Uccisi dall’omofobia anni ’90: Andrew Cunanan e Versace narrati da Ryan Murphy

Una recensione personale e appassionata di “American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace”, pensata per chi l’ha già vista e vuole riflettere su nuove chiavi di lettura, o per chi vuole vederla, ma non ha paura di incappare in alcuni particolari prima della sua visione.

andrew cunanan criss albo scolastico

Ho iniziato a seguire Ryan Murphy ancor prima di sapere che lo stavo seguendo: Nip/Tuck ha avuto un ruolo centrale negli anni che hanno preceduto il mio coming out, ma anche scoperta di me stesso.
Gli anni seguenti ho potuto apprezzare altre sue opere, come Glee e Pose.
E’ stato per puro caso che la mia attenzione è andata ad una delle sue opere più recenti: American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace, appartenente ad una serie antologica che, nel suo primo capitolo, ha trattato il caso di O.J. Simpson.

Non è stato solo perché non sono indifferente al fascino di Darren Criss, attore interessante da tanti punti di vista: i lineamenti particolari dovuti alle sue origini filippine e irlandesi (anche se non ama essere definito per questo), il fatto che conosce la lingua italiana (ha studiato ad Arezzo, forse questo dato ha contribuito a fargli avere questa parte, anche se l’attore aveva già lavorato con Murphy), e infine il dato curioso che riguarda la sua vita personale, un eterosessuale quasi “specializzato” in parti gay.
L’altro motivo per cui questa serie ha richiamato il mio interesse è il fatto che il caso Versace me lo ricordo bene: avevo 13 anni, l’estate che divideva la mia infanzia dalla mia adolescenza e ingresso al liceo, e i media insistevano in modo morboso sull’omosessualità di vittima e carnefice.
A colpirmi non era tanto Versace, ma il giovane assassino. Per me, erano nuove tante parole: gigolò di lusso, serial killer di omosessuali. Nonostante le parole della stampa, o forse anche per l’omofobia contenute in esse, non riuscivo a vedere Cunanan come carnefice. Qualcosa dentro di me mi faceva vedere entrambi come vittime di un mondo che non dava loro libertà e legittimità come persone omosessuali, in quegli anni in cui “gay”, nella mia testa, era solo un “campanello” che risuonava e che non sapevo ancora quanto potesse appartenermi.
Poi, però, ho dimenticato questo caso mediatico, anche quando poi sono entrato come attivista nella comunità LGBT.
Nel tempo, ho sempre simpatizzato per chi viveva da gay o bisex in anni difficili e che non ho vissuto: Freddie Mercury, Harvey Milk, e in questo caso Versace e Cunanan.

darren criss interpreta cunanan


Murphy ha scelto un cast d’eccezione, anche se potrebbe essere opinabile il fatto che i personaggi italiani sono impersonati da attori ispanici: una splendida Penelope Cruz come Donatella Versace, un “attempato” Ricky Martin (aveva fatto un cameo anche in Glee) come il compagno di Versace, Antonio D’amico, e Édgar Ramírez come Versace.
Penelope, tra l’altro, ha fatto un ottimo lavoro col suo accento italiano (la diva sa l’italiano, e lo ha parlato nel film “Non ti muovere” con Castellitto).
Le ambientazioni, perfettamente ricreate, si spostano nel tempo e nello spazio, tra San Diego, Miami, San Francisco e Minneapolis.

La ricostruzione dei fatti è abbastanza accurata, ricavata dalla documentazione delle forze dell’ordine, da vecchie foto, da cartelle cliniche e da racconti di persone coinvolte, nonostante il fatto che alcune cose non sono piaciute alla famiglia Versace: la rappresentazione contrita di D’Amico, ma anche la sottile allusione sulla possibile sieropositività di Versace.

La narrazione inizia con l’omicidio, che vede Andrew Cunanan compiaciuto per quanto da lui fatto. Si vedono i primi momenti della fuga, ma poi parte una narrazione a ritroso fatta di flashback a mosaico che mostrano la sua efferatezza nei mesi di follia che hanno preceduto l’assassinio di Versace.
Le prime puntate (su un totale di dieci), ci fanno odiare il personaggio del viziato e volubile Cunanan: la sua mancanza di rispetto verso le persone che sostiene di amare, la leggerezza con cui uccide anche persone tangenzialmente coinvolte (un uomo a cui ruba un furgone), o la scena di sadismo (e qui c’è molto di Nip/Tuck) con cui mette un anziano cliente a rischio di vita per poi salvarlo all’ultimo minuto con l’adrenalina a mille…ma forse c’è più sadismo nella scena successiva, quella in cui l’anziano, un velato con l’anello al dito, non riesce a denunciare.
All’incapacità di denunciare, scoraggiati dall’omofobia delle forze dell’ordine, sono dedicate molte scene, che spiegano anche molti dei fatti accaduti.

cunanan criss
Man mano che si procede a ritroso, si scopre cosa ha portato Andrew al compiere queste azioni con leggerezza: la carriera di gigolò, nata dall’incapacità di integrarsi a causa della sua omosessualità evidente e spesso ostentata con una fierezza che non può non fare simpatia, la sua immensa cultura dovuta ad un’istruzione di base impartitagli in un ottimo istituto e dai suoi studi personali, la sua voglia di proporsi da solo, a uomini maturi, dopo il rifiuto, dovuto a motivi razzisti, di una casa di escort, la sua resilienza, il suo modo di sopravvivere alle avversità con trovate “picaresche” e geniali, come cambiare nome per nascondere le origini asiatiche, ma anche la sua incapacità di concludere percorsi canonici, studiare, ottenere da solo il successo che, con la sua intelligenza, poteva avere, ma a cui aveva preferito la menzogna e lo sfruttamento degli altri.

Murphy ammette di aver ricostruito i dialoghi immaginandoli, e ai personaggi mette in bocca aneddoti sicuramente ricavati dal dialogo con amici di infanzia e parenti delle vittime e di Cunanan, ma fa di più: i personaggi, l’amico sieropositivo degli ultimi mesi, o Andrew stesso, ma anche, nella narrazione parallela dedicata allo stilista, Gianni e il suo compagno, denunciano l’omofobia presente a Miami a fine anni ‘90, persino in ambienti protetti come quelli della moda. A nessuno frega niente degli omosessuali fin quando non succede qualcosa di eclatante, in anni in cui, nonostante cure sperimentali che cominciavano ad avere efficacia, ancora di Aids si moriva, oltre a vivere con un grande stigma.

andrew cunanan
L’omofobia viene rappresentata anche nelle forze di polizia, in una detective lesbica velata (che abbiamo amato in Orange is the new black, nel ruolo di Dayanara) rigida e disorientata nell’affrontare il caso, nei poliziotti che non capiscono “cosa intenda” Antonio D’Amico quando si definisce “compagno”, ma anche in Donatella, che, sebbene esprima concetti “ragionevoli” per l’epoca (cerca di scoraggiare Gianni a fare coming out, dovendo fare affari in paesi omofobi, e ricordando che fine avevano fatto alcuni stilisti gay dichiarati) cerca di togliere tutto a D’Amico, come se la loro relazione dalla durata di 15 anni non avesse valore, causandogli una profonda depressione. Molti dei personaggi ribadiscono l’illegalità e l’illegittimità delle unioni gay proprio per ribadire come ciò abbia poi condizionato, in modo paradossalmente simile, la vita di Andy e quella di Gianni e del compagno.
Anche se la storia di Gianni rimane in sordina rispetto a quella di Andrew, possiamo vedere come lui abbia stimolato la sorella a diventare una stilista nel periodo in cui credeva di morire per un raro tumore all’orecchio, e voleva lasciare il suo impero alla sorella, talentuosa ma incapace di emergere.

Indagate in modo profondo ed efficace anche le vite dei due giovani uomini legati ad Andrew, e in seguito sue vittime: un ufficiale, Jeff Trail, che aveva denunciato l’omofobia in marina, e aveva salvato dal bullismo un commilitone gay,  che aveva perso tutto esponendosi, ma anche un giovane architetto brillante di umili origini, David Madson, un bravo ragazzo apprezzato da tutti per i suoi valori, con un padre conservatore ma ragionevole, che a modo suo lo aveva accettato.
Nella vita descritta di questi due personaggi si respira l’omofobia dell’epoca, e lo spettatore LGBT vive dei momenti di rara commozione.
Bellissime le scene, montate in parallelo, che mostrano il coming out di Gianni ad una rivista gay e la denuncia alla stampa, di Jeff, dell’omofobia nelle forze dell’ordine.
“Gli etero omofobi, a viso scoperto, parleranno della loro omofobia, mentre tu sarai costretto a parlare col volto oscurato”. Murphy, dalle labbra di Cunanan, ci fa riflettere sull’omofobia americana dell’epoca, non troppo diversa dall’omotransfobia attuale che assaporiamo in Italia.

cunanan e liz
Poi, vengono raccontati altri tipi di uomo gay: la ex marchetta sieropositiva, capace di profonde riflessioni sulla marginalizzazione dei gay nei “civilissimi” Stati Uniti, ma anche l’anziano uomo di successo, sposato con figli, punito da Andrew con la morte per il suo velatismo, e umiliato con indizi della sua omosessualità nella scena del crimine (forse, come dice Andrew, atto dalla vittima più temuto che la morte stessa), e la moglie, una nota presentatrice televisiva, che sopporta il lutto del perdere un compagno di vita, un filantropo, un brav’uomo con un segreto, ma anche l’esposizione mediatica del vedersi pubblicamente tradita da un omosessuale velato.
Ma anche i due ricchi omosessuali, i due anziani compagni che hanno mantenuto Cunanan, di cui uno brutalmente ucciso da una marchetta con elevata omofobia interiorizzata. “Se ci ammaliamo è colpa nostra, se ci uccidono è colpa nostra”, affermerà un amico dopo le dichiarazioni dell’assassino, giustificato dalla polizia per il suo “scatto d’ira”.
Lo stesso personaggio, Norman, altro personaggio positivo della vicenda,  cerca di convincere Andy a smettere di mentire e vivere alle spalle degli altri, indicandogli che avrebbe le doti per vivere nella ricchezza usando le sue capacità, e di terminare gli studi.
Nei dialoghi tra Norman ed Andrew, viene fuori l’enorme attenzione alle apparenze che Cunanan aveva maturato a causa dell’educazione ricevuta: ogni bugia, il vestiario, anche l’accuratissimo arredamento della casa di Norman, ad opera sua, gridano il suo bisogno di apparire.
Vittime e carnefici attaccati dall’opinione pubblica in modo simile, solo perché omosessuali, come dice Donatella in un passo: Gianni è la vittima, ma ma gente giudicherà e mormorerà.

A ritroso, si capisce come le delusioni amorose, il velatismo delle persone che lo circondano, e il razzismo, portano Andy alla depressione e alla droga, fino all’exploit violento degli ultimi mesi di vita, il parallelismo con Versace, omosessuale di successo, che aveva avuto, con caparbietà e coi suoi valori, tutto quello che Andy aveva cercato di ottenere tramite sotterfugi, menzogne ed espedienti.
Entrambi di umili origini, vengono osservati dallo spettatore nelle prime fasi della loro vita: entrambi bullizzati per effeminatezza, avevano avuto riferimenti di vita totalmente diversi: una madre calabrese illuminata, nel caso di Gianni, una fragile madre italoamericana, e un padre filippino, un affabulatore, ossessionato dal sogno americano, nel caso di Andrew, un padre che lo viziava in quanto primo figlio nato in America, e personificazione di quel sogno, un padre truffatore che scappa nelle filippine e che, inseguito e accusato di questo, attacca Andrew per la sua omosessualità.

darren criss
Finita la sfilza di suggestivi flashback, si arriva alla caccia all’uomo, alla fuga, alla solitudine, al rifiuto di aiuto da parte del padre e degli amici, e al suicidio sulla barca galleggiante.

Un’importante colonna sonora ricostruita con pezzi dell’epoca, accompagna ogni scena, mostrandoci i diversi punti di vista di vittime e carnefici della storia.
Ogni scena che non comprendiamo del tutto, viene spiegata in un flashback successivo, introducendoci in un appassionante mosaico a ritroso che si compone solo alla fine della serie.
Murphy avrebbe potuto montare il film in ordine, ma voleva farci odiare Andrew, all’inizio, e farcelo perdonare alla fine.
La serie, assolutamente da vedere, lascia un grande interrogativo nello spettatore: come può non avere influito la vera protagonista, l’omofobia degli anni ‘80 e ‘90.
Il vero messaggio che ci lascia Murphy è questo:
Chi è diverso non può essere innocente.

Antibinarismo, femminismo radicale e cultura transgender

La guerra ai ruoli di genere non è una prerogativa delle radfem: riguarda anche il movimento transgender/antibinario. 
Le ultime aberrazioni, come il movimento “gender critical”, hanno creato un’incapacità di vedere ciò che ci unisce.

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L’incontro con la cultura transgender e antibinaria

Fin dall’adolescenza ho avuto accesso ad internet e la possibilità di aprire miei spazi di discussione sui temi che sentivo a me cari. Inizialmente fu un sito web, poi arrivarono forum e blog.
Mi incuriosivano molti punti di vista, ma non avevo trovato “il mio” finché non conobbi la cultura transgender, un po’ come un musicista (e sono anche quello) ascolta tutti i generi, ma poi si innamora solo di alcuni che gli “calzano” a pennello.
Credo ci sia ignoranza su ciò che si intende per “cultura transgender”. Da fuori, si pensa che “trans” sia quella cosa che ti fa sentire “nato nel corpo sbagliato” e ti fa desiderare di “cambiare sesso“, tutto questo in un contenitore binario, eteronormativo ed eterosessista.
La condizione “transessuale” per alcuni è questo, ma sono persone che vivono la “condizione” trans, ma non sono immersi nella “cultura transgender”.
Premetto, a scanso di equivoci, che anche questi percorsi così binari hanno dignità e cittadinanza, ma è importante chiarire che sarebbe scorretto ricondurre la cultura transgender solo a questo.

La cultura transgender/antibinaria combatte i ruoli di genere e le relative aspettative sociali

La prima cosa che ho amato della cultura transgender/antibinaria era la contestazione del “binarismo obbligatorio”: sostanzialmente si affermava che qualunque sia il tuo sesso di nascita, tu puoi esprimere la tua identità di genere e/o il tuo ruolo di genere in qualsiasi modo tu voglia, e che ogni “aspettativa sociale” riguardo al tuo sesso biologico e/o al tuo genere socialmente percepito va ignorata, oltre al fatto che va contrastato il concetto di “aspettativa” riguardo a ruoli, sessi e identità di genere.

In quest’ottica, ho orientato da sempre il mio impegno non solo per la libertà di identità di genere (quindi combattendo lo stigma riguardo alle persone transgender e di identità di genere non binaria e promuovendo leggi inclusive su queste condizioni personali), ma anche promuovendo la totale libertà riguardo ai ruoli di genere.
Se una donna biologicamente femmina desidera non depilare i polpacci e indossare pantaloncini o gonne corte rendendo visibili i suoi peli, deve poterlo fare senza lo sgomento generale e senza che un datore di lavoro (che permette ai maschi di presentarsi coi pantaloncini) vieti di farlo.
Inoltre, una donna che non è interessata agli “orpelli” non deve essere percepita come “sicuramente lesbica”.
Allo stesso modo, anche l’uomo biologicamente maschio deve esprimersi liberamente senza per questo essere considerato poco virile, effeminato, “sicuramente gay” e così via.
Allo stesso modo, non si deve dare per scontato che una donna che si esprime esteticamente e coi comportamenti come Marilyn Monroe, e dice di farlo “per se stessa e non per i maschi“, non deve essere ostacolata. Va bene promuovere una riflessione su quanto facciamo per noi e quanto per gli altri, ma questo non deve censurare le espressioni di genere vicine alle aspettative canoniche.

Ruoli di genere obbligatori? Neanche per le persone transgender!

Allo stesso modo, le aspettative non devono soffocare le persone transgender. Quante volte le persone transgender devono inseguire un “passing” che le legittima come transgender dichiarati? Da un ftm non medicalizzato o da un non binary di biologia xx ci si aspetta, ad esempio, un taglio di capelli corti o corredato da rasature, o che vada per forza sempre in giro col petto fasciato. Anche se ciò non concede il “passing” e l’irriconoscibilità rispetto ad un uomo biologicamente maschio, è come se ciò concedesse un “patentino” di persona T o non binary, che altrimenti non verrebbe concesso, e ci sarebbe diffidenza e sospetto.
Lo stesso deve riguardare le donne trans: se alcune di loro preferissero i capelli corti, la tuta, un look sportivo o acqua e sapone, nessuno dovrebbe mettere in dubbio il loro essere donne, cosa che invece viene fatta dalle gender critical.

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Il femminismo radicale, senza “se” e “ma

Anche se non mi interesso di femminismi, non è mia intenzione o curiosità farlo, le ingerenze femministe nel mondo LGBT ormai sono una realtà, dal 2016, quindi ho osservato alcune pagine che promuovono il femminismo secondo la loro visione: radicale, della differenza, intersezionale.

Forse sconvolgerà i miei lettori sapere che le pagine di femminismo radicale che non si interessano del tema trans (e quindi non mancano di rispetto alle persone trans) mi trovano spesso d’accordo con loro: il loro perseguire l’antibinarismo (loro non userebbero questi termini) con metodi integralisti, in modo perentorio, severo, è interessante, perché spesso hanno il coraggio di prendere posizioni sulle quali molti altri (altre femministe, movimento LGBT) soprassiedono, ed è per questo che sono considerate fondamentaliste e “talebane”, ma è anche per una volontà di “non voler ascoltare” ciò che affermano senza sfumature, “se” o “ma“, ad esempio riguardo alla donna nel mondo musulmano, o alle reazioni completamente diverse che si hanno quando una donna fa qualcosa e quando la stessa cosa viene fatta da un uomo.

Spunti interessanti e limiti radfem: nuove possibili chiavi di lettura

Questo tipo di femminismo “integralista”sessuofobia, anche se il tipo di sessualità che loro vogliono combattere è quella pensata per il fruitore uomo (gay o, molto più spesso, etero). Il mio stile è invece spingere verso un ri-pensare la sessualità in chiave non eterosessista e non eteronormativa, ma pensando il soggetto donna/femmina (donne biologicamente femmine, donne biologicamente maschi, uomini biologicamente femmine) non come qualcosa di candido e innocente, ma come qualcosa che può avere interesse per il fetish, la dominazione psicologica, o altro.
Immaginare la donna come amante di un sesso romantico, coronato dall’amore, ci farebbe cadere in visioni di “determinismo biologico dei ruoli” in cui il femminismo radicale sembra non voler cadere (da quello che ho letto, il corpo rimane, per questa corrente di femminismo, un dato biologico che non deve limitare lo spaziare tra ruoli ed opportunità).
Non ci vedo nulla di male in una donna etero che voglia dedicare una notte ad un’esperienza con un sex worker preparato al piacere del corpo femminile (cosa a cui raramente l’uomo etero, il marito o il compagno, è preparato), o che voglia vedere una pole dance con uomini eterosessuali senza ombra di calvizie e panza, oppure ancora un bel porno o film erotico pensato per eccitare lei e non lui.
Quello che combatto, quindi, del porno, della prostituzione, del bdsm, degli streptease, è che siano “pensati” sempre e solo per l’uomo pagante (gay ed etero), che ci sia un “oggetto” sempre femminile o effeminato, e un oggetto sempre e solo maschile.
E, permettetemi di finire, sono completamente d’accordo che gli “eh ma esistono i gigolò” suonano un po’ come “e i Marò?“, e non devono distrarci dal combattere l’eterosessismo, che permea tutti gli aspetti del vivere sociale, ma ancor di più i temi legati alla sessualità.

Quando dal femminismo radicale si passa al movimento “gender critical” (negazionismo dell’identità di genere)

Avrei piacere a condividere molti status delle RadFem, ma poi ci sarebbe qualcuno che mi chiederebbe come faccio a condividere qualcosa di ragionevole postato dalle stesse persone che, in altri spazi, insultano le persone trans, le delegittimano, le misgenderano.

Se posso, in questi spazi dedicati al movimento “Gender Critical” (negazionista dell’identità di genere), vengono rafforzati quegli stessi stereotipi in cui i ruoli di genere vengono ricondotti ai sessi biologici: la donna trans viene sempre ricondotta alla violenza, alla delinquenza, al desiderio sessuale verso la donna, all’insistenza sessuale, mentre la persona trans di biologia xx (spesso presentato come donna desister) viene rappresentata come arrendevole, piagnona, manipolabile, costretta a transizionare da persone che l’hanno plagiata, e via dicendo.

E io, da persona xx, mi sento offeso in questa rappresentazione piagnona, miserabile e tendente al farsi manipolare che costruiscono su di noi.

libertà dai ruoli di genere

Lotta ai ruoli di genere obbligatori: possibile causa comune?

 

La lotta per combattere le aspettative sui ruoli di genere viene fatta da sempre dal movimento transgender/antibinario, e non è affatto in contraddizione con la lotta per il rispetto delle identità di genere.
Non è affatto vero che le persone trans “rafforzino” gli stereotipi di genere, cavallo di battaglia delle pagine Gender Critical (una corrente del femminismo che ormai ha una propria “anima”, se così si può chiamare, e ha un attaccamento monotematico al contrasto e alla delegittimazione della condizione transgender).
In un mondo sano, femministe radicali e persone transgender dovrebbero portare avanti la battaglia comune della distruzione dei ruoli di genere obbligatori e delle aspettative di genere legate ai sessi (o genere percepito, nel caso di persone T con buono o cattivo passing).

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Gonne, pantaloni, scuole femminili

Una di queste pagine gender critical ha presentato un caso secondo il quale, in una scuola femminile, un ragazzo si è dichiarato ftm ed ha avuto l’esclusiva possibilità di poter mettere i pantaloni. Si tratta, chiaramente di minorenni, altrimenti nessun ftm maggiorenne sceglierebbe proprio una scuola “femminile”.
Secondo le gender critical, il movimento transgender dovrebbe essere compiaciuto dall’idea che i pantaloni siano concessi solo allo studente ftm, e che non ci sia invece la libertà di scelta per ogni iscritto/a di portare l’uniforme desiderata.
La soluzione suggerita dalle gendercritical risulta transfobica, cieca ed inefficace: che il ragazzo ftm si presenti al femminile “trasmettendo l’idea che anche le donne possano portare i pantaloni“.
Il movimento transgender, invece, propone che quel ragazzo continui a definirsi al maschile e che sia concesso ad ogni iscritta di scegliere tra gonna e pantaloni: questa visione propone il rispetto sia dell’identità di genere, sia delle espressioni di genere. Win win.
Il problema delle Gender Critical è che pensano che “l’oppressore” sia il ragazzo ftm dichiarato. La loro incapacità di analisi, o forse la loro malafede, impedisce loro di mettere a fuoco il problema: la civiltà conservatrice, eterosessista, sessista, eteronormativa, può al massimo tollerare un’eccezione per “i pochi”, ma non metterebbe mai in discussione i corollari del binarismo su cui si fonda. E’ per questo che a loro pesa meno “concedere in via eccezionale” un paio di pantaloni ad un ftm, aspettando con ansia che si diplomi e si “tolga dai coglioni“, piuttosto che rivedere l’uniforme per le iscritte.
La cecità, o la malafede delle gendercritical, è pensare che questa visione danneggi solo le donne, quando danneggia invece qualsiasi persona transgender non sia in un percorso canonico (non med, non binary, persone con scarso passing, ftm gay, e così via).

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Parrucchieri, barbieri e gambe pelose

Tanti sono i laboratori in cui le persone transgender non med e non binary (ma anche med, magari con uno scarso passing) si interrogano su quanto il loro coming out sia educativo o diseducativo per la società.
Ad esempio, se un ftm non med o non binary entra in un salone hairstylist per un taglio di capelli simile a quello dei propri amici, magari portando la foto di un attore o di un cantante, è “educativo” fare coming out come uomo trans, o è maggiormente educativo chiedere che quel taglio lo si riceva indipendentemente dall’essere uomo o donna?
Il fatto che un coming out sia “politico”, “non politico”, faciliti o meno un risultato, non toglie il fatto che la persona che si interroghi sia una persona transgender, ma una persona t, spesso, è interessata anche a voler spaziare tra i ruoli senza l’obbligatorietà di un coming out che la “giustifichi”, sempre ammesso che quel coming out semplifichi la strada verso la propria richiesta (a volte ti guardano sgomenti e ti prendono per pazzo, ed è più semplice dire “sono una lesbica, tagliami i capelli da uomo, che alla mia ragazza piace così”).

Stessa cosa per quanto riguarda le gambe pelose al lavoro: premetto che in Italia un datore di lavoro mediamente ride in faccia ad un ftm non med e non binary e ignora totalmente la sua richiesta di rispetto del genere.
Ammettiamo, però, che così non fosse. Sarebbe giusto che quell’ftm fosse l’unica persona che può presentarsi in pantaloncini con le gambe pelose?
Le Gender Critical immaginano quell’ftm/non binary felice della sua conquista, e magari perculante rispetto alle colleghe donne, rimaste irretite negli obblighi binari, ma in realtà la “cultura transgender” spinge a rendere qualsiasi ruolo ed espressione di genere legittimo per tutte le persone, che siano transgender, non binary o che non lo siano.

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Conclusioni

E’ giusto ottenere un “lasciapassare” a un ruolo di genere solamente facendo coming out come transgender?
Se pensate questo, conoscete davvero poco il movimento transgender e le sue battaglie antibinarie.
Vi basterebbe leggere questo blog dai suoi albori (più di dieci anni fa, ancor prima tramite twitter), che ha sempre proposto una cultura antibinaria rispetto a ruoli, stereotipi e aspettative di genere, ma tanti sono gli autori e le autrici che troverete nella bibliografia del blog.
Il perentorio “Studia!” potrebbe essere rivoltato e proposto a chi ha studiato il femminismo, ma non i classici del pensiero transgender.

“Nel mulino che vorrei, il genere abbatterei”, una pagina che semina odio transfobico

Il negazionismo dell’identità di genere delle femministe autodefinite “gender critical” semina odio transfobico. Le pagine in cui, nell’anonimato, queste persone creano focolai di intolleranza verso le persone T andrebbero boicottate e chiuse.

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Nessuno più di me ha tentato il dialogo con le femministe “abolizioniste dell’identità di genere” (loro si fanno chiamare “gender critical”, ma in pratica negano l’esistenza dell’identità di genere riconducendo tutto al sesso biologico e ai ruoli di genere).

Il cancro “gender critical” è ahimè approdato in Italia con l’obiettivo di aizzare le persone contro le persone trans e alimentare transfobia.

Su twitter, un social che favorisce l’anonimato, sono molti i profili che seminano odio transfobico nascondendosi dietro le “teorie gendercritical”, mentre su facebook a divulgare in modo virale questi contenuti transfobici sono pochi profili, di solito fakes, che giustificano il loro anonimato (ovviamente dovuto al non prendersi la responsabilità riguardo alle gravi affermazioni che dicono, o all’evitare diffide e querele) dicendo che “temono stupri da parte delle persone trans”.
Da poco è apparsa una pagina, chiamata “Nel mulino che vorrei, il genere abbatterei“. Non è nota, ovviamente, l’identità delle admin della pagina, legate, a quanto dicono, a movimenti “radfem”, della corrente del “negazionismo dell’identità di genere”.
In realtà i toni, i modi e in contenuti sono una forma di cyberbullismo verso le persone transgender.

 

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Ora, esaminiamo ad uno ad uno i principi su cui si basa la pagina.

 

Negazionismo del concetto di “identità di genere”

Fanno volutamente confusione coi concetti di identità di genere e ruolo/espressione/stereotipi di genere: per loro esiste solo “il genere”, che descrivono come un costrutto (quindi si tratta del ruolo di genere) da cancellare e abbattere

Trans: persona che vuole cambiare ruolo sociale

Diffondono una descrizione delle persone trans come persone che vogliono cambiare ruolo sociale negando la loro biologia: ai loro occhi, gli ftm sono donne traumatizzate dal maschilismo che negano la loro biologia per accedere a privilegi sociali, spesso dopo abusi e stupri.

“I trans fingono che la biologia non esista”

Affermano che le persone trans “negano” l’esistenza della loro biologia di nascita, che vogliano nasconderla, che non ci sia quindi nessuna fierezza per il loro percorso e per il loro punto di partenza, o che comunque la persona transgender sia incapace di alcun senso pratico nel parlare delle problematiche legate al corpo e delle discriminazioni che il corpo, e il genere percepito tramite esso, causa.

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La ricerca spasmodica di casi di predatori sessuali

Ricercano affannosamente, all’estero, casi di predatori sessuali che si sono, a loro detta, “finti” donne trans per accedere a “spazi femminili”.
Fanno, in pratica, quello che fanno i maschi MRA (Male rights Activist) e i padri separati quando segnalano a raffica casi di madri negligenti e mogli violente verso ex mariti e figli.

Il feticismo per le persone desisters e le loro storie strappalacrime

Cercano col lanternino i casi di desister, che si sono accorti di “non essere trans” solo dopo aver completato la medicalizzazione, e che spesso venivano da vite di abusi sessuali subiti e disagio mentale, ad esempio il caso della povera Debbie, che si era convinta di essere trans, a loro detta, a 44 anni, ma che solo dopo ha capito di odiare il suo corpo solo per via degli stupri subiti da ragazzina dal padre. Siamo tutti molto dispiaciuti per Debbie, ma questo caso non dice nulla sulla realtà ftm, oltre al fatto che non tutti gli ftm provano “odio” verso il loro corpo e ciò che socialmente rappresenta.
Con tutto il rispetto per Debbie, c’è un altro movimento che cerca con lanternino i “desister”: Movimenti estremisti cattolici e pentecostali, che “riparano” gli omosessuali, e presentano casi di donne e uomini “guariti” da una “condotta” omosessuale.

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I casi di minori insofferenti ai ruoli di genere

Segnalano abbondantemente minori (spesso in direzione ftm) che avevano una semplice tematica di insofferenza ai ruoli di genere imposti e che sono stati scambiati per transgender e non binary, ma che poi sono stati “salvati” dal femminismo

L’attacco alle persone trans sul podio

Attaccano in continuazione le sportive transgender, canzonandole col “ti piace vincere facile”, negando il fatto che effettivamente ci sono dei protocolli tramite i quali queste persone accedono al gareggiare con le donne biologiche (limiti per il livello testosterone, ad esempio, motivo per cui le donne transgender non med non sono ammesse), e che questo ha a che fare con i regolamenti delle società sportive e non con la rettifica anagrafica: al posto di attaccare le sportive trans in particolare e le persone trans in generale, potrebbero proporre dei parametri più restrittivi alle società sportive, ma per loro è molto più divertente cyberbullizzare ed offendere le persone trans.
Inoltre, condiscono il tutto con l’esaltazione dello sportivo ftm (da loro, ovviamente, chiamato al femminile), che, a detta loro, “è abbastanza furbo da non voler gareggiare con gli uomini bio” (ma questi casi provano il contrario).

I dissidenti diventano subito haters violenti e pericolosi

Segnalano continuamente commenti americani di twitter in cui persone trans, spesso molto giovani, le mandano a quel paese. Questo atteggiamento è da loro descritto come “violento” e “pericoloso”.

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Ignorare lo scenario dell’attivismo transgender italiano

Ogni riferimento arriva dall’estero. Fanno finta che non ci sia un movimento transgender italiano e che non abbia provato per anni a dialogare, ottenendo in cambio solo misgendering e tentativi di un confronto non alla pari

Misgendering, Deadnaming, foto pre T dei loro bersagli transgender

Mostrano le foto di donne trans americane quando erano ancora pre T e pre-consapevolezza, quindi esteticamente nei “panni” del genere da loro socialmente atteso rispetto al corpo, per sminuirle e renderle “poco credibili”, oltre a rivolgersi a loro col genere errato e ad usare il nome di nascita.

Donne trans ridotte a travestiti fetish

Riconducono la condizione “trans mtf” all’autoginefilia, al feticismo sessuale, e al crossdressing, pratiche di cui la moglie e la compagna, tra l’altro, sarebbe una casta vittima corrotta dal marito.

Diffusione di informazioni false sul significato di “cisgender”

Attaccano la parola “cisgender” come sostantivo per definire chi non è transgender. Sostengono che “cisgender” indichi chi è supino ai ruoli di genere binari e maschilisti, e che le persone transgender lo usino per insinuare che la persona “non trans” sia incapace di critica sui ruoli, e vittima/complice del sistema maschilista.

Misgendering d’ufficio e non “per sbaglio”

Si rivolgono tassativamente al femminile quando parlano di uomini transgender e al maschile quando parlano di donne transgender, Destinano quest’usanza anche a chi, essendo trans, prova ad intervenire pacatamente.

Canzonare le persone non binary di biologia xx

La continua presa in giro delle persone di biologia xx non med e non binary
Se c’è un fondo di verità nel fatto che una persona con documenti al femminile e un aspetto non molto maschile venga discriminata anche per il sesso biologico e il conseguente genere percepito, ciò non è comunque sufficiente nel descrivere la discriminazione che la persona gender non conforming xx subisce (soprattutto se dichiaratamente transgender), oltre al fatto che essere bullizzata continuamente da pagine come queste non aiuta.

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L’unico transgender buono è il transgender desister…

Attaccano indiscriminatamente “tutte” le persone transgender e non quelle che manifestano dei sentimenti negativi verso il femminismo “negazionista”: per loro, in pratica, l’unico transgender buono è il transgender “morto” (o meglio, socialmente morto,  gentilmente ricondotto ad una vita da sesso biologico).

Braccia aperte per “LE DONNE ftm” a fare attivismo con loro…

Invitano le persone ftm, definite da loro “LE DONNE ftm” a fare attivismo con loro per parlare delle mestruazioni e degli stupri che potrebbero subire “in quanto donne”, della gpa, dell’aborto, delle coppette mestruali, del cancro al seno e di altri temi che mettono al centro la biologia xx.

La convinzione che le donne trans siano ossessionate dal corteggiarle o pretendere di fare sesso con loro

Uno dei loro cavalli di battaglia è che la condizione trans sia un modo dell’uomo etero molesto di “imporsi” alle donne lesbiche come stallone da monta. Non perderò neanche tempo a smontare questa calunnia, che dimostra quanto loro poco conoscano la realtà delle donne trans. Neanche sanno che, persino in Italia, molte donne trans non operate ai genitali hanno già i documenti femminili, oltre al fatto che l’idea che un “morto di figa” cambi i documenti al femminile (con le implicazioni che questo comporta nella società e nella professione) per poter molestare le donne lesbiche, è semplicemente folle.

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Censura di ogni commento dissidente, soprattutto se pacato

Sostengono che la comunità trans sia incapace di dialogare, ma eliminano qualsiasi commento pacato alle loro fake news. Gli unici interventi di persone T presenti nella loro pagina devono essere quelli che pescano su twitter e che le invitano a chiudere il becco.

Rimbalzare ogni invito a rivelare la loro identità.

Chiunque chieda loro di rivelarsi tramite i loro dati reali, viene bannato dai loro spazi, o al massimo ignorato e silenziato.

 

 

Qualcuno pensa che un dialogo sia ancora possibile, e proprio io non sono la persona giusta da rimproverare, perché col femminismo “radfem” ho dialogato molto, si pensi alla lettera a Daniela Danna, quella a Marina Terragni, i vari tentativi di dialogo con Giovanni Dall’Orto, l’incontro in Scighera sempre con Daniela, quindi tutto si può dire di me, e non che non voglia dialogare, ma quando è troppo è troppo.
La pagina in questione è solo un catalizzatore di odio e notizie strumentalizzate in malafede, e sebbene la censura sia una strada spesso opinabile, a volte un focolaio di odio va solo spento, e non c’è davvero altro da fare.

Laura e Nathan presentano “Questo libro è gay” di Juno Dawson in Pride Week

Una guida per parlare di orientamento sessuale e identità di genere, per raccontare la comunità LGBTIQ+ con testimonianze, storie e un pizzico di british humor. In “Questo libro è gay” Juno Dawson parla chiaro: non ci saranno più segreti, né peli sulla lingua.

Questo libro è gay

Tante grandi domande con altrettante grandi risposte:
⛔- si può sconfiggere il bullismo omo/transfobico?
🙏- perché molte persone religiose discriminano la comunità LGBTIQ+? Qual è la risposta all’odio?
⏳- quali stereotipi condizionano la nostra vita quotidianamente?
📢 – coming out: perché non dev’essere uguale per tutt*

Ne parliamo con:
– Nathan, autore del Progetto Genderqueer 2.0 e presidente onorario del circolo culturale TBIGL+ Rizzo Lari (ex Harvey Milk), vignettista per Il Simposio

– Laura, responsabile gruppo auto mutuo aiuto del progetto “Identità di genere” del Circolo Culturale tbigl+ Rizzo Lari ex Harvey Milk Milano

Modera: Gianni Geraci per Il Guado, gruppo di riflessione su fede e omosessualità.

Venite a conoscere il libro e a dirci la vostra! 🏳‍🌈😍
Venerdì 21 Giugno, ore 18,
presso Il Guado, Via Soperga 36, Milano

Locandina di Sam Mera

Evento facebook

Nathan e Josephine Signorelli all’Alessandria Pride e all’Inchiostro Festival

Parteciperò alla presentazione di “Romanzo Esplicito di Fumetti Brutti” della fumettista Josephine Signorelli (FumettiBrutti), che sarà presente insieme a me, a Lavinia Caradonna e Andrea Musso.
L’evento, promosso dall’Inchiostro Festival 2019 del 2 Giugno ad Alessandria, fa parte dell’Alessandria Pride Week

L’appuntamento è il 2 giugno, ore 15.00
Sala degl Affreschi, Chiostro di Santa Maria di Castello (Alessandria), come da programma del festival

fumetti brutti

Josephine Yole Signorelli, classe 1991, catanese ma attualmente vive a Bologna, troppo carina per finire in prigione e quando la chiamano artista risponde: “sono solo una perdente </3”. La sua pagina, Fumettibrutti, è stata una delle next big thing del mondo del webcomic in questo 2017 (tanto da arrivare alla candidatura immediata ai Premi Micheluzzi). La neonata collana di Feltrinelli Comics, curata da Tito Faraci, sta per lanciare il suo primo lavoro stampato per la grande distribuzione.

Nathan

Lavinia Michela Caradonna nasce nel 1989. Quando legge fumetti ne blatera curando Plutocratica Sicumera (www.plutocraticasicumera.it), un progetto composto da un sito e una newsletter, e conducendo per Querty.it il podcast Tizzoni d’inferno insieme a Tito Faraci. Quando non legge fumetti, invece, si occupa di editoria libraria e comunicazione digitale. Milano è l’unico posto al mondo in cui vuole vivere.

Andrea Musso è illustratore freelance, appassionato di moto, snowboard e gatti. Dopo il liceo artistico si iscrive allo IED di Milano. In seguito lavora in diverse agenzie pubblicitarie e con molte case editrici come freelance.
Ha lavorato per grandi brand come Unilever, Mentadent, Sammontana, Mulino Bianco e segue il progetto artistico personale Music on my Moleskine.
Collabora in progetti di editoria per bambini come la recente serie del Gatto Killer ed è cofondatore di Inchiostro Festival, evento giunto alla VI edizione dedicato al mondo dell’illustrazione e dei suoi autori e protagonisti.

Calendario-eventi-AL-pride

 

Evento facebook

Dal sito è disponibile il programma:
Questo è il post di presentazione del festival su Instagram con la locandina ufficiale che include tutti gli artisti ospiti:

 

 

Visite e dispositivi penetrativi, salute, sessi e generi

Dai corpi femminili ci si aspetta “agio” rispetto alle pratiche penetrative medicali e non. Dai corpi maschili ci si aspetta disagio, soprattutto se si tratta di maschi etero. Questa disuguaglianza tutela o no la salute delle persone?

colonscopia uomo

Questo articolo è stato ispirato dalla notizia del politico, maschio eterosessuale, che, per giustificare l’iva al 22% (come i beni di lusso) per gli assorbenti, ha consigliato alle donne di infilarsi la coppetta mestruale o tuttalpiù usare i pannolini lavabili.

Premetto che ci sarebbero tante cose da dire sulla notizia: sul fatto che ogni politico che ha parlato di agevolazioni per gli assorbenti è stato deriso, che gli stessi che inneggiano all’ecologia poi sfottano Greta, che a proporre il tutto sia un maschio etero, e che magari i pannolini lavabili dovrebbero lavarli ogni sera i mariti/compagni.

coppetta fecale

Non sono gli aspetti su cui mi soffermerò: voglio soffermarmi sul fatto che i corpi umani siano fatti di cavità, sia quelli femminili, che quelli maschili.
Sono però i corpi xx quelli da cui viene atteso un “agio” con la penetratività/ispezionabilità delle parti del corpo cave, e non solo per pratiche salvavita.

Ad esempio, si fa grande promozione della coppetta mestruale, e sicuramente ci sono motivazioni ecologiche, e magari anche di risparmio economico, ma se ogni volta si precisa che non è consigliato alle vergini, alle suore, alle testimoni di geova e via dicendo, le si “consiglia” a coloro che fanno un uso sessuale passivo della vagina. Il sottotesto è che “dove entra un cazzo, perché non altro?“. Questo però è un aspetto che trascura molte cose: la prima è che il rapporto vaginale passivo dura il tempo di procurare piacere, e quindi è cosa ben diversa dal portarsi un corpo estraneo dentro il corpo per la città, tra l’altro con una forma diversa da quella di un pene, una forma semisferica che spinge verso i lati. Un maschio lo farebbe mai?
Per carità, io so che molte persone xx la trovano comoda, economica, ecologica, e non vuole essere una crociata “contro” la coppetta mestruale, anzi.
So che il 99% dei commenti al post saranno fuoritema e saranno elogi alla coppetta, ma se accadrà vuol dire che non è chiaro il punto della critica che voglio porre.
Anche in pratica direi affatto “salvavita”, si dà per scontata la penetrazione del corpo femminile, come naturale, soprattutto da parte di donne che sono sessualmente “attive” tramite rapporti in cui la vagina viene penetrata (donne etero, donne non etero che usano dildi…).

visita ginecologica uomo

Ci sono molte pratiche penetrative salvavita: colonscopie, rettoscopie, ma tutti sappiamo quante sceneggiate mediamente fa l’uomo etero prima di sottoporsi a queste pratiche, a volte mettendo in mezzo anche il fatto che è etero e che non si farebbe mai penetrare (neanche da un medico per un controllo, o da un dispositivo per un esame).
Se si pensa alla banale supposta, che, scavalcando il fegato, fa arrivare dritto agli organi il principio attivo, esse vengono maggiormente prescritte alle donne, spesso testimonial il pubblicità televisive di supposte…
Si pensa, quindi, che la donna sia maggiormente a suo agio con tutto ciò che “penetra” il corpo (non solo in vagina).
I medici devono combattere contro l’ignoranza sessista che fa si che i “maschi” non vogliano ispezionare e porre a controlli le “cavità” del corpo.

visita ginecologica

Infatti, sono molto, ma molto, più diffuse le campagne per la prevenzione di malattie ai genitali femminili, controlli che richiedono penetrazioni vaginali, ma anche il corpo maschile avrebbe bisogno, periodicamente, di controlli che richiedono ispezioni alle cavità (prostata, etc etc), solo che queste pratiche sono molto meno promosse.
So che andrologi, gastroenterologi, vorrebbero che i pazienti maschi si liberassero di questi pregiudizi, atto che a molti salverebbe la vita, o farebbe arrivare molto prima a diagnosticare malattie, tuttavia quanto si fa non è abbastanza.

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Tempo fa, su un social parlai di quanto gli ftm fossero restii a pratiche di ispezione corporea che richiedono la penetrazione. Molte donne biologiche, anche etero, anche “attive” sessualmente tramite penetrazione della loro vagina, hanno confessato che anche loro trovano sgradevoli le visite ginecologiche, e che il fatto di trovare piacevole un rapporto vaginale in cui vengono penetrate da dita, pene, o altro, non significa automaticamente che gradiscono le visite ginecologiche.
Molte di loro le fanno periodicamente anche in quanto madri, o future madri: entrano in un loop di visite “necessarie” a processi che poi portano a gravidanza, parto, profilassi varie, etc etc.
Ne rimangono tagliati e tagliate fuori donne lesbiche, ftm , persone non binary di biologia xx.
A volte penso che il problema, la ritrosia delle persone xx di identità di genere “non femminile” non sia solo la disforia coi genitali, ma anche un approccio “maschile” alle ispezioni corporee. Hanno assorbito lo stereotipo del maschio che, di fronte ad una visita in cui verrà penetrato, fa scenate, e quindi non vogliono sentirsi da meno.
Perché in un caso di parla di “disforia” (uomini t, xx non binary) e in un caso di legittimo fastidio (uomo etero)?

coppetta mestruale

Se non fosse ancora chiaro che questo non è un articolo “contro” la coppetta mestruale  e il suo utilizzo, concludo dicendo che quando le donne hanno risposto al politico pentastellato che, con nonchalance, consigliava la coppetta, dicendo di “mettersela nel culo lui”, i social sono impazziti: uomini (presumo etero), chiarivano che giammai avrebbero messo qualcosa nel “culo”, e che la sola idea era ridicola, “perché” non erano donne o gay.
Del resto, se non erro, anche da un gay ci si aspetta maggiormente che “non faccia storie” per rettoscopie e supposte.
Quindi, si torna alla mia triste teoria: ci si aspetta che chi si fa penetrare per piacere sessuale, deve poi farlo “senza troppe storie” per ragioni sanitarie.
Gli altri, invece no, o solo per ragioni “salvavita”, e a volte neanche in quei casi.

Rimane che il corpo xx è sempre territorio di “caccia”, anche per la medicina. Non sono lontani gli anni in cui veniva curata l’isteria, con metodi penetrativi.
Il poco garbo degli operatori rimane ancora, e lo testimonia il disagio che riportano molte persone xx pazienti, che non si sono sentite comprese e accompagnate in una visita “invasiva” rispetto ai propri genitali.
Professioniste come Marina rimangono un’eccezione.

Penetrativa suppostatermometro in culo

Cosa chiedo in questo post? Che i corpi delle donne siano meno “penetrati” per ragioni di salute? no di certo.
Che si dia meno per scontato che le persone “sessualmente passive” siano a proprio agio con l’ispezione delle cavità del corpo? ecco, questo si.
Che si facciano campagne di sensibilizzazione dell’uomo biologico verso gli esami “penetrativi” e le profilassi? Di certo anche questo.
In sostanza, chiedo che il binarismo dei ruoli di genere lasci la medicina.
Ci sono differenze fisiche, questo è sicuro, ma non sovraccarichiamole di dati culturali e sociali.

Gastrologist. Doctor's office

 

Le Iene, Luxuria, e la rappresentazione delle persone transgender

Come attivista transgender che ha a cuore il tema della rappresentazione T nell’immaginario collettivo e tramite i media , e come persona che ha scritto sull’inclusione delle persone transgender nelle app e siti di dating, non posso tacere su quanto avvenuto durante una recentissima puntata del programma televisivo “Le Iene”, che ha messo in scena le (dis)avventure di una donna transgender all’interno del portale Tinder, con un approccio morboso fin dal titolo della candid camera.

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La trasmissione ha coinvolto Vladimir Luxuria, donna transgender che non ha bisogno di presentazione.

Si inizia con una “candid camera” che ha come protagonista proprio Luxuria, coinvolta da una “Iena”, scelta donna per rendere il tutto più alla Sex and the City, anche se non c’è alcuna solidarietà tra donne, e la trivialità, come leggerete, rimane quella dei suoi colleghi maschi.

Tinder e sorpresa” e l’iscrizione di Luxuria al portale

Dopo un’introduzione, totalmente gratuita, dove viene ricordato che Luxuria “all’anagrafe è Vladimiro Guadagno” in sovraimpressione appare un titolo pecoreccio: “Tinder e sorpresa”, che, alludendo all’assonanza con l’omonimo uovo di pasqua, anticipa la candid: Luxuria si iscriverà su Tinder riservando la “sorpresa” del genitale maschile ai gentlemen che la contatteranno.

Dopo un’intelligente riflessione di Vlady sul diritto di iscriversi come “trans” (anche se in realtà sarebbe meglio poter inserire “donna transgender” e “uomo transgender” come categorie distinte tra loro), le mie speranze che la candid prendesse una piega brillante sono state deluse.
Nel profilo Tinder appena creato Luxuria viene descritta come donna con una “marcia” in più, tra tanti risolini della iena, la quale chiarisce che stanno arrivando tante richieste di uomini interessati a “quella cosina lì”.

Alle chat di questi uomini, che dicono di “Non mettersi paletti”, la Iena risponde con squallide battute sui “paletti”, con allusioni falliche, chiarendo che presto saranno “cazzi” loro in senso letterale.

I tre “tindermen” e gli incontri a telecamera nascosta…

Tra i tanti avventori, lo staff del programma ne sceglie tre. La iena precisa che i tre tindermen non immaginano “il sorpresone”, e aggiunge che “troveranno pane per i loro denti: la baguette”.

Il primo tinderman chiarisce di essere bisessuale, slave e di ruolo sessuale attivo (finemente, dice di non aver mai “preso il cazzo”). La voce fuoricampo della iena chiede se si farà trivellare, mentre inizia, agevolata dalle richieste della regìa, una scena di feticismo dei piedi e una in cui lo slave fa le pulizie posizionato alla pecorina. La iena invita poi Vlady a chiedergli di toccarsi e di fare “l’elicottero col pisello”.

Il secondo la riconosce, chiarisce che a lui piacciono “le donne” (mostrando una tale transfobia da non volerla neanche baciare in guancia).
Mentre Luxuria fa una battuta sulle patatine fritte per rompere la tensione, la voce fuoricampo della Iena pronuncia una battuta sull’avere una “trave tra le gambe”.
Luxuria gli fa i complimenti per essere stato un gentiluomo e non averle mandato foto hard, ma l’uomo rivela che il motivo è che ha i genitali piccoli.
La scenetta finisce con la iena che dice che il tindermanha preferito il due di picche all’asso di bastoni“.

Il terzo, riconosce Luxuria, e immediatamente la iena, sottolineando la complicità “tra maschi” che secondo la sua visione transfobica si è creata tra i due, dice che “battono il cinque come due camionisti in trattoria“. Anche lui spiega che essendo etero non può eccitarsi con lei. Vengono usate parole come “donna-donna“.
Il tinderman si mostra sensibile più dello staff della trasmissione, chiamando Vlady con una perifrasi politically correct: “non nata donna“.
Vlady e l’uomo bevono vino, e la iena suggerisce a Luxuria di dire che il vino “glielo sta facendo diventare corposo”. I doppi sensi della voce fuoricampo continuano con “sfondarlo”, “div-ano”, “buco nero”, “fargli prendere la mazza”. La iena sottolinea il solito cliché dell’uomo etero che “tiene il culo ben attaccato al divano”.
Il tinderman, alle proposte insistenti di Luxuria, pilotate dallo staff del programma, le chiede se lei si sentirebbe imbarazzata se una donna (da cui lei non è attratta) insistesse così tanto con lei.
Parte poi una “virile” partita a biliardo, con una carrellata di battute su “palle piene”, “palle ruvide, palle di lui e di lei, e posizioni allusive a schiena piegata durante la partita.
L’apoteosi trash si ha quando lei è in bagno e lui si mette allegramente le dita nel naso

La cosa incredibile è che l’unico viso oscurato è quello del tinderman attratto dalle donne transgender, e che quindi deve essere “tutelato” in quanto fautore di qualcosa di moralmente riprovevole: non oscurati i volti di chi disconosce le donne transgender come donne, o addirittura esplora le sue narici.

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Finale con intervista squallida

Segue un’intervista “a bruciapelo”, in cui Luxuria viene sottoposta a domande morbose su “palle e cazzo”, e addirittura a gare di lunghezza del pene: l’intervistatore, ad un certo punto, le chiede le dimensioni dei genitali in uno squallido discorso da caserma “tra maschi”, in cui l’intervistatore precisa di averlo lungo 19 centimetri.

Tutte le domande sono di natura sessuale e ricostruiscono una visione della persona transgender, da parte dell’intervistatore, come soggetto sessuale a disposizione del desiderio dell’uomo etero.
Ogni tentativo di argomentare, da parte di Luxuria, è stato censurato, tramite tagli evidenti nel montaggio, e dubito che la showgirl ne sia stata lieta.

Riconduzione alla biologia e ai ruoli da essa “previsti”

Stendendo un velo pietoso su tutto, e sul fatto che, ahimè, queste trasmissioni hanno ancora molti ascolti, mi chiedo perché l’unica versione di transgender che “buca” lo schermo è quella della transgender immaginata di ruolo attivo e che insiste con uomini etero che non la considerano “donna-donna.
Del resto, anche con gli uomini ftm gli unici presenti sui media sono quelli che usano la vagina nei film porno, o che rendono mediatica la loro gravidanza.

Si rileva quindi che la persona transgender che piace è quella che viene ricondotta ai genitali di nascita, oltre che al ruolo sessuale previsto, da stereotipo, per la sua biologia.

Premetto che non vi è in me nessun giudizio verso le persone transgender a proprio agio con la propria genitalità e che spaziano nei propri ruoli sessuali.
Inoltre, anche se non è il mio caso, non tutte le persone transgender si identificano totalmente nel genere simmetrico a quello atteso rispetto alla loro biologia: ho conosciuto diverse persone transgender eterosessuali che vivevano una continuità col loro passato omosessuale/drag, tornando talvolta a rivendicarlo identitariamente, come in passato ha fatto Luxuria.
Penso che ciò sia possibile, come insegna anche il bellissimo libro Stone Butch Blues, perché se l’orientamento sessuale prevede molte condizioni intermedie tra omo ed etero, è possibile che sia così anche per l’identità di genere.
Questo, però, non dovrebbe portare, di per sé, a rappresentazioni televisive squallide.

L’immaginario, i media e lo sguardo dell’uomo etero

Ho sempre avuto stima di Vladimir Luxuria, e, quando ero ancora molto giovane e “questiong” sulla mia identità di genere, osservavo lei in televisione, e le vedevo costruire un immaginario positivo, sostituendo la parola “transgender” alla parola “transessuale”, raggiungendo persone che l’attivismo non riesce a toccare, e sostituendosi al precedente immaginario che si aveva della persona trans: ignorante e addetta solo ed esclusivamente alla prostituzione.

Gli attivisti, però, riescono a malapena ad arrivare alle persone questioning che, tramite la nostra piccola fetta di visibilità politica, capiscono di non essere soli, mentre sono le trasmissioni come “Le Iene” che pilotano l’immaginario delle persone etero che chiacchierano accanto a me al bar, con cui lavoro, che mi osservano nei mezzi pubblici.
Per questo dovrebbe essere dato un maggiore spazio all’attivismo relativo all’immaginario “Mediatico” riguardo alle persone LGBT in generale e T in particolare, una rappresentazione tossica che ci riconduce sempre alla sessualità e alla genitalità relativa alla nostra biologia di nascita.

Qualcuno potrebbe pensare che in questa mia indignazione ci sia sessuofobia, ma il problema non è il fatto che si parli della sessualità delle persone transgender, altrimenti non avrei scritto delle “guide” per esploratori ftm dei portali di dating.
E’, piuttosto, il punto di vista che mi perplime: i media propongono sempre lo sguardo pruriginoso dell’uomo eterosessuale, mentre dovremmo tornare artefici della nostra sessualità.