Robot sessuali: emancipazione o catalizzatori di sessimo?

La serie TV “WestWorld – dove tutto è concesso” ha creato uno scenario fantascientifico in cui viziati (e viziate) altoborghesi possono vivere vacanze all’insegna della violenza e del sesso in un parco “Western”, avendo piena libertà, di vita o di morte, di abusi sessuali, sui robot “residenti”, di fatto intelligenti quanto gli umani.
Sembrava una metafora distante, e invece …

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Da tempo mi interrogo sul sessismo della robotica.
Il film di qualche anno fa Ex Machina rappresenta bene questa problematica, dovuta forse al fatto che i principali autori di narrativa e filmografia fantascientifica sono uomini eterosessuali.

Già di qualche mese fa la notizia della creazione di Robot (uomini e donne) estremamente realistici pensati per la sessualità di persone (uomini, donne, etero e non) con disabilità mentale, argomento controverso e non privo di spunti di riflessione.

Di pochi giorni fa, invece, la notizia dell’apertura della prima “casa chiusa” con robot sessuali a Torino. Inizialmente ho postato con solerzia la notizia sulla mia pagina facebook, sperando di potermi velocemente confrontare con altri attivisti LGBT e sul tema dell’antibinarismo dei ruoli di genere.

La prima ad intervenire è stata Marina Terragni, che ha poi repostato la notizia e ha scritto un articolo che, seppur io non condivida la mistica della maternità, nè creda che i comportamenti sessuali dei peggiori uomini eterosessuali siano “nella loro natura” (virgolette che comunque mette la stessa Terragni), contiene interessanti punti di vista (premetto che io e Marina abbiamo visioni molto diverse sul tema transgender, ma non ho problemi a trovare convergenze su temi come questo, e ho visto varie persone LGBT scrivere che questa volta erano d’accordo con lei).

Sia l’uomo, sia la donna, sembrano stati scolpiti e pensati in base al desiderio maschile. La donna ha misure dei seni e delle forme estremamente stereotipate, e anche l’uomo ha un’espressione del viso che ricorda la classica giovane marchetta omosessuale.

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Premetto che il “bordello” dovrebbe essere aperto a uomini e donne, etero e non etero, ma sappiamo benissimo che di fatto il cliente standard dovrebbe essere, tanto per cambiare, un certo tipo di uomo eterosessuale.

Dunque, vi sono due scuole di pensiero, nell’attivismo, riguardo alle sexy robot:
la prima, che considera innato e inevitabile un certo tipo di desiderio maschile etero, incontenibile, violento, senza freni, senza la ricerca del consenso, e quindi considera conveniente che ci sia un modo di sfogarlo su pezzi di plastica, con cui il cliente può fare anche delle pratiche di sadismo spunto, di fetish, e di “dominazione”, anche, come dice l’autrice, con la bambola incinta.

L’altra scuola di pensiero, invece, si concentra sull’immaginario che queste robot, disegnate sui desideri più stereotipati e degradanti, stimolano e incoraggiano, risultando degradanti per la donna, creando un ambiente “circoscritto” in cui le più atroci violenze misogine sono lecite, seppur sulla plastica.
Mi viene in mente la serie di film di fantapolitica denominata “La notte del giudizio (The Purge)” e i suoi vari sequel e prequel, in cui, per una sola notte all’anno sono concessi tutti i crimini, permettendo di tornare, alle luci dell’alba, ad una realtà a bassissimo tasso di criminalità.
Possono essere quindi, le sexy dolls, uno “sfogo“?

La domanda rimane aperta e il confronto coi voi readers è fondamentale.
Come avete accolto la notizia e cosa ne pensate?

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Bimbi/adolescenti con tematiche di identità di genere: come agire?

Questo blog ha già trattato il tema dei giovanissimi transgender, o sarebbe meglio dire degli e delle adolescenti con una tematica di identità di genere, in preparazione dell’evento Milk che aveva come relatrice la Dott.ssa Roberta Ribali, a cui avevo rivolto questa intervista.
Nelle domande mi ero volutamente concentrato sulla socializzazione dell’adolescente “gender variant“, e sulla libertà di espressione che famiglia, scuola e società dovrebbero dare a queste giovanissime persone bisognose di sperimentarsi.

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Di due settimane fa, questa notizia:

La Commissione consultiva Tecnico-scientifica dell’AIFA ha ritenuto didare parere favorevole alla richiesta sottoscritta da SIE, SIAMS, SIEDP e ONIG di inserimento della Triptorelina nell’elenco istituito ai sensi della Legge n 648/96 per l’impiego in casi selezionati in cuila pubertà sia incongruente con l’identità di genere (Disforia di Genere).Successivamente, in seguito a richiesta di AIFA, il Comitato Nazionale per la Bioetica ha espresso una posizionefavorevole sulla eticità di tale intervento medico, purché venga proposto da una equipemultidisciplinare e specialistica in casi attentamente selezionati.

Molti articoli a tema chiariscono che la somministrazione sarà valutata con prudenza e caso per caso.

Il mondo dell’attivismo omosessuale “cis” sta riprendendo un dibattito d’oltreoceano che porta statistiche sul fatto che la maggior parte dei bimbi/e “genderfluid” in realtà crescendo manifesta un’identità omosessuale cis: ragazze butch e ragazzi gay “effeminati“, e che quindi se si fosse intervenuti con gli ormoni inibitori in questi casi sarebbe stato un errore (nel caso che questi farmaci avessero effetti collaterali, ma premetto che sul tema non sono preparato, visto che la mia esperienza “non med” non mi ha sensibilizzato o dato uno slancio a informarmi sulla parte medicalizzata della transizione).
Aggiungo anche una mia personale perplessità: non so se questi farmaci possano alterare la futura fertilità, ma faccio presente che a quell’età si sottovaluta molto l’eventuale desiderio di genitorialità.

Quello che rivendicano alcuni di questi pensatoti d’oltreoceano (ma anche alcuni pensatori, uomini e donne omosessuali italiani/e, come i relatori della conferenza “4 elementi di critica LGBT“, in particolare Massimo D’Aquino, Giovanni Dall’Orto e Daniela Danna) è che la società possa iniziare a spingere verso una “normalizzazione eteronormativa” dei giovanissimi e delle giovanissime, portatori e portatrici di ruoli di genere difformi, e di orientamenti sessuali non etero, che, non potendo essere “normalizzati” coerentemente col sesso (come la buona vecchia scuola Niccolosi suggeriva), sarebbero più accettabili come ragazzi e ragazze trans etero rispetto all’essere giovani butch e checche.
Sarebbe quindi, quella della transizione giovanile, una “teoria riparativa 2.0“.

A tenermi lontano da questa riflessione è anche il mio essere si ftm, ma ftm gay, quindi nella mia riflessione identitaria il tranello eterosessista è stato assente: non dovevo scegliere tra il lesbismo e una “comoda” eterosessualità maschile.
Non amo sovradeterminare i percorsi altrui, ma è vero che diverse persone, spesso poco scolarizzate o molto giovani (spesso persone di genetica xx), si approcciano al percorso psicologico credendosi trangender per poi capire che si trattava di una tematica di ruoli di genere e/o di orientamento sessuale.

Ciò non toglie che per quei ragazzini/e che portatori/trici di una tematica di identità di genere lo sono davvero, queste paure degli adulti, o degli attivisti, non devono diventare un cappio. Se è legittimo riflettere sul pericolo di trattamenti sanitari superflui, o somministrati per un’errata analisi della situazione e delle esigenze del o della giovane, non riesco a capire perché, invece, non si dovrebbe dare piena libertà di espressione e sperimentazione a queste giovanissime persone.
Perché si dovrebbe vietare loro di presentarsi, in famiglia o a scuola, col nome scelto? Perché non permettere loro di provare la “socializzazione” nel loro genere (presunto) d’elezione? Di indossare i vestiti che desiderano, giocare coi giocattoli che preferiscono, ridisegnare la loro adolescenza o preadolescenza rispetto ai loro desideri?

Cosa impedirebbe poi a queste giovani persone, ad un certo punto della loro adolescenza, di fare un passo indietro, far ricrescere (o tagliare) i capelli, e ripensarsi come cis (omo o etero non importa)?
Castrare questa sperimentazione è controproducente in tutti i casi, anche dal punto di vista del genitore preoccupato che spera che la questione rientri, e non capisce che mettere dei limiti non fa altro che rendere il ragazzino/a ancora più frustrato/a.

Se quindi posso pensare che non ci sia transfobia, ma solo una seria preoccupazione, in chi sollecita alla prudenza in tema di ormoni inibitori, penso che possa essercene in chi chiede di “impedire” a questi ragazzini/e di sperimentare.

E’ vero, soprattutto per le bambine nate xx potrebbe esserci un desiderio di esprimersi al maschile dovuto alla “castrante” e “sessista” educazione secondo stereotipi femminili, che le giovanissime ricevono, paradossalmente, in dosi ben peggiori di quella “somministrata“, ai tempi a noi, che oggi siamo trentenni. Il binarismo dei ruoli è tornato alla grande a cominciare dai giocattoli, e concludendo coi modelli televisivi. Eppure delle tante giovanissime persone che si reputavano “maschiaccio” e volevano “essere ragazzi“, molte adesso sono madri, mogli, o attiviste lesbiche, molte ma non tutte. Quindi, da attivista trans, vi chiedo di non dimenticare i giovanissimi ftm, e di permettere loro, tramite un percorso psicologico ben fatto, e affidato ai (purtrippo pochi) professionisti competenti, e non ideologizzati in nessuna direzione, di capire se si tratta di una tematica di ruoli di genere oppure vi è qualcosa di più profondo e identitario.

Se è giusto che gli attivisti omosessuali e lesbiche difendano i loro piccoli, anche noi transgender difendiamo i nostri, e la loro libertà di esprimersi e sperimentarsi.

E oggi che “c…” mi metto? :D

Replica di Giovanni Dall’Orto al mio appello sul “linguaggio comune LGBT”

Le divergenze con l’attivista gay e storico del movimento Giovanni Dall’Orto, negli ultimi dieci anni, sono state tante. Chi conosce bene questo blog sa che a volte l’ho citato anche su idee che condividevamo, ma principalmente è comparso su queste pagine tramite le vignette con cui l’ho punzecchiato, a causa delle nostre forti divergenze sui temi transgender, che fondamentalmente erano causate dal fatto che usavamo le stesse parole per indicare cose diverse.

Non so se su alcune divergenze potremmo mai vederla in modo simile. Non so se potremmo avere obiettivi comuni (ma la sua posizione su una legge che riconosca anagraficamente le persone transgender non medicalizzate sempra piuttosto interessante), ma sicuramente ho molto apprezzato il fatto che si sia “messo in ascolto” e che si sia aperto al confronto, dote rara tra i “decani” dell’attivismo.

A questo punto, vi lascio alla lettura della replica al mio appello, che contiene delle chicche imperdibili, dalla firma come “nemico fedele“, alla descrizione metaforica dei nostri 10 anni di conflitti, facendo tuonare il cielo di Milano.

Invito a leggere, quindi, la sua replica a questo link:  Giocare a capirci, fra LGBT

Speriamo che altri coraggiosi/e pionieri/e rispondano al mio appello. Come inizio, però, non c’è male…

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Buon compleanno, Progetto Genderqueer…storia ed evoluzioni di un progetto, che diventa 2.0

8 anni di blog, di scelte linguistiche, di evoluzioni, raccontate da colui che ha iniziato quando era ragazzo, e che adesso guarda quegli anni con un sorriso. Le motivazioni della scelta, all’epoca, di un nome di rottura, la marginalizzazione subita come transgender non canonico, e l’approdo al 2.0, come approdo a nuove visioni ed interpretazioni.

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Ricordo l’apertura di questo blog come fosse oggi.
Avviene in un’epoca storica in cui internet è già ben radicato come strumento e agevola contatti e conoscenze, ma viene visto ancora come un mezzo per approdare poi ad una frequentazione o uno scambio di idee dal vivo o “migrato” in strumenti diversi (anche solo chiamate skype, con cui mi sono confrontato, in quei primi anni, con attivisti come Paolo Valerio o Mirella Izzo, che non erano spesso di passaggio a Milano).

L’idea di Progetto Genderqueer non è nata da un giorno all’altro: anni prima, quando Facebook permetteva che gli account fossero dedicato a un progetto e non “nominali” (nome+cognome), ho mosso i miei primi passi nel mondo dell’attivismo tramite quell’account facebook, l’account twitter (Alessandro Martini mi aveva convinto che il futuro sarebbe stato twitter) e la mail ad esso collegata, con cui ero iscritto su Yahoo Answers, e in una serie di mailing list (strumento importante di condivisione di pensiero, in quegli anni) a tematica squisitamente trans (disforia, androidi generici, ftm italia) o LGBT (spazio queer, e via dicendo).

I miei contatti col mondo dell’attivismo erano stati molto precedenti all’apertura del blog: escludendo il virtuale, direi il Milano Pride 2008, il Genova Pride Nazionale 2009, la militanza al Milk come responsabile del progetto blog e Ufficio Stampa del Treviglio Pride.

Non sapevo cosa sarebbe arrivato di lì a poco: l’entrata nel direttivo del Milk e poi la presidenza, la grande Fiaccolata contro l’Omotransfobia organizzata proprio sotto il cappello di questo blog, e così via.

Era il 5 agosto, il mio secondo giorno di ferie, “ferie” non pagate, del mio lavoro precario di allora, come modellatore e renderista di un architetto anziano che si è “sorbito” la mia metamorfosi estetica e a cui non dissi mai di me esplicitamente, ma spesso usava il maschile per parlarmi, poi… correggendosi. Non sarei mai più tornato a lavorare da lui, perché dopo quelle ferie avrei trovato un posto di lavoro stabile nell’azienda in cui lavoro tuttora.
Era il 5 agosto, in una Milano vuota e accaldata, e volevo fare qualcosa per ritagliarmi uno spazio dove potermi esprimere in modo “slow”, discorsivo, e non negli status e nei tweet, che, oltre a richiedere sintesi (che non è il mio miglior pregio), si perdono ben presto in un mare magno di informazioni più recenti che il social mette a disposizione.

Così, aprii il blog. Penso meriti uno spazio una discussione sulla scelta del nome. Io ero già militante Milk noto come Nathan, anche grazie agli incoraggiamenti di Stefano Aresi, allora presidente, e parlavo di me come ftm e non come di “altro”. La mia identità di genere percepita e dichiarata era maschile. Mi identificavo anche come ftm gay, o meglio “omoflessibile” o kinsey5, anche se l’eventuale attrazione da “altro” rispetto all’uomo era del tutto astratta e, diciamo “politica”.
Perché quindi usare “Genderqueer” nel nome?

Ai tempi, “genderqueer” era la parola che indicava tutti i percorsi “non cisgender” che non fossero di “transessualità medicalizzata e canonica”.
Erano periodi oscuri, in cui chi non era nel percorso standard, al di fuori di nicchie protette, come appunto il Milk di allora, non poteva così agevolmente dirsi trans o “ftm” (o “mtf”), perché le persone trans dei social di quegli anni ci tenevano a chiarire che chi era in un percorso come il mio non doveva assolutamente definirsi trans, o usare acronimi, come mtf ed ftm, che indicassero una “direzione” (che non essendoci una medicalizzazione a loro detta non esisteva), e quindi dovevano ripiegare sul ventaglio di termini, di sapore queer, che potevano alludere al fatto che la persona in questione avesse una disforia di genere, oppure un’identificazione da un genere non “previsto” per il suo sesso, ma non dovevano assolutamente “impadronirsi” dei termini trans, di “proprietà” di chi era in percorsi canonici e medicalizzati.
Era stato dimenticato, insomma, che le persone transgender esistevano anche prima dei percorsi ormonali, e che le prime attiviste trans erano quasi tutte non medicalizzate.

Ero giovane, erano tempi diversi, e ho pensato che GenderQueer (scritto con la Q anch’essa maiuscola) poteva essere un buon termine ombrello per indicare tutto l’universo di percorsi che non avevano cittadinanza nel mondo LGBT, e in quello T.

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Negli anni seguenti è successa una cosa che non attendevo e che mi ha reso onorato e sorpreso: il mio era l’unico blog italiano che usava certi termini (crossdresser, tranny chaser, transomosessualità, translesbismo, misgendering, cisplanning, cis-sessismo, transmisandria, ftm gay) e, forse grazie alla sua presenza costante sul web, con aggiornamenti più o meno regolari, google ha cominciato a considerarlo un sito autorevole, e a farlo apparire nelle prime posizioni quando qualcuno cercava termini, come transgender, minori transgender, crossdresser, bisessuale, per cui prima, ahimè, non usciva nulla in lingua italiana, oppure, e questo è ancora peggiore, uscivano solo ricerche morbose, legate a siti con finalità sessuali o di escortaggio.

E’ stato grazie a questa inaspettata indicizzazione su google, in anni in cui ero meno esperto con la SEO, e l’indicizzazione era tutta “naturale”, organica, che molte persone mi hanno raggiunto digitando su google delle “queery” che esprimevano “domande latenti” (sulla propria identità, o orientamento) a cui il blog rispondeva.

Ho ricevuto centinaia, migliaia, di mail, negli anni, di persone che mi ringraziavano per aver dato “dignità” ai percorsi alternativi, altre che mi ringraziavano per aver dato loro un termine per definirsi ed iniziare, tramite questo primo passo, un percorso di consapevolezza. Molte di queste persone sono poi sparite, forse perché dopo la consapevolezza e il coming out non avevano più bisogno del blog, forse non hanno mai fatto coming out, forse non ne ho mai conosciuto i dati veri, non ho mai visto delle foto vere dei loro volti, ma sono stato, fortuitamente, un tassello della loro ricerca: settimane fa una donna trans di Taranto è venuta a Milano con moglie e figlio (il figlio adorabile: correggeva la madre nei misgendering che rivolgeva a me e alla mia amica trans, di cui è moglie!) perché ci teneva a farle conoscere una delle persone che aveva dato avvio al suo percorso.

Qualcuno di voi, a questo punto del post, dirà “ecco Nathan in campagna elettorale, che si vanta di quanto è stato utile con questo blog“. In realtà oggi il blog fa il compleanno, perché non riconoscergli il suo ruolo?
Non è stato di certo questo blog il mio strumento principale di attivismo: io sono stato presidente del Circolo Culturale TBIGL Harvey Milk per anni, e questo mi ha consentito confronti sia interni all’associazione (con altri attivisti, o con volontari, o con semplici soci ed utenti), sia esterni, con altri attivisti e pensatori, per fare insieme attivismo territoriale, ma questo blog, un progetto autonomo su cui l’associazione mai mi ha posto censure, ha “contenuto” tutte le riflessioni scaturite da ciò che mi accadeva nella vita da attivista e non (incontri nell’attivismo, flame war sul web, bullismo lavorativo, e tanto altro).

Non sono un umanista, quindi non ho mai avuto un taglio totalmente saggistico, nè mi sono mai liberato della modalità “scuola trans“, che mette al centro il vissuto, la condivisione di fatti anche personali affinché possano trasmettere o condividere dei messaggi, ma, di conseguenza, questo blog non è mai stato totalmente un diario personale.

Poi, è arrivata una fase totalmente disorientante per me. Mi sono aperto ad avere un co-autore, un giovane allievo, ma in un momento in cui l’attivismo e le sue dinamiche stavano cambiando, appena dopo l’approvazione della Legge Cirinnà.
Giorno dopo giorno ho capito che la nuova veste dell’attivismo, la nuova dicotomia tra intersezionali e non, mi stesse stretta, io che “intersezionale” lo ero stato da sempre, ma quel termine stava cambiando significato, e descrivendo sempre di più un tipo di attivismo che non sentivo mio. Ho desiderato di essere di nuovo autore unico del mio blog, di potermi sentire libero di dire cose impopolari, e di scrivere se e quando volevo.
Erano anni in cui stavo rivoluzionando la mia vita lavorativa, aprendo una serie di social paralleli per curare un progetto culturale e lavorativo in cui riprendevo i temi delle discipline che come Architetto ho studiato. Era l’anno in cui volevo lasciare la presidenza Milk ad Alessandro Rizzo, caro amico e compagno di mille avventure, tra cui la fondazione della rivista LGBT Il Simposio, ma quando la sua morte improvvisa mi ha colpito, ho dovuto tenere il timone, tra mille burrasche, almeno fino a quando non ho terminato il suo calendario culturale, come lui avrebbe voluto.
In quell’anno questo blog è esistito, ma ero stanco di parlare e di ripetere sempre le stesse idee: mi sono messo in ascolto, intervistando personaggi che avevano, sotto il profilo LGBT, qualcosa da dire.

Poi, finalmente, ho potuto ritirarmi, quando, dopo un periodo di un anno, il calendario di Alessandro è finito, con l’evento sui “transgender non medicalizzati“, a cui tanto tenevo e che ha creato un vortice di attenzione su questo tema.
Finalmente le parole “inventate” da questo blog, proposte, inserite in un dibattito, sono state usate e sono diventate parte del linguaggio della comunità LGBT: finalmente le persone transgender non med potevano essere considerate trans, e non “altro”.
Penso che abbia influito, in questa concessione di un “passaporto” di trans, che mi è stato rilasciato finalmente nella Comunità LGBT, la mia costanza: agli inizi era facile (non dico legittimo) pensarmi come una persona confusa e in cerca d’autore, priva di “coraggio” nell’affrontare un percorso medicalizzato e standard.
Ho cercato per anni un padre politico, poi dei fratelli di percorso, e alla fine, ahimè, sono diventato io, mio malgrado, una specie “padre” delle persone non med.
Oggi, però, esistono altre persone non med visibili: basti pensare a Laura Caruso e Sam Meraviglia.

Credevo di volermi ritirare dall’attivismo, e invece ho scoperto che volevo ritirarmi dall’associazionismo. Ho lasciato con piacere la presidenza al mio figlio putativo politico, il bisessuale Leonardo Meda (se si vedesse descritto così, mi ucciderebbe), ma dopo mesi di successi professionali inaspettati, di recensioni lusinghiere, ho capito che senza il confronto con le altre persone LGBT mi sentivo incompleto, ed è per questo che ho ricominciato a frequentare il Milk come utente, senza obblighi, potendo frequentare i progetti che preferivo, da Presidente Onorario, come ero stato nominato.
Ho detto si ad una proposta, arrivata altre volte, di parlare sul palco del Pride. Ho deciso di non salirci da ex presidente, da padre di famiglia di una comunità di LGBT “non conforming“, di cui per anni, almeno sul web e a Milano, sono stato “padre”. Ho deciso di salirci da trans Ftm Non medicalizzato, da persona che deve portare una complessità: fare un coming out quando il tuo aspetto dice il contrario di quello che sei, parlare di un coming out che probabilmente dovrà essere ribadito millemilavolte affinché passi nella coscienza comune.

E oggi questo blog cosa è? Forse è lo strumento con cui un “vecchio” attivista, ritiratosi dall’associazionismo, può parlare. Cambiare nome? Non più GenderQueer? La q è diventata minuscola, visto che almeno dal 2012 sono critico verso la teoria queer, e soprattutto perché Genderqueer aveva tutto un altro significato nella mia scelta del nome. Però ho aggiunto 2.0. Non avrebbe senso aprire un altro blog con un nome diverso, creare simbolicamente una dis-continuità col vecchio me, quando questo cambiamento è stato così graduale.
E’ necessario, tuttavia, un segnale anche visivo e simbolico di un mio cambiamento, in continuità col passato ma comunque forte: il 2.0.
Non entro, invece, nel merito dei motivi per cui scelgo di rimanere in una piattaforma free, e del perché comunque rimango legato a un “brand” indicizzato e autorevole su google (che perderei in grossa parte, se cambiassi nome, o meglio dovrei investire del tempo e aspettare pazientemente, cose che non intendo fare in questa fase della mia vita così impegnata dagli impegni extra-attivismo, in cui voglio semplicemente dare, nel mondo LGBT, un contributo di pensiero, quando richiesto).

Riusciamo però a rafforzare simbolicamente la rivendicazione della scelta di mantenere il nome?
E’ vero: il tempo, la costanza, e i cambiamenti politici hanno fatto si che oggi una persona come me non debba più “ripiegare su genderqueer”, e che possa addirittura essere presa in considerazione se propone nuovi termini e linguaggi.
Tuttavia, mi rifaccio al significato originario di Queer. Ricordo, al liceo, quando, studiando Oscar Wilde, un personaggio con cui mi identificavo molto, venne chiamato “queer” dai suoi oppositori. Era la prima volta che sentivo quel termine, queer (non sapevo neanche cosa fosse la teoria queer, anche se in quegli anni, fine anni 90, già esisteva ed era diffusa tra gli attivisti), ma iniziai spontaneamente a farlo mio.
Quando anni dopo conobbi “genderqueer”, mi sembrò di poter rivendicare quel termine, che indicava qualcosa di bizzarro, negativo, strano, riportandolo all’ambito in cui io ero, agli occhi di tutti e anche degli altri trans, “strano”, ovvero l’ambito “gender”.
Volevo rivendicare la mia genderstranezza, come i gay avevano rivendicato la loro stranezza e i loro “stili di vita felicemente alternativi”.

I gay, ad un certo punto, hanno rivendicato la parola queer che tanto li aveva offesi, come io 10 anni fa ho rivendicato gender-queer, termine in cui gli altri trans volevano confinarmi, non considerando degno il mio percorso.
E oggi, oggi che sono un uomo trans per tutto il panorama di attivismo, o quasi, a quel gender-queer sono un po’ affezionato. Sono sicuramente una persona di identità di genere maschile, ma bizzarro lo sono sempre stato, a prescindere dal mio essere trans, quindi, che dire, buon compleanno, Progetto Genderqueer.

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Massoneria e inclusione delle persone Transgender

La massoneria inglese, da sempre quella più tradizionalista e binaria, si apre alle persone transgender mtf ed ftm.

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In questi giorni molti siti stanno riportando una notizia riguardo all’apertura della massoneria Inglese (tradizionalista, conservatrice, solo maschile) alle persone transgender.
Riporterò alcune dichiarazioni riportate da siti e blog italiani, di cui non mi fido a pieno, poichè non sono blog LGBT e non so quanta cura abbiano messo a riportare correttamente le definizioni relative ai temi e sul dizionario transgender, riguardo alle due direzioni.

Parto dall’articolo migliore, quello che cita Edward Lord, massone inglese, attivista del partito LiberalDemocratico, bisessuale e antibinario (un uomo da sposare, insomma!), e la sua lotta per l’inclusività in massoneria.
Leggete l’articolo, è interessante, perché dà anche alcune nozioni sulla massoneria a chi dovesse avere dei pregiudizi.

E’ importante precisare che non c’è una sola “massoneria” ma tante”massonerie”, alcune di influenza inglese, altre di influenza francese, che accettano, ad esempio, atei ed agnostici. Anche il Grande Oriente di Francia, la più autorevole obbedienza francese, una delle poche, di tradizione “francese”, ad essere rimasta solamente maschile a lungo, da molti anni è diventata un Ordine Misto.
Per non parlare del Droit Humain, storico Ordine Misto, il primo al mondo.
Molte logge sovrane ed obbedienze/ordini sono miste da sempre, altre obbedienze hanno al loro interno logge solo maschili e logge solo femminili, che lavorano insieme in momenti straordinari, altre obbedienze sono invece solo maschili, o solo femminili.
Diverse realtà includono già persone transgender, rettificate e non, rispettando il loro genere d’elezione.
E’ chiaro, però, che la notizia sia importante perché arriva dall’Obbedienza ancora considerata, da alcuni, l’unica “vera” Massoneria.

Da questo sito (che però usa una terminologia discutibile, nel parlare di trans) arriva questa notizia:

Massoneria di nuovo all’attacco sotto il vessillo Lgbt: la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, fondata nel 1717 e – aspetto non secondario –  aperta esclusivamente agli uomini, ha deciso di pubblicare appositamente un comunicato, per precisare: «Un massone, che, dopo la propria iniziazione, cessi d’essere uomo, non cessa tuttavia d’essere un massone».

Si aggiunge anche lo stesso vale per gli uomini ftm, che saranno ammessi.
L’unico dubbio rimane sugli ftm “non medicalizzati”, ma la riforma della Gender Recognition Act del 2004, che dovrebbe riconoscere anche i transgender non med, potrebbe cambiare le cose.

Anche questa fonte, sempre con un linguaggio abbastanza primitivo e “biologista”, conferma la stessa posizione:

Una donna che “è diventata un uomo” deve essere trattata “allo stesso modo di qualsiasi altro candidato maschile”. Un transgender dalle parvenze femminili potrà continuare a frequentare la loggia.
Così ha stabilito la United Grand Lodge of England (Ugle), che ha giurisdizione su Inghilterra, Galles e sui distretti d’oltreoceano, una Gran Loggia, fondata nel 1717, che conta circa 200 mila membri.

Anche questa fonte, meno autorevole delle precedenti, e sempre con un linguaggio barbarico, conferma quanto detto.

Il fatto che non è chiaro se il linguaggio deriva da errate traduzioni o meno, l’unica paura rimane il biologismo: le persone transgender saranno rispettate nel loro genere d’elezione? Sarà usato il nome d’elezione? Le trans saranno chiamate “sorelle” o no? Gli ftm saranno considerati “fratelli”?
Tante domande, e solo il tempo darà delle risposte.

Nel frattempo, allego le interviste che furono fatte da Alessandro Rizzo Lari in occasione dell’evento al Milk denominato Massoneria Rainbow.
Molto interessanti e pertinenti.

Intervista a Diego Sardone

Intervista ad Enrico Proserpio

Intervista a Denise Farinato

 

 

 

 

Discorso dal palco del Milano Pride 2018 (percorsi transgender non med)

Discorso dal palco del #MilanoPride
#civilimanonabbastanza

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Qui il video

come fai ad essere coerente con te stesso quando il tuo corpo dice il contrario di quello che sei?
questa frase è tratta da un noto monologo di un un famoso pioniere del percorso ftm: Davide Tolu.

Ci sono uomini e donne che sono uomini e che sono donne, senza che il loro aspetto li faccia apparire tali.
Molti di questi vorrebbero dichiarare al mondo di esserlo, ma come trovare il coraggio di farlo in un mondo che basa la definizione sociale di un uomo e di una donna sull’aspetto fisico?

Parlo a tutte le persone sotto a questo palco, che fossero portatrici di un’identità di genere divergente dalle aspettative generate dal proprio corpo.
Quante volte abbiamo provato vergogna a dichiararci uomini, donne, o “altro”, solo perché avremmo dovuto usare una voce acuta per dire “sono un uomo”, o una voce profonda per dire “sono una donna”?

Quante volte i primi a provare imbarazzo in un’affermazione così forte siamo stati noi? Quante volte abbiamo considerato ragionevole il ricevere un “no” ad una richiesta di rispetto della nostra identità di genere?

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Io chiedo a voi tutte e tutti di fare questo atto di coraggio, di autodeterminazione, di riuscire a dichiarare al mondo ciò che siete, ciò che siamo.

So benissimo che, differentemente rispetto al percorso tracciato all’estero, di cui l’Argentina e Malta sono solo due dei tanti esempi, dove il cambio del genere e del nome anagrafico è permesso con una semplice richiesta amministrativa, in Italia viene richiesta ancora una medicalizzazione ormonale obbligatoria, e spesso, un aspetto rassicurante rispetto alle aspettative di genere, quando non anche l’adesione a stereotipi di genere.

Ma se è vero che la società non cambia senza la spinta delle leggi, le leggi non cambiano mai senza la spinta della società: c’è un’interdipendenza, e la nostra visibilità può fare da volano a questo cambiamento.

Chiediamo una legge che ci tuteli dalle discriminazioni per la nostra identità ed espressione di genere, e chiediamo una legge che ci permetta di avere un documento che riconosca la nostra esistenza, e lo chiediamo a voce alta, prendendo la parola per i diritti che ci riguardano e ci spettano, perché la presa di parola transgender, in questo momento, è fondamentale.
Se non io per me, chi per me?

Ed è per questo che dobbiamo fare uno sforzo, andare a votare anche se qualcuno ci costringe a fare la fila dal lato sbagliato, ma soprattutto, dobbiamo far sentire la nostra voce, in senso simbolico, ma non solo, ricordando che l’autorevolezza di una voce non si misura dalla corrispondenza al timbro che ci si attende.

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Concludo nel ricordare tre persone che negli ultimi anni ci hanno lasciato.
Il primo è il giornalista Alessandro Rizzo Lari, che è stato vicepresidente negli anni in cui sono stato presidente del Circolo Culturale tbigl+ Harvey Milk Milano, e che ne era la vera anima e il vero motore e a cui adesso abbiamo dedicato il nome del Circolo.
La seconda è Deborah Lambillotte, la più importante attivista transgender in Lombardia, e, se mi permettete, in Italia, che ha per la prima volta presentato la possibilità che una donna transgender possa anche amare altre donne.
Infine, voglio ricordare Corry Scifo, una persona che frequentava il Circolo Rizzo Lari, forse non un attivista nel senso classico del termine, ma sicuramente una persona che, nonostante la giovane età, ha lottato col sorriso con la sua malattia, portando questo sorriso e questa speranza in ogni nostra serata al circolo.

Infine, ringrazio il Circolo Rizzo Lari, ex Harvey Milk, e tutto quello che ho imparato negli 8 anni che ne sono stato presidente, e a Gianni Geraci, che, dandoci una sede, lo ha reso possibile e i colleghi attivisti del Progetto Identità di Genere, Monica RomanoLaura Caruso e Daniele Brattoli, ma anche ad altri attivisti transgender di Milano, con cui c’è stato sempre un aperto confronto, Gabriele Dario BelliAntonia Monopoli e Gianmarco Negri, per tutto quello che potranno darmi in futuro. Un grazie anche allo staff diProgetto GenderQueer e della rivista LGBT Il Simposio.