi fanno del loro percorso di “rivisitazione” della definizione del sè rispetto all’identità di genere.
Il mantra è sempre questo: “Volevo fare cose che la società considera da maschio, e credevo che questo mi rendesse un uomo trans, invece ci vuole molto più coraggio a fare queste cose presentandosi come donna tomboy“. Vignette, meme, e status portano avanti questo concetto, con mamme felici che la loro figlia sia “solo” lesbica (il male minore, ai loro occhi), e che possono fare colazione con la figlia adolescente e la sua amata fidanzatina avendo “scampato” il terribile rischio di avere un figlio trans (e le lesbiche, quasi incapaci di capire di essere considerate “un male minore”, esaltano queste madri).
Quello che si capisce benissimo (se vieni dalla “scuola italiana” di attivismo transgender), dalla narrazione di questi percorsi “desister” che riguardano persone di biologia xx, è che queste persone non erano in grado di capire la differenza tra identità di genere e ruoli di generenè sono state sollecitate, dall’attivismo e dalla sanità, a riflettere su questo (come invece avviene in Italia). Inoltre, in queste persone, vi era spesso una grande lesbofobia (oltre alla misoginia) interiorizzata, che faceva rendere ai loro occhi più accettabile l’essere un ftm etero o una persona non binary attratta dalle donne piuttosto che essere semplicemente una donna lesbica e butch.

In altri casi, però, altre persone xx desister raccontano il loro percorso di vita dicendo che hanno “desistito” per ragioni che riguardano il percorso medicalizzato: temevano effetti collaterali, non volevano perdere i capelli, non desideravano la peluria, o dipendere da un farmaco a vita, o si sono arrese all’idea che “non è possibile ricostruire un pene funzionante”.

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L’autocoscienza trans in Italia: identità di genere, esposizione sociale, desiderio di cambiamento fisico

Io provengo da una scuola d’attivismo che ha sempre affrontato le varie tematiche pertinenti alla vita di una persona T separatamente, anche nella lunga esperienza “clinica” nei gruppi di auto mutuo aiuto con le tante persone questioning che da essi sono passate: prima si parlava dell’intimo sentire della persona, quindi della sua reale identità di genere, poi dell’esposizione sociale che questa persona desiderava dare in quel momento a quest’identità, e infine delle modifiche “medicalizzate” che desiderava o meno, o dell’importanza che dava al passing (non sempre legato alla medicalizzazione, soprattutto in direzione mtf). Ad esempio, su un riconoscimento sociale che non passasse necessariamente dal “passing”abbiamo sempre lavorato molto. Quando la tua identità di genere è dichiarata, puoi costruire con altri strumenti, e non solo con il passing, una rispettabilità sociale, che ti permette di essere riconosciuto/a socialmente come appartenente al gruppo di coloro che hanno il tuo genere d’elezione: lo abbiamo imparato dalla generazione di trans precedente alla nostra, come Deborah Lambillotte, talmente autorevole che chiunque la considerava donna nonostante il suo corpo non proprio esile.

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Desister: siamo sicuri che nessuno di loro è transgender?

Queste “desister” fanno politica confondendo i piani, e vengono riempite di like di donne femministe, lesbiche e mamme palpitanti. Se interrogate sulla loro “autentica” identità di genere, spostano il tema sul “coraggio” che si ha a vivere socialmente come donna tomboy o come uomo ftm medicalizzato, oppure ti parlano di presunti effetti collaterali della tos e scelte “non invasive“.
Inoltre parlano delle persone trans come stereotipi viventi, donne oche aderenti ai più beceri stereotipi femminili ed ftm bulletti insensibili ai drammi del vivere al femminile in una società misogina: immaginare il mondo trans così, ovviamente, conferma la loro “coraggiosa” scelta di vivere da tomboy, e la “fortuna” di essersi salvate da un mondo che “sposta le persone da una gabbia all’altra“.
Quello che sto “insinuando”, dopo due chiacchiere con alcuni di loro, è che queste persone non sempre sono persone “cis che credevano di essere trans. Tante di loro sono persone T a cui il “vestito” della transizione canonica non stava a pennello.
Del resto, però, l’opzione “transgender non med” sembra esista ed abbia identità politica, anche se faticosamente, solo in Italia. All’estero, anche quando si parla di minori, sembra che le alternative siano sempre “accettarsi come giovane donna femminista” o “medicalizzarsi in fretta e furia per vivere un’adolescenza al maschile“. Non si parla mai di identità di genere, del come esprimerla, sperimentarla, anche da giovanissimi, ma tutto viene ricondotto ai corpi.
Del resto, questo tipo di attivismo femminista radicale, “critico verso i trans”, l’esistenza dell’identità di genere la nega e riconduce tutto ai corpi e ai ruoli, ed è per questo che diventa irrilevante “cosa” sia il desister (se la sua identità di genere sia maschile o femminile), ma lui/lei è semplicemente come si sta vivendo, quindi se vive da donna in un corpo da donna (non importa se per motivi sociali o di salute), “è” una donna.

Sgombrare il campo dall’esistenza dell’identità di genere permette di non farsi domande: chi torna a vivere al femminile è donna, lo era prima, lo è sempre stata, ed era stata semplicemente “plagiata” dal culto trans.

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Conclusione: quanto l’attivismo T italiano deve orientare un occhio all’Oltreoceano?

Concludo dicendo che per anni, finchè ho potuto, ho ignorato i blogger anglosassoni anche se lo sguardo delle femministe biologiste italiane e dei queer era rivolto lì (ma in quegli anni il dialogo era chiuso, sia coi queer che con le “biologiste”). Rivendicavo il lavoro che io, e i miei contemporanei “colleghi” attivisti T italiani, ma anche i nostri “padri” (o meglio: madri) italiani avevamo fatto con le loro opere saggistiche. Oggi, però i pochi dibattiti pubblici tra esponenti del mondo gaylesbico e del mondo trans dimostrano che i primi/le prime arrivano iper-informati/e sul dibattito d’oltreoceano, i secondi cadono dalle nuvole (giustamente: noi ci occupiamo di vissuti e di supporto ai giovani T, per sopperire alla carenza delle Istituzioni) e si radicalizzano sull’idea che si debba parlare dell’attivismo transgender di casa nostra. E’ questo, a parer mio, che non ha funzionato nel dibattito tenutosi un anno fa al Guado, con come relatori Enzo Cucco, Cristina Gramolini e Monica Romano.
Se in parte gli attivisti trans (non queer) italiani hanno ragione a pretendere che gli attivisti omosessuali/lesbiche evitino di ignorarli preferendo come “antagonisti” i queer italiani oppure i trans d’oltreoceano, forse l’unico modo per salvare capre e cavoli è sforzarci di seguire questo “twitterdibattito” e far si che il nostro background culturale, quello faticosamente costruito e che rischia di andare perduto, sia una solida baseper contestare le idee deliranti dell’una e dell’altra barricata, nessuna delle due realmente “amica” dei diritti trans, e in particolare dei diritti “trans non med”. Quindi, armiamoci di vocabolario, di corsi intensivi di inglese, e del traduttore di google, e cerchiamo di capirci qualcosa di questo assurdo ginepraio, prima che queste idee malsane arrivino qui e minaccino la roccaforte del nostro pensiero.

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Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico

Riporto con piacere i contenuti della Dott.ssa Ribali, Neuropsichiatra e Psicoterapeuta oltre che CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere, già intervistata da questo blog su tematiche “Teen Gender“.

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Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico.

Nella nostra cultura scientifica, allo stato dell’arte di oggi, il binarismo di genere maschio-femmina appare concettualmente da accantonare, per lasciare posto a un approccio gender-fluid più corrispondente alla realtà che tutti noi , che ci confrontiamo da anni con queste tematiche, ritroviamo nella fenomenologia complessa dei nostri Pazienti e forse anche di noi stessi. I termini trans gender e transessuale rispecchiano ancora un certo binarismo, che sarebbe meglio accantonare per essere pronti ad accogliere adeguatamente tutte le infinite sfumature, e le sfide epistemologiche che la realtà di fatto ci presenta oggi.

Per quanto riguarda l’identità di genere, attualmente possiamo usare i termini “disforia di genere “ e “varianza di genere” per denominare due situazioni che hanno in comune una discrepanza fra il genere cui il Soggetto sente di appartenere e il genere cui “dovrebbe” appartenere, secondo i criteri dettati dalle nostre regole sociali, strutturate e stratificate storicamente e culturalmente .
Diverso è il vissuto individuale: disforia indica un malfunzionamento, una sofferenza di cui il Soggetto è portatore, a causa del suo sentire, mentre Gender Variant è il caso in cui tale discrepanza è vissuta individualmente -e sopratutto socialmente– senza evidenti disagi, come una varianza statistica.

Il sesso biologico non è neanch’esso binario. Esistono infinite sindromi complicate, con realtà cromosomiche eterogenee che danno luogo a realtà di vita individuali polimorfe e fluide, che vanno sotto la denominazione generica di Intersessualità: è recente il caso di quella bimba nata xy , con vagina e sindrome di Morris , che all’età di due anni è stata operata da solerti chirurghi che l’hano mutilata dei suoi organi sessuali femminili per ricreare, non so come, un maschietto che avrà sicuramente vita molto, molto difficile…. ma non è questo il nostro tema, anche se i criteri che noi medici siamo chiamati a proporre e seguire sono sostanzialmentente simili. Rispettare lo sviluppo della personalità del bambino, senza costringerlo, con interventi autoritari o peggio con pasticci medico-chirurgici, a osservare le norme che noi adulti gli imponiamo, scegliendo per lui/lei, al suo posto, per soddisfare nostre esigenze, che non sono necessariamente quelle volute dal soggetto che deve crescere nel rispetto di quello che si sente realmente..

Se diamo voce, legittimamente, agli interessati, le persone transgender si definiscono in molti modi, in relazione alle sfumature del loro essere- che spesso è un dinamico divenire. Ciò è molto sentito, specie dai giovani, che non amano- comprensibilmente- essere identificati dalla rigida tassonomia del DSM 4 e anche 5, malgrado i cambiamenti inseriti.Si auto definiscono GENDER FLUID, GENDER PRIUSES, PROTOGAY, PROTOTRANSGENDER, GENDER QUEER, GENDER OREOS e rivendicano l’autodeterminazione, senza il controllo medico o giuridico.

Alcuni nuovi progetti di leggi europee, in parte riconoscono questa realtà, rinunciando a usare i termini binari di uomo e donna, maschi o e femmina, consentendo a ciascuno di vivere secondo il genere che sente proprio, senza specificare. Viene riconosciuta così la realtà. Il genere è uno spettro, una linea con, agli estremi, il maschile e il femminile: nei vari punti ci collochiamo tutti noi. Molti si ritroveranno più vicini a uno degli estremi, altri si collocheranno a metà strada, o in posizioni comunque intermedie. E’ un giochetto che possiamo fare tutti, con i nostri famigliari e amici: i risultati sono molto interessanti e sorprendenti… In Italia invece le proposte di legge restano binarie, c’è tanta strada da fare.

Questa premessa, e questo invito alla fluidità e all’accettazione fenomenologia dell’altro , penso sia necessaria quando ci avviciniamo alle situazioni di adolescenti e di bambini che presentano segnali e comportamenti che vengono vissuti dai caregivers come non corrispondenti a quanto la società si aspetta , per quanto riguarda l’identità di genere. In questi casi, il rischio e l’errore è quello di voler fare una diagnosi, di etichettare il bimbo, di avere fretta di agire. Questi casi ci mettono ansia, perchè i genitori ci trasmettono la loro ansia, ci incalzano, chiedono “soluzioni”
D’altra parte, dobbiamo essere preparati, anzi, preparatissimi nel nostro paradossale non-agire: in questi anni vedremo sempre più casi di giovani e giovanissimi. Tutte le persone transgender che noi trattiamo sono stati bambini. E quasi tutti ci portano anamnesi infantili terribili, di grande sofferenza, costellate di scherni, divieti, percosse, violenze, oppure di repressione, isolamento e solitudine.
Aiutare questi bambini è un dovere sociale, dei medici, della scuola , delle famiglie, della società tutta

Molti bambini possono avere comportamenti particolari, anche molto marcati, che saltano agli occhi di chi si occupa di loro: indossare gli abiti della madre o di una sorella, se sono maschi biologici, o rifiutare le gonne se femmine, dichiarando più o meno esplicitamente di sentirsi a proprio agio in attività o giochi culturalmente impropri, che variano secondo le regole del gruppo sociale di appartenenza.
In alcuni casi, questi comportamenti possono essere molto marcati, e i bimbi stessi possono dichiarare di “essere” di un genere diverso da quello genotipico. Un bimbo da me interrogato ha risposto ”sono un maschiofemmina”. I genitori si allarmano, dapprima cercano di intervenire, spesso di reprimere, specie quando si tratta di un maschietto biologico che si comporta da “femminuccia”. Ma il bimbo continua a volersi vestire e comportare come le sorelline, e il pediatra, il medico curante viene interpellato…poi i bimbi vanno dallo psicologo accompagnati da genitori ansiosi e preoccupati.
Rispetto a un caso che ho visto io di recente, in cui un maschietto è stato portato da un prete esorcista per scacciare da lui il demonio dell’effeminatezza e dell’omosessualità, è comunque un bel passo avanti… bypassare l’esorcista e approdare pertempo dal medico o dallo psicologo.

Ma solo il 10- 15% circa di questi bimbi (Kohen-Kettenis, 2001-2008) proseguirà su questo percorso nell’adolescenza: la grande maggioranza spontaneamente ritroverà la corrispondenza dei comportamenti con il sesso biologico, senza coercizioni evidenti . Al più, potrà manifestare con maggiore frequenza orientamenti bisessuali o omosessuali nella scelta dei partners. Persisters e desisters.

La statistica , quindi, è nostra alleata, quando dovremo raccomandare ai genitori un atteggiamento di comprensione, massimo supporto ed attesa. Alcuni genitori faranno richieste forti: ma non c’è una cura ormonale o una psicoterapia per “raddrizzare” questo bambino? In questi casi, tutti gli orientamenti attuali suggeriscono una presa in carico dei genitori: starà al medico, e spesso all’endocrinologo, rassicurare la famiglia, tenendo d’occhio però il bambino e monitorandolo perché non finisca fra le grinfie di ciarlatani o di incompetenti… Costruire un ambiente sereno ed accettante è possibile, a volte, con risultati di grande armonia fra figli e genitori. I ragazzi transgender , che persistono nel loro orientamento fino all’età adulta, in questi casi possono non manifestare sintomatologie disforiche, sono Gender variant sereni e senza tratti di sofferenza e di mismatching sociale, Ci vogliono però genitori forti abbastanza da plasmare la società intorno ai loro figli, con l’aiuto di scuola ed istituzioni preparate.
Non sta a noi cambiare la società , ma possiamo dare il nostro contributo, informando autorevolmente.

Man mano che ci si avvicina all’adolescenza, se avremo monitorato il bambino saremo già più in grado di valutare se il suo sentirsi genderfluid si arresterà o se procederà su un percorso di varianza o disforia di genere. Non ne potremo avere la certezza, e pertanto si potrà fare una riflessione sull’opportunità di guadagnare tempo, trattandolo con una terapia ormonale di sospensione della pubertà.
Ci sono i pro e i contro: una dilazione delle decisioni maggiori può essere utile, per aspettare cosa succederà nella psiche del ragazzino/a dopo i 12-13 anni, consentendogli nel frattempo la massima libertà di esprimersi, di proseguire ma anche di tornare indietro. In questo periodo il supporto medico-psicologico va effettuato con cura e regolarità. Secondo alcuni ricercatori, però, il sottoporre un ragazzino a tale trattamento di blocco puberale potrebbe in qualche modo condizionarlo a proseguire anche un trattamento ormonale femminilizzante o mascolinizzante, come se ci fosse un binario già tracciato.
C’è da proseguire caso per caso, in stretta collaborazione con i genitori, che cercheranno anche loro di rispettare quanto più possibile lo sviluppo psicologico profondo e sincero del figlio/a.
( L’eccesso di medicalizzazione e di ricorso alla chirurgia potrebbe essere ridotto, come sostiene Zucker, da un lavoro psicologico preparatorio che consiste nel favorire la consapevolezza che vi sono molti modi di essere donna o uomo.)

Nell’adolescenza, psicologicamente, c’è il rischio di alimentare l’insorgenza di un falso sé, compiacente ai dettami sociali e alle aspettative famigliari, e repressivo delle istanze profonde della persona. (Diane Ehrensaft, California, da Winnicott). Per un ragazzo FtoM il menarca può essere un trauma grave, così come per una MtoF lo sviluppo erezione-eiaculazione. Possono provocare angoscia, crisi di panico, depressione, idee suicide e magari innescare formazioni reattive….anche gravi. Adolescenti con forti istanze femminili che si arruolano nell’esercito come paracadutisti, o che si fanno crescere la barba, mimando comportamenti da macho fascista per ingannare famigliari, società e sé stessi…. ragazzine biologiche che si sentono ragazzi, e che si forzano ad avere esperienze di sesso con amici maschi, chiudendo gli occhi, facendosi quasi stuprare immaginandosi di essere lei stessa l’uomo che le penetra…
Il soggetto potrà trovare nella scuola nuove sfide, e dovrà affrontare, se non protetto, episodi di scherno o bullismo, quando non di aggressioni vere e proprie, anche gravi a sfondo sessuale.
Una transizione potrebbe essere decisa e attuata precocemente: anche qui, con pro e contro.
Il rispetto della persona e delle sue istanze è fondamentale. Un adolescente transgender che si presenta nel gruppo già transizionato avrà ovviamente meno difficoltà . Di primo acchito, sembrerebbe l’opzione migliore. Ma in questo caso la terapia ormonale diventa una scelta totalizzante, che non dà spazio a quei casi di rientro nel genere coincidente col sesso biologico durante l’adolescenza. Invece, spesso l’inizio del trattamento coincide con un miglioramento dell’umore … e con migliori risultati a scuola! La Disforia può anche non verificarsi.
In altre parole: il trattamento ormonale nell’adolescente è auspicabile sul piano biologico, perché permette modificazioni somatiche coerenti con il sesso prescelto, ma deve essere instaurato con tutte le garanzie e gli approfondimenti del caso, e anche con dei feedbacks continui nella vita reale. Il tema del Consenso Informato va approfondito
L’adolescenza è un periodo molto delicato, in cui ,ad esempio, il rischio suicidario è alto, e così i percorsi di iniziazione alla droga e all’alcool. Possono comparire disturbi alimentari, anoressie e bulimie per cercare di modificare una corporeità che si vive come nemica ed estranea. Se un adolescente non è seguito adeguatamente, può essere a forte rischio: droga e alcool permettono di alterare la propria realtà, liberando i propri lati repressi e procurando poi ulteriori complicazioni, di carattere medico ed esistenziale, a volte senza uscita.
L’altro gravissimo rischio è l’abbandono scolastico, grave , secondo me, quanto e più di una psicopatologia…ha conseguenze devastanti per le scelte di vita di un giovane, che può trovarsi precluso un dignitoso inserimento nella vita e costretto a percorrere strade anche irregolari.
A questo proposito, citerei quei casi che tutti conosciamo, di prostitute nate in favelas indotte fin da piccole a seguire trattamenti ormonali femminilizzanti ad opera di sfruttatori senza scrupoli, che femminilizzano maschietti graziosi, rapiti o venduti dalle famiglie, e che poi ci troviamo davanti gonfiate di silicone e protesi di ogni genere, senza mai essere state viste da un medico, senza un titolo di studio, che non sanno fare altro che le escort. Storie drammatiche, senza un’infanzia, bambine vittime di una violenza subdola ed efferata che dobbiamo comunque ,da adulte, trattare e controllare medicamente al meglio…. indagare più di tanto non avrebbe senso, per queste ragazzine è andata così.

Le leggi europee tutelano i minorenni, stabilendo che per i percorsi di transizione sostenuti da trattamento ormonale occorre il consenso di entrambi i genitori, e così pure per i trattamenti di ritardo della pubertà. I protocolli (De Vries, Univ.Amsterdam, Dutch protocol 2007 fino ad oggi, wpath 2011) prevedono la presa in carico dei genitori, e supporti pratici nelle scuole, con la possibilità di interpellare bambini e adolescenti con nomi adeguati alla loro scelta di genere e riconoscendoli come tali nel gruppo dei pari. Con grande rispetto e cautela: molti bambini rientrano spontaneamente all’interno del percorso proprio del loro sesso biologico, e quindi è necessario un atteggiamento altrettanto “fluido”, lieve e accettante nel loro ambiente.

E’ la società che dovrebbe adeguarsi, e non i bambini e i ragazzi, che hanno tutti i diritti di svilupparsi e di fare le loro scelte libere, e al momento opportuno.
Quindi, nell’infanzia attendere e monitorare famiglia e scuola; per chi appare istradato su un percorso transgender, si prenderà in considerazione un trattamento di ritardo della pubertà, per poi , una volta ben chiarita la serietà della scelta del Soggetto, instaurare solo allora un supporto ormonale ed eventualmente chirurgico, per rendere il corpo armonico ed accettabile.

Oggi diversi Soggetti rifiutano la medicalizzazione del loro percorso: ragazzi transgender che mantengono il loro corpo femminile ma cambiano identità anagrafica, magari accontentandosi di una plastica al seno, o neanche. Ragazze transgender che affrontano la vita conservando il loro corpo e i loro organi genitali mascolini, ma che si sentono e vivono come donne, e non vogliono essere operate né trattate con ormoni . Noi medici siamo loro alleati, in un percorso di ragionevole e ragionata libertà, di un nuovo modo di vivere il proprio genere: e discutendo insieme, come stiamo facendo qui, questi diversi e nuovi punti di vista ci prepariamo a queste nuove sfide che il domani ci propone.

Dr. Roberta Ribali- Neuropsichiatra e Psicoterapeuta-
CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere

Robot sessuali: emancipazione o catalizzatori di sessimo?

La serie TV “WestWorld – dove tutto è concesso” ha creato uno scenario fantascientifico in cui viziati (e viziate) altoborghesi possono vivere vacanze all’insegna della violenza e del sesso in un parco “Western”, avendo piena libertà, di vita o di morte, di abusi sessuali, sui robot “residenti”, di fatto intelligenti quanto gli umani.
Sembrava una metafora distante, e invece …

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Da tempo mi interrogo sul sessismo della robotica.
Il film di qualche anno fa Ex Machina rappresenta bene questa problematica, dovuta forse al fatto che i principali autori di narrativa e filmografia fantascientifica sono uomini eterosessuali.

Già di qualche mese fa la notizia della creazione di Robot (uomini e donne) estremamente realistici pensati per la sessualità di persone (uomini, donne, etero e non) con disabilità mentale, argomento controverso e non privo di spunti di riflessione.

Di pochi giorni fa, invece, la notizia dell’apertura della prima “casa chiusa” con robot sessuali a Torino. Inizialmente ho postato con solerzia la notizia sulla mia pagina facebook, sperando di potermi velocemente confrontare con altri attivisti LGBT e sul tema dell’antibinarismo dei ruoli di genere.

La prima ad intervenire è stata Marina Terragni, che ha poi repostato la notizia e ha scritto un articolo che, seppur io non condivida la mistica della maternità, nè creda che i comportamenti sessuali dei peggiori uomini eterosessuali siano “nella loro natura” (virgolette che comunque mette la stessa Terragni), contiene interessanti punti di vista (premetto che io e Marina abbiamo visioni molto diverse sul tema transgender, ma non ho problemi a trovare convergenze su temi come questo, e ho visto varie persone LGBT scrivere che questa volta erano d’accordo con lei).

Sia l’uomo, sia la donna, sembrano stati scolpiti e pensati in base al desiderio maschile. La donna ha misure dei seni e delle forme estremamente stereotipate, e anche l’uomo ha un’espressione del viso che ricorda la classica giovane marchetta omosessuale.

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Premetto che il “bordello” dovrebbe essere aperto a uomini e donne, etero e non etero, ma sappiamo benissimo che di fatto il cliente standard dovrebbe essere, tanto per cambiare, un certo tipo di uomo eterosessuale.

Dunque, vi sono due scuole di pensiero, nell’attivismo, riguardo alle sexy robot:
la prima, che considera innato e inevitabile un certo tipo di desiderio maschile etero, incontenibile, violento, senza freni, senza la ricerca del consenso, e quindi considera conveniente che ci sia un modo di sfogarlo su pezzi di plastica, con cui il cliente può fare anche delle pratiche di sadismo spunto, di fetish, e di “dominazione”, anche, come dice l’autrice, con la bambola incinta.

L’altra scuola di pensiero, invece, si concentra sull’immaginario che queste robot, disegnate sui desideri più stereotipati e degradanti, stimolano e incoraggiano, risultando degradanti per la donna, creando un ambiente “circoscritto” in cui le più atroci violenze misogine sono lecite, seppur sulla plastica.
Mi viene in mente la serie di film di fantapolitica denominata “La notte del giudizio (The Purge)” e i suoi vari sequel e prequel, in cui, per una sola notte all’anno sono concessi tutti i crimini, permettendo di tornare, alle luci dell’alba, ad una realtà a bassissimo tasso di criminalità.
Possono essere quindi, le sexy dolls, uno “sfogo“?

La domanda rimane aperta e il confronto coi voi readers è fondamentale.
Come avete accolto la notizia e cosa ne pensate?

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Bimbi/adolescenti con tematiche di identità di genere: come agire?

Questo blog ha già trattato il tema dei giovanissimi transgender, o sarebbe meglio dire degli e delle adolescenti con una tematica di identità di genere, in preparazione dell’evento Milk che aveva come relatrice la Dott.ssa Roberta Ribali, a cui avevo rivolto questa intervista.
Nelle domande mi ero volutamente concentrato sulla socializzazione dell’adolescente “gender variant“, e sulla libertà di espressione che famiglia, scuola e società dovrebbero dare a queste giovanissime persone bisognose di sperimentarsi.

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Di due settimane fa, questa notizia:

La Commissione consultiva Tecnico-scientifica dell’AIFA ha ritenuto didare parere favorevole alla richiesta sottoscritta da SIE, SIAMS, SIEDP e ONIG di inserimento della Triptorelina nell’elenco istituito ai sensi della Legge n 648/96 per l’impiego in casi selezionati in cuila pubertà sia incongruente con l’identità di genere (Disforia di Genere).Successivamente, in seguito a richiesta di AIFA, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha espresso una posizionefavorevole sulla eticità di tale intervento medico, purché venga proposto da una equipemultidisciplinare e specialistica in casi attentamente selezionati.

Molti articoli a tema chiariscono che la somministrazione sarà valutata con prudenza e caso per caso.

Il mondo dell’attivismo omosessuale “cis” sta riprendendo un dibattito d’oltreoceano che porta statistiche sul fatto che la maggior parte dei bimbi/e “genderfluid” in realtà crescendo manifesta un’identità omosessuale cis: ragazze butch e ragazzi gay “effeminati“, e che quindi se si fosse intervenuti con gli ormoni inibitori in questi casi sarebbe stato un errore (nel caso che questi farmaci avessero effetti collaterali, ma premetto che sul tema non sono preparato, visto che la mia esperienza “non med” non mi ha sensibilizzato o dato uno slancio a informarmi sulla parte medicalizzata della transizione).
Aggiungo anche una mia personale perplessità: non so se questi farmaci possano alterare la futura fertilità, ma faccio presente che a quell’età si sottovaluta molto l’eventuale desiderio di genitorialità.

Quello che rivendicano alcuni di questi pensatoti d’oltreoceano (ma anche alcuni pensatori, uomini e donne omosessuali italiani/e, come i relatori della conferenza “4 elementi di critica LGBT“, in particolare Massimo D’Aquino, Giovanni Dall’Orto e Daniela Danna) è che la società possa iniziare a spingere verso una “normalizzazione eteronormativa” dei giovanissimi e delle giovanissime, portatori e portatrici di ruoli di genere difformi, e di orientamenti sessuali non etero, che, non potendo essere “normalizzati” coerentemente col sesso (come la buona vecchia scuola Niccolosi suggeriva), sarebbero più accettabili come ragazzi e ragazze trans etero rispetto all’essere giovani butch e checche.
Sarebbe quindi, quella della transizione giovanile, una “teoria riparativa 2.0“.

A tenermi lontano da questa riflessione è anche il mio essere si ftm, ma ftm gay, quindi nella mia riflessione identitaria il tranello eterosessista è stato assente: non dovevo scegliere tra il lesbismo e una “comoda” eterosessualità maschile.
Non amo sovradeterminare i percorsi altrui, ma è vero che diverse persone, spesso poco scolarizzate o molto giovani (spesso persone di genetica xx), si approcciano al percorso psicologico credendosi trangender per poi capire che si trattava di una tematica di ruoli di genere e/o di orientamento sessuale.

Ciò non toglie che per quei ragazzini/e che portatori/trici di una tematica di identità di genere lo sono davvero, queste paure degli adulti, o degli attivisti, non devono diventare un cappio. Se è legittimo riflettere sul pericolo di trattamenti sanitari superflui, o somministrati per un’errata analisi della situazione e delle esigenze del o della giovane, non riesco a capire perché, invece, non si dovrebbe dare piena libertà di espressione e sperimentazione a queste giovanissime persone.
Perché si dovrebbe vietare loro di presentarsi, in famiglia o a scuola, col nome scelto? Perché non permettere loro di provare la “socializzazione” nel loro genere (presunto) d’elezione? Di indossare i vestiti che desiderano, giocare coi giocattoli che preferiscono, ridisegnare la loro adolescenza o preadolescenza rispetto ai loro desideri?

Cosa impedirebbe poi a queste giovani persone, ad un certo punto della loro adolescenza, di fare un passo indietro, far ricrescere (o tagliare) i capelli, e ripensarsi come cis (omo o etero non importa)?
Castrare questa sperimentazione è controproducente in tutti i casi, anche dal punto di vista del genitore preoccupato che spera che la questione rientri, e non capisce che mettere dei limiti non fa altro che rendere il ragazzino/a ancora più frustrato/a.

Se quindi posso pensare che non ci sia transfobia, ma solo una seria preoccupazione, in chi sollecita alla prudenza in tema di ormoni inibitori, penso che possa essercene in chi chiede di “impedire” a questi ragazzini/e di sperimentare.

E’ vero, soprattutto per le bambine nate xx potrebbe esserci un desiderio di esprimersi al maschile dovuto alla “castrante” e “sessista” educazione secondo stereotipi femminili, che le giovanissime ricevono, paradossalmente, in dosi ben peggiori di quella “somministrata“, ai tempi a noi, che oggi siamo trentenni. Il binarismo dei ruoli è tornato alla grande a cominciare dai giocattoli, e concludendo coi modelli televisivi. Eppure delle tante giovanissime persone che si reputavano “maschiaccio” e volevano “essere ragazzi“, molte adesso sono madri, mogli, o attiviste lesbiche, molte ma non tutte. Quindi, da attivista trans, vi chiedo di non dimenticare i giovanissimi ftm, e di permettere loro, tramite un percorso psicologico ben fatto, e affidato ai (purtrippo pochi) professionisti competenti, e non ideologizzati in nessuna direzione, di capire se si tratta di una tematica di ruoli di genere oppure vi è qualcosa di più profondo e identitario.

Se è giusto che gli attivisti omosessuali e lesbiche difendano i loro piccoli, anche noi transgender difendiamo i nostri, e la loro libertà di esprimersi e sperimentarsi.

E oggi che “c…” mi metto? :D

Replica di Giovanni Dall’Orto al mio appello sul “linguaggio comune LGBT”

Le divergenze con l’attivista gay e storico del movimento Giovanni Dall’Orto, negli ultimi dieci anni, sono state tante. Chi conosce bene questo blog sa che a volte l’ho citato anche su idee che condividevamo, ma principalmente è comparso su queste pagine tramite le vignette con cui l’ho punzecchiato, a causa delle nostre forti divergenze sui temi transgender, che fondamentalmente erano causate dal fatto che usavamo le stesse parole per indicare cose diverse.

Non so se su alcune divergenze potremmo mai vederla in modo simile. Non so se potremmo avere obiettivi comuni (ma la sua posizione su una legge che riconosca anagraficamente le persone transgender non medicalizzate sempra piuttosto interessante), ma sicuramente ho molto apprezzato il fatto che si sia “messo in ascolto” e che si sia aperto al confronto, dote rara tra i “decani” dell’attivismo.

A questo punto, vi lascio alla lettura della replica al mio appello, che contiene delle chicche imperdibili, dalla firma come “nemico fedele“, alla descrizione metaforica dei nostri 10 anni di conflitti, facendo tuonare il cielo di Milano.

Invito a leggere, quindi, la sua replica a questo link:  Giocare a capirci, fra LGBT

Speriamo che altri coraggiosi/e pionieri/e rispondano al mio appello. Come inizio, però, non c’è male…

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Buon compleanno, Progetto Genderqueer…storia ed evoluzioni di un progetto, che diventa 2.0

8 anni di blog, di scelte linguistiche, di evoluzioni, raccontate da colui che ha iniziato quando era ragazzo, e che adesso guarda quegli anni con un sorriso. Le motivazioni della scelta, all’epoca, di un nome di rottura, la marginalizzazione subita come transgender non canonico, e l’approdo al 2.0, come approdo a nuove visioni ed interpretazioni.

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Ricordo l’apertura di questo blog come fosse oggi.
Avviene in un’epoca storica in cui internet è già ben radicato come strumento e agevola contatti e conoscenze, ma viene visto ancora come un mezzo per approdare poi ad una frequentazione o uno scambio di idee dal vivo o “migrato” in strumenti diversi (anche solo chiamate skype, con cui mi sono confrontato, in quei primi anni, con attivisti come Paolo Valerio o Mirella Izzo, che non erano spesso di passaggio a Milano).

L’idea di Progetto Genderqueer non è nata da un giorno all’altro: anni prima, quando Facebook permetteva che gli account fossero dedicato a un progetto e non “nominali” (nome+cognome), ho mosso i miei primi passi nel mondo dell’attivismo tramite quell’account facebook, l’account twitter (Alessandro Martini mi aveva convinto che il futuro sarebbe stato twitter) e la mail ad esso collegata, con cui ero iscritto su Yahoo Answers, e in una serie di mailing list (strumento importante di condivisione di pensiero, in quegli anni) a tematica squisitamente trans (disforia, androidi generici, ftm italia) o LGBT (spazio queer, e via dicendo).

I miei contatti col mondo dell’attivismo erano stati molto precedenti all’apertura del blog: escludendo il virtuale, direi il Milano Pride 2008, il Genova Pride Nazionale 2009, la militanza al Milk come responsabile del progetto blog e Ufficio Stampa del Treviglio Pride.

Non sapevo cosa sarebbe arrivato di lì a poco: l’entrata nel direttivo del Milk e poi la presidenza, la grande Fiaccolata contro l’Omotransfobia organizzata proprio sotto il cappello di questo blog, e così via.

Era il 5 agosto, il mio secondo giorno di ferie, “ferie” non pagate, del mio lavoro precario di allora, come modellatore e renderista di un architetto anziano che si è “sorbito” la mia metamorfosi estetica e a cui non dissi mai di me esplicitamente, ma spesso usava il maschile per parlarmi, poi… correggendosi. Non sarei mai più tornato a lavorare da lui, perché dopo quelle ferie avrei trovato un posto di lavoro stabile nell’azienda in cui lavoro tuttora.
Era il 5 agosto, in una Milano vuota e accaldata, e volevo fare qualcosa per ritagliarmi uno spazio dove potermi esprimere in modo “slow”, discorsivo, e non negli status e nei tweet, che, oltre a richiedere sintesi (che non è il mio miglior pregio), si perdono ben presto in un mare magno di informazioni più recenti che il social mette a disposizione.

Così, aprii il blog. Penso meriti uno spazio una discussione sulla scelta del nome. Io ero già militante Milk noto come Nathan, anche grazie agli incoraggiamenti di Stefano Aresi, allora presidente, e parlavo di me come ftm e non come di “altro”. La mia identità di genere percepita e dichiarata era maschile. Mi identificavo anche come ftm gay, o meglio “omoflessibile” o kinsey5, anche se l’eventuale attrazione da “altro” rispetto all’uomo era del tutto astratta e, diciamo “politica”.
Perché quindi usare “Genderqueer” nel nome?

Ai tempi, “genderqueer” era la parola che indicava tutti i percorsi “non cisgender” che non fossero di “transessualità medicalizzata e canonica”.
Erano periodi oscuri, in cui chi non era nel percorso standard, al di fuori di nicchie protette, come appunto il Milk di allora, non poteva così agevolmente dirsi trans o “ftm” (o “mtf”), perché le persone trans dei social di quegli anni ci tenevano a chiarire che chi era in un percorso come il mio non doveva assolutamente definirsi trans, o usare acronimi, come mtf ed ftm, che indicassero una “direzione” (che non essendoci una medicalizzazione a loro detta non esisteva), e quindi dovevano ripiegare sul ventaglio di termini, di sapore queer, che potevano alludere al fatto che la persona in questione avesse una disforia di genere, oppure un’identificazione da un genere non “previsto” per il suo sesso, ma non dovevano assolutamente “impadronirsi” dei termini trans, di “proprietà” di chi era in percorsi canonici e medicalizzati.
Era stato dimenticato, insomma, che le persone transgender esistevano anche prima dei percorsi ormonali, e che le prime attiviste trans erano quasi tutte non medicalizzate.

Ero giovane, erano tempi diversi, e ho pensato che GenderQueer (scritto con la Q anch’essa maiuscola) poteva essere un buon termine ombrello per indicare tutto l’universo di percorsi che non avevano cittadinanza nel mondo LGBT, e in quello T.

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Negli anni seguenti è successa una cosa che non attendevo e che mi ha reso onorato e sorpreso: il mio era l’unico blog italiano che usava certi termini (crossdresser, tranny chaser, transomosessualità, translesbismo, misgendering, cisplanning, cis-sessismo, transmisandria, ftm gay) e, forse grazie alla sua presenza costante sul web, con aggiornamenti più o meno regolari, google ha cominciato a considerarlo un sito autorevole, e a farlo apparire nelle prime posizioni quando qualcuno cercava termini, come transgender, minori transgender, crossdresser, bisessuale, per cui prima, ahimè, non usciva nulla in lingua italiana, oppure, e questo è ancora peggiore, uscivano solo ricerche morbose, legate a siti con finalità sessuali o di escortaggio.

E’ stato grazie a questa inaspettata indicizzazione su google, in anni in cui ero meno esperto con la SEO, e l’indicizzazione era tutta “naturale”, organica, che molte persone mi hanno raggiunto digitando su google delle “queery” che esprimevano “domande latenti” (sulla propria identità, o orientamento) a cui il blog rispondeva.

Ho ricevuto centinaia, migliaia, di mail, negli anni, di persone che mi ringraziavano per aver dato “dignità” ai percorsi alternativi, altre che mi ringraziavano per aver dato loro un termine per definirsi ed iniziare, tramite questo primo passo, un percorso di consapevolezza. Molte di queste persone sono poi sparite, forse perché dopo la consapevolezza e il coming out non avevano più bisogno del blog, forse non hanno mai fatto coming out, forse non ne ho mai conosciuto i dati veri, non ho mai visto delle foto vere dei loro volti, ma sono stato, fortuitamente, un tassello della loro ricerca: settimane fa una donna trans di Taranto è venuta a Milano con moglie e figlio (il figlio adorabile: correggeva la madre nei misgendering che rivolgeva a me e alla mia amica trans, di cui è moglie!) perché ci teneva a farle conoscere una delle persone che aveva dato avvio al suo percorso.

Qualcuno di voi, a questo punto del post, dirà “ecco Nathan in campagna elettorale, che si vanta di quanto è stato utile con questo blog“. In realtà oggi il blog fa il compleanno, perché non riconoscergli il suo ruolo?
Non è stato di certo questo blog il mio strumento principale di attivismo: io sono stato presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk per anni, e questo mi ha consentito confronti sia interni all’associazione (con altri attivisti, o con volontari, o con semplici soci ed utenti), sia esterni, con altri attivisti e pensatori, per fare insieme attivismo territoriale, ma questo blog, un progetto autonomo su cui l’associazione mai mi ha posto censure, ha “contenuto” tutte le riflessioni scaturite da ciò che mi accadeva nella vita da attivista e non (incontri nell’attivismo, flame war sul web, bullismo lavorativo, e tanto altro).

Non sono un umanista, quindi non ho mai avuto un taglio totalmente saggistico, nè mi sono mai liberato della modalità “scuola trans“, che mette al centro il vissuto, la condivisione di fatti anche personali affinché possano trasmettere o condividere dei messaggi, ma, di conseguenza, questo blog non è mai stato totalmente un diario personale.

Poi, è arrivata una fase totalmente disorientante per me. Mi sono aperto ad avere un co-autore, un giovane allievo, ma in un momento in cui l’attivismo e le sue dinamiche stavano cambiando, appena dopo l’approvazione della Legge Cirinnà.
Giorno dopo giorno ho capito che la nuova veste dell’attivismo, la nuova dicotomia tra intersezionali e non, mi stesse stretta, io che “intersezionale” lo ero stato da sempre, ma quel termine stava cambiando significato, e descrivendo sempre di più un tipo di attivismo che non sentivo mio. Ho desiderato di essere di nuovo autore unico del mio blog, di potermi sentire libero di dire cose impopolari, e di scrivere se e quando volevo.
Erano anni in cui stavo rivoluzionando la mia vita lavorativa, aprendo una serie di social paralleli per curare un progetto culturale e lavorativo in cui riprendevo i temi delle discipline che come Architetto ho studiato. Era l’anno in cui volevo lasciare la presidenza Milk ad Alessandro Rizzo, caro amico e compagno di mille avventure, tra cui la fondazione della rivista LGBT Il Simposio, ma quando la sua morte improvvisa mi ha colpito, ho dovuto tenere il timone, tra mille burrasche, almeno fino a quando non ho terminato il suo calendario culturale, come lui avrebbe voluto.
In quell’anno questo blog è esistito, ma ero stanco di parlare e di ripetere sempre le stesse idee: mi sono messo in ascolto, intervistando personaggi che avevano, sotto il profilo LGBT, qualcosa da dire.

Poi, finalmente, ho potuto ritirarmi, quando, dopo un periodo di un anno, il calendario di Alessandro è finito, con l’evento sui “transgender non medicalizzati“, a cui tanto tenevo e che ha creato un vortice di attenzione su questo tema.
Finalmente le parole “inventate” da questo blog, proposte, inserite in un dibattito, sono state usate e sono diventate parte del linguaggio della comunità LGBT: finalmente le persone transgender non med potevano essere considerate trans, e non “altro”.
Penso che abbia influito, in questa concessione di un “passaporto” di trans, che mi è stato rilasciato finalmente nella Comunità LGBT, la mia costanza: agli inizi era facile (non dico legittimo) pensarmi come una persona confusa e in cerca d’autore, priva di “coraggio” nell’affrontare un percorso medicalizzato e standard.
Ho cercato per anni un padre politico, poi dei fratelli di percorso, e alla fine, ahimè, sono diventato io, mio malgrado, una specie “padre” delle persone non med.
Oggi, però, esistono altre persone non med visibili: basti pensare a Laura Caruso e Sam Meraviglia.

Credevo di volermi ritirare dall’attivismo, e invece ho scoperto che volevo ritirarmi dall’associazionismo. Ho lasciato con piacere la presidenza al mio figlio putativo politico, il bisessuale Leonardo Meda (se si vedesse descritto così, mi ucciderebbe), ma dopo mesi di successi professionali inaspettati, di recensioni lusinghiere, ho capito che senza il confronto con le altre persone LGBT mi sentivo incompleto, ed è per questo che ho ricominciato a frequentare il Milk come utente, senza obblighi, potendo frequentare i progetti che preferivo, da Presidente Onorario, come ero stato nominato.
Ho detto si ad una proposta, arrivata altre volte, di parlare sul palco del Pride. Ho deciso di non salirci da ex presidente, da padre di famiglia di una comunità di LGBT “non conforming“, di cui per anni, almeno sul web e a Milano, sono stato “padre”. Ho deciso di salirci da trans Ftm Non medicalizzato, da persona che deve portare una complessità: fare un coming out quando il tuo aspetto dice il contrario di quello che sei, parlare di un coming out che probabilmente dovrà essere ribadito millemilavolte affinché passi nella coscienza comune.

E oggi questo blog cosa è? Forse è lo strumento con cui un “vecchio” attivista, ritiratosi dall’associazionismo, può parlare. Cambiare nome? Non più GenderQueer? La q è diventata minuscola, visto che almeno dal 2012 sono critico verso la teoria queer, e soprattutto perché Genderqueer aveva tutto un altro significato nella mia scelta del nome. Però ho aggiunto 2.0. Non avrebbe senso aprire un altro blog con un nome diverso, creare simbolicamente una dis-continuità col vecchio me, quando questo cambiamento è stato così graduale.
E’ necessario, tuttavia, un segnale anche visivo e simbolico di un mio cambiamento, in continuità col passato ma comunque forte: il 2.0.
Non entro, invece, nel merito dei motivi per cui scelgo di rimanere in una piattaforma free, e del perché comunque rimango legato a un “brand” indicizzato e autorevole su google (che perderei in grossa parte, se cambiassi nome, o meglio dovrei investire del tempo e aspettare pazientemente, cose che non intendo fare in questa fase della mia vita così impegnata dagli impegni extra-attivismo, in cui voglio semplicemente dare, nel mondo LGBT, un contributo di pensiero, quando richiesto).

Riusciamo però a rafforzare simbolicamente la rivendicazione della scelta di mantenere il nome?
E’ vero: il tempo, la costanza, e i cambiamenti politici hanno fatto si che oggi una persona come me non debba più “ripiegare su genderqueer”, e che possa addirittura essere presa in considerazione se propone nuovi termini e linguaggi.
Tuttavia, mi rifaccio al significato originario di Queer. Ricordo, al liceo, quando, studiando Oscar Wilde, un personaggio con cui mi identificavo molto, venne chiamato “queer” dai suoi oppositori. Era la prima volta che sentivo quel termine, queer (non sapevo neanche cosa fosse la teoria queer, anche se in quegli anni, fine anni 90, già esisteva ed era diffusa tra gli attivisti), ma iniziai spontaneamente a farlo mio.
Quando anni dopo conobbi “genderqueer”, mi sembrò di poter rivendicare quel termine, che indicava qualcosa di bizzarro, negativo, strano, riportandolo all’ambito in cui io ero, agli occhi di tutti e anche degli altri trans, “strano”, ovvero l’ambito “gender”.
Volevo rivendicare la mia genderstranezza, come i gay avevano rivendicato la loro stranezza e i loro “stili di vita felicemente alternativi”.

I gay, ad un certo punto, hanno rivendicato la parola queer che tanto li aveva offesi, come io 10 anni fa ho rivendicato gender-queer, termine in cui gli altri trans volevano confinarmi, non considerando degno il mio percorso.
E oggi, oggi che sono un uomo trans per tutto il panorama di attivismo, o quasi, a quel gender-queer sono un po’ affezionato. Sono sicuramente una persona di identità di genere maschile, ma bizzarro lo sono sempre stato, a prescindere dal mio essere trans, quindi, che dire, buon compleanno, Progetto Genderqueer.

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