Potevano piacere o non piacere, ma la polemica è stata ricondotta ad un odio verso i meridionali e verso gli stranieri. Un episodio di “razzismo botanico” che ha portato, stanotte, ad un tentativo di dare fuoco all’istallazione, con il risultato di bruciare una palma e danneggiarne due.
Povera palma. Era venuta in italia per farsi fotografare da turisti e cittadini, per farsi tre anni in centro con il panorama del Duomo, ed è stata bruciata da un vandalo.
I presìdi di Forza Nuova e Lega hanno poi portato ad un atto vandalico: ciò va precisato per ricordare che la violenza verbale spesso porta alla violenza fisica.
Ai razzisti livorosi, che dicono che “ormai Milano è dei meridionali”, dedico questa vignetta un po’ “binaria”:

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Domenica 19 Febbraio il Milk Ospita l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali).
Per preparare all’incontro abbiamo intervistato la Dott.ssa Ribali, medico specialista in Neurologia e Psichiatria, psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

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Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi.

Come pensi sia corretto per la famiglia approcciarsi a un bambino “gender not conforming”? Documentarsi, rilassarsi e lasciarlo/a esprimersi con libertà.

E la scuola che doveri ha verso i bambini con una tematica di genere?
Il primo dovere, verso ogni bambino, è il rispetto. La scuola può informare e formare insegnanti e genitori, perché a loro volta comprendano, accettino e passino ai piccoli messaggi di rispetto e tolleranza.

Come tutelarsi dal problema del bullismo?
Prevenendolo, con l’informazione e l’educazione dei bambini al rispetto e anche alla difesa attiva dei più deboli, se occorre.

Se una persona molto giovane manifestasse il desiderio di essere conosciuta e rispettata con un nome “non anagrafico”, come ci si dovrebbe comportare, nelle situazioni maggiormente burocratizzate, come la scuola?
Molte scuole hanno dirigenti e insegnanti aperti e psicologicamente preparati a trovare soluzioni creative e divertenti, accettabili dai bambini e dai genitori. i bambini percepiscono facilmente se un compagno si presenta e si comporta secondo modelli cross, e non fanno una piega, se sono stati educati correttamente. Usare un nome o un soprannome gradito al bambino in questione non mi pare un problema insormontabile.

Il tuo lavoro ti permette un osservatorio privilegiato: come sono gli adolescenti che segui? Decisi? Confusi? e com’è l’ambiente che li circonda?
Gli ambienti sono eterogenei, i contesti sociali italiani sono estremamente vari. Sono soprattutto le famiglie che impostano i ragazzini: poi la scuola e il gruppo che frequentano fanno il resto. Se hanno fortuna, cresceranno più sicuri e con meno ansie, altrimenti ….. saranno i nostri pazienti di domani. Oggi i ragazzi non temono di confrontarsi, se necessario, con professionisti della psiche, e questo è cosa positiva.

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Come sono cambiate le cose negli ultimi decenni?
Da noi, si può dire che gli ambienti più aperti accettano di passare da una visione binaria del genere a una visione più fluida. I media hanno aiutato a cambiare molto le cose, che rapidamente stanno muovendosi verso una maggiore tolleranza.

I professionisti del benessere mentale della persona che accortezze devono avere coi minori con tematiche di genere? e quali sono i rischi?
Molti psicologi e operatori hanno fatto sforzi per aprirsi e studiare nuove teorie e nuovi approcci, ma ancora esistono professionisti che sono rimasti ancorati a pregiudizi superati. Da evitare, semplicemente. Cambiare medico di base, psicoterapeuta o counselor non è difficile.

Qual è l’approccio migliore verso queste giovanissime persone? Quali le mosse da fare per essere maggiormente rispettosi e possibilisti?
Appunto, il rispetto è alla base di qualunque rapporto positivo, con qualunque giovanissimo, e soprattutto con i bambini. Attenzione anche a non strafare, però, con le migliori intenzioni: ai ragazzini che manifestano istanze gender fluid si deve sempre offrire la possibilità di modificare il loro percorso, o di trovarne altri, in direzioni diverse. Senza fretta.

Quali strumenti i professionisti possono dare a questi ragazzini in modo che possano sopravvivere?
Sopravvivere sopravvivono: il professionista deve aiutare a vivere bene! E quindi, deve impegnarsi, muovendosi anche nel sociale che circonda il ragazzino: famiglia, scuola, relazioni.

La tematica di genere puo’ portare un giovanissimo all’abbandono degli studi? cosa si può fare per evitare questo rischio?
E’ , secondo me, uno dei rischi più gravi, conseguenza di sintomi disforici che devono essere portati alla luce ed eliminati. Che genitori, insegnanti e psicologi non abbiano timore a fare domande, di fronte a sofferenze di origine poco chiara!

Ci sono maggiori avversità per i “gender non conforming” di biologia maschile o per quelli di biologia femminile?
Nella nostra cultura le persone M to F a volte sono svantaggiate.

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E’ presente una maggiore tendenza alla fluidità di genere nei giovanissimi? Se si, perché?
Il perché non lo so, so il come. All’epoca dello sviluppo, il percorso sociale appare chiaro, ma un ragazzo ha bisogno di sperimentare, di provare, e di non reprimere le sue fantasie, che sono spesso fluide e contraddittorie.

Le tematiche di genere sono poco studiate e valorizzare: come promuovere la formazione su questi temi?
Si sta già facendo molto, con buona letteratura e buon cinema e teatro. Anche i viaggi ci mettono a confronto con tante mentalità diverse e magari ci insegnano ad essere elastici , curiosi e comprensivi. Il costume sta cambiando, e si deve chiedere con decisione ai nostri politici di adeguare leggi e strumenti sociali e sanitari.

Quanta importanza ha la formazione nelle scuole? e perché i bigotti ne hanno tanta paura?
La formazione nelle scuole, fatta con serenità e misura, non dovrebbe far paura a nessuno: ma le religioni monoteiste sul Pianeta sono potenti e foriere di acriticità , dogmatismo e paura del nuovo… e tante persone danno retta ad aspetti superstiziosi e irrazionali, alla ricerca di sicurezza. Non ci si deve scoraggiare, anzi, il dialogocon tali persone è da cercare ad ogni costo.

Il blog è letto da tantissime persone giovanissime e con tematiche di genere: che augurio e che dritte darebbe ai miei giovani lettori?
Di imparare a rispettare l’altro, e di imparare anche a farsi rispettare sempre , con determinazione, intelligenza ,forza e tenacia.

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Agender, un progetto di Chloe Aftel

Pubblicato: 13 febbraio 2017 da Nathanael in Uncategorized

Eventi Culturali Magazine

2setgenderCon la denominazione “agender” si fa riferimento a quella nuova identità di genere con la quale vengono indicate le persone che non si riconoscono come donne né uomini. La terminologia in questione è ricca e varia: androgino, transessuale, neutro e bigenero sono solo alcuni esempi. Nel febbraio del 2014, negli USA, Facebook ha aggiunto ben cinquanta opzioni di questo tipo per dare maggiore libertà ai propri utenti nello scegliere l’identificazione del proprio genere.Gli “agenders” preferiscono ai consueti pronomi di genere definiti quali “lui” e “lei” l’utilizzo della forma plurale “essi”, più “neutra” e generica (d’ora in poi, quindi, in questo articolo verrà fatta menzione si singoli “agenders” con il pronome di terza persona plurale). Potrebbe sembrare una banalità eppure il riconoscimento della propria identità è un diritto sacrosanto, una necessità fondamentale, specialmente quando questa non è così “ortodossa” ed incontra ancora difficoltà nell’essere accettata. Ci troviamo, di fatto, di fronte…

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I contatti filtrati permettono alla persona “gender non conforming” di valorizzarsi senza l’imbarazzo del nome non rettificato, dell’aspetto non conforme, ponendo l’accento sulle competenze, le visioni della vita e del mondo del lavoro.

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Linkedin è il social media che più aggiorno e sviluppo.
Non è un segreto che il tema “transgender e in carriera: si può” sia uno dei miei preferiti e maggiormente congeniali, come non è un segreto che io faccia parte di quella categoria di persone T che al liceo erano bullizzate non solo come T ma anche come nerd, e che negli anni abbia fatto di questo un punto di forza, interessandomi di Seo, social media management, personal branding, net branding, web content management, content marketing, blogging, storyteling, sociologia del contatto filtrato,e di tutte quelle strategie che permettono a un nerd di atteggiarsi da Geek, Enfant Prodige, Zuckemberg dei poveri, Millennial rampante e compagnia cantante.

Credo che sia facile, per una persona di aspetto “not conforming”, sentirsi più a proprio agio tramite un mezzo filtrato, ed è per questo che ho sempre mal tollerato le vetuste cariatidi di entrambi i sessi e le loro filippiche contro la modernità: internet è una risorsa, mette in primo piano te, le tue idee, le tue competenze, o, se vogliamo fare i trendy, “skills”.

Lo hanno ben capito tutti gli attivisti da tastiera, aspiranti “influencer”, appartenenti alle mille sfumature tra omo ed etero, e tra cis e trans, che avrebbero molto meno spazio se si proponessero dal vivo in ambienti colonizzati da identità “tradizionalmente diverse”.

I giovani transgender non medicalizzati, genderfluid, non binari etc etc sono molto abili nel destreggiarsi tra Facebook, Twitter, Google+, e tutti quei simpatici aggregatori che permettono di spammare, senza le dovute differenze di sfumature, spesso necessarie, lo stesso contenuto su mille social.

I social su cui però spesso le persone gender not conforming non approdano sono quelle che potrebbero accrescere il loro net branding dal punto di vista professionale, come Academia.edu o, ancora prima, Linkedin.

Me ne sono reso conto quando, importando il file XML della mia rubrica gmail sul mio profilo Linkedin (precedentemente riservato alla mia rete di contatti professionali), le uniche figure importate erano quelle di persone cisgender.

Le persone trans, soprattutto quelle non rettificate, non erano quasi mai presenti.
Vorrei quindi dare una mano alle persone trans in tal senso, sia quelle soddisfatte della propria carriera, sia quelle in cerca di nuove opportunità, sia quelle che vogliono compiere su loro stesse un “orientamento” rispetto alla loro professione: quelle che, in altre parole, vogliono “transizionare” di professione.

I primi scogli sono quelli del nome anagrafico e della foto. Mi permetto di dare consigli in tal senso perché il mio profilo Linkedin è molto seguito e apprezzato, almeno secondo le statistiche del portale stesso (sono il quinto contatto in una rete di cinquemila e il primo nella mia rete aziendale di duecento persone, e il mio Social Selling Index è all’80%), quindi penso che i compromessi da me proposti siano interessanti, o almeno da prendere in considerazione.
Forse non è intelligente aiutare altri a trovare lavoro, ma è pur vero che quasi nessuno di voi è Architetto, Bim Specialist, 3D Visualizer, né credo che vi occupiate di certificazioni energetiche, modellazione e rendering et similia…e comunque per me è sempre un piacere aiutare le persone transgender a migliorare il loro personal branding, perché più saranno visibili le qualità delle persone T, più tutta la comunità  T e i suoi singoli membri avranno prestigio e credibilità professionale.

Per quanto riguarda la foto, i migliori manuali consigliano un bel primo piano. Personalmente ho preferito una foto che mi inquadrasse non troppo da vicino, che mi raffigurasse in abiti maschili, ma non inequivocabili (non ho la cravatta) e la cui distanza dall’obiettivo permettesse all’osservatore di avere dubbi sul mio genere.
Personalmente chi mi contatta si rivolge a me al maschile, ma è anche vero che di solito si tende a rivolgersi al maschile a tutti i profili senior (per via del maschilismo vigente) e in generale alle persone di cui si ha dubbi sul genere (soprattutto se prive di “orpelli” femme). Questo è il sistema con cui ho risolto la mia personale situazione, ma ovviamente le soluzioni sono tante, e vanno sperimentate: la foto scelta deve farci sentire a nostro agio, e se ci rappresenta poco non lo saremo: sarebbe come presentarsi a un colloquio con un vestito che non è il nostro, e che non si pensi che dietro un monitor, compartecipando con un avatar, sia tanto diverso.

Per quanto riguarda il nome, Linkedin preferisce un nome ed un cognome, ma non credo siano fiscali per quanto riguarda la corrispondenza anagrafica. Se avete fatto coming out nella vostra rete professionale, o di ex studenti, professori e colleghi, vi consiglio di mettere direttamente il nome d’elezione e il nome che userete nella vostra vita professionale futura.
Nel mio caso ho preferito non inserire nè il nome anagrafico nè quello d’elezione, poiché preferisco valorizzare il cognome, che mi rende riconoscibile anche con vecchi contatti persi da decenni, a cui posso dire di me dopo che mi hanno aggiunto alla loro rete (diversamente da facebook, su Linkedin, a meno che tu non abbia il profilo premium, puoi messaggiare solo con chi è già nella tua rete). Inoltre io faccio un lavoro in cui firmo e personalmente preferisco spiegare in un secondo tempo il discorso nome d’elezione e nome anagrafico.
Alcuni professionisti (cisgender) decidono di mettere il titolo al posto del nome (Ingegner Carmelini), e, anche se la cosa non è particolarmente ben vista dal portale, viene tollerata.
Altri decidono di inserire un alias, che è l’alias con cui sono conosciuti, ad esempio, come blogger, o è il nome del loro progetto da freelance. Anche su questo punto, scegliete la soluzione a voi più congeniale, e non credete a chi vi dice che un profilo “ambiguo” sotto l’aspetto del genere non viene cliccato: io ricevo un sacco di proposte, nonostante probabilmente molti di loro abbiano dei dubbi sul mio genere.

Degli “handicap” comunicativi come una foto e un nome poco chiaro, in un mondo binario in cui non sapere il genere di una persona disorienta e non poco, devono essere compensati da una concretezza esasperata dei contenuti del profilo: quindi non abbiate vergogna, e compilate, compilate dettagliatamente mettendo precisi riferimenti ai luoghi dove avete lavorato e dove eventualmente vi referenzierebbero perché hanno un buon ricordo di voi.

Aggiungete ex compagni di scuola, di università, di lavori precedenti, ex capi, ex professori e, mi raccomando, chiedete loro la conferma delle skills oltre che delle referenze. Al limite, per incentivarli a farlo, fate anche voi un primo passo e referenziateli: un profilo senza nome e senza foto chiara deve essere ineccepibile rispetto a tutto il resto.

Capitalizzate le vostre attività extralavorative. Avete fatto attivismo? Avete tenuto blog e forum per anni? So che la tendenza è quella di ragionare con la mente dell’altro (e la mente dell’altro, guardacaso, è transfobica), ma non dimenticate che Linkedin è un portale straniero, e quindi gli algoritmi sono pensati con la logica dei portali stranieri, e all’estero non è un handicap essere un attivista, un blogger, un influencer, un opinion leader.
Non pensate a quanto queste attività siano lontane dalla vostra professione: alcune capacità acquisite nell’attivismo vi arricchiscono in generale come persone e come lavoratori: team building, problem solving e tanto altro.
E le notti a tradurre testi genderfluid dall’americano? Ci avranno skillati dal punto di vista delle lingue straniere? Si? Che aspetti: compila! 😀

Sei fermo da un po’ e non hai completato gli studi? Lanciati verso le nuove professioni legate al digitale. C’è grande richiesta di webdesigner, grafici, impaginatori, e tutto questo puoi impararlo a costo zero.
Grazie agli attivisti Opensource esistono un sacco di risorse free: Inkscape e GIMP per il disegno vettoriale e raster, Scribus per l’impaginazione (sarebbe bello che pubblicassi i tuoi saggi in pdf su Academia.edu, piuttosto che farli perdere nei meandri di qualche piattaforma blog che potrebbe non essere online tra qualche anno), e via via una serie di programmi free che variano da settore a settore (per noi renderisti ci sono Blender e Sketchup, ma scommetto che digitando su google “opensource” legato a concetti relativi al tuo settore troverai un programma free pronto ad essere imparato da te in poche ore di lavoro e olio di gomito!)
Il bello dei programmi opensource è la quantità infinita di materiale didattico free (video e in pdf) che gli sviluppatori e gli affezionati hanno prodotto e lasciato online.
Se tu volessi reinventarti come grafico imparando, per esempio, GIMP, troveresti con facilità diverse guide PDF anche solo cercando “guida pdf gimp” su google.
Se poi hai la fortuna di avere le licenze di papà nel tuo pc, allora ti informo che è facile reperire guide e videoguide anche di software non free.
Oggigiorno molti formatori del digitale hanno smesso di fare corsi a pagamento e li mettono gratuitamente sui loro canali youtube, avendo poi un ritorno di immagine nel loro settore o i proventi che google dà ai migliori e più cliccati youtubers: quindi non sentirti un ladro se ti sta formando gratis…pensa che il formatore ha i suoi interessi o, chi lo sa! Magari è solo narcisista 😀
Se preferisci invece la formazione tramite guide tradizionali, troverai su google un sacco di dispense in PDF di professori universitari, spesso nei siti degli atenei. Ce ne sono parecchie, ad esempio, su photoshop, e immagino non sia difficile trovarne relative ai programmi del tuo ambito.
Impegna qualche mese in questo e vedrai che le opportunità arriveranno, oltre a sentirti meglio tu (ci si sente bene quando si lavora per migliorare se stessi e imparare cose nuove).

Fatti un sito. Ormai molte piattaforme permettono di fare siti free e senza conoscenze di html e altri linguaggi. Fai un bel sito/biglietto da visita, e linkalo in tutti i tuoi social. Già solo farlo, scegliere i contenuti da mettere dentro, e a cosa dare priorità ti aiuterà a auto-orientarti professionalmente.

Il tempo che linkedin e i portali relativi alla crescita professionale richiedono non è inferiore a quello che richiede facebook, ma la magia è che sarà un esercizio di disintossicazione dai social generalisti, dalle conversazioni che non portano da nessuna parte, dalle polemiche sul sesso degli angeli che tanto inquinano il nostro mondo e che tanto tempo ci portano via.
Una volta un mio amico venne a casa mia per essere aiutato “coi social” a cambiare lavoro. Mi diede il suo pc e alla fine del mio operato non gli avevo aperto nuovi social…gli avevo solo disattivato facebook 😀

Impara a coltivare i tuoi social media in modo professionale. Hai presente tutto il tempo che impegni su Facebook? Mettere like, condividere status, scriverne di tuoi…ecco: impegnalo su Linkedin (che ha le stesse funzioni), e il tuo profilo scalerà le classifiche (e su questo ti consigli di monitorare sempre le statistiche per vedere come ti piazzi rispetto a ex colleghi, ex compagni di scuola e …cugini).
Postare e condividere su linkedin ha un doppio vantaggio: scopri che i tuoi amici cisgender sono “sul fallito andante” al livello professionale (e quindi smetti di pensare che il problema è che sei trans), e soprattutto ti dis-alieni alla monomania dell’identità di genere.
Facebook è un mondo vasto dove il tema di una bacheca lo fa anche la rete di amici, e se i tuoi amici sono tutti, che ne so, buddhisti, alla fine avrai tremila like quando posti aneddoti sulla vita del buddha o suoi “aforismi” e nessuno quando parli di qualcos’altro: alla fine sarai spinto a parlare solo del buddha e di quanto è bello e appagante essere buddhisti.
Ecco: su linkedin avrai l’opportunità di dire la tua sul mondo del lavoro, delineare i tuoi punti di vista, vedere chi la pensa come te, aggiungere o seguire professionisti interessanti, e spiare il mondo del lavoro, le sue dinamiche e i suoi cambiamenti, per ri-modellare il tuo profilo in modo che sia più “sexy” per il mondo del lavoro.

Solo su una cosa ti metto in guardia: stà lontano dagli sciacalli della crisi. Non impelagarti presso guru, santoni, formatori, motivatori, che cercheranno in tutti i modi di illuderti che la crisi non c’è e il problema sei tu. C’è un sacco di gente, o proprio un’intera categoria professionale, che sta lucrando sulla crisi.
Aggiungi prima persone della tua vita reale e virtuale (anche se non connesse al tuo settore): tuo cugino fa numero, e se fa numero il tuo profilo cresce 😀 e poi, quando avrai finito, aggiungi persone interessanti del tuo settore, potenziali colleghi, capi, recruiter, clienti, ma non farlo finché non avrai sistemato il tuo profilo, o potresti “bruciarteli”.

Se vorrai, per curiosità, potrai aggiungermi a Linkedin. Un lettore è sempre ben accetto nella mia rete di amici. Potresti notare che molte delle strategie che consiglio non le uso in prima persona,che le mie “skill” sono tutte banalissime competenze relative all’uso dei software del mio settore o delle competenze relative alla mia laurea, ma questo dipende solo dal fatto che io ho un profilo formativo e professionale abbastanza progressivo e standard, mentre i consigli che dò sono rivolti soprattutto ai giovani in cerca di nuovi stimoli.

Che altro dire? Tutti noi sappiamo quanto è brutto affrontare il mondo del lavoro, o un colloquio, quando sei gender non conforming e non sai mai quando dire di te, se dire di te…ma alla luce di questo perché non lasciar parlare un social professionale piuttosto che gettarsi nel mare magno dei cv inviati e guardati dai recruiter con la coda dell’occhio?

Forse questo articolo ti lascia perplesso/a, e ti capisco, ma è anche vero che i tentativi che noi facciamo per migliorare la nostra vita in qualche modo ci gasano, anche quando non sono efficaci, o non lo sono sùbito.
Del resto essere trans non significa dover avere sempre (anche nella ricerca del lavoro) un piano B?

Una persona vincente e in carriera, transgender, su linkedin
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Ho conosciuto Alessandro Rizzo nel 2009. Io e Fabio Valerio Bertini eravamo andati da Alessandro Martini per il laboratorio cinematografico del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano.
L’ho rivisto mesi dopo, era relatore a una conferenza sui diritti LGBT in un Circolo Arci vicino a piazza Lodi.
Tempo dopo Alessandro si è avvicinato al Milk e ne è diventato responsabile Progetto Cultura.
Ci sentivamo molto spesso, per organizzare gli eventi del Milk, come massoneria rainbow con Enrico Proserpio, buddhismo LGBT con Jacopo Enrico Daie Milani, crossdressing con Andrea Sabrina Bianchetti , o quello sui bisessuali con Davide Amato, più recentemente, l’evento sulle periferie LGBT con Daniele Dodaro, l’evento di David Barzelatto con Daniele Brattoli e quello imminente sugli adolescenti T con Roberta Ribali, Stefano Ricotta e Valentina Guggiari. Ricordo quest’estate quella pazza cena vicino alla Casa dei Diritti, in cui io e Martina Manfrin riempivamo Ale di proposte per la nuova stagione. Ricordo quando, nel 2014, con Danilo Ruocco abbiamo fondato la rivista Il Simposio, e di quando noi tre con Monica Romano l’abbiamo presentata al Milk.
Ricordo quando alle cene di Leonardo Davide Razvan Meda e Emanuele Satiro Boscarino Gaetano io e Ale suonavamo la campanella per annunciare il “discorso” in cui presentavamo i progetti del Milk, iniziando sempre dallo sportello legale di Marco D’Aloi.
Ricordo quando andavamo insieme alla Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni o all’ Uaar dalla cara amica Valeria Rosini.
Tutte le persone che ho citato, o quasi, erano care amiche per Alessandro, eravamo una grande famiglia, che oggi si sente privata di un pezzo importante.
Ricordo quando io ed Ale andavamo alla libreria esoterica. Aveva scelto un pendolo arcobaleno, ma era indeciso. Così glielo comprai ma poi ogni volta che ci vedevamo me ne dimenticavo.
Ale è stato il primo a vedere la mia casa nuova, mi parlava del suo monolocale e di come lo stava arredando.
Ale non si dimenticava mai di farmi gli auguri, e ricordo che una volta mi fece un regalo a sorpresa. Io lo avevo già comprato, era un libro e sapeva che lo desideravo, ma gli dissi lo stesso di farmi una dedica, perché mi aveva tanto commosso quel pensiero che volevo averne due copie, e la sua l’avrei conservata per ricordo.
Ale correggeva gli autori e i relatori se davano il maschile a un personaggio trans del loro libro. Ale rispondeva a tono se in un comunicato stampa venivano dimenticate le persone bisessuali. Ale quest’anno voleva dedicare un evento agli asessuali con Alice Redaelli e agli intersessuali con Sabina Zagari. Ale ha sempre sognato un Milk plurale e lui non era uno del Milk, lui era la vera anima del Milk, chi più di noi tutti rappresentava la natura del circolo, ed uno dei pochi ragazzi Gay che lottava contro il binarismo e per i diritti delle minoranze ignorate dell’acronimo.
Ricordo la sua dolcezza nel comunicare, anche per iscritto, il suo garbo: le sue mail particolarmente gentili e ossequiose che scriveva a collaboratori e relatori.
Alessandro era una persona coltissima, sensibile, intelligente.
Io e Monica Romano avremmo tanto voluto che divenisse lui Presidente nel prossimo mandato Milk, perché era quello che più di noi tutti aveva passione.
Ricordo come faceva girare il foglio per prendere le mail, e poi me le mandava. Cercavamo insieme di capire insieme le calligrafie più astruse e a volte non ne venivamo a capo.
Ale è forse l’unica persona con cui non ho mai litigato, e considerando il pessimo carattere che ho è un miracolo: con Ale era impossibile litigare perché era una persona dolcissima e sapeva capire le posizioni di tutti.
E’ stato uno dei migliori compagni di attivismo che ho avuto. Mai è stato manchevole nell’organizzazione di un evento al Milk. Era ineccepibile, serissimo, la sua agendina era un mondo di contatti che sapeva sempre quando e come contattare, per creare sinergie ed eventi culturali di spicco.
Ale, come ti ricorderemo? Forse come colui che aveva gusto nel vestire o forse come colui che, diciamolo, aveva un gran gusto anche sugli uomini. O forse come un amico, un pezzo della nostra piccola famiglia TBGL. Il telefono non smette di squillare. Tutte le persone che abbiamo incontrato insieme, nel nostro percorso, mi chiedono se è vero che ci hai lasciato, mi chiedono come è possibile che persino noi del direttivo di cui eri vicepresidente da ormai non so quanti anni hanno saputo la cosa oggi e per caso. Avremmo voluto ricordarti al funerale, essere il tuo direttivo, la tua famiglia.
Eppure lo abbiamo saputo solo adesso, da facebook, per caso. Ero al corso di inglese e ho subito capito che non si trattava di uno scherzo. La cosa mi ha talmente sconvolto che ho lasciato la classe non vedendo l’ora di riprendere il tuo libro, di leggere la tua dedica. Il cellulare si è spento per il bombardamento di chiamate (Leo Cumbo, @enrico fava, e tanti altri) e messaggi in cui la tua famiglia LGBT chiede di te.
Ale, perché ci hai lasciato? Mi ricordo di quando riprendevi i tormentoni semantici miei e di Monica. Il mio “sono tutti picareschi!” o anche gli “abbracci circolari” di Monica.
Quando ci renderemo conto che non ci sei più? Al primo direttivo senza di te, alla prima assemblea senza di te.
Ho sempre detto, per scherzo, che se fossi caduto con lo scooter e fossi morto, magari tu avresti cambiato il nome del circolo in Nathan Bonnì. Ricordi? Ne ridevamo, io te e Leo.
Oggi penso che te lo dobbiamo di dedicarti il nostro circolo. Tu ne sei stato il simbolo. Tu hai dedicato al circolo tanti anni con grande passione, e ci inviti ad andare avanti con altrettanta passione.

Con te se ne va una parte di noi.

Scusate se non rileggo, non ce la faccio. Perdonerete eventuali refusi.

Dopo tanti post di rivendicazione antibinaria, ecco un post più leggero, almeno apparentemente.

Tutti noi, soprattutto persone con un passato o un presente “al femminile”, sanno cosa è un morto di figa.

Il mondo dei social network prima e delle app poi ha creato un nuovo tipo di morto di figa: il dead of phyga 2.0
Questo mondo è maggiormente accessibile anche a chi non può permettersi i locali, i quali, per sfruttarlo, tassano maggiormente l’ingresso all’uomo etero per tassargli la possibilità di raggiungere la donna.

Anche alcuni portali fanno questo giochetto, ma basta scegliere quelli che consentono accessi gratuiti: happen, tinder, badoo, okcupid, e banalmente anche facebook.

Il morto di figa esiste solo perché esiste il binarismo, che crea un mercato in cui la donna è la merce (che seleziona e non si concede) e l’uomo è il consumatore, il predatore, quello che deve seminare tanto per sperare di raccogliere, ma paradossalmente più semina, più viene percepito come uno che non sceglie…e nessuna donna vuole essere il ripiego di un morto di figa.

Se l’educazione eroticoaffettiva fosse paritaria  e non binaria, uomini e donne non si sentirebbero in un gioco di accesso o meno al piacere per volontà dell’altra parte, ma sarebbe la ricerca libera di un piacere reciproco.

Finchè una donna sessualmente libera sarà una “troia” e un uomo sessualmente libero sarà la norma, e finchè gli uomini stessi fomentano questo stereotipo, saranno poi vittima della condizione di morto di figa, condita con un malcelato livore misogino per “la donna” in quanto difficile e a lui inaccessibile.

L’uomo morto di figa è, etologicamente parlando, il maschio “beta”, quello che non ci sa fare, quello che non viene preferito, e che deve inventare sempre nuove strategie, spesso grossolane e controproducenti, che lo rendono frettoloso, maldestro, inadeguato, e per questo scartato.

Spesso il morto di figa preferisce le bruttarelle perchè pensa che l’accesso sia più facile, solo che fa loro capire che sono per lui un ripiego, e perde anch’esse.

Infine, tra quelle che lui percepisce come “bruttarelle” e quindi abbordabili, spesso c’è l’universo trans, che, nella sua mente (consciamente e o meno) transfobica, egli percepisce come scarto.

E’ per questo che gli ftm pre transizione, i genderfluid di genetica xx, le trav, le trans sono spesso tormentate da un’interminabile fila di uomini morti di figa, con approcci improbabili.

A volte una persona trans xx poco solida e sicura puo’ cedere alla corte del morto di figa, puo’ anche soprassedere sul suo orientamento sessuale (succede ad alcuni ftm gay preT e genderfluid xx) o farsi invaghire dal “grande onore” che egli riserva rispettando il suo genere (maschile o non binario).
L’ftm gay viene sotto sotto visto come una donna promiscua e disinibita, e il suo frequentare saune e portali viene visto non come un comportamento da uomo gay, ma da donna “morta di cazzo”.
Anche alcune ragazze trans, magari senza un gran passing, o all’inizio, cedono alla corte del morto di figa, che essendo “etero”, rappresenta un ideale sessuale per loro.

Un’altra preda del morto di figa è la ragazza bisessuale. Si infiltrano nei gruppi a tema rimanendo vaghi sulla loro bisessualità o dicendo che non hanno ancora provato esperienze bisex, ma sostanzialmente cercano donne bi nella speranza che esse siano facili o disibite.

A volte su tinder, badoo, o sui gruppi fb a tema bi, a contattare le donne è un profilo di donna di mezza età. Solo dopo esce fuori che ha un marito pelato in canottiera pronto per il menage a trois. E’ chiaro che al pc seduto c’è lo stesso marito pelato in canottiera, che scrive presentandosi con la rassicurante foto di lei, che è li’ compiacente…

Anche i gruppi del poliamore, virtuali e non, sono pieni di morti di figa. Essi si mimetizzano nella speranza che le donne presenti in questi gruppi siano promiscue in quanto non hanno capito nulla della filosofia poliamorista.

Credo che gli unici posti dove il morto di figa non dilaga siano, alla fin della fiera, i gruppi sull’asessualità.

Vi saluto, con la speranza che voi non siate la preda di un morto di figa….o magari…chi lo sa, siete voi i morti di figa 😀

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Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.
Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.
Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.
La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.
Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.
Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.
Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.
Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.
Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.
Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?
Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.
Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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