Alla ricerca del Nord per la bussola Bisessuale, intervista ad Andrea Pennasilico

Già in passato questo blog ha intervistato attivisti ed attiviste bisessuali. Oggi intervistiamo Andrea Pennasilico, psicologo e attivista per la visibilità bisessuale. Con lui parleremo della presenza delle persone bisessuali nell’immaginario collettivo e dell’esigenza di creare una subcultura B.
Ho fatto molte domande scomode…allacciatevi le cinture…

Andrea Pennasilico Bisessuale

Andrea Pennasilico, ragazzo bisessuale dichiarato

Ciao Andrea, parlaci un po’ di te…

Ciao! Mi chiamo Andrea Pennasilico, ho 25 anni, sono uno psicologo e mi sto formando come psicoterapeuta sistemico-relazionale. Mi interesso al mondo LGBTQIA+ da diversi anni, oltre a mille altre cose come ad esempio la passione per film, serie tv e cartoni animati, che integro molto nel mio studio della rappresentazione nei media.

 

Che definizione dai al tuo orientamento erotico-affettivo? E perché hai scelto proprio questa definizione?

La definizione che ho scelto è bisessuale. Ci sono moltissime altre definizioni che potrebbero descrivere il mio orientamento più nello specifico, ma ho deciso di scegliere un termine ad ampio respiro e con una lunga storia alle spalle, dato che si sposa meglio col mio modo di vedere la comunità

 

Ti definisci un attivista bisessuale?

Ho uno strano rapporto col termine “attivista”: a volte mi appartiene, quando mi occupo di sensibilizzare e informare su temi centrali della comunità LGBTQIA+, altre volte la sento come una definizione più estranea, soprattutto misurandomi ad alcuni dei miei più cari amici attivisti che devolvono alla comunità un contributo molto più concreto e impegnato di quello che mi sento di fornire.

 

Quali le tue attività di attivismo online? e quali sul territorio?

Il mio attivismo online e sul territorio si rispecchiano molto. Entrambi si occupano soprattutto di informare e sensibilizzare le persone su temi troppo poco discussi, cercando al contempo di alleggerire il peso delle nostre battaglie più importanti con contenuti più leggeri e divertenti. Sul web lo facciamo attraverso la pagina Orgoglio Bisessuale, che condivide un misto di post di sensibilizzazione e di intrattenimento, mentre sul territorio stiamo organizzando incontri informativi su bifobia e poliamore (argomento molto sconosciuto e troppo spesso associato erroneamente alla bisessualità) in diverse associazioni LGBT in modo da combattere le discriminazioni interne alla comunità.

 

Logo orgoglio bi

Logo del gruppo Orgoglio Bisessuale

 

Perché c’è così tanto velatismo nel mondo delle persone sotto l’ombrello “bi” (alcune si dichiarano etero e alcune omo, oppure si dichiarano omo con gli omo ed etero con gli etero)? E da cosa dipende?

Il problema principale delle persone bisessuali è la mancanza di una comunità a cui fare affidamento. Alcuni studi che ho spulciato per scrivere la mia tesi di laurea riportavano che la percentuale di persone bisessuali nella popolazione (equivalente o superiore a quella di persone omosessuali) calava drasticamente se si andava a misurare all’interno delle associazioni LGBT: questo vuol dire che negli spazi che dovrebbero essere dedicati anche a loro le persone bisessuali non si sentono a proprio agio, principalmente a causa della bifobia interna alla comunità. Alcune decidono di adattarsi nascondendo la propria bisessualità mentre altre decidono di rimanere fuori dalle associazioni, ed entrambe le cose possono avere effetti negativi sulla salute mentale delle persone bisessuali, oltre a farne percepire poco la presenza nella comunità.

Un altro aspetto che spinge le persone bisessuali a rimanere “in the closet” è la mononormatività presente nella società, ovvero la presupposizione che chiunque si trovi davanti a noi sia necessariamente etero o gay. Spesso il coming out omosessuale viene dalla visibilità del proprio rapporto col partner, mentre il coming out da bisessuale non si può evincere da altro se non dalla presa di posizione della persona che ne rivendica il termine, altrimenti si verrà sempre considerati eterosessuali o al massimo omosessuali nel caso della presenza di un partner dello stesso genere.

 

Soffri maggiormente la bifobia da parte del mondo etero o da parte del mondo omosessuale?

Decisamente da parte delle persone omosessuali, perché solitamente la comunità eterosessuale tende a ignorarci direttamente, a dimenticarsi della nostra esistenza. Questo succede spesso anche nella comunità LGBT, ma almeno lì hanno una “B” nel nome che ogni tanto gli ricorda che ci siamo anche noi e per certi versi essere discriminati è preferibile all’essere invisibilizzati, perché almeno per discriminare qualcuno devi riconoscerne l’esistenza.

Secondo te qual è la radice della bifobia da parte del mondo dell’attivismo gay e lesbico?

Le teorie sono molte, ma quella che trovo più convincente è quella del Prof. Yoshino sul contratto epistemico della cancellazione bisessuale, in cui tra i vari motivi che spingono le persone monosessuali (ovvero etero e omo) a cancellare la bisessualità c’è la necessità di rimanere il più possibile separati tra loro. Essere accostati agli omosessuali è un pericolo per i moralismi del mondo etero ed essere accostati agli eterosessuali è un pericolo per le ideologie del mondo omo, la bisessualità ha la sfortuna di rappresentare un ponte tra le “due sponde” dove invece si desidera ci fosse un muro, dunque la scelta più comoda è di ignorare quel ponte e fingere tutti che il muro ci sia, che se un ragazzo bacia un ragazzo sarà inequivocabilmente gay, mentre se bacia una ragazza sarà inequivocabilmente etero senza spazio per ambiguità, incertezze o scale di grigi.

Secondo te è vero che l’uomo bi è maggiormente discriminato (o comunque in modo diverso)? e, se sì, perché?

L’uomo bisessuale è certamente più invisibilizzato rispetto alla donna bisessuale, che ha da un lato la fortuna di essere più rappresentata e dall’altro la sfortuna di essere pesantemente sessualizzata, specialmente dall’uomo etero. La donna bisessuale smette di essere invisibile quando la sua bisessualità diventa un motivo di eccitazione per l’uomo etero (rimanendo però sempre una “bisessualità performativa” finalizzata al soddisfare le fantasie sessuali maschili, mai una concreta e complessa attrazione verso più generi), mentre l’uomo bisessuale, non avendo alcuno scopo nella soddisfazione delle fantasie maschili (che in una società cis-etero-patriarcale come la nostra sono le uniche a cui viene attribuita importanza), semplicemente sparisce.

Chi sono i e le bisessuali iconiche tra i personaggi famosi e quali i principali riferimenti nell’attivismo storico e presente? Qualche nome italiano? E i personaggi storici?

Tra i principali riferimenti nell’attivismo storico non può che venirmi in mente Brenda Howard, considerata la “madre” del Pride per aver organizzato la parata di New York in occasione del primo anniversario dei moti di Stonewall, che si è poi evoluta nel Pride annuale che conosciamo oggi, mentre per l’attivismo presente di sicuro i personaggi che palesano maggiormente la propria bisessualità sono quelli che ci aiutano a contrastare di più l’invisibilità, mi vengono in mente personaggi della musica e dello spettacolo come Lady Gaga, Janelle Monae, Tessa Thompson, Alan Cumming. Nel contesto italiano i personaggi famosi dichiaratamente bisessuali si contano davvero sulle dita di una mano, spesso si preferisce evitare di etichettare la propria sessualità piuttosto che affrontare lo stigma legato alla bisessualità.

Per quanto riguarda i personaggi storici sembrerebbe quasi scontato elencare ogni singolo personaggio dell’antica Grecia e moltissimi dei personaggi Latini. Inoltre molti dei personaggi che sono diventati col tempo simboli della comunità omosessuale erano bisessuali, come Saffo, Walt Whitman, Eleanor Roosevelt e ovviamente Freddie Mercury.

A proposito di Freddie, recentemente c’è stata una polemica su Mercury: nel film lui stesso si definisce bisessuale in un episodio ricostruito storicamente e realmente accaduto, ma questo ha generato polemiche nell’attivismo gay: tu cosa ne pensi?

Per quanto io non approvi il modo in cui alcune persone della comunità gay si stiano scagliando in difesa dell’omosessualità di Freddie non posso dire che non lo capisca: per decenni i media hanno fatto bi-cancellazione e hanno creato l’illusione nel pubblico che Freddie fosse gay, rendendolo anche un simbolo importante della comunità. Dopo che l’immagine di Mercury come ambasciatore gay si è sedimentata posso immaginare che sia difficile accettare che si trattasse di un’imprecisione, specialmente se la cosa porta acqua al mulino di un orientamento che si ha difficoltà a riconoscere come legittimo e “meritevole” di una tale icona.

Quale o quali persone B sono i tuoi punti di riferimento?

Provo rispetto e ammirazione per qualunque persona che nel momento in cui si trovava sotto i riflettori ha avuto il coraggio di dire la temutissima parola con la B e non ha assecondato un mondo che ci vorrebbe nascosti o cancellati. In particolare rispetto immensamente Janelle Monae come artista e ritengo che il suo lavoro sia importantissimo nell’aiutarci a superare i ruoli di genere e i rigidi confini della sessualità, oltre ad essere deliziosamente intersezionale (occupandosi di etnia, genere, transgenderismi, orientamento e tanto altro).

Perché l’attivismo B fa fatica a svilupparsi sul territorio?

Alla bussola bisessuale manca un nord. Le associazioni LGBT ci ignorano o nei casi peggiori ci cacciano creando un ambiente per noi ostile, l’invisibilità sociale ci fa sentire come se fossimo aghi in un pagliaio (molti non sanno che le persone bisessuali sono il singolo gruppo più numeroso della comunità LGBT) e le associazioni B sono troppo poche e troppo poco conosciute.

I “finti B” quanto e come danneggiano il movimento B? parlo sia degli etero curiosi infiltrati che molestano le donne B nei gruppi protetti, ma anche tutte le persone che di fatto sono gay e lesbiche e preferiscono dire B.

Il concetto “finto B” danneggia estremamente il movimento bisessuale, ma a dir la verità ritengo che sia molto più una figura mitologica, uno spauracchio creato per rendere facile l’invalidazione di una persona nel momento in cui si dichiara bisessuale.

Gli uomini etero curiosi infiltrati che molestano le donne B non si fanno troppi problemi a dichiararsi eterosessuali nella mia esperienza che però è abbastanza limitata in proposito, mentre per quanto riguarda gay e lesbiche che preferiscono dire B non ritengo siano così comuni come si pensi: perché qualcuno dovrebbe preferire un’etichetta più invisibilizzata e più bistrattata? Al massimo penso che più che nascondere la propria omosessualità attraverso l’etichetta bi può succedere che qualcuno nel processo di scoprire la propria omosessualità creda davvero per un periodo di essere bisessuale per difficoltà di abbandonare l’eteronormatività che la società ci impone, ma anche lì penso che i casi siano molto minori rispetto a quanto si percepisce, specialmente visto che il concetto di “essere una fase” è uno degli stereotipi che ci colpisce di più.

 

Bi, pan, omoflex, eteroflex, puoi fare chiarezza su questi termini e anche sulle critiche che ricevono nel dibattito interno all’attivismo b?

Cercherò di essere chiaro e conciso, perché alcuni di questi termini creano dibattiti virtualmente infiniti:

Bisessualità
Essere attratti a persone di due o più generi. Alcuni non conoscendo questa definizione, che è la più diffusa e condivisa nella comunità, insinuano ingiustamente le persone bisessuali siano attratte solo dai generi binari o addirittura solo dalle persone cis, cosa assolutamente falsa.

Pansessualità
Essere attratti a persone di tutti i generi. La pansessualità ha una forte sovrapposizione con la bisessualità e per questo motivo alcuni la accusano di essere inutile o ridondante e di rinforzare cancellazioni e disinformazioni sulla bisessualità. La mia posizione sul tema è che la scelta delle proprie etichette è estremamente soggettiva e non è mai bello invalidare le definizioni altrui, questo a patto che per spiegare la pansessualità non si facciano paragoni errati con la bisessualità (ad esempio dire che le persone pan sono attratte anche da persone non binarie e trans, implicando che non sia così anche per le persone bisessuali).

Omoflessibilità ed Eteroflessibilità
Essere attratti quasi esclusivamente al proprio genere/ad un altro genere. Questi termini descrivono un tipo di attrazione in cui si rivedono molte persone e cadono comunque sotto l’ombrello Bi+ (non importa il tuo livello di attrazione ad un genere rispetto ad un altro, se sei attratt* da più di un genere puoi definirti bi), ma hanno dei grossi problemi nella semantica, dato che contribuiscono alla cancellazione bisessuale e rinforzano l’idea che la persona bisessuale sia in una certa percentuale etero e in una certa percentuale omo, concezione estremamente bifobica e mononormativa.

Parlaci della Scala Kinsey e del suo ideatore

Scala per misurare l’orientamento sessuale introdotta da uno dei più rivoluzionari studiosi della sessualità umana: Alfred Kinsey;  la scala va da 0 (esclusivamente eterosessuale) a 6 (esclusivamente omosessuale). Essa è il primo esempio di disposizione della sessualità su uno spettro piuttosto che su un binario ed ha un valore storico fondamentale. Tuttavia essa è superata, dal momento che è ancora intrisa in un binarismo di genere e tende a calcolare la sessualità in base alle esperienze piuttosto che in base alle attrazioni. Una delle mie aspirazioni è aggiornare la Scala Kinsey in modo da riferire alla dimensione del desiderio e includere le attrazioni ai generi non binari.

Come c’è una “subcultura” gay, una lesbica e una trans, esiste una subcultura B? e se non c’è, vale la pena crearla? E perché?

C’è una subcultura bi, con le sue piccole caratteristiche e i suoi simpatici luoghi comuni, come l’essere incapaci di decidersi su qualunque cosa, l’essere completamente catturati da ogni tipo di bellezza, l’essere incapaci di sedersi in modo “normale”, l’essere sempre imbarazzati e socialmente impediti ricorrendo spesso a gesti di circostanza come il pollice in su, il simbolo della pace o le pistole con le dita. Purtroppo al di là di queste piccole caratteristiche, non c’è ancora un’identità definita della cultura bi, soprattutto perché ci manca un’idea archetipica (che non afferisca a stereotipi bifobici) di bisessuale, anche grazie alla mancanza di rappresentazione mediatica e culturale. Ritengo che la formazione di una subcultura sia fondamentale per la costruzione di una comunità coesa.

L’attivismo B all’estero è maggiormente sviluppato oppure subisce gli stessi problemi dell’italia? Differenze tra Nord e Sud Italia?

All’estero le cose si stanno muovendo in una direzione positiva, grandi associazioni Bi stanno nascendo, viene fatta pressione politica e sociale per una maggiore inclusione e i risultati si iniziano a vedere. In Italia siamo in altissimo mare, ma ci stiamo impegnando per migliorare la situazione, insieme ad associazioni come BIT, BProud e Fuori dai Binari. Non saprei delineare sostanziali differenze tra nord e sud.

 

Cosa consigli ad una persona giovane che si scopre bisessuale?

Fai parte di una comunità molto più grande di quanto vogliano farti credere. Trovarci non è facilissimo, ma una volta che ci riesci rimarrai stupit* dalla bellezza e positività di questo grande insieme. Se hai difficoltà a trovare il tuo posto nel mondo scrivici a Orgoglio Bisessuale e faremo sempre il possibile per offrirti i consigli e il sostegno di cui hai bisogno.

 

Link di approfondimento

Pagine e associazioni B italiane:

Bibliografia:

(San Francisco Human Rights Commission) Bisexual invisibility: impacts and recommendations

(Kenji Yoshino) The epistemic contract of bisexual erasure

(Andrea Pennasilico) Gli Invisi li: bifobia, cancellazione e invisibilità bisessuale e il loro impatto sulla salute mentale

 

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L’acceso dibattito sulle donne trans nello sport agonistico e i retroscena ideologici

Nonostante ci sia spesso malafede nel portare in ordine del giorno il tema delle persone transgender nello sport, l’unica soluzione è non censurare e provare insieme a definire delle linee guida sostenibili affinché non ci siano discriminazioni e disparità in nessun senso.

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La polemica sullo sport agonistico come grimaldello del femminismo “biologista”

Il dibattito sulla presenza delle persone transgender nello sport agonistico, uno dei pochi ambiti in cui la differenza prestazionale dovuta ai corpi ha un valore, è improvvisamente stato messo all’ordine del giorno tra gli argomenti di discussione riguardanti il movimento LGBT.

E’ un momento particolare della storia del movimento T, poiché si rivendica il diritto al riconoscimento sociale e legale della propria identità di genere, senza alcuna imposizione di intervento tramite ormoni e chirurgia.

Questa richiesta è stata fonte di grandi polemiche con un’area del movimento, principalmente popolata da femministe con un approccio “biologista” e che praticano il “negazionismo dell’identità di genere”(ovvero sostengono che esistono solo i sessi biologici e i ruoli di genere come costrutti sociali), le quali sostengono che il riconoscimento legale delle persone transgender cancellerebbe la differenza sessuale (tra i sessi biologici) e le tutele riservate a persone di sesso (biologico) femminile (questione che in realtà ha senso porre solo per la specificità britannica, a causa della loro impostazione giurisprudenziale, ma che ahimé sta inquinando il dibattito internazionale).
In questo universo di femministe (lesbiche e non) e gay tradizionalisti, esistono varie posizioni, più o meno moderate:
alcuni attaccano le persone non medicalizzate o semplicemente non operate, dicendo che esse non meritano un riconoscimento legale come appartenenti al genere d’elezione e vanno esclusi/e dagli spazi riservati alle persone del loro genere d’elezione;
altri, invece, rifiutano il riconoscimento di qualsiasi persona transgender (anche operata), sostendendo che il corpo di nascita e la socializzazione infantile abbiano un valore inalienabile, e che quindi gli spazi sociali o di riflessione divisi per genere siano destinati a chi quel genere lo ha vissuto dalla nascita e che dalla nascita ha determinate caratteristiche fisiche.

Era abbastanza prevedibile che, in un’epoca in cui sesso e genere dovrebbero essere irrilevanti in un sacco di contesti (dalle competizioni “sportive” nel gioco degli scacchi, in cui giocatori e giocatrici sono divisi per sesso a quasi tutti i contesti lavorativi che non richiedono forza fisica), l’attivismo legato a visioni “biologiste” cercasse di dare visibilità a quei pochi ambiti dove la differenza fisica ha ancora grande importanza: lo sport agonistico.

Sarebbe un errore censurare e zittire chi porta in ordine del giorno questo tema, che presenta degli irrisolti importanti e sui cui è possibile trovare una soluzione oggettiva e che permetta una competizione equa.

Rachel_McKinnon podio

L’episodio d’attualità che ha fatto scaturire il dibattito

La dottoressa Rachel McKinnon, donna trans medicalizzata e coi documenti rettificati, ha vinto i mondiali Master su pista di ciclismo.
La vittoria ha scatenato molte polemiche, sia da parte di altre cicliste, sia da parte del popolo della twittosfera, che hanno commentato la vittoria in modo critico nel migliore dei casi, con insulti a sfondo transfobico nel peggiore dei casi.
Penso che molte delle reazioni sianodi pancia e dovute all’estetica della ciclista, che ha un corpo androgino e attualmente porta i capelli corti.
La mia critica non va tanto ai contenuti della polemica, ovvero se sia una vittoria meritata o no (critica che comunque non dovrebbe essere rivolta a Rachel, ma al massimo alle associazioni sportive che l’hanno ammessa al campionato femminile secondo standard da loro approvati), ma, come sempre, ai toni di chi l’ha criticata.

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La reazione della tennista Martina Navrátilová

Ha preso parola sulla questione un’atleta di un’altra disciplina, il tennis, Martina Navrátilová, la quale vuole che sia approfondito il problema della presenza delle persone transgender negli sport agonistici, ed in particolare delle donne trans che competono con le donne biologiche nella categoria femminile.
Martina, una delle prime lesbiche a fare coming out nel mondo dello sport, è stata destituita dal ruolo di ambasciatrice e consigliera dell’organizzazione americana che si batte per gli sportivi Lgbt, Athlete Ally.

La causa di questa espulsione non risiede nella sua richiesta di una regolamentazione riguardo alla partecipazione delle donne trans nello sport agonistico femminile, bensì sulla transfobia di certe sue affermazioni:

“Non puoi soltanto dichiararti donna per poter competere con le donne. Bisogna avere certi standard. Avere un pene e gareggiare con le donne non è uno di questi. Un uomo può decidere di diventare donna, assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive, vincere tutto e allo stesso tempo guadagnare una fortuna, poi può cambiare di nuovo la sua decisione e tornare a fare figli se desidera. È insano e ingannevole. Sarei felice di incontrare una donna transgender, ma non di giocarci contro. Non sarebbe giusto.

Ridurre soltanto il livello di ormoni non risolve il problema. Un uomo sviluppa più muscolatura e più densità ossea, assieme a un più alto numero di globuli rossi, sin dalla nascita. L’allenamento allarga la forbice. Infatti se un maschio volesse eliminare ogni vantaggio fisico, dovrebbe iniziare un trattamento ormonale sin dalla pubertà. Per me questo è impensabile. Vorrei anche fare una critica distinzione tra transgender e transessuali. Questi ultimi hanno subito un intervento chirurgico e il passaggio è stato completo. Ma sono solo un piccolo numero”


Queste stesse parole potevano essere dette senza inserire questi elementi transfobici.
Il misgendering, ad esempio: si può fare riferimento al fatto che una donna transgender è di sesso biologico maschile senza per forza usare “un uomo” per descriverla.
Inoltre, se il problema è lo sviluppo osseo del corpo della donna trans precedente all’assunzione di estrogeni ed antiandrogeni, è incomprensibile questo riferimento al pene, che Martina fa in vari passaggi, sottolineando la possibile fertilità della donna trans, la reversibilità (la possibilità di tornare a vivere da “padre di famiglia”) e mostrandosi giudicante verso le persone transgender (parola che usa per descrivere le persone trans non operate), “salvando” invece le persone transessuali (parola che usa come sinonimo di “persona trans operata”).
Se il (possibile) problema è la densità ossea, a che serve il misgendering e l’attacco ai genitali?

Corregge il tiro, Martina, in questo comunicato sul suo sito, ribadendo che l’unica cosa che ha a cuore è l’equità nella competizione, ma avrebbe dovuto porre la questione sotto questi termini fin dall’inizio.

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Un argomento di cui è giusto parlare, ma attenzione alle strumentalizzazioni

Ci sarebbe tanto da dire sulla partecipazione delle persone transgender in un settore (necessariamente) binario come gli sport agonistici.
Alcune trans sottolineano che avere un’ossatura pesante quando hai una muscolatura indebolita dagli antiandrogeni ti rende fisicamente svantaggiata rispetto ad una donna biologica, ma sarebbero tante le cose da tenere presenti per fare una valutazione equa che permetta una competizione “sostenibile”.
La stessa Navrátilová precisa che “assumere ormoni come è richiesto dalle associazioni sportive” quindi l’allarmismo riguardante l’ingresso nello sport agonistico delle persone trans non medicalizzate è attualmente infondato, e serve solo a soffiare sul fuoco della polemica attorno alle leggi che permettono alle persone transgender non medicalizzate di essere socialmente e legalmente riconosciute con nome e genere d’elezione.
Legare questi due temi (l’inclusione negli sport agonistici e il riconoscimento legale) non ha senso, perché il riconoscere legalmente il genere d’elezione di una persona transgender non medicalizzata non costringerebbe le associazioni sportive a smettere di imporre l’assunzione di ormoni per gareggiare nella categoria inerente al proprio genere d’elezione. Mettere in discussione il riconoscimento legale è quindi, da parte degli attivisti “biologisti”, strumentale, visto che lo sport agonistico è davvero uno dei pochi contesti dove la differenza biologica ha un valore.

Da non sportivo e da non medicalizzato ammetto di conoscere poco gli attuali requisiti di ammissione delle sportive transgender nelle competizioni agonistiche, ma se questi requisiti vanno perfezionati, che lo si faccia. Esistono differenze molto forti, di peso, d’altezza, a volte legate a dati etnici, a volte no, che creano delle disparità anche tra persone “cisgender” (anche all’interno dello stesso sesso biologico), quindi basterebbe introdurre nuovi criteri (già presenti in alcuni sport) per cercare di riprodurre una competizione non discriminante in nessun senso.

 

Un lavoro di revisione sereno e razionale è possibile?

Mi chiedo, però, se questo lavoro possa essere fatto serenamente, visto il periodo di profonde tensioni tra comunità transgender e comunità lesbica. Questa revisione dei requisiti può essere davvero fatta in modo razionale e scientifico o, per forza di cose, verrà caricata di significati simbolici legati a dei macro-scontri che stanno infiammando il conflitto politico tra correnti con agende politiche praticamente opposte?

E mentre queste polemiche infiammano le nostre bacheche social, un po’ di ottimismo arriva dalla notizia relativa al Manuel, primo pugile transgender a disputare un match da professionista negli Stati Uniti e a vincerlo.

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Laboratorio per persone transgender non med e/o non binary: giovedì 21 febbraio a Milano

Nasce a Milano un laboratorio destinato alle persone transgender non med e/o non binary e il loro riconoscimento legale e sociale.
L’obiettivo è riflettere sui problemi che ci accomunano ed elaborare del materiale destinato ad informare della nostra condizione il contesto sanitario e il mondo del lavoro, oltre ad elaborare una legge che ci riconosca e ci includa, e a riflettere sulla difficoltà e credibilità dei nostri coming out, il nostro ingresso nell’immaginario collettivo e la nostra autodeterminazione.

non med non binary

Ci saranno 4 incontri nel 2019

1) “Non med e Non binary: entrare nell’immaginario e autodeterminarsi”

Una riflessione sulal difficoltà dei nostri coming out, spesso ignorati o derisi, sull’esigenza di ripeterli più e più volte alle stesse persone o contesti.
Si rifletterà sulla nostra esistenza nell’immaginario collettivo, e sulla nostra capacità di autodeterminarci, oltre che riflettere su un’eventuale “vergogna” relativa alla nostra condizione, dovuta proprio dal non esistere nell’immaginario collettivo.
data del primo incontro: giovedì 21 febbraio, ore 21.00
via Soperga 36 Milano, citofono guado, seminterrato scala a sinistra

2) “Non med e Non binary e sanità: abbiamo un corpo ma anche un’identità di genere”

Con l’aiuto di alcuni professionisti, tra cui la Dott.ssa Marina Cortese, elaboreremo del materiale informativo destinato ai contesti sanitari, che devono curare il nostro corpo, ma anche relazionarsi correttamente alla nostra identità di genere

3) “Non med e Non binary e professione: come essere riconosciuti sul posto di lavoro”

Una riflessione sui coming out ignorati e sminuiti a causa del non passing, e su come pretendere rispetto anche nel contesto lavorativo.
Ci aiuterà la dott.ssa Monica Romano, consulente del lavoro e attivista di Crisalide. Creeremo del materiale informativo sulla nostra condizione destinato ai datori di lavoro ed ai clienti.

4) “Non med e non binary: una legge che riconosca le nostre identità anche sui documenti”

Grazie all’aiuto di amici giuristi, proveremo a lavorare su un disegno di legge che includa le persone non med e non binary.
Potremo contare sull’esperienza della dott.ssa Laura Caruso, persona non med e attivista.

La grafica e parte dei contenuti sarà curata dall’attivista e grafico Sam Art.
Conduce il progetto, Nathan, autore di Progetto Genderqueer e presidente onorario del circolo Rizzo Lari

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Come si accede al laboratorio?

mandando una mail a presidenteonorario@milkmilano.com presentandosi in poche righe (dichiarando se si è transgender non med, non binary oppure una figura professionale interessata a contribuire ad uno dei temi proposti) e dicendo per quali motivi si desidera partecipare.

Chi sono le persone transgender “non med”?

Sono le persone transgender che compiono un percorso senza ricorrere alle modifiche farmacologiche

Chi sono le persone transgender “non binary”?

Sono le persone transgender con identità di genere non corrispondente a “uomo” o a “donna”

Le istanze

Le istanze delle persone “non med” e di quelle “non binary” meritano uno spazio di discussione interamente dedicato alle loro tematiche:
– esistiamo nell’immaginario collettivo?
– i nostri coming out vengono compresi o ignorati?
– il mondo della sanità si rapporta in modo corretto alle nostre istanze ed esigenze?
– il mondo del lavoro è capace di includerci rispettando la nostra identità di genere?
– come poter avere una legge che ci permetta di essere noi stessi sui documenti?
Finora l’assenza di spazi fisici dedicati ha causato l’impossibilità di discutere problemi e soluzioni tramite il confronto e il “partire da sé”, ma ciò adesso è possibile grazie all’associazione Rizzo Lari e al suo Progetto Identità di Genere.

Si tratta di un gruppo di autoaiuto? di un laboratorio? di un ciclo di eventi culturali?

No, in associazione esiste già un gruppo Ama su tematiche transgender (anche non med e non binary).
Il progetto “non med+non binary”, invece, avrà un approccio “operativo”:
partendo dalle nostre esigenze e storie di vita, lavoreremo insieme a dei documenti che ci permettano di comunicare la nostra condizione a persone con cui dobbiamo relazionarci per motivi sanitari, professionali o altro.
Ci saranno una serie di eventi tematici.
La regola del non giudizio e della segretezza rimangono, poiché ci saranno momenti di condivisione di esperienze e disavventure legate alla nostra condizione personale.

Che frequenza avrà il laboratorio? Saranno incontri a tema?

La cadenza è da decidere insieme. Gli incontri avranno temi monografici, volta per volta, partendo dal primo incontro, dedicato all’autodeterminazione, al coming out e alla condizione non med/non binary nell’immaginario collettivo.

Cosa succede tra un incontro e l’altro?

Si creeranno gruppi di lavoro per creare materiale divulgativo, opuscoli e manifesti, da condividere nei contesti dove ignorano la nostra condizione e le richieste di rispetto della nostra identità (sanità, professione, altro).
E ci sarà una mailing list per condividere idee ed esperienze. Infine, sarebbe bello parlare anche della situazione legislativa e pensare, insieme ad avvocati ed attivisti storici, a soluzioni che includano le persone non med e non binary.

Che approccio ha il gruppo?

Non ideologico, fortemente pratico e legato alla situazione italiana nella sua complessità
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Lettera aperta a Marina Terragni, su trans, transmedicalisti e transcult

Al posto di commenti a status facebook, che si disperderebbero nei flames che ahimè dominano i social, ho pensato di rispondere a Marina, che ha tradotto un Manifesto di un gruppo di transmedicalisti inglesi, con una lettera aperta, che vuole solo mostrarle un altro punto di vista, e non attaccare il suo.

inglesi

Cara Marina,

all’interno del movimento LGBT sono uno dei meno critici verso il tuo pensiero, nonostante su molte cose il nostro pensiero diverga.
Mi hai citato (come appartenente al Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia) nel tuo libro “Gli uomini ci rubano tutto” e anche in un vecchio articolo per Avvenire, e, sempre del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia avevi condiviso sui tuoi social il Comunicato Stampa di giugno.
Ecco, io condivido il tuo pensiero su molte cose: la condizione della donna nel mondo musulmano, ma anche di quella in Italia, oppressa dalle pretese dell’uomo etero, e anche su quella spinosa questione d’attualità di questa estate, sul bordello di bambole a Torino, e ti ringrazio anche per aver affiancato, negli anni Settanta e primi Ottanta le donne transgender nella loro battaglia per il riconoscimento legale del proprio genere d’elezione.

Tuttavia, a volte, mi dispiace leggerti quando scrivi di transgender relativamente al dibattito in corso attualmente.
Mi è capitato sottomano il tuo pezzo, “Essere transessuali contro il Transcult”, e vorrei darti il mio punto di vista di transgender ftm sul Manifesto dei transmedicalisti inglesi che citi, condividendone i contenuti.

Gli autori ed autrici del manifesto rivendicano per se stessi il termine “transessuali” (ormai deprecato dall’attivismo, per la sua origine psichiatrica e per il fatto che il “sesso”, oggettivamente, non si “cambia”), per indicare esclusivamente le persone in percorsi medicalizzati, prendendo le distanze dalle altre.

Portando avanti questo intento, queste persone si raccontano con un approccio patologizzante, con quella visione della propria condizione esistenziale che, nei gruppi di autocoscienza, molto simili a quelli che voi donne avete fatto decenni fa, proviamo a decostruire, passando da “ho una disforia” a “sono una persona trans”.

Nel loro manifesto, queste persone “transessuali” raccontano la loro storia dicendo del “bisogno” che hanno avuto dei medici per “essere esaminati” su “ciò che non andava”.
Parlano della via della medicalizzazione come l’unica legittima, l’unica che una persona sceglierebbe se fosse “veramente” trans, e sottintendono che sia giusto che, infondo, il mondo accetti una persona trans solo dopo che il suo aspetto sia tornato ad essere conforme a quanto socialmente atteso.
Solo così si possono avere vite “felici e produttive” e “contribuire alla società”.

Nel loro documento chiariscono che per i trans (medicalizzati) ormai tutti i diritti sono stati raggiunti e chiederne altri comprometterebbe il loro privilegio rispetto ai transgender “non med”, quindi non hanno voglia che alla società civile siano chiesti nuovi compromessi.

Inoltre bollano a “genuinamente” confusi (con un sano paternalismo) coloro che percorrono percorsi trans meno canonici e dicono che l’unica disforia possibile sia quella che comporta il desiderio del “cambio di sesso”, relagando tutto il resto ad un “disagio coi ruoli di genere”.

Immagino che come femministe vi sarete più volte trovate ad affrontare il problema di “essere il primo nemico di voi stesse” (come donne): quante donne avete aiutato ad emanciparsi dall’essere conniventi con l’immaginario “patriarcale” e dal proporre solo un unico modello dell’essere donna?
Quanto avete lavorato, insieme, col confronto, per decostruire questo pericoloso atteggiamento?

Ogni comunità deve fare critica interna. I gay devono combattere l’omofobia interiorizzata dei gay velati, magari di quelli che, nascondendosi nella Chiesa, propongono idee omofobe. Le donne, invece, devono lottare contro quelle donne che si sentono “più accettabili” di altre. So che questi sono discorsi “pericolosi”, perché il nemico principale rimane quello al di fuori delle nostre cerchie protette, ma questo non deve portarci a riflettere sui retaggi tossici che ci portiamo dietro, e che si portano dietro anche queste persone “transessuali” che, scrivendo questo documento, magari in buona fede, chiariscono che il loro sia l’unico modo legittimo di essere trans.
Quindi, proprio alla luce del lavoro che voi donne avete fatto su voi stesse, per “diventare” femministe, puoi capire la mia indignazione verso il pensiero di questo gruppo, e la mia preoccupazione verso il fatto che attivisti politici italiani riprendano questo pensiero, considerandolo giusto, onesto, sacrosanto, dimenticando quanto questo pensiero possa essere lesivo per chi transgender lo è, ma sta percorrendo un percorso diverso dal loro e non va delegittimato.

So quanto le femministe, molte di esse, abbiano a cuore la salute dei bambini questioning, e ci tengano che non si intervenga con la medicalizzazione prematuramente o in bambini che in realtà non sono transgender.
Se davvero il vostro punto di vista è questo, se siete così preoccupate degli effetti dei farmaci su queste persone, non dovreste essere le prime sostenitrici del percorso “non med” e del suo riconoscimento?

Premetto che anche se la medicalizzazione non è la mia strada, ho un enorme rispetto di coloro che hanno sentito di volerla fare per raggiungere la propria immagine di sé, ma se è sincera questa vostra preoccupazione sulle conseguenze della medicalizzazione, perché non sostenete i diritti di noi transgender non medicalizzati?
Se è vero che molte persone accedono alla medicalizzazione per un proprio sincero bisogno, altre ne farebbero a meno se una legge per il cambio documento le includesse senza chiedere il “pegno” di una cura ormonale di cui in alcuni casi non si sente il bisogno.

Se il problema è il “distinguere” tra “veri” e “falsi” trans prima di cambiare un documento, allora basterebbe far affiancare la persona, in questo percorso di cambiamento, da una figura opportunamente formata sui temi di identità di genere (e attualmente, a parte le grandi città, in Italia non è così, e molti professionisti o sono totalmente impreparati sul tema, oppure addirittura hanno approcci ideologicamente “riparativi”), in modo da assicurarsi (soprattutto per il bene della persona), che la scelta del cambio nome sia quella adatta alle sue esigenze.
Non sono d’accordo ad un approccio “patologizzante”, ovvero atto ad appurare se la persona “soffre o no di qualcosa”: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depatologizzato la condizione transgender ed è questa la direzione verso la quale si sta andando.

Concludendo, se davvero la paura delle femministe è che l’autocertificazione possa, in pochi minuti, far si che un uomo etero maiale possa farsi rilasciare un documento al femminile per infilarsi negli spogliatoi femminili e fare il porco, io credo che ci siano molti strumenti giuridici per far si che questo non accada, per “bloccare all’ingresso” personaggi del genere (anche se mi chiedo davvero se un guardone arriverebbe a cambiare i documenti, cosa che comunque influirebbe sulla sua professione e sulla sua vita sociale, per infilarsi in uno spogliatoio e stare in mezzo alle donne nude, ma ormai da anni ho capito che alcuni uomini etero sono davvero capaci di tutto per essere molesti! basti pensare a tutti gli uomini etero che si reinventano queer, eteroflessibili e bisex solo per provarci con gli ftm non medicalizzati ed accedere alle loro forme fisiche femminili…).
Penso quindi che, se si lavorasse insieme, LGBT e femministe,  alle clausole da proporre in modo da evitare questi paradossi, potrebbe essere pensata anche in Italia una legge che permetta alle persone di cambiare i documenti senza l’obbligo di assumere ormoni, cosa che potrebbe rendere vivibili le vite di noi persone transgender non med e potrebbe permettere anche a chi volesse fare un percorso med di farlo con la serenità di aver già sui documenti il nome d’elezione.
Una legge di questo tipo, voluta anche da molti/e attivisti/e transgender medicalizzati/e italiani/e, come la nota attivista e scrittrice Monica Romano o l’avvocato ftm Gianmarco Negri, sarebbe una legge di civiltà anche per chi ha fatto percorsi canonici, poiché il riconoscimento delle nostre identità non dipenderebbe più da cambiamenti che “ci impegniamo a fare”, ma dall’identità personale di cui siamo portatori e portatrici.

Dialogo con gli/le gender critical: si, ma entro i limiti del rispetto

La corrente di attivismo britannico che, col suo essere “gender critical”, pratica il negazionismo dell’identità di genere, merita spazio nel dibattito o rischia solo di toglierci energie?
gender-critical-feminism

Un pensatore gay italiano, da circa un anno, mi ha invitato a seguire il dibattito britannico riguardante il profondo contrasto che vede a destra femministe radicali, attiviste lesbiche, gay tradizionalisti e persone T transmedicaliste (quelle che accettano i percorsi trans solo se medicalizzati), e, a sinistra, femministe intersezionali, persone pansessuali, non binary, queer e transgender .

Non chiamiamoli/e “TERF”

La corrente “a destra” viene chiamata “T.E.R.F” (Trans Exclusionary Radical Feminist), ma io non sono d’accordo con la scelta di questo termine, che comunque comprende altre individualità oltre a delle femministe radicali oltre a non comprendere tutte le femministe radicali. E’ più corretto dire gender critical (rispettando come loro, con un eufemismo, si definiscono) o negazionisti/e dell’identità di genere.
“Trans-escludente” allude all’esclusione da precisi spazi di elaborazione culturale e incontro, interni al femminismo o rivolti al femminile.
Quello che questa corrente fa è invece molto oltre: non si limita alla pretesa, che potremmo discutere pacatamente, di non far accedere le donne T a determinati luoghi, fisici e non, ma “l’esclusione” è diventata universale: tramite il negazionismo dell’identità di genere, anche la condizione T viene cancellata, o ridotta ad una patologia o dismorfofobia, se non ad una “banale” insofferenza agli stereotipi di genere.

terf

“Sei una donna con un problema di transgenderismo”

Ricordate la terminologia che usava sulle persone omosessuali lo psichiatra Joseph Nicolosi? Le persone omosessuali (in particolare gli uomini) erano da loro considerate degli “eterosessuali con un problema di omosessualità”, quindi una condizione identitaria, che non riguarda solo i comportamenti eroticoaffettivi ma tutti gli ambiti della vita e della partecipazione politica, veniva ridimensionata a “problema”.
Ai tempi a fare queste considerazioni erano gli esponenti delle teorie riparative, e di una visione della vita influenzata da un integralismo religioso. Tutta la comunità LGBT era compatta a contrastare questa visione e a difendere l’identità omosessuale.

Oggi, le femministe inglesi e il loro strascico di persone LGT aderenti a quella visione binaria e trans-avversa, hanno inventato dei modi per chiamare le donne e gli uomini trans.
Già alcune femministe nostrane, per non usare “donna trans”, dove trans è aggettivo e donna è sostantivo, hanno introdotto termini composti come “transwoman”, dove l’esistenza di un’unica parola permette loro di non “dover” chiamare “woman” le donne trans.
Allo stesso modo, termini come donna T, donna mtf, sono stati sostituiti, da queste femministe britanniche, con perifrasi come “uomini che si identificano come transgender, dove, a parte il fastidioso e vergognoso “si identifica” (quindi è opinabile e  reversibile) al posto di “è”, fa sparire la parola “donna” dalla definizione di donna transgender.

Allo stesso modo, gli uomini T diventano “young woman” (viene sottolineato il fatto che sono giovani per sottolineare cosa, poverinE, stanno sprecando) che si identificano come transgender, che ovviamente, dal loro punto di vista, si identificano così in quanto incapaci di affermarsi come donne in società, oppresse dallo sguardo maschile eterosessuale (attorno al quale, secondo alcune correnti femministi, tutto ruota).

negazionista identità genere

Tutto gira attorno allo sguardo dell’uomo etero: ma non le nostre identità di genere

Mi è stato girato recentemente questo tweet, in cui pare che alcuni ftm (che loro si ostinano a chiamare giovani donne che si identificano come transgender), immaginando 24 ore senza persone cisgender (ovvero persone non transgender) tra i piedi, avrebbero voluto sperimentare come donne.
Riportare i risultati di questo “studio”, proverebbe che la loro autodefinizione di transgender dipenda dallo sguardo dell’uomo etero, sempre presente, a loro detta, nelle “scelte” (scelte?) delle persone xx, talvolta spinte a definirsi e vestirsi per “attirare” questo sguardo, talvolta spinte a rifuggerlo, ma mettendono comunque sempre al centro di ogni autodefinizione di sé.
Tante cose potrebbero essere dette su questo meme, sul che parole usa per definire “ftm”, sul campione di persone che avrebbero risposto in questo modo (si tratta di persone risolte o questioning?), ma la domanda è: questo materiale va esaminato? Gli si deve dare una risposta? E’ degno delle nostre attenzioni o del nostro tempo?
A mio parere, il discorso è impostato così male, ad iniziare dalle parole che scelgono per definire gli ftm, che non vale la pena di dare spazio a questi punti di vista, sia agli/alle “influencer” che li sostengono all’estero, sia a tutti/e coloro, italiani/e, che hanno scelto di sostenerli e divulgarli qui in Italia.
Dialogo sì, ma coi requisiti minimi di rispetto.

 

Role-Variant e Desister: perché offendono i percorsi trans?

Sempre di questi giorni, la pagina di un “uomo non conforme”, che ama avere un’espressione di genere femminile e vive in questo modo, continuando a definirsi uomo.
Sarebbe un’opzione interessante, una persona da ammirare, se ovviamente alla sua posizione e condizione non corrispondesse anche una tendenza a “decidere” che invece le persone con un “aspetto” simile al suo, che però hanno una tematica di identità di genere e non di ruolo, per lui devono smettere di chiedere il rispetto della propria identità di genere e devono “accontentarsi” della sua opzione.
Mi ricorda molto una persona, che io conobbi come donna T, e che ora è tornata a vivere al maschile. L’avevamo accolto come amico anche nelle nuove vesti, ma poi lui ha iniziato a misgenderarci e ad invitarci ad “accogliere Gesù” tramite la sua chiesa neoprotestante, e ovviamente a sforzarci di vivere da cis.
Sbaglio a dire che, se ci fosse serenità nelle loro modalità, non attaccherebbero tutti noi?

men in pink uomo gender non conforming

Censurare le “opinioni” transfobiche: un boomerang?

Poi ci sono i vari casi di negazionisti dell’identità di genere tacitati sui social e negli spazi fisici di dialogo: posso capire un discorso sul tema della “censura”, discorso molto in voga anche nell’epoca storica delle Sentinelle In Piedi, degli “sposati e sii sottomessa” e di tutti quei contesti in cui delle persone, tra cui anche docenti universitari, rivendicavano la libertà di poter pensare e dire che donne e neri sono per loro “inferiori” e così via anche per le persone LGBT.
Io posso davvero tendere un orecchio agli anziani attivisti che ci invitano a non proporre metodi di censura, per l’effetto boomerang che avrebbero sulla nostra stessa libertà di esprimere il nostro pensiero, ma solo se siamo tutti d’accordo che quanto sostengono sia orribile.

Conclusioni

Se un tempo noi persone LGBT eravamo compatte nel combattere un certo tipo di pensiero binario ed eterosessista, oggi non è più così. Alleanze trasversali hanno spaccato il movimento rainbow: parte di esso si è alleato ad un femminismo, parte all’altro (e in entrambi i casi a comandare solo le donne cis femministe e non “i nostri”).
Ho pensato per molto tempo che fosse possibile non schierarsi, portare avanti un punto di vista originale senza farsi sovrascrivere dagli anglofoni e dai loro pacchetti preconfezionati (si basti pensare che nella loro letteratura i “non med” non esistono e coincidono con i non binary, quando sappiamo benissimo che la prima è una distinzione che si basa sul rapporto col proprio corpo, la seconda riguarda invece l’identità, e così come una persona può essere entrambe le cose, potrebbe essere solo una delle due cose) e cercando il dialogo con pensatori portatori di visioni divergenti.
Oggi penso che schierarsi sia necessario: si devono mettere dei paletti oltre i quali il dialogo diventa uno spreco di energie perché i presupposti non sono validi.
I nostri attivisti omosessuali e le nostre attiviste lesbiche, italiani/e, devono schierarsi, e decidere quali sono i presupposti oltre ai quali non è il caso di sostenere una posizione, in quanto eccessivamente offensiva verso il vissuto dei fratelli e delle sorelle transgender.

trans ridimensionanti

Discriminazioni per sesso e per genere percepito: il valore di un punto di vista transgender

Le persone transgender subiscono discriminazioni e vivono esperienze che talvolta riguardano il sesso d’appartenenza, talvolta il loro genere, talvolta i ruoli sociali che incarnano. E hanno tanto da dire, lo hanno sempre fatto…prima della “censura” ricevuta da parte da alcune correnti di femminismo.

Hands Up

Libertà di pensiero transgender: si stava meglio quando si stava peggio

Negli ultimi giorni ho riflettuto su come e in che modo è cambiato il mio modo di scrivere e di fare attivismo negli anni, anche in relazione al cambiamento dello scenario dell’attivismo italiano, a sua volta cambiato a causa dello scenario internazionale.
In anni come il 2008, il 2009, il mio contributo era narrare ciò che accadeva ad una persona di biologia xx e di identità e ruolo genere non conforme al sesso biologico, e corredare queste narrazioni personali con le riflessioni politiche che ne scaturivano, nella speranza di dare sostegno e costruire un immaginario per chi, in quegli anni privi di riferimenti, quella condizione la viveva.
Discriminazioni e disavventure che subivo e vivevo erano legate a molti elementi: al mio sesso biologico (se veniva percepito e ad esso si legavano presunzioni sulla mia identità di genere ad aspettative sui miei ruoli), al mio genere (tutte quelle aspettative che vengono trasposte in chi è uomo perché biologicamente maschio ma anche in chi rivendica questa identità di genere) e al mio ruolo (a volte in quanto difforme al mio sesso e quindi al genere percepito relativamente ad esso, a volte in quanto difforme a ciò che “dovevo” essere in quanto uomo).

Cambia lo scenario: il sodalizio tra movimento LGBT e femminismi e il pericolo di colonialismi e maternalismi

Negli anni tra il 2008 e l’inizio del 2016, io ho sentito grande libertà di espressione, sia nella mia esperienza di Blogger e fondatore del movimento transgender “non med”, sia nella mia esperienza di saggista e vignettista per la rivista Il Simposio e per altre testate, sia in quella di presidente del Circolo Milk (oggi Rizzo Lari) di Milano.

Poi, qualcosa è cambiato. Tutto è successo a cavallo tra la proposta di legge sulle unioni civili e la discussione sulla stepchild adoption, e la successiva approvazione della legge “ritoccata”.
In quel momento sono successe due cose, in parallelo: la perdita di identità del movimento LGBT e l’entrata nel nostro movimento dei femminismi in varie forme (radicale, intersezionale, della differenza), col “cavallo di Troia” del tema “Gpa”.

Ad essere contesa tra i due movimenti, LGBT (che personalmente sento come “mio” Movimento) e femminista è soprattutto la lettera T, che viene vista come a cavallo tra due mondi: quello “rainbow” e quello dei “gender studies”.
Queste ingerenze sulle tematiche T ha provocato quello che oggi, con una parola “rubata e riadattata dal femminismo”, che però rende bene, ovvero il “cisplaining”.
Se prima gli autori T erano liberi di esprimersi sui loro temi, oggi sembrano oggetto di un maniacale controllo esterno da parte di esponenti dei vari femminismi.

Un altro grosso problema è stato l’imposizione del linguaggio femminista: nel giro di due anni abbiamo dovuto “imparare” i grandi nomi dei femminismi, le viventi e le non viventi, ma anche un sacco di parole chiave e concetti che non facevano parte della nostra subcultura: partire da sé, autocoscienza, mansplaining, indisponibilità, e via dicendo.
Forse, erroneamente, abbiamo provato ad adattare questi loro termini alla nostra elaborazione, a farli nostri, adottarli, senza renderci conto di come in realtà stavamo solo facendo la parte dei nativi americani nella colonizzazione, in un meccanismo condito di maternalismo e gerarchia di subculture.

La censura: ” se vuoi essere trattato da uomo, smetti di parlare della discriminazione che subisci per il tuo corpo xx”

La cosa peggiore, però, è stata la censura: se un tempo potevo sentirmi libero di raccontare cosa avevo provato di fronte all’insistenza di un uomo arabo, o ad essere buttato fuori dal bagno degli uomini e anche da quello delle donne, oppure potevo condividere le mie analisi di ingegneria sociale ottenute grazie ad iscrizioni come uomo, donna, “altro”, nei portali di dating, per ricavarne articoli sul tema del binarismo dei ruoli nel mondo etero (uno dei temi centrali del mio blog, anche se non l’unico), oggi mi viene “gentilmente” chiesto di tacere su tutto ciò che non sia maschile o transgender.
Oggi mi si dice che, se parlo delle disavventure che avvengono nella mia vita a causa del mio corpo xx, e delle aspettative che crea in quanto visibilmente tale (cosa tipica dei transgender non med e delle persone non binary “afab”), io sovrascriverei le donne.
Loro mi “invitano” a parlare “da uomo”, con frasi (involontariamente trans-avverse) come “se vuoi essere riconosciuto come uomo, limitati a fare l’uomo!”.
Quello che non capiscono, nella loro visione binaria in cui, nella partita a Risiko della vita, puoi essere solo il carrarmatino rosa o quello celeste, è che una persona T appare tante cose diverse, e molte di queste sono la fonte della multiforme discriminazione che subisce.
Se la persona T non “apparisse” altro rispetto a ciò che, identitariamente, è, sarebbe una persona cis (ah già, ora non si può usare più neanche questo termine!), e quindi non avrebbe nessuna discriminazione (relativa all’essere transgender) da “narrare” (ma potrebbe averne altre, relative all’etnia, al sesso biologico, all’orientamento sessuale o ad altro ancora, ma questo è off topic rispetto al mio articolo).
Quindi a che titolo viene chiesto alle persone trans di limitarsi a parlare solo come appartenenti al proprio genere e non relativamente al proprio sesso biologico? (o il contrario).
Il binarismo tipico di altre subculture non si applica alle nostre vite, alla nostra politica, al nostro approccio.

Essere ed essere percepiti: due modi di sperimentare la discriminazione

Una volta un mio amico etero mi disse che era stato percepito come gay e bullizzato per questo, e quell’esperienza lo aveva sensibilizzato sul tema dell’omofobia del nostro Paese.
Allo stesso modo, il mio amico di colore, adottato da neonato, ogni volta che gli danno del “tu”, e presumono (non si dice “assumono”! piccola frecciatina ai millennials che si formano su siti anglofoni) che sia un migrante, prova qualcosa di simile a quello che proverebbero loro.
Questi contributi sono preziosi, sia perché possono illuminare una persona sulla discriminazione che colpisce chi è a lui vicino, ma anche perché, da queste narrazioni, un individuo esterno può imparare tanto.

Alla luce di questo, perché io dovrei limitarmi a parlare solo di alcuni aneddoti della mia vita, e non di altri?
Recentemente, un ragazzo gay che stavo frequentando, dal portale luixlui PlanetRomeo, si è tirato indietro dalla prospettiva di un’eventuale relazione a causa della mia visibilità di attivista gay (si, gay, non trans) in quanto la sua famiglia non lo accetta e al lavoro non sanno di lui.
Ecco, questa è un’esperienza da me vissuta che sarebbe potuta accadere ad un altro gay qualsiasi (anche biologicamente maschio), esattamente come quando, da giovane, io e il mio ex fummo aggrediti e spintonati da un gruppo di bulletti che ci rivolgevano frasi omofobe.
Poi però è anche capitato che in treno una ragazza e il suo compagno si convincessero che io stessi guardando lei “con concupiscenza” (avevo lo sguardo perso nei cavoli miei) e mi aggredissero presumendo che io fossi donna e lesbica, e anche questo mi insegnò molto su quello che potrebbe provare una ragazza lesbica, o magari mascolina (considerata lesbica in quanto tutto ciò che non si esprime in modo consono in relazione al desiderio dell’uomo etero viene considerato tale) che vive questa situazione, e anche su come le persone etero credono di essere automaticamente l’oggetto del desiderio delle persone omosessuali.
Qualcuno mi potrebbe dire che quello che prova un ftm offeso come lesbica è completamente diverso da quello che prova una lesbica offesa come lesbica, e che anche una donna butch scambiata per uomo ftm e pertanto offesa proverà qualcosa di completamente diverso da un ftm a cui accade, ma questo significa che le nostre esperienze non sono significative e che non abbiano un valore?

Altre volte, tante volte, io vengo visto dagli estranei, percepito erroneamente, come giovane donna che non si comporta e veste in modo adeguato, soprattutto se sanno o capiscono che mi interessano gli uomini, e quindi per loro il mio essere/agire è incomprensibile, e anche sbagliato.
Perché io non dovrei poter dire la mia in merito?
E’ ovvio che io, in quanto uomo T, vorrei essere percepito e trattato come l’uomo che sono, ma è anche vero che, visto che nella realtà “materiale” io spesso appaio all’osservatore/trice come una persona xx “e quindi donna”, questi aneddoti quotidiani non possono lasciarmi indifferente verso le aspettative di ruolo riversate sulle donne, e su quel tipo particolare di misoginia che colpisce la donna di ruolo di genere non conforme.
Io non voglio definirmi femminista e non lo sono, ma l’apparire talvolta ragazzo gay, talvolta donna lesbica, talvolta donna etero stramba, talvolta giovane maschietto che deve comportarsi “da maschio” come gli altri, pena l’esclusione, mi ha cambiato: ha modificato la mia sensibilità personale e politica, e allora perché dovrei essere censurato nel divulgare tali punti di vista?

Essere discriminati per il corpo, poterne parlare, ma essere rispettati per la propria identità di genere

Io non sovrascrivo nessuna persona o identità politica: io sarò sempre un uomo T che vive certe situazioni in quanto “percepito” altro, ma le cose che mi accadono in quanto percepito altro da “uomo xx gay” hanno arricchito il mio punto di vista, e creano potenziali scambi di idee con chi “è” una di tutte quelle cose che io potrei essere o sono stato percepito (donna etero di ruolo non conforme, donna lesbica, ragazzo gay biologicamente maschio, ragazzino presumibilmente etero).
E’ sbagliato limitare le persone ad un preciso ambito di pensiero: semplicemente, basta capire che è il “punto di vista” che sarà diverso, e questo non può che essere un contributo positivo nello scambio di idee.

Io pretendo di potermi esprimere su tutto ciò che mi accade, portando il mio punto di vista, e pretendo che nessun movimento esterno al mio mi censuri.

Tornare alla “presa di parola transgender”

Sono molto giudicato per il mio “scetticismo” verso il “connubio” tra movimento LGBT e movimento femminista.
Tutti sanno che, probabilmente, nessuno più di me ha cercato dialogo, e lo dimostrano le amicizie in Libreria Delle Donne, o il confronto con Daniela Danna, ma è giusto riconoscere che questo sodalizio tra mondi rischia di limitare e compromettere la nostra libertà di pensiero e d’espressione.
Dalla penna rossa per l’uso di una “parolaccia” per esprimere un concetto o raccontare un episodio, alla vera e propria censura per l’uso di alcune parole chiave del mio pensiero (cisgender, cis-sessismo, transmisandria, misandria), sono molti i contesti in cui la nostra libertà di attivismo è stata “ridimensionata”, e mai come in questo momento sento l’esigenza di ribadire la necessità di una decisa e indipendente “presa di parola transgender”.

La “presunta” fluidità XX e la manipolazione sociale sessista

L’abbondanza di persone di biologia xx (donne, uomini ftm, non binary di origine biologica xx) che si definiscono sapiosessuali, demisessuali, pansessuali, attratte da persone più anziane, invita a riflettere: questa “flessibilità” è indotta dalla cultura sessista?

sapiosessuali

Quante volte noi persone di biologia xx ci siamo sentiti dire che la nostra maturità eroticoaffettiva era “superiore” a quella dei maschi biologici?

Fin da piccoli, le nostre zie, maestre, ci hanno detto che “la donna” ha un approccio più maturo rispetto all’uomo.

Ci sta che tu ti metta con un ragazzo più grande, la donna matura prima e i suoi coetanei sono infantili
La donna, diversamente dall’uomo, non scopa, fa l’amore
Noi donne amiamo l’anima, possiamo amare anche un uomo esteticamente brutto, perché andiamo oltre e ci concentriamo sull’intelligenza, la cultura, il carisma, il savoir faire
La donna è per natura più fluida e bisessuale, si sa, quasi tutte le donne lo sono”.

Quante volte noi persone xx, soprattutto negli anni in cui credevamo essere del genere atteso (atteso rispetto al nostro corpo), o anche quando gli altri ci percepivano di genere femminile, coinvolgendoci in vari “pour parler”, ci siamo sentiti dire queste frasi?
Quante volte abbiamo anche creduto che potessero essere in parte vere o scientificamente fondate, per motivi biologici e culturali?

Vi siete mai interrogati/e sul fatto che dire che “il cervello xx sa fare due cose contemporaneamente” sia un modo per giustificare la pressione che viene messa alla donna che deve essere madre, moglie, serva e professionista e che “può” farlo a causa del suo corpo, mentre l’uomo, “poverino”, deve limitarsi alle attività che lo valorizzano e lo divertono?

Proviamo a decostruire questi stereotipi uno per uno:

La presunta sapiosessualità

Hanno convinto le persone xx di saper “andare oltre” l’aspetto fisico del partner, di poter provare eccitazione anche insieme ad un corpo brutto e sgradevole, se l’attrazione avesse preso altre strade, cosa vera per alcune persone (sapiosessuali), ma non dipendentemente dal sesso e/o dal genere.
A cosa porta questo? Ad una retrolettura per cui la donna, “ancestralmente”, dovesse cercare il partner affidabile per far mantenere se stessa e la prole.
Sempre secondo questa lettura “da caverna”, l’uomo invece non sarebbe stato abituato, nei secoli, a cercare la partner intelligente, colta e capace di indipendenza economica, ma appunto quella “bella”.
Quindi in che senso, in una società diversa, uomini e donne dovrebbero rientrare ancora in questi schemi?  Stiamo tornando alle teorie evolutive di Lamarck (sosteneva che le caratteristiche acquisite si trasmettessero alla prole) o forse la società di oggi è rimasta un po’ come quella delle caverne?
A Milano, anche in ambienti femministi e di sinistra, quante donne si auto-mantengono economicamente?

 

La presunta demisessualità

Ci hanno fatto credere che la persona xx sia “per natura” demisessuale, ovvero atta ad interessarsi sessualmente solo in presenza di un legame forte, emotivo o di relazione.
Come già detto per la sapiosessualità, la demisessualità esiste e riguarda persone di ogni sesso e genere, ma capiamo perché la vogliono “appioppare” alle persone biologicamente femmine:

  • la donna, ancestralmente, cerca il padre dei suoi figli, e non “si concede” se non in un progetto di coppia e famiglia: torniamo ad approcci da Lamarck già descritti per il punto precedente.
  • la donna deve tutelarsi da gravidanze indesiderate e quindi “seleziona”: ok, ma siamo nell’era dei contraccettivi…
  • la donna è demisessuale perché il sesso fine a se stesso non le piace: sarà perché quel sesso è spesso pensato a misura dell’uomo e non del piacere della donna?

La presunta demisessualità della donna è anche uno strumento atto a mortificare quelle donne che demisessuali, invece, non lo vogliono essere: infatti chi non è viene subito accusata di scopare “come un uomo” o di essere “troia”.

differenza età

La presunta attrazione per i più “vecchi”

Con la storia che la donna “matura prima” o comunque “rimane più matura”, sostenuta da questioni biologiste (il menarca precoce?) o Lamarckiane (la donna primitiva che diventava madre a 12 anni…), le giovani donne vengono intortate al fatto che in loro ci sarebbe una “naturale predisposizione” a finire con uomini più grandi o come minimo coetanei, e viene anche inculcata l’idea che stare con uno più giovane non sia “normale” o sia relegato a situazioni di sesso (nave scuola, toy boy) e quindi senza futuro e comunque opinabili.
Invece, sempre con lo stesso alibi, viene incoraggiato il maschio (sia omo che etero) attratto “naturalmente” dalla cosiddetta carne fresca.

La presunta pansessualità/bisessualità

La bisessualità della donna, nella sua affermazione e sperimentazione, è incoraggiata, ma questo, apparentemente a suo favore, non lo è.
La retrolettura è che la donna, socialmente abituata a dover accettare ciò che arriva, magari in matrimoni combinati o essendo scelta per moglie senza poter dire di no, è quindi più “flessibile” nella sua attrazione.
Inoltre, basta vedere come sui portali di dating etero, usando il filtro bisessuale (sperando magari che qualche uomo si dica tale, ed effettivamente alcuni lo fanno), la maggior parte delle volte questa parola è presente nelle descrizioni degli uomini non tanto per dichiararsi tali, ma per dire che vorrebbero una partner che lo sia, ovviamente per poi finire in situazioni a tre dove farebbero i galli nel pollaio delle donne.
Inoltre c’è una censura verso tutte le donne che si impuntano a dire di essere rigidamente omo o etero, e, al di là delle questioni spiacevoli in atto nei dibattiti femministi, i corpi xx sono stati troppo violati da questa “richiesta” di flessibilità per non trovare ragionevole la richiesta di queste donne di NON essere flessibili se non sentono di volerlo essere.

fluiditò

Conclusione

In questo mio post ho un approccio “biologista”: parlo di persone xx, quindi di donne e anche di ragazzi ftm e non binary. Perché?
Perché la pressione in tal senso ha riguardato soprattutto coloro che sono stati “educati” da donna, subendo tutto il retaggio sessista e sessuofobo riservato a chi come noi viene educato nel genere “atteso” femminile.
E l’abbondanza di ragazzi ftm e di non binary di origine biologica xx che sono sapiosessuali, demisessuali, pansessuali è oggettivamente sospetta.
Poi, per carità, potremmo dire che il problema è opposto: che i nati e le nate maschio sono invece scoraggiati verso questi approcci e sperimentazioni, che qualcuno potrebbe considerare maggiormente evoluti ed aperti (non io, che non do giudizi di valore in merito).
Concludo chiarendo però che questo articolo riguarda anche tutte le persone di genere percepito femminile, quindi anche le donne T che come tali vivono, nelle loro interazioni in cui come tali sono percepite e considerate.