Lettera a Daniela Danna, cosa ho apprezzato e non apprezzato della “Piccola Principe”

Sono stato uno dei primi a leggere il libro di Daniela Danna (La Piccola Principe), dopo la sua uscita nelle librerie. Ho fatto molta fatica a reperirlo, essendo piena estate, e alla fine ho dovuto usare Amazon.
Ho pensato che la cosa più sensata da fare, prima di scrivere una recensione, fosse mandare le mie impressioni a Daniela stessa, perché sono totalmente disinteressato al clima di contrapposizione e di opposizione creatosi negli ultimi due anni tra mondo lesbico/femminista e mondo trans, e che secondo me deriva, in buona parte, dal non riuscire ad avere un linguaggio condiviso.

Premetto che il mio è un punto di vista particolare, essendo io un uomo transgender ftm, ma anche un uomo gay e anche un sostenitore del percorso non medicalizzato come una delle opzioni possibili. Le mie impressioni, leggendo il libro, sono fortemente influenzate dal mio percorso personale e politico.

Vorrei mantenere la forma del testo che ho scritto “di getto”, dopo la lettura a caldo, direttamente a Daniela.

Daniela Danna

 

Cara Daniela,
come promesso, ti scrivo cosa mi è piaciuto, non mi è piaciuto, o mi risulta poco chiaro del tuo testo. Vado in ordine cronologico, e appunto considerazioni pagina per pagina.

 

Inizio dalle persone a cui ti rivolgi, ragazzine che pensano di avere una tematica di identità di genere (identificandosi come “altro da donna”) al femminile, immagino perché finora sono state “socializzate” come tali: dal tuo punto di vista ciò ha senso, ma se fossi io il giovane ftm in questione, preferirei che mi si rivolgesse il più possibile al neutro, proprio in quanto persona “questioning”, ma temo vada contro le intenzioni filosofiche del libro. Non dico questo in quanto sostenitore ideologico del linguaggio genderless, ma penso sia meglio lasciare la persona questioning “in campo neutro”, per venire incontro alla sua sensibilità.
So che non è la tua politica, ma volevo condividere il mio approccio con te.

 

Voglio pensare che questo libro non sia rivolto ai giovani transgender ftm, ad esempio a quel “me giovane”, che, in anni in cui non si parlava di t (figuriamoci di ftm, e figuriamoci di ftm gay) si è sentito “cancellato e frainteso”, ma che si rivolga piuttosto a chi “pensa a torto” di essere ftm, a chi, per i pochi strumenti che ha, a causa anche dell’età, confonde identità di genere, ruolo di genere, e orientamento sessuale, e quindi non si rende conto di avere una tematica di “lesbismo” o di “ruoli”, e di non essere, quindi, transgender.

 

Il problema che sollevi esiste, e io in dieci anni di “sedicenti ftm” ne ho conosciuti diversi, soprattutto sui social, ma non solo: era evidente, in alcuni di questi casi, che la tematica fosse chiaramente di “ruolo” di genere, e che la persona avesse un’insofferenza al binarismo sociale dei ruoli.
Queste persone, però, che hanno fatto il percorso in Italia, sono state bloccate alle prime sedute del percorso psicologico. I pochi casi italiani di de-transizionati riguardano persone che hanno fatto il “fai da te”, spesso senza approdare alle associazioni transgender.
Segnali, comunque, un tema che sto cercando di portare all’interno dell’attivismo transgender, e su cui il gruppo di attivisti trans con cui mi confronto (il Progetto Identità di Genere dei Circolo Rizzo Lari, ex Milk), ovvero l’esistenza dei “de-trans, e il pericoloso rischio, nel caso di persone di nascita xx, che la tematica sia squisitamente di ruoli di genere o di omosessualità non accettata.

 

Quando parli di esperienze relative alla scoperta di sè come ragazzina lesbica, non posso dare molti elementi di critica: non è la mia storia. Tuttavia penso che non sia diverso per chi, con un passato da “ragazzina maschile”, guardava i ragazzi (a me interessavano quelli delicati, quelli bullizzati perché effeminati, o perché rifiutavano di aggregarsi al gruppo dei bulletti): ci si sentiva, comunque, “satelliti” in un mondo in cui tutto ruota attorno al maschile virile ed eterosessuale. Qui colpisci nel segno, e ti faccio i miei complimenti.

Devo farti un appunto, probabilmente sgradevole: l’uso di uomo e maschio. Sicuramente conosci, forse la rifiuti, la convenzione che usa maschio e femmina per parlare di corpi e uomo e donna per parlare di “menti”. In tal logica, credo sia un errore dire che i transgender vogliano “diventare maschi”. I transgender (ftm) vogliono essere inclusi nel gruppo sociale degli altri uomini, ed alcuni di questi, se hanno una disforia fisica, vogliono anche adattare il loro corpo in modo che “somigli” a quello dei nati maschi. Questo lo spieghi anche tu, ma non avrei usato “diventare”. Sono termini che, come comunità di attivisti transgender, abbiamo “deprecato”: suonano riduttivi riguardo al nostro percorso, alla nostra capacità di analisi, introspezione e “contatto con la realtà”.

 

Sulla parte dei casi storici di “passing women” non dico nulla: nessuno sa i motivi che hanno spinto queste persone a vivere al maschile. Scrissi un saggio dieci anni fa, inoltre c’è una digressione interessante in questo testo, che ti consiglio. Sicuramente a volte era una questione di ruolo, altre di orientamento, altre di entrambe, e altre ancora di transgenderismo.

 

Poi parli di una sorta di “disforia giovanile”, che non ho ben chiaro se riguardi il genere (sentire di appartenere al gruppo sociale dei ragazzi) o il sesso (avere un fastidio per alcune parti del corpo, magari appunto per ciò che rappresentano), nelle ragazze lesbiche. Questo, come sai, non mi appartiene, e non ne ho esperienza. Penso che possa essere indotto da una svalutazione sia del femminile (e riguarda ragazzine con qualsivoglia orientamento), sia della messa in discussione della stessa possibilità che si possa essere donne attratte da donne (in una coppia deve esserci sempre un uomo tra i piedi, e se non c’è, allora…sei tu), in un mondo eteronormato ed eterosessista.
Credo fortemente che l’unica “disforia” non sia quella delle persone trans, ed è interessante che il mondo lesbico indaghi le “disforie giovanili” delle giovani questioning, che poi si scopriranno lesbiche, ma attenzione a non farne un discorso generale: una disforia che potrebbe sembrare simile, osservandone gli effetti, ha radici completamente diverse in una giovane persona Ftm (non riguarda il ruolo di genere, e non riguarda l’orientamento sessuale). Avrei sottolineato maggiormente questo punto.

 

Una delle parti che disapprovo maggiormente del saggio è quella in cui parli delle persone transgender. Usi “transessuale”, forse è una scelta, ma la comunità ha deprecato da tempo questa parola per passare a “transgender” (o, semplicemente, trans), proprio perché, come dici tu stessa, il sesso non si cambia.
Ad un certo punto, vuoi spiegare qual è il vero spartiacque tra le “tomboy questioning” e i “veri trans ftm”, e per farlo accenni all’ “odio/non accettazione per il/del corpo”.

Nei gruppi di autocoscienza ho conosciuto centinaia di persone, e nessuna, neanche i transgender medicalizzati, descriverebbero la loro esperienza usando questo come punto focale. E’ una lettura pericolosa, che porta a una visione “dismorfofobica” del percorso transgender, non mettendo al centro il vero punto focale: l’identità di genere e la richiesta che essa venga rispettata.

Anche quando parli del percorso medicalizzato, ribadisco il fatto che sarebbe meglio evitare il “vogliono diventare” (uomini/donne), perché una persona transgender ftm, come identità di genere, è già (a prescindere dalla medicalizzazione) uomo, e la medicalizzazione, semmai, avvicina la sua immagine fisica a quella dell’uomo nato maschio biologico, per favorire il suo benessere psicofisico e anche il riconoscimento sociale come appartenente al genere d’elezione.

Mi soffermo adesso sul punto in cui parli di persone che, prima dell’adolescenza, non hanno dato segnali dell’essere transgender. Forse questo dato può generare sorpresa in chi non fa parte della subcultura trans, ma da decenni noi T, per distinguere i nostri percorsi e le loro peculiarità, abbiamo rispolverato “transgenerità primaria” e “transgenerità secondaria” (termini ormai deprecati, e che suonavano sgradevoli quando qualcuno li usava per decidere le nostre sorti), per poter confrontare i vissuti diversi di chi si è scoperto o dichiarato transgender molto giovane e di chi, magari, ha portato fuori questa parte di sé in tarda età. Nessuno dei due percorsi, naturalmente, è più “autentico”, ma spesso l’aver sperimentato socializzazioni di genere diverse in età diverse porta utili elementi al confronto, così come avviene tra omosessuali o lesbiche che si scoprono o si accettano da giovani oppure, magari, dopo una vita tra matrimonio e figli.

Vengo al punto in cui citi l’autismo. Legare autismo e transgenerità è una nuova moda teorica che noi, che ci siamo battuti un’intera vita per la depsichiatrizzazione della condizione trans, non vediamo di buon occhio e non consideriamo scientificamente autorevole.
La ragazzina del tuo caso studio, che legava la sua apparente “freddezza” caratteriale, a quanto pare tipica del cervello neurodiverso, alla “virilità”, e quindi si identificava come ftm, commetteva il solito errore di confusione tra identità di genere e stereotipi di genere (in questo caso, uno dei peggiori). Mi chiedo come queste persone, in sistemi dove prevale la sanità privata, siano seguite dal punto di vista psicologico. I falsi positivi trans, che tu denunci, non fanno bene nè alle persone che ci incappano, né alla comunità trans.

 

Nel passo in cui si parla delle trans degli anni settanta/ottanta, ho colto, e spero di sbagliarmi, una maggiore “simpatia” verso chi, facendo il percorso mtf, non può cadere nel tranello dei ruoli: mentre è facile pensare che una ragazzina si possa “immaginare ragazzo” per liberarsi di una serie di catene dell’educazione riservata alle femmine, di una giovane persona in direzione mtf, quindi “verso il peggioramento sociale”, si immagina che il percorso sia maggiormente autentico (se vuoi vivere da donna, o sei masochista, o lo sei per davvero). Forse è per questa ragione che gli Ftm, storicamente, sono stati maggiormente nel mirino delle pensatrici lesbiche. Su questo mi piacerebbe confrontarci, amichevolmente.

Arriviamo al vero punto di incomunicabilità tra mondo femminista e mondo trans: il fatto che il femminismo usa “genere” come termine omnicomprensivo di “identità di genere” e “ruolo di genere”, termini che, per narrare l’esperienza trans, è necessario scorporare.
A pagina 24 usi “genere” non facendo questa distinzione, e fai considerazioni molto vere, con tutte le conseguenze drammatiche e sessiste che indichi, ma se attribuite a “ruolo di genere”. Questa parte mi ha molto colpito e invitato a riflettere, perché noi trans non ci interroghiamo e confrontiamo solo sul nostro tema specifico (l’identità di genere), ma anche su ruoli e stereotipi di genere (tema esteso anche a chi non è trans e su cui, storicamente, ci siamo sempre confrontati, ad esempio, con omosessuali e lesbiche).
Ogni persona trans deve confrontarsi sia con i ruoli relativi al sesso biologico, sia a quelli del genere d’elezione, e l’esperienza di passaggio, di “cambiamento di socializzazione di genere”, ci mette in un osservatorio privilegiato, rispetto alle diseguaglianze sia di sesso, che di genere.

 

Un’altra obiezione che sento di fare è sul fatto che la trattazione non tiene conto dei percorsi non medicalizzati.
Vi è una contrapposizione dicotomica tra il percorso butch/tomboy, o quello di “Big Pharma”.
E’ vero che gli attivisti transgender non med, in Italia, sono pochi, poiché il grave stigma riservato ai trans “senza passing” causa un elevato tasso di “velatismo”, però all’estero è una condizione sdoganata, e mi stupisco che, dove questo dibattito è nato, la condizione “non med” sia stata volutamente ignorata, forse perché pone ennesimi interrogativi e spunti che minerebbero i corollari delle due barricate.
Visto che contrasto il “vassallaggio” rispetto ad un dibattito nato in un luogo che vanta profonde differenze socio-culturali, perché non introdurre questi nuovi temi e punti di vista nel dibattito italiano? Il dibattito, qui, non ha ancora raggiunto i livelli di tossicità delle bacheche twitter anglosassoni, perché non provare?

In alcuni punti del tuo testo vedo una svalutazione del percorso medicalizzato, che non è il mio ma quello di tanti amici ed amiche. Si sottolineano gli “effetti collaterali”, come la calvizie, e, anche se la trattazione allude al fatto di fare questi trattamenti su minori (anche se in alcuni punti è poco chiaro se si stia parlando di testosterone o inibitori), la svalutazione poi colpisce i trans medicalizzati adulti, e secondo me si poteva evitare, perché “collaterale” al tuo messaggio principale. Immedesimandomi nei miei amici trans medicalizzati (adulti), mi sentirei svalutato se si parlasse così del mio corpo, e dei cambiamenti da me tanto attesi, che mi hanno così tanto reso felice (magari anche quello della stempiatura, se la persona la includeva nell’immagine di sé). Penso che la parte peggiore di questo pezzo sia quella dove si parla dei trans, mi perdonerai la parafrasi, come “esperimenti della teoria queer”. I ragazzi trans medicalizzati sono semplicemente transgender che, oltre alla disforia sociale, avevano anche una disforia fisica, e mi fa male sentirne parlare così. Spero che un giorno si possa fare un confronto aperto tra donne e uomini ftm portatori di percorsi diversi (med o non med) in modo da narrare le nostre storie in prima persona.

Sempre rimanendo sul tema della medicalizzazione, io posso comprendere lo scetticismo e la paura per la medicalizzazione dei minori, soprattutto se “questioning”, ma non condivido invece la critica alla sperimentazione sociale in quello che si crede sia il proprio genere d’elezione. Al netto delle posizioni ideologiche (che tutti noi abbiamo, sia femministe che trans, ed è inutile negarlo), cosa c’è di male nel far sperimentare nella socializzazione di genere un giovane questioning, salvo poi tornare indietro se il “vestito indossato” risultasse troppo largo o stretto?

Altro punto debole a mio avviso è l’aver trattato solo i casi “desister” la cui ragione era il “non essere trans”. Eppure vi sono casi in cui il dietrofront sociale è causato da paure sociali o dal fatto che il percorso medicalizzato non era quello più indicato o portava risultati modesti rispetto alle aspettative (soprattutto, ad esempio, riguardo alla ricostruzione dei genitali maschili).
Alcuni tuoi casi studio si descrivono al passato come “ragazze che odiavano se stesse”: se questa narrazione può essere reale per loro, ci sono “de-trans” che continuano a identificarsi come ragazzi, magari solo in una ristretta cerchia di persone fidate, ma hanno rinunciato al percorso med o a dare visibilità sociale alla loro identità di genere.

 

Condivido molto il tuo pensiero che  la pubertà la si debba sperimentare senza interferenze medicalizzate, ma voglio capire cosa intendi quando dici che i “bambini trans” non esistono. Penso che noi persone LGBT adulte lo siamo stati anche da piccoli. Un ragazzino è gay anche se in quegli anni non prova attrazione erotica, o non pratica del sesso omosessuale, e anche un ragazzino trans lo è anche senza medicalizzazione e coming out. Che poi i ragazzini sedicenti T (ma forse in generale LGBT) siano molti di più di coloro che useranno questa descrizione di sé una volta diventati adulti, è un fatto (un fatto su cui dovremo interrogarci, anche io stesso entrai nel panico negli anni dell’ingresso nel mondo del lavoro e “degli adulti”, e valutai di mettere nel cassetto me stesso).
Tuttavia, penso sia un po’ violento dire che “i bambini trans non esistano”, per chi di noi, lettore del tuo libro, bambino trans lo è stato. E io, guardando indietro, non penso a me come un bambino “non trans”, ma come una persona che, nell’epoca dei dinosauri, provava a raccontare cosa sentiva, ma senza ascolto, o con reindirizzamenti indesiderati verso “altro” (appunto il femminismo, o addirittura il lesbismo, nonostante io abbia sempre affermato il mio interesse verso partner ragazzi).

 

Vengo al termine “cis/cisgender”, che nella subcultura transgender usiamo da decenni per descrivere “l’altro da noi”, come i gay e le lesbiche usano “etero”. In un’ottica in cui la differenza tra ruolo e identità è assodata, cis è un termine innocuo e riguarda chi non ha una disforia di genere. Da quando è nata questa nuova visione che ingloba i due concetti, cis è stato letto come “persona supina ai ruoli” e in questo caso come “donna conforme ai ruoli”, ma ci sono donne cis estremamente emancipate e libere, come ci sono donne trans “oche”, ma esistono ad esempio anche donne trans emancipate e persino “mascoline”, perché, come dici tu, in ogni uomo o donna (trans o cis che sia) esistono sfumature di ruolo maschili e femminili, perché i ruoli non sono naturali, ma decisi a tavolino per “fare ordine”, e farlo dal punto di vista della convenienza maschile cis, ma poi ognuno di noi ha le sue predisposizioni ed evoluzioni riguardo ai ruoli. Cis non riguarda l’emancipazione dai ruoli. Se però nelle guerre femministe (intersezionali VS tradizionaliste), “cis” ha cambiato significato, questo è un grosso problema comunicativo per tutti noi che, prima  di queste guerre, abbiamo costruito un linguaggio e ora lo dobbiamo cambiare.

 

Andando avanti nella lettura, arrivo alle testimonianze delle ragazze intervistate, e leggo nelle loro parole tanta confusione e disagio. Mi dispiace che queste storie siano diventate l’emblema di una condizione. Io stesso quando mi contattano persone così a chiedere aiuto, le “provoco” e le stimolo a capire se la T è davvero la loro strada, anche se io posso solo dare un contributo di pensiero, e mai sovradeterminare gli altri.

 

Vedo che ad un certo punto viene introdotto il tema “nati nel corpo sbagliato”: io non mi sono mai sentito “nato nel corpo sbagliato”, e combatto questa retorica.
Esistono gli uomini xx, anche se sono pochi rispetto alle donne xx.
Esistono nella variabilità della “natura”, non è un’anomalia, un disturbo, ma una variante, e gli uomini xx hanno un corpo diverso dagli uomini xy.
Sono uomini diversi, per storia e per fisiologia/fisionomia, ma sono diversi anche dalle nate xx che hanno un’identità di genere femminile. Sono altro.
Politicamente chiederemo che il nostro nome e genere sia riconosciuto allo stesso modo di quello degli uomini xy, ovviamente, ma questo non significa negare di essere uomini xx.
Concludo sul tema “butch/tomboy VS ftm”. Se esiste un “sé misogino” che può portare una butch/tomboy a pensarsi come un ftm, esiste anche un “sè transfobico” che fa pensare il contrario a chi magari preferisce una vita da butch/tomboy ad una da trans ftm, cosa che, almeno in Italia (e qui sottolineo il bisogno di riportare il dibattito alla nostra realtà locale), è ancora uno stigma. Non credere sia facile dire, oggigiorno, “io sono trans”.

 

Tutti quelli che ho scritto vogliono essere spunti per un confronto. Forse possono fare chiarezza sul perché alcuni contenuti siano arrivati come uno schiaffo alle persone trans. Non è il mio obiettivo correggere con una penna rossa. Probabilmente alcune delle mie prospettive sui tuoi contenuti sono per te nuove.
Se, da un lato, il mondo lesbico non ha cercato interlocutori ftm, io stesso come ftm gay mi sono tenuto alla larga dalle lesbiche, sia per i precedenti “riparativi” risalenti a vecchi contatti, sia perché ovviamente preferisco la compagnia maschile e maschile gay, per ovvie ragioni identitarie. Oggi, visti questi strappi, penso sia stato un errore, quindi ci provo, provo a dire la mia.

Spero di non essere apparso supponente o sgradevole e che io possa pensare ad un dialogo con te e con la tua subcultura.

Con Stima
Nathan

 

www.mondadoristore.it

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Colonizzati dall’attivismo d’oltreoceano: le pericolose conseguenze dell’aver smesso di ragionare

Flags of Gay Pride and the US Divided Diagonally - 3D Render of the Gay Pride Rainbow Flag and the United States of America Flag with Silky Texture

L’attivismo T “made in Italy” e il suo valore aggiunto

Nei miei 10 anni di attivismo ho avuto due riferimenti politico/culturali: quello nazionale, rispetto alla mia attività di blogger, e scrittore/vignettista satirico per Simposio e quello territoriale, come presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk, oggi Rizzo Lari, e come attivista del Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia.

Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, erano solo riferimenti lontani. Alcuni termini che arrivavano dall’America li ho trovati già negli scritti di autrici T italiane, come Monica Romano, Diana Nardacchione e altre saggiste.

Poi, questo linguaggio fatto di alcune parole assorbite dai pensatori precedenti, è stato arricchito e rivisitato dalla mia generazione. Alcuni pensatori T italiani, contemporanei, hanno scritto, su blog e carta stampata, e si sono influenzati tra loro, si sono citati nei reciproci scritti (ad esempio io sono davvero onorato di essere citato su Gender Revolution della cara Monica Romano), hanno riflettuto sulla terminologia, hanno rivisto termini e significati, e ne hanno introdotti di nuovi per concetti prima non messi a fuoco.

Potrei sembrare un pallone gonfiato nel dire che l’Italia, forse l’Europa, o il Mediterraneo, ha un’antica tradizione di “pensiero“: siamo un popolo storicamente abituato a ragionare.

E’ per questo che mi permetto di dire che su alcune cose siamo, come profondità di pensiero, più evoluti degli e delle influencer anglosassoni, divenuti santi laici negli ultimi due anni, a causa della battaglia tra femminismi transincludenti e transescludentitrapiantata in Italia visto che, nel “post-Cirinnà“, non avevamo più giocattolini ideologici a cui dedicarci ed è venuta l’idea di abbattere tutto ciò che era stato fatto in precedenza. Ed è stato quello il momento in cui il mondo dell’attivismo T italiano ha abbassato la guardia, dando alcuni concetti come ormai assodati (ad esempio il fatto che l’identità di genere esista, che cis significa “non trans”, che uomo/donna indichino i generi e maschio/femmina i sessi, ect etc).

L’importanzione obbligatoria di nuovi termini e metodi

E’ stato così che sono stati importati concetti nuovi, prima presentati come “opportunità”, infine diventati “obbligatori” se vuoi definirti attivista in Italia.
Ad esempio l’approccio “intersezionale” doveva essere un’opzione, ma oggi chi dichiara di non volersi occupare di migranti sex workers diventa automaticamente un insensibile stronzo.
Penso anche alla terminologia che fa riferimento alla genetica, xx ed xy, ripresa da Monica Romano nell’autobiografia “Storie di ragazze xy” e da me nella collana di vignette per la rivista il Simposio, “Storie di ragazzi xx“: adesso il delirio “intersezionale”, che vuole mettere in relazione per forza “trans” e “intersex” ha deciso che i termini AFAB e AMAB (Assigned Female/Male At Birth) che hanno sicuramente senso se usati su persone intersessuali (l’assegnazione effetivamente avviene, visto che vi è la compresenza di elementi fisici maschili e femminili), vengono estesi anche alle persone transgender. Se per anni si è fatto un gran lavoro per rendere universalmente condivisi nell’attivismo LGBT termini come maschio/femmina/xx/xy per parlare del sesso, e genere/uomo/donna per parlare del genere, ora una nuova generazione di transgender stranieri, spinti dall’ideologia o dalla disforia, vuole impedire ad altri transgender più risolti di dire “sono biologicamente maschio/femmina” o “sono xy/xx”.
Viene preferito un fumoso AFAB o AMAB, che mette in dubbio la possibilità che la persona sia cromosomicamente davvero xx o xy, “a meno che non faccia l’esame del cariotipo“. Sappiamo benissimo, però, che tra non intersessuali, e persino per una parte di intersessuali, il “binarismo” genetico xx/xy esiste ed è anche un modo poco invasivo per parlare dei corpi senza concentrarsi sulla genitalità, “depotenziandone” il valore sociale, riducendo tutto a una differenza genetica.
Tutto questo mi ricorda i tanti giovani (e non giovani) che arrivavano ai gruppi di autoaiuto e, per non prendersi la “responsabilità” di essere transgender, entravano i percolosi deliri biologici, sospettando intersessualità totalmente millantate che avrebbero “spiegato” il loro sentire, ipotizzando rilasci ormonali durante la gravidanza, o altro, per non ammettere, semplicemente, di essere transgender: uomini xx e donne xy.

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Giovani persone XX “questioning”: rischi e strumentalizzazioni

A delirare, però, nella “letteratura” (direi blogging) anglosassone, però, non sono solo queer e intersezionali: abbiamo anche tutta la barricata di femminismo del determinismo biologico, che se un tempo aveva un certo scetticismo ad accogliere persino le “sorelle” lesbiche, oggi si schiera in modo compatto contro il mondo transgender.
L’attacco è duplice: se le donne trans vengono attaccate per la loro richiesta di inclusione negli spazi politici riservati alle donne (ho scritto molto sul tema, evito di affrontare qui la questione), gli uomini trans vengono attaccati come “traditrici della causa” e considerati uno spauracchio, un triste e pericoloso destino destino da cui salvare giovinette biologicamente xx, che per loro sono “indubbiamente” butch (lesbiche) o tomboy (etero) che “potrebbero essere convinte, dalla società maschilista e dal culto trans, di essere ftm“.

C’è verità in questa paura, ed è vero che in alcune famiglie o contesti sociali una persona xx in età evolutiva comprende che è meglio definirsi qualsiasi cosa (e da qui i numerosi coming out “non binari” che vengono argomentati con riferimenti ai ruoli e non all’identità di genere, e sono quindi ovviamente dei “falsi positivi”) piuttosto che definirsi “donna”, per via dell’immagine svalutante e delle aspettative deprimenti trasmesse persino dagli altri componenti di sesso femminile di famiglia, scuole e società, ed è anche vero che il mondo trans italiano, da sempre impegnato contro il binarismo dei ruoli, oggi fa fatica a porre l’accento su questo problema, per via della strumentalizzazione che il mondo lesbico anglosassone (e recentemente anche italiano) sta facendo del problema, per attaccare, con la scusa della medicalizzazione dei minori (su cui non tutte le persone T hanno la stessa posizione), le persone transgender.

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Dal sito della mamma di una persona questioning, che oggi vive da butch lesbian

Non binary: liberi dalle identità o liberi dai ruoli?

In Italia, in cui per anni sono stati presenti, nella letteratura trans, termini come ftm, mtf e genderqueer (comprendeva tutte le persone T, xx ed xy, in percorsi non canonici), e in cui per anni si è parlato di “antibinarismo” come battaglia sociale contro i ruoli di genere tradizionali e obbligatori, si affaccia questo nuovo termine, “non binary”, applicato all’identità di genere e non al ruolo, ma che, vista l’ambiguità semantica, attrae una serie di persone che lo usano su se stesse per manifestare una presa di distanza dai generi come socialmente concepiti. Qualcuno dice che queste persone, un tempo, si sarebbero definite “checche” o “butch“, ma “non binary” è un termine universale, che può includere maschi e femmine, omo, etero o bi, ed è per questo che alla mia generazione piace.

Non sono qui a dire che non si può essere “non binary”, o che si dovrebbe tornare ai vecchi termini, perché sono Millennial quanto loro, e l’idea di un termine “unico” per parlare di persone portatrici di ruoli non conformi non mi dispiace. L’unica obiezione che faccio a chi si fa portatore di questa definizione è di fare chiarezza e capire se ciò che la spinge a definirsi “non binary” sia una tematica di ruoli o di identità, perché questo chiarimento li aiuterà nel percorso verso la scoperta ed accettazione di se stessi per ciò che sono realmente.

Desister? Disaster! Sovrapposizione tra piani diversi e poche idee, ma confuse.

Se in una società anglosassone, dove la sanità è privata, i giovanissimi “questioning” sull’identità di genere non vengono tanto interrogate sul “se” la loro tematica sia di ruoli o di identità (ammettiamolo, è un problema che riguarda soprattutto persone “native” del sesso femminile), in Italia ciò viene preso molto sul serio da attivisti T e operatori della transizione e infatti i casi di “desister” sono rarissimi e limitati ad alcune persone che avevano preso ormoni col “fai da te ed ad alcune persone adolescenti di biologia xx che si sperimentano come genderfluid sui social per periodi limitati. Questa differenza dovrebbe portare le femministe biologiste italiane a cercare di fare politica e cultura tenendo conto di questeimportanti differenze politiche, sociali, culturali, e di dialogare di più con gli attivisti T italiani, cosa che non avviene, secondo me, anche un po’ per cattiva fede.
Mi fa paura la lettura che le femministe anglosassoni, i genitori dei cosiddetti desister, e i desister stessi fanno del loro percorso di “rivisitazione” della definizione del sè rispetto all’identità di genere.
Il mantra è sempre questo: “Volevo fare cose che la società considera da maschio, e credevo che questo mi rendesse un uomo trans, invece ci vuole molto più coraggio a fare queste cose presentandosi come donna tomboy“. Vignette, meme, e status portano avanti questo concetto, con mamme felici che la loro figlia sia “solo” lesbica (il male minore, ai loro occhi), e che possono fare colazione con la figlia adolescente e la sua amata fidanzatina avendo “scampato” il terribile rischio di avere un figlio trans (e le lesbiche, quasi incapaci di capire di essere considerate “un male minore”, esaltano queste madri).
Quello che si capisce benissimo (se vieni dalla “scuola italiana” di attivismo transgender), dalla narrazione di questi percorsi “desister” che riguardano persone di biologia xx, è che queste persone non erano in grado di capire la differenza tra identità di genere e ruoli di generenè sono state sollecitate, dall’attivismo e dalla sanità, a riflettere su questo (come invece avviene in Italia). Inoltre, in queste persone, vi era spesso una grande lesbofobia (oltre alla misoginia) interiorizzata, che faceva rendere ai loro occhi più accettabile l’essere un ftm etero o una persona non binary attratta dalle donne piuttosto che essere semplicemente una donna lesbica e butch.

In altri casi, però, altre persone xx desister raccontano il loro percorso di vita dicendo che hanno “desistito” per ragioni che riguardano il percorso medicalizzato: temevano effetti collaterali, non volevano perdere i capelli, non desideravano la peluria, o dipendere da un farmaco a vita, o si sono arrese all’idea che “non è possibile ricostruire un pene funzionante”.

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L’autocoscienza trans in Italia: identità di genere, esposizione sociale, desiderio di cambiamento fisico

Io provengo da una scuola d’attivismo che ha sempre affrontato le varie tematiche pertinenti alla vita di una persona T separatamente, anche nella lunga esperienza “clinica” nei gruppi di auto mutuo aiuto con le tante persone questioning che da essi sono passate: prima si parlava dell’intimo sentire della persona, quindi della sua reale identità di genere, poi dell’esposizione sociale che questa persona desiderava dare in quel momento a quest’identità, e infine delle modifiche “medicalizzate” che desiderava o meno, o dell’importanza che dava al passing (non sempre legato alla medicalizzazione, soprattutto in direzione mtf). Ad esempio, su un riconoscimento sociale che non passasse necessariamente dal “passing”abbiamo sempre lavorato molto. Quando la tua identità di genere è dichiarata, puoi costruire con altri strumenti, e non solo con il passing, una rispettabilità sociale, che ti permette di essere riconosciuto/a socialmente come appartenente al gruppo di coloro che hanno il tuo genere d’elezione: lo abbiamo imparato dalla generazione di trans precedente alla nostra, come Deborah Lambillotte, talmente autorevole che chiunque la considerava donna nonostante il suo corpo non proprio esile.

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Desister: siamo sicuri che nessuno di loro è transgender?

Queste “desister” fanno politica confondendo i piani, e vengono riempite di like di donne femministe, lesbiche e mamme palpitanti. Se interrogate sulla loro “autentica” identità di genere, spostano il tema sul “coraggio” che si ha a vivere socialmente come donna tomboy o come uomo ftm medicalizzato, oppure ti parlano di presunti effetti collaterali della tos e scelte “non invasive“.
Inoltre parlano delle persone trans come stereotipi viventi, donne oche aderenti ai più beceri stereotipi femminili ed ftm bulletti insensibili ai drammi del vivere al femminile in una società misogina: immaginare il mondo trans così, ovviamente, conferma la loro “coraggiosa” scelta di vivere da tomboy, e la “fortuna” di essersi salvate da un mondo che “sposta le persone da una gabbia all’altra“.
Quello che sto “insinuando”, dopo due chiacchiere con alcuni di loro, è che queste persone non sempre sono persone “cis che credevano di essere trans. Tante di loro sono persone T a cui il “vestito” della transizione canonica non stava a pennello.
Del resto, però, l’opzione “transgender non med” sembra esista ed abbia identità politica, anche se faticosamente, solo in Italia. All’estero, anche quando si parla di minori, sembra che le alternative siano sempre “accettarsi come giovane donna femminista” o “medicalizzarsi in fretta e furia per vivere un’adolescenza al maschile“. Non si parla mai di identità di genere, del come esprimerla, sperimentarla, anche da giovanissimi, ma tutto viene ricondotto ai corpi.
Del resto, questo tipo di attivismo femminista radicale, “critico verso i trans”, l’esistenza dell’identità di genere la nega e riconduce tutto ai corpi e ai ruoli, ed è per questo che diventa irrilevante “cosa” sia il desister (se la sua identità di genere sia maschile o femminile), ma lui/lei è semplicemente come si sta vivendo, quindi se vive da donna in un corpo da donna (non importa se per motivi sociali o di salute), “è” una donna.

Sgombrare il campo dall’esistenza dell’identità di genere permette di non farsi domande: chi torna a vivere al femminile è donna, lo era prima, lo è sempre stata, ed era stata semplicemente “plagiata” dal culto trans.

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Conclusione: quanto l’attivismo T italiano deve orientare un occhio all’Oltreoceano?

Concludo dicendo che per anni, finchè ho potuto, ho ignorato i blogger anglosassoni anche se lo sguardo delle femministe biologiste italiane e dei queer era rivolto lì (ma in quegli anni il dialogo era chiuso, sia coi queer che con le “biologiste”). Rivendicavo il lavoro che io, e i miei contemporanei “colleghi” attivisti T italiani, ma anche i nostri “padri” (o meglio: madri) italiani avevamo fatto con le loro opere saggistiche. Oggi, però i pochi dibattiti pubblici tra esponenti del mondo gaylesbico e del mondo trans dimostrano che i primi/le prime arrivano iper-informati/e sul dibattito d’oltreoceano, i secondi cadono dalle nuvole (giustamente: noi ci occupiamo di vissuti e di supporto ai giovani T, per sopperire alla carenza delle Istituzioni) e si radicalizzano sull’idea che si debba parlare dell’attivismo transgender di casa nostra. E’ questo, a parer mio, che non ha funzionato nel dibattito tenutosi un anno fa al Guado, con come relatori Enzo Cucco, Cristina Gramolini e Monica Romano.
Se in parte gli attivisti trans (non queer) italiani hanno ragione a pretendere che gli attivisti omosessuali/lesbiche evitino di ignorarli preferendo come “antagonisti” i queer italiani oppure i trans d’oltreoceano, forse l’unico modo per salvare capre e cavoli è sforzarci di seguire questo “twitterdibattito” e far si che il nostro background culturale, quello faticosamente costruito e che rischia di andare perduto, sia una solida baseper contestare le idee deliranti dell’una e dell’altra barricata, nessuna delle due realmente “amica” dei diritti trans, e in particolare dei diritti “trans non med”. Quindi, armiamoci di vocabolario, di corsi intensivi di inglese, e del traduttore di google, e cerchiamo di capirci qualcosa di questo assurdo ginepraio, prima che queste idee malsane arrivino qui e minaccino la roccaforte del nostro pensiero.

Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico

Riporto con piacere i contenuti della Dott.ssa Ribali, Neuropsichiatra e Psicoterapeuta oltre che CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere, già intervistata da questo blog su tematiche “Teen Gender“.

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Psiche e sessualità nelle persone transgender giovani e giovanissime: un approccio medico.

Nella nostra cultura scientifica, allo stato dell’arte di oggi, il binarismo di genere maschio-femmina appare concettualmente da accantonare, per lasciare posto a un approccio gender-fluid più corrispondente alla realtà che tutti noi , che ci confrontiamo da anni con queste tematiche, ritroviamo nella fenomenologia complessa dei nostri Pazienti e forse anche di noi stessi. I termini trans gender e transessuale rispecchiano ancora un certo binarismo, che sarebbe meglio accantonare per essere pronti ad accogliere adeguatamente tutte le infinite sfumature, e le sfide epistemologiche che la realtà di fatto ci presenta oggi.

Per quanto riguarda l’identità di genere, attualmente possiamo usare i termini “disforia di genere “ e “varianza di genere” per denominare due situazioni che hanno in comune una discrepanza fra il genere cui il Soggetto sente di appartenere e il genere cui “dovrebbe” appartenere, secondo i criteri dettati dalle nostre regole sociali, strutturate e stratificate storicamente e culturalmente .
Diverso è il vissuto individuale: disforia indica un malfunzionamento, una sofferenza di cui il Soggetto è portatore, a causa del suo sentire, mentre Gender Variant è il caso in cui tale discrepanza è vissuta individualmente -e sopratutto socialmente– senza evidenti disagi, come una varianza statistica.

Il sesso biologico non è neanch’esso binario. Esistono infinite sindromi complicate, con realtà cromosomiche eterogenee che danno luogo a realtà di vita individuali polimorfe e fluide, che vanno sotto la denominazione generica di Intersessualità: è recente il caso di quella bimba nata xy , con vagina e sindrome di Morris , che all’età di due anni è stata operata da solerti chirurghi che l’hano mutilata dei suoi organi sessuali femminili per ricreare, non so come, un maschietto che avrà sicuramente vita molto, molto difficile…. ma non è questo il nostro tema, anche se i criteri che noi medici siamo chiamati a proporre e seguire sono sostanzialmentente simili. Rispettare lo sviluppo della personalità del bambino, senza costringerlo, con interventi autoritari o peggio con pasticci medico-chirurgici, a osservare le norme che noi adulti gli imponiamo, scegliendo per lui/lei, al suo posto, per soddisfare nostre esigenze, che non sono necessariamente quelle volute dal soggetto che deve crescere nel rispetto di quello che si sente realmente..

Se diamo voce, legittimamente, agli interessati, le persone transgender si definiscono in molti modi, in relazione alle sfumature del loro essere- che spesso è un dinamico divenire. Ciò è molto sentito, specie dai giovani, che non amano- comprensibilmente- essere identificati dalla rigida tassonomia del DSM 4 e anche 5, malgrado i cambiamenti inseriti.Si auto definiscono GENDER FLUID, GENDER PRIUSES, PROTOGAY, PROTOTRANSGENDER, GENDER QUEER, GENDER OREOS e rivendicano l’autodeterminazione, senza il controllo medico o giuridico.

Alcuni nuovi progetti di leggi europee, in parte riconoscono questa realtà, rinunciando a usare i termini binari di uomo e donna, maschi o e femmina, consentendo a ciascuno di vivere secondo il genere che sente proprio, senza specificare. Viene riconosciuta così la realtà. Il genere è uno spettro, una linea con, agli estremi, il maschile e il femminile: nei vari punti ci collochiamo tutti noi. Molti si ritroveranno più vicini a uno degli estremi, altri si collocheranno a metà strada, o in posizioni comunque intermedie. E’ un giochetto che possiamo fare tutti, con i nostri famigliari e amici: i risultati sono molto interessanti e sorprendenti… In Italia invece le proposte di legge restano binarie, c’è tanta strada da fare.

Questa premessa, e questo invito alla fluidità e all’accettazione fenomenologia dell’altro , penso sia necessaria quando ci avviciniamo alle situazioni di adolescenti e di bambini che presentano segnali e comportamenti che vengono vissuti dai caregivers come non corrispondenti a quanto la società si aspetta , per quanto riguarda l’identità di genere. In questi casi, il rischio e l’errore è quello di voler fare una diagnosi, di etichettare il bimbo, di avere fretta di agire. Questi casi ci mettono ansia, perchè i genitori ci trasmettono la loro ansia, ci incalzano, chiedono “soluzioni”
D’altra parte, dobbiamo essere preparati, anzi, preparatissimi nel nostro paradossale non-agire: in questi anni vedremo sempre più casi di giovani e giovanissimi. Tutte le persone transgender che noi trattiamo sono stati bambini. E quasi tutti ci portano anamnesi infantili terribili, di grande sofferenza, costellate di scherni, divieti, percosse, violenze, oppure di repressione, isolamento e solitudine.
Aiutare questi bambini è un dovere sociale, dei medici, della scuola , delle famiglie, della società tutta

Molti bambini possono avere comportamenti particolari, anche molto marcati, che saltano agli occhi di chi si occupa di loro: indossare gli abiti della madre o di una sorella, se sono maschi biologici, o rifiutare le gonne se femmine, dichiarando più o meno esplicitamente di sentirsi a proprio agio in attività o giochi culturalmente impropri, che variano secondo le regole del gruppo sociale di appartenenza.
In alcuni casi, questi comportamenti possono essere molto marcati, e i bimbi stessi possono dichiarare di “essere” di un genere diverso da quello genotipico. Un bimbo da me interrogato ha risposto ”sono un maschiofemmina”. I genitori si allarmano, dapprima cercano di intervenire, spesso di reprimere, specie quando si tratta di un maschietto biologico che si comporta da “femminuccia”. Ma il bimbo continua a volersi vestire e comportare come le sorelline, e il pediatra, il medico curante viene interpellato…poi i bimbi vanno dallo psicologo accompagnati da genitori ansiosi e preoccupati.
Rispetto a un caso che ho visto io di recente, in cui un maschietto è stato portato da un prete esorcista per scacciare da lui il demonio dell’effeminatezza e dell’omosessualità, è comunque un bel passo avanti… bypassare l’esorcista e approdare pertempo dal medico o dallo psicologo.

Ma solo il 10- 15% circa di questi bimbi (Kohen-Kettenis, 2001-2008) proseguirà su questo percorso nell’adolescenza: la grande maggioranza spontaneamente ritroverà la corrispondenza dei comportamenti con il sesso biologico, senza coercizioni evidenti . Al più, potrà manifestare con maggiore frequenza orientamenti bisessuali o omosessuali nella scelta dei partners. Persisters e desisters.

La statistica , quindi, è nostra alleata, quando dovremo raccomandare ai genitori un atteggiamento di comprensione, massimo supporto ed attesa. Alcuni genitori faranno richieste forti: ma non c’è una cura ormonale o una psicoterapia per “raddrizzare” questo bambino? In questi casi, tutti gli orientamenti attuali suggeriscono una presa in carico dei genitori: starà al medico, e spesso all’endocrinologo, rassicurare la famiglia, tenendo d’occhio però il bambino e monitorandolo perché non finisca fra le grinfie di ciarlatani o di incompetenti… Costruire un ambiente sereno ed accettante è possibile, a volte, con risultati di grande armonia fra figli e genitori. I ragazzi transgender , che persistono nel loro orientamento fino all’età adulta, in questi casi possono non manifestare sintomatologie disforiche, sono Gender variant sereni e senza tratti di sofferenza e di mismatching sociale, Ci vogliono però genitori forti abbastanza da plasmare la società intorno ai loro figli, con l’aiuto di scuola ed istituzioni preparate.
Non sta a noi cambiare la società , ma possiamo dare il nostro contributo, informando autorevolmente.

Man mano che ci si avvicina all’adolescenza, se avremo monitorato il bambino saremo già più in grado di valutare se il suo sentirsi genderfluid si arresterà o se procederà su un percorso di varianza o disforia di genere. Non ne potremo avere la certezza, e pertanto si potrà fare una riflessione sull’opportunità di guadagnare tempo, trattandolo con una terapia ormonale di sospensione della pubertà.
Ci sono i pro e i contro: una dilazione delle decisioni maggiori può essere utile, per aspettare cosa succederà nella psiche del ragazzino/a dopo i 12-13 anni, consentendogli nel frattempo la massima libertà di esprimersi, di proseguire ma anche di tornare indietro. In questo periodo il supporto medico-psicologico va effettuato con cura e regolarità. Secondo alcuni ricercatori, però, il sottoporre un ragazzino a tale trattamento di blocco puberale potrebbe in qualche modo condizionarlo a proseguire anche un trattamento ormonale femminilizzante o mascolinizzante, come se ci fosse un binario già tracciato.
C’è da proseguire caso per caso, in stretta collaborazione con i genitori, che cercheranno anche loro di rispettare quanto più possibile lo sviluppo psicologico profondo e sincero del figlio/a.
( L’eccesso di medicalizzazione e di ricorso alla chirurgia potrebbe essere ridotto, come sostiene Zucker, da un lavoro psicologico preparatorio che consiste nel favorire la consapevolezza che vi sono molti modi di essere donna o uomo.)

Nell’adolescenza, psicologicamente, c’è il rischio di alimentare l’insorgenza di un falso sé, compiacente ai dettami sociali e alle aspettative famigliari, e repressivo delle istanze profonde della persona. (Diane Ehrensaft, California, da Winnicott). Per un ragazzo FtoM il menarca può essere un trauma grave, così come per una MtoF lo sviluppo erezione-eiaculazione. Possono provocare angoscia, crisi di panico, depressione, idee suicide e magari innescare formazioni reattive….anche gravi. Adolescenti con forti istanze femminili che si arruolano nell’esercito come paracadutisti, o che si fanno crescere la barba, mimando comportamenti da macho fascista per ingannare famigliari, società e sé stessi…. ragazzine biologiche che si sentono ragazzi, e che si forzano ad avere esperienze di sesso con amici maschi, chiudendo gli occhi, facendosi quasi stuprare immaginandosi di essere lei stessa l’uomo che le penetra…
Il soggetto potrà trovare nella scuola nuove sfide, e dovrà affrontare, se non protetto, episodi di scherno o bullismo, quando non di aggressioni vere e proprie, anche gravi a sfondo sessuale.
Una transizione potrebbe essere decisa e attuata precocemente: anche qui, con pro e contro.
Il rispetto della persona e delle sue istanze è fondamentale. Un adolescente transgender che si presenta nel gruppo già transizionato avrà ovviamente meno difficoltà . Di primo acchito, sembrerebbe l’opzione migliore. Ma in questo caso la terapia ormonale diventa una scelta totalizzante, che non dà spazio a quei casi di rientro nel genere coincidente col sesso biologico durante l’adolescenza. Invece, spesso l’inizio del trattamento coincide con un miglioramento dell’umore … e con migliori risultati a scuola! La Disforia può anche non verificarsi.
In altre parole: il trattamento ormonale nell’adolescente è auspicabile sul piano biologico, perché permette modificazioni somatiche coerenti con il sesso prescelto, ma deve essere instaurato con tutte le garanzie e gli approfondimenti del caso, e anche con dei feedbacks continui nella vita reale. Il tema del Consenso Informato va approfondito
L’adolescenza è un periodo molto delicato, in cui ,ad esempio, il rischio suicidario è alto, e così i percorsi di iniziazione alla droga e all’alcool. Possono comparire disturbi alimentari, anoressie e bulimie per cercare di modificare una corporeità che si vive come nemica ed estranea. Se un adolescente non è seguito adeguatamente, può essere a forte rischio: droga e alcool permettono di alterare la propria realtà, liberando i propri lati repressi e procurando poi ulteriori complicazioni, di carattere medico ed esistenziale, a volte senza uscita.
L’altro gravissimo rischio è l’abbandono scolastico, grave , secondo me, quanto e più di una psicopatologia…ha conseguenze devastanti per le scelte di vita di un giovane, che può trovarsi precluso un dignitoso inserimento nella vita e costretto a percorrere strade anche irregolari.
A questo proposito, citerei quei casi che tutti conosciamo, di prostitute nate in favelas indotte fin da piccole a seguire trattamenti ormonali femminilizzanti ad opera di sfruttatori senza scrupoli, che femminilizzano maschietti graziosi, rapiti o venduti dalle famiglie, e che poi ci troviamo davanti gonfiate di silicone e protesi di ogni genere, senza mai essere state viste da un medico, senza un titolo di studio, che non sanno fare altro che le escort. Storie drammatiche, senza un’infanzia, bambine vittime di una violenza subdola ed efferata che dobbiamo comunque ,da adulte, trattare e controllare medicamente al meglio…. indagare più di tanto non avrebbe senso, per queste ragazzine è andata così.

Le leggi europee tutelano i minorenni, stabilendo che per i percorsi di transizione sostenuti da trattamento ormonale occorre il consenso di entrambi i genitori, e così pure per i trattamenti di ritardo della pubertà. I protocolli (De Vries, Univ.Amsterdam, Dutch protocol 2007 fino ad oggi, wpath 2011) prevedono la presa in carico dei genitori, e supporti pratici nelle scuole, con la possibilità di interpellare bambini e adolescenti con nomi adeguati alla loro scelta di genere e riconoscendoli come tali nel gruppo dei pari. Con grande rispetto e cautela: molti bambini rientrano spontaneamente all’interno del percorso proprio del loro sesso biologico, e quindi è necessario un atteggiamento altrettanto “fluido”, lieve e accettante nel loro ambiente.

E’ la società che dovrebbe adeguarsi, e non i bambini e i ragazzi, che hanno tutti i diritti di svilupparsi e di fare le loro scelte libere, e al momento opportuno.
Quindi, nell’infanzia attendere e monitorare famiglia e scuola; per chi appare istradato su un percorso transgender, si prenderà in considerazione un trattamento di ritardo della pubertà, per poi , una volta ben chiarita la serietà della scelta del Soggetto, instaurare solo allora un supporto ormonale ed eventualmente chirurgico, per rendere il corpo armonico ed accettabile.

Oggi diversi Soggetti rifiutano la medicalizzazione del loro percorso: ragazzi transgender che mantengono il loro corpo femminile ma cambiano identità anagrafica, magari accontentandosi di una plastica al seno, o neanche. Ragazze transgender che affrontano la vita conservando il loro corpo e i loro organi genitali mascolini, ma che si sentono e vivono come donne, e non vogliono essere operate né trattate con ormoni . Noi medici siamo loro alleati, in un percorso di ragionevole e ragionata libertà, di un nuovo modo di vivere il proprio genere: e discutendo insieme, come stiamo facendo qui, questi diversi e nuovi punti di vista ci prepariamo a queste nuove sfide che il domani ci propone.

Dr. Roberta Ribali- Neuropsichiatra e Psicoterapeuta-
CTU del Tribunale di Milano per le tematiche di Identità di Genere

Robot sessuali: emancipazione o catalizzatori di sessimo?

La serie TV “WestWorld – dove tutto è concesso” ha creato uno scenario fantascientifico in cui viziati (e viziate) altoborghesi possono vivere vacanze all’insegna della violenza e del sesso in un parco “Western”, avendo piena libertà, di vita o di morte, di abusi sessuali, sui robot “residenti”, di fatto intelligenti quanto gli umani.
Sembrava una metafora distante, e invece …

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Da tempo mi interrogo sul sessismo della robotica.
Il film di qualche anno fa Ex Machina rappresenta bene questa problematica, dovuta forse al fatto che i principali autori di narrativa e filmografia fantascientifica sono uomini eterosessuali.

Già di qualche mese fa la notizia della creazione di Robot (uomini e donne) estremamente realistici pensati per la sessualità di persone (uomini, donne, etero e non) con disabilità mentale, argomento controverso e non privo di spunti di riflessione.

Di pochi giorni fa, invece, la notizia dell’apertura della prima “casa chiusa” con robot sessuali a Torino. Inizialmente ho postato con solerzia la notizia sulla mia pagina facebook, sperando di potermi velocemente confrontare con altri attivisti LGBT e sul tema dell’antibinarismo dei ruoli di genere.

La prima ad intervenire è stata Marina Terragni, che ha poi repostato la notizia e ha scritto un articolo che, seppur io non condivida la mistica della maternità, nè creda che i comportamenti sessuali dei peggiori uomini eterosessuali siano “nella loro natura” (virgolette che comunque mette la stessa Terragni), contiene interessanti punti di vista (premetto che io e Marina abbiamo visioni molto diverse sul tema transgender, ma non ho problemi a trovare convergenze su temi come questo, e ho visto varie persone LGBT scrivere che questa volta erano d’accordo con lei).

Sia l’uomo, sia la donna, sembrano stati scolpiti e pensati in base al desiderio maschile. La donna ha misure dei seni e delle forme estremamente stereotipate, e anche l’uomo ha un’espressione del viso che ricorda la classica giovane marchetta omosessuale.

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Premetto che il “bordello” dovrebbe essere aperto a uomini e donne, etero e non etero, ma sappiamo benissimo che di fatto il cliente standard dovrebbe essere, tanto per cambiare, un certo tipo di uomo eterosessuale.

Dunque, vi sono due scuole di pensiero, nell’attivismo, riguardo alle sexy robot:
la prima, che considera innato e inevitabile un certo tipo di desiderio maschile etero, incontenibile, violento, senza freni, senza la ricerca del consenso, e quindi considera conveniente che ci sia un modo di sfogarlo su pezzi di plastica, con cui il cliente può fare anche delle pratiche di sadismo spunto, di fetish, e di “dominazione”, anche, come dice l’autrice, con la bambola incinta.

L’altra scuola di pensiero, invece, si concentra sull’immaginario che queste robot, disegnate sui desideri più stereotipati e degradanti, stimolano e incoraggiano, risultando degradanti per la donna, creando un ambiente “circoscritto” in cui le più atroci violenze misogine sono lecite, seppur sulla plastica.
Mi viene in mente la serie di film di fantapolitica denominata “La notte del giudizio (The Purge)” e i suoi vari sequel e prequel, in cui, per una sola notte all’anno sono concessi tutti i crimini, permettendo di tornare, alle luci dell’alba, ad una realtà a bassissimo tasso di criminalità.
Possono essere quindi, le sexy dolls, uno “sfogo“?

La domanda rimane aperta e il confronto coi voi readers è fondamentale.
Come avete accolto la notizia e cosa ne pensate?

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Bimbi/adolescenti con tematiche di identità di genere: come agire?

Questo blog ha già trattato il tema dei giovanissimi transgender, o sarebbe meglio dire degli e delle adolescenti con una tematica di identità di genere, in preparazione dell’evento Milk che aveva come relatrice la Dott.ssa Roberta Ribali, a cui avevo rivolto questa intervista.
Nelle domande mi ero volutamente concentrato sulla socializzazione dell’adolescente “gender variant“, e sulla libertà di espressione che famiglia, scuola e società dovrebbero dare a queste giovanissime persone bisognose di sperimentarsi.

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Di due settimane fa, questa notizia:

La Commissione consultiva Tecnico-scientifica dell’AIFA ha ritenuto didare parere favorevole alla richiesta sottoscritta da SIE, SIAMS, SIEDP e ONIG di inserimento della Triptorelina nell’elenco istituito ai sensi della Legge n 648/96 per l’impiego in casi selezionati in cuila pubertà sia incongruente con l’identità di genere (Disforia di Genere).Successivamente, in seguito a richiesta di AIFA, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha espresso una posizionefavorevole sulla eticità di tale intervento medico, purché venga proposto da una equipemultidisciplinare e specialistica in casi attentamente selezionati.

Molti articoli a tema chiariscono che la somministrazione sarà valutata con prudenza e caso per caso.

Il mondo dell’attivismo omosessuale “cis” sta riprendendo un dibattito d’oltreoceano che porta statistiche sul fatto che la maggior parte dei bimbi/e “genderfluid” in realtà crescendo manifesta un’identità omosessuale cis: ragazze butch e ragazzi gay “effeminati“, e che quindi se si fosse intervenuti con gli ormoni inibitori in questi casi sarebbe stato un errore (nel caso che questi farmaci avessero effetti collaterali, ma premetto che sul tema non sono preparato, visto che la mia esperienza “non med” non mi ha sensibilizzato o dato uno slancio a informarmi sulla parte medicalizzata della transizione).
Aggiungo anche una mia personale perplessità: non so se questi farmaci possano alterare la futura fertilità, ma faccio presente che a quell’età si sottovaluta molto l’eventuale desiderio di genitorialità.

Quello che rivendicano alcuni di questi pensatoti d’oltreoceano (ma anche alcuni pensatori, uomini e donne omosessuali italiani/e, come i relatori della conferenza “4 elementi di critica LGBT“, in particolare Massimo D’Aquino, Giovanni Dall’Orto e Daniela Danna) è che la società possa iniziare a spingere verso una “normalizzazione eteronormativa” dei giovanissimi e delle giovanissime, portatori e portatrici di ruoli di genere difformi, e di orientamenti sessuali non etero, che, non potendo essere “normalizzati” coerentemente col sesso (come la buona vecchia scuola Niccolosi suggeriva), sarebbero più accettabili come ragazzi e ragazze trans etero rispetto all’essere giovani butch e checche.
Sarebbe quindi, quella della transizione giovanile, una “teoria riparativa 2.0“.

A tenermi lontano da questa riflessione è anche il mio essere si ftm, ma ftm gay, quindi nella mia riflessione identitaria il tranello eterosessista è stato assente: non dovevo scegliere tra il lesbismo e una “comoda” eterosessualità maschile.
Non amo sovradeterminare i percorsi altrui, ma è vero che diverse persone, spesso poco scolarizzate o molto giovani (spesso persone di genetica xx), si approcciano al percorso psicologico credendosi trangender per poi capire che si trattava di una tematica di ruoli di genere e/o di orientamento sessuale.

Ciò non toglie che per quei ragazzini/e che portatori/trici di una tematica di identità di genere lo sono davvero, queste paure degli adulti, o degli attivisti, non devono diventare un cappio. Se è legittimo riflettere sul pericolo di trattamenti sanitari superflui, o somministrati per un’errata analisi della situazione e delle esigenze del o della giovane, non riesco a capire perché, invece, non si dovrebbe dare piena libertà di espressione e sperimentazione a queste giovanissime persone.
Perché si dovrebbe vietare loro di presentarsi, in famiglia o a scuola, col nome scelto? Perché non permettere loro di provare la “socializzazione” nel loro genere (presunto) d’elezione? Di indossare i vestiti che desiderano, giocare coi giocattoli che preferiscono, ridisegnare la loro adolescenza o preadolescenza rispetto ai loro desideri?

Cosa impedirebbe poi a queste giovani persone, ad un certo punto della loro adolescenza, di fare un passo indietro, far ricrescere (o tagliare) i capelli, e ripensarsi come cis (omo o etero non importa)?
Castrare questa sperimentazione è controproducente in tutti i casi, anche dal punto di vista del genitore preoccupato che spera che la questione rientri, e non capisce che mettere dei limiti non fa altro che rendere il ragazzino/a ancora più frustrato/a.

Se quindi posso pensare che non ci sia transfobia, ma solo una seria preoccupazione, in chi sollecita alla prudenza in tema di ormoni inibitori, penso che possa essercene in chi chiede di “impedire” a questi ragazzini/e di sperimentare.

E’ vero, soprattutto per le bambine nate xx potrebbe esserci un desiderio di esprimersi al maschile dovuto alla “castrante” e “sessista” educazione secondo stereotipi femminili, che le giovanissime ricevono, paradossalmente, in dosi ben peggiori di quella “somministrata“, ai tempi a noi, che oggi siamo trentenni. Il binarismo dei ruoli è tornato alla grande a cominciare dai giocattoli, e concludendo coi modelli televisivi. Eppure delle tante giovanissime persone che si reputavano “maschiaccio” e volevano “essere ragazzi“, molte adesso sono madri, mogli, o attiviste lesbiche, molte ma non tutte. Quindi, da attivista trans, vi chiedo di non dimenticare i giovanissimi ftm, e di permettere loro, tramite un percorso psicologico ben fatto, e affidato ai (purtrippo pochi) professionisti competenti, e non ideologizzati in nessuna direzione, di capire se si tratta di una tematica di ruoli di genere oppure vi è qualcosa di più profondo e identitario.

Se è giusto che gli attivisti omosessuali e lesbiche difendano i loro piccoli, anche noi transgender difendiamo i nostri, e la loro libertà di esprimersi e sperimentarsi.

E oggi che “c…” mi metto? :D

Replica di Giovanni Dall’Orto al mio appello sul “linguaggio comune LGBT”

Le divergenze con l’attivista gay e storico del movimento Giovanni Dall’Orto, negli ultimi dieci anni, sono state tante. Chi conosce bene questo blog sa che a volte l’ho citato anche su idee che condividevamo, ma principalmente è comparso su queste pagine tramite le vignette con cui l’ho punzecchiato, a causa delle nostre forti divergenze sui temi transgender, che fondamentalmente erano causate dal fatto che usavamo le stesse parole per indicare cose diverse.

Non so se su alcune divergenze potremmo mai vederla in modo simile. Non so se potremmo avere obiettivi comuni (ma la sua posizione su una legge che riconosca anagraficamente le persone transgender non medicalizzate sempra piuttosto interessante), ma sicuramente ho molto apprezzato il fatto che si sia “messo in ascolto” e che si sia aperto al confronto, dote rara tra i “decani” dell’attivismo.

A questo punto, vi lascio alla lettura della replica al mio appello, che contiene delle chicche imperdibili, dalla firma come “nemico fedele“, alla descrizione metaforica dei nostri 10 anni di conflitti, facendo tuonare il cielo di Milano.

Invito a leggere, quindi, la sua replica a questo link:  Giocare a capirci, fra LGBT

Speriamo che altri coraggiosi/e pionieri/e rispondano al mio appello. Come inizio, però, non c’è male…

volti rainbow - GDO