Dopo tanti post di rivendicazione antibinaria, ecco un post più leggero, almeno apparentemente.

Tutti noi, soprattutto persone con un passato o un presente “al femminile”, sanno cosa è un morto di figa.

Il mondo dei social network prima e delle app poi ha creato un nuovo tipo di morto di figa: il dead of phyga 2.0
Questo mondo è maggiormente accessibile anche a chi non può permettersi i locali, i quali, per sfruttarlo, tassano maggiormente l’ingresso all’uomo etero per tassargli la possibilità di raggiungere la donna.

Anche alcuni portali fanno questo giochetto, ma basta scegliere quelli che consentono accessi gratuiti: happen, tinder, badoo, okcupid, e banalmente anche facebook.

Il morto di figa esiste solo perché esiste il binarismo, che crea un mercato in cui la donna è la merce (che seleziona e non si concede) e l’uomo è il consumatore, il predatore, quello che deve seminare tanto per sperare di raccogliere, ma paradossalmente più semina, più viene percepito come uno che non sceglie…e nessuna donna vuole essere il ripiego di un morto di figa.

Se l’educazione eroticoaffettiva fosse paritaria  e non binaria, uomini e donne non si sentirebbero in un gioco di accesso o meno al piacere per volontà dell’altra parte, ma sarebbe la ricerca libera di un piacere reciproco.

Finchè una donna sessualmente libera sarà una “troia” e un uomo sessualmente libero sarà la norma, e finchè gli uomini stessi fomentano questo stereotipo, saranno poi vittima della condizione di morto di figa, condita con un malcelato livore misogino per “la donna” in quanto difficile e a lui inaccessibile.

L’uomo morto di figa è, etologicamente parlando, il maschio “beta”, quello che non ci sa fare, quello che non viene preferito, e che deve inventare sempre nuove strategie, spesso grossolane e controproducenti, che lo rendono frettoloso, maldestro, inadeguato, e per questo scartato.

Spesso il morto di figa preferisce le bruttarelle perchè pensa che l’accesso sia più facile, solo che fa loro capire che sono per lui un ripiego, e perde anch’esse.

Infine, tra quelle che lui percepisce come “bruttarelle” e quindi abbordabili, spesso c’è l’universo trans, che, nella sua mente (consciamente e o meno) transfobica, egli percepisce come scarto.

E’ per questo che gli ftm pre transizione, i genderfluid di genetica xx, le trav, le trans sono spesso tormentate da un’interminabile fila di uomini morti di figa, con approcci improbabili.

A volte una persona trans xx poco solida e sicura puo’ cedere alla corte del morto di figa, puo’ anche soprassedere sul suo orientamento sessuale (succede ad alcuni ftm gay preT e genderfluid xx) o farsi invaghire dal “grande onore” che egli riserva rispettando il suo genere (maschile o non binario).
L’ftm gay viene sotto sotto visto come una donna promiscua e disinibita, e il suo frequentare saune e portali viene visto non come un comportamento da uomo gay, ma da donna “morta di cazzo”.
Anche alcune ragazze trans, magari senza un gran passing, o all’inizio, cedono alla corte del morto di figa, che essendo “etero”, rappresenta un ideale sessuale per loro.

Un’altra preda del morto di figa è la ragazza bisessuale. Si infiltrano nei gruppi a tema rimanendo vaghi sulla loro bisessualità o dicendo che non hanno ancora provato esperienze bisex, ma sostanzialmente cercano donne bi nella speranza che esse siano facili o disibite.

A volte su tinder, badoo, o sui gruppi fb a tema bi, a contattare le donne è un profilo di donna di mezza età. Solo dopo esce fuori che ha un marito pelato in canottiera pronto per il menage a trois. E’ chiaro che al pc seduto c’è lo stesso marito pelato in canottiera, che scrive presentandosi con la rassicurante foto di lei, che è li’ compiacente…

Anche i gruppi del poliamore, virtuali e non, sono pieni di morti di figa. Essi si mimetizzano nella speranza che le donne presenti in questi gruppi siano promiscue in quanto non hanno capito nulla della filosofia poliamorista.

Credo che gli unici posti dove il morto di figa non dilaga siano, alla fin della fiera, i gruppi sull’asessualità.

Vi saluto, con la speranza che voi non siate la preda di un morto di figa….o magari…chi lo sa, siete voi i morti di figa😀

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Quando iniziai a percorrere la mia strada di consapevolezza e di attivismo dovetti aspettare alcuni anni prima di trovare una persona che sentissi a me vicina.
Un giorno su un portale allora chiamato GayRomeo conobbi un ragazzo che ai tempi si definiva gay, e a cui dissi di essere attivista.
Col tempo la nostra relazione finì, ma la nostra amicizia no, e, confrontandosi con una persona di genere non conforme, lui riuscì ad ammettere a se stesso e agli altri di non essere completamente omosessuale, di provare attrazione per uomini androgini e donne androgine, quasi di preferirli, ma  a quel punto iniziò a riflettere su come entrare nel mondo gay aveva censurato questa sua identità ed istanza schiacciandolo nell’identità politica gay, facendogli credere che la sua presenza nel movimento era dovuta non alla sua bisessualità e alla rivendicazione di essa, ma alla sua “parte omosessuale” e alla difesa dei diritti omosessuali. A causa dello stigma da parte del mondo etero, ma soprattutto da parte del mondo omosessuale, e alla convenienza che questo mondo aveva a tenerlo tra le sue file di attivisti, era diventato uno dei tanti militanti contro l’omofobia e per i matrimoni gay.
Oggi Leonardo è un attivista per la pansessualità e la bisessualità, insiste che nelle scuole, nella sanità e sui posti di lavoro si parli di bisessualità e pansessualità, nonchè di bifobia e panfobia, e milita contro il binarismo.
Fare attivismo con lui mi piaceva perché, anche se in condizioni diverse, condividevamo l’essere sospesi tra il mondo dei cis/etero e quello dei gay e trans, che ci accettava ma con riserva, col permesso di soggiorno, solo se “accettavamo” di definirci come loro. Ciò per lui comportava l’atto semplice (ma non banale) di definirsi gay. Per quanto riguarda me, il pegno da pagare era l’essere transessuale, fare la mia bella transizione medicalizzata e canonica, raccontare le mie trans narratives sulla mia infanzia binaria nel corpo sbagliato, mettere la mia bella cravatta, tatuarmi il simbolo trans, fare palestra, e guardare sotto le gonnelle.
La mia istanza veniva sempre schiacciata. C’era sempre un ombrello che doveva comprendermi, e quasi mi faceva il “piacere” e l’onore di comprendermi, cancellando poi le mie istanze, mostrandosi contrario, o paternalisticamente dicendo che ci sarebbe stato tempo, in futuro, per le mie istanze, in un mondo migliore, quando noi saremo tutti morti. nel frattempo le mie braccia (rubate all’architettura?) erano pronte a portare i loro picchetti, per migliorare le loro condizioni di vita.
Io, orfano di una comunità che mi accogliesse e mi includesse, per anni mi sono nascosto nella T come chi, essendo bisessuale, si è nascosto nella G.
Tutti erano fieri di noi, noi coraggiosi che facevamo dei coming out (con parole che non ci definivano e non sentivamo nostre), perchè non rimanevamo nascosti come chi, nella mia situazione, viveva da cis, o come chi, essendo bi, viveva da etero.
C’era chi non riusciva a comprendere la nostra coppia, perché non voleva credere alla sua bisessualità (per loro era gay) nè alla mia non conformità di genere (per loro ero donna). Queste due affermazioni, se affermate inseme, creavano un paradosso, secondo il quale noi non potevamo essere, o essere stati, coppia, ma ne eravamo divertiti, perché era l’ennesima conferma del non rientrare nei loro schemi binari, in cui se qualcuno è fuori da cis, trans, omo, etero, non esiste o si sta definendo in modo sbagliato, per confusione o mancanza di coraggio.
Non c’è ancora un termine per “i bisessuali” dell’identità di genere, o meglio, ce ne sono troppi (ma sono stati coniati da altri).
Puzzano di teoria queer, oppure sottolineano un “passaggio” che molti come me non sentono proprio.
Se trans fosse recepito come speculare di cis, si parlerebbe di essere al di là o al di quà dei confini del genere. Purtroppo però nella percezione comune “trans” sottolinea un passaggio e un cambiamento, spesso fisico, o anche di ruolo di genere, che magari ha senso se si parla di trans medicalizzati, ma ha meno senso se si parla di tutte le altre variabili di genere, che più che sottolineare, nel definirsi, il “cambiamento” (quel “to” di FtoM e di MtoF), sottolineano la differenza, una differenza, una non conformità, che c’è da sempre e non si riduce ad una metamorfosi.
Se oggi bi e pansessuale sono termini abbastanza chiari per definire l’universo di orientamenti eroticoaffettivi tra omo ed etero, non c’è ancora un termine per descrivere la condizione delle persone tra cisgender e transessuale.
Quando i primi bisessuali alzarono la testa per fare attivismo, subito gay e lesbiche misero sulle loro spalle il peso degli errori e della viltà di chi, in passato, essendo bisessuale o gay velato, aveva vissuto nell’ombra, nascondendosi in matrimoni etero e nella rassicurante vita sociale da “normale“.
Anche con noi lo fanno. Ci paragonano ai travestiti del sabato sera, i top manager con moglie e figli. Alle signorine che sono maschietti su facebook ma poi sono, nella vita reale, solo ragazze con smalti metallizzati e capelli verdi. A chi cambia definizione e polarità di genere una volta a settimana, in una nevrotica e instancabile creazione e disattivazione di profili facebook e twitter, e ci dicono che siamo pochi, picareschi, incapaci di metterci nome, cognome e faccia, incapaci di formalizzare le nostre istanze.
Ma quando alcuni di noi (non troppi), riusciranno a produrre un documento con istanze chiare, come hanno fatto le famose 49 lesbiche, e quando chiederemo al gay, lesbiche, transessuali, pensatori queer, intersessuali, bisessuali, asessuali, di sottoscriverle?
Quando chiederemo di essere compresi in una legge “contro la transfobia” che non comprenda solo periziati e ormonati, così come i bisessuali hanno chiesto di essere compresi in una legge “contro l’omofobia” che tuteli tutti gli orientamenti e non solo quello omo, quando chiederemo il riconoscimento delle persone non binarie e non medicalizzate, loro firmerano con noi o polemizzeranno?
Penseranno che estendere i diritti a noi tolga qualcosa a loro?
Come gli etero che pensano che il matrimonio gay tolga qualcosa al loro matrimonio?
Questi sono interrogativi che avranno risposta solo quando ci faremo sentire.
Nel frattempo i bisessuali sono arrivati alla loro quarta giornata della visibilità bisessuale, e coinvolgono sempre più persone, hanno introdotto la parola “Bifobia, che ormai sentiamo usare anche da parlamentari.
E’ il momento che i “non-” dell’identità di genere si facciano sentire.
Se sei uno/a/* di noi, scrivici.
progettogenderqueer@gmail.com

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Questo blog, in questi quasi dieci anni, ha cercato di dare una casa alle persone non cisgender che però non si sentono rappresentate nè dalla narrativa transessuale, nè da quella queer, nè da quella cisgender.
Si tratta di persone portatrici di una tematica di genere, ma il cui modo di vivere la tematica è diverso sia da quello tipico delle persone transessuali (essere nati nel corpo sbagliato e/o identificarsi nettamente in un genere e/o desiderare una medicalizzazione e/o avere una disforia fisica col corpo), nè dagli attivisti queer (che hanno un approccio prevalentemente politico e sociale al genere, in continuità con i femminismi non binari e intersezionali, ma che spesso non hanno una personale disforia e urgenti istanze per migliorare la vita della propria persona, oltre ad abbracciare anche una serie di altre battaglie politiche appartenenti a una certa visione politico-economica, e in un certo senso anche uno stile di vita).

La letteratura transessuale e quella queer non riescono a descrivere questa fetta identitaria di persone gender variant, e coniano termini inadatti e inesatti.

Vi sono termini, per lo più associati ai/alle gender variant xy, che strizzano l’occhio, erroneamente, al mondo del feticismo e del bdsm, e che hanno un approccio più che altro sessuale o estetico. Termini come crossdresser, sissy, trav, indicano sicuramente una persona non medicalizzata che, nel privato o in ambienti protetti, veste abiti femminili, e la tematica di genere finisce nello sfondo, si immagina che essa non sia neanche presente in queste persone, che in realtà sono semplicemente descritte dai termini sbagliati.
Spesso si tratta di persone xy con una tematica di genere (femminile binario ma non solo), magari senza il desiderio di medicalizzazione, ma che nei panni femminili non ci finiscono per motivi di feticismo, di sadomasochismo o di esibizionismo.
Spesso però queste persone, che non sempre sono “velate”, anche se il binarismo sociale spesso le costringe ad esserlo al di fuori degli ambienti protetti, vengono marginalizzate dalle persone trans canoniche, racchiuse nelle parole “trav” e “crossdresser”, per sottolineare la loro non appartenza al mondo trans e non legittimità a definirsi tali.

Un altro universo marginalizzato, stavolta relativo alla realtà gender variant xx, è quello descritto erroneamente da parole nate in ambito queer, gender studies e femminismi vari: queste persone vengono descritte come gender queer, gender fluid, gender bender, gender rebel, etc etc e la loro varianza di genere, associata al desiderio di non medicalizzarsi e/o alla non identificazione completa con uno dei due generi, viene ricondotta forzatamente alla mera tematica relativa ai ruoli sociali, al loro accesso alla persona xx, alla lotta contro gli stereotipi, contro il sessismo ed il machismo.

Se alla persona gender variant non medicalizzata e non binaria “xy” viene attribuito un approccio meramente estetico e sessuale, alla persona xx viene attribuito un approccio legato al sociale e al ruolo.
Di fatto, gli altri, i cattedratici, gli psichiatri, e gli attivisti canonici LGBT, “decidono” che se non vuoi medicalizzarti e sei xy, la tua è una sperimentazione estetica e sessuale (in quanto tu nato maschio e quindi avvezzo al sesso più del nato femmina), se invece sei xx sicuramente non vuoi medicalizzarti perchè fondamentalmente non hai una tematica di identità di genere ma di ruolo, e quindi sotto sotto sei una donna oppressa dal machismo che puo’ collaborare alla grande lotta femminista sottoforma di queerqualcosa.

Poi c’è tutto il mondo “performante”, vicino al mondo gay e lesbico, dove chi di loro vuole sperimentare il genere lo fa spesso tramite forme artistiche, come l’esperienza drag queen e drag king, che da un lato rappresenta un buono sfogo e nascondiglio per persone che vivono da omosessuali cisgender ma fondamentalmente sono gender variant, di contro permette di sdrammatizzare ed esorcizzare nell’ambito “pulito” e “rispettabile” della performance artistica.

Necessaria è a questo punto una premessa: esistono persone realmente crossdresser, trav, queer, gender rebel, drag king e queen. E’ errato solo attribuire questi termini a chi ha una tematica di identità di genere.

I transessuali di oggi (non uso questo termine per indicare i transgender medicalizzati, ma per indicare quelle persone in transizione che non hanno rivedicazioni politiche transgender) hanno dimenticato il potere evocativo dell’esperienza politica transgender, e marginalizzano i non medicalizzati e coloro che hanno un genere non binario definendoli tramite questi nomi non appropriati, e che ammiccano a vari ambiti, ma non a quello dei diritti.
Spesso non solo non interessa loro portare avanti le battaglie di non medicalizzati e non binari, ma addirittura sono fortemente contrari, nella paura che i diritti per queste persone possano toglierli a loro, e l’esistenza stessa di queste persone possa fare perdere loro credibilità.

Sebbene per una persona gender non conforming non binaria sia interessante insistere per rivendicare per se stessa il termine “transgender”, insistendo che esso non sia fatto coincidere con “transessuale”, per queste persone sarebbe importante un sano (e momentaneo) separatismo di elaborazione pplitica e culturale.

Le realtà T che non sono conformi alla T canonica sono orfane persino di un nome che le definisca senza che vi sia un “non”, e quindi che sia sottolineato il fatto che esse sono solo una costola di un movimento molto più grande, visibile, e con istanze definite.
Non medicalizzati, non binari…non c’è un nome che dia dignità a questa comunità.

Inoltre ad essere visibili sono davvero in pochi, e finchè non vi sarà un nome che permetta a queste persone di identificarsi, si sentiranno sempre una timida costola della transessualità, in cui si chiederà sempre scusa per l’essere meno visibili (ma anche impossibilitati a dichiararsi senza derisioni ed incomprensioni), di non avere il “coraggio” di essere transessuali (quando in realtà si è semplicemente “altro), di avere una disforia prevalentemente sociale e non fisica (viene sempre detto timidamente “io, diversamente da te, in una società non binaria starei da dio e non avrei disforie”).

Come ci si può dichiarare al lavoro, in famiglia, e in tutti gli altri ambiti se prima non si ha un  nome? se si devono usare termini di ripiego “perchè così è più facile far capire”?.
Perchè quei pochi nomi che esistono sono in lingue straniere e non descrivono correttamente ciò che siamo? Perchè non siamo in grado di crearne noi?

Forse le nostre energie sono spesso “sprecate” in battaglie che hanno già molti militanti, e non siamo capaci di fare “separatismo” per definire la nostra subcultura, le nostre istanze, i nostri bisogni, per dare dignità alla nostra disforia anche se è diversa da quella delle persone transessuali, per far capire che il misgendering (ignorare il nostro genere ed attribuirci il genere grammaticale coerente col sesso di nascita) è grave anche se fatto su di noi. Forse siamo troppo deboli perchè qualcuno ha fatto passare l’idea che meritiamo il genere corretto solo se “passiamo“, e invece a noi i nostri corpi piacciono androgini, e non abbiamo intenzione di cambiare look o fisiologia per “meritare” il rispetto del nostro genere.

Forse abbiamo impiegato molto tempo a battaglie comuni e trasversali e poco a definire le nostre istanze: a far si che abbiano spazio le nostre istanze:
– l’istanza per cui anche noi desideriamo il supporto psicologico tramite la mutua, anche se non inizierà nessun percorso endocrinologico
– l’istanza che prevede che, se arrivasse sul tavolo una legge contro la transfobia, possa ricorrere ad essa anche chi non ha una “patente” di trans, e che sia una legge contro ogni violenza alla libertà di genere e non solo di “rispetto delle persone trans canoniche”
– l’istanza che permetta di avere il cambio anagrafico senza nessuna costrizione alla medicalizzazione
– l’istanza che preveda informazione sulla nostra specifica condizione sui posti di lavoro, nelle scuole, e in ambienti sanitari, per permetterci un accesso che non sia umiliante, vessatorio, e che cancelli le nostre identià.

Non escludo che si possa e si voglia fare attivismo anche in altre battaglie di più ampio respiro, contro il binarismo, per i diritti omo/bisessuali, ma se la persona dimentica la sua precisa istanza, nessuno la porterà avanti per lei.

Del resto anche Primo Levi diceva: “Se non sono io per me, chi sarà per me?”

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Nelle mie sperimentazioni elaborate per il precedente articolo (binarismo sulle app e i portali), ho provato a propormi anche come genderfluid, genderqueer, agender, etc etc.
Mi rendo conto che queste identità abbiano ancora meno rispetto delle identità “trans” canoniche.
Se una persona dice “ftm”, sta “informando” l’altro del punto di partenza (patata) e quello di arrivo (maschile), e viceversa anche se si dichiara mtf.
L’interlocutore ha bisogno di sapere come sei nato/a.
Se invece ti dichiari “genderfluid” senza accostare le f, le m, le partenze, e gli arrivi, l’interlocutore rimane disorientato, e matura il bisogno quasi ossessivo di “orientarsi” e capire che cosa sei biologicamente.
Se dichiarare di essere uomo ftm o donna mtf puo’ non essere accettato, ma mette a conoscenza l’interlocutore della genetica di chi si presenta come tale, chi si dichiara genderfluid, e magari vuole rendere indifferente la sua appartenenza genetica, disorienta e infastidisce. La sua identità fluida viene presa meno sul serio di quella degli ftm ed elle mtf, attira meno rispetto, e quindi si arriva a domande come “si ma sotto cos’hai?” oppure “ma come ti chiamavi all’anagrafe? qual è il tuo nome vero?”, come se quel dato oggettivo e burocratizzato mettesse ordine nell’anarchia che, illegittimamente, il genderfluid avrebbe voglia di mettere.
Inoltre non si mette in considerazione che un nome anagrafico per un genderfluid potrebbe essere disforico quanto per una persona trans canonica. Si insiste sul volerlo sapere, come se, caduto il binarismo dell’identità di genere, e la retorica del “nato nel corpo sbagliato“, le uniche certezze fossero il sesso di nascita e il nome anagrafico, come se la persona genderfluid fosse semplicemente un maschio o una femmina con ambizioni non binarie (che però valgono quel che valgono).
La genderfluid-fobia dovrebbe allarmare i trans canonici? Si.
Se ci accettano solo e soltanto perchè siamo una realtà meno lontana dai loro modi di ragionare per matrici, e se, caduti questi  dettami, diventano ostili e legati al corpo, cosa ci garantisce che ci accettino e ci capiscano “davvero“?

Si avvicina “Miss Italia e non posso non dedicarvi un articolo.

L’attivismo antibinario e in parte anche quello LGBT promuovono la decostruzione degli stereotipi di genere, e spesso nel mirino finiscono, giustamente, i concorsi di bellezza, non tanto perché ad essere premiato è un mero dato fisico, ma soprattutto perché esso è portatore dei canoni estetici eterosessisti e binari.
Quasi tutte le “Miss Italia” sono modellate secondo il desiderio dell’uomo etero, e a volte le poche candidate androgine erano messe lì giusto per politically correct.

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Ricorderete l’articolo dedicato, un anno fa ad Alice Sabatini, Miss Italia 2015, androgina e sportiva, che ha guadagnato le simpatie del mondo LGBT

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Anche le associazioni LGBT, per finanziarsi e come atto di rivendicazione politica, promuovono concorsi come Mister Gay, Miss Trans e recentemente anche Mister Trans.
L’intento dovrebbe essere mostrare che un corpo può essere attraente anche se non è “scolpito” seguendo i dettami dell’eteronormatività (nel caso delle miss) e del machismo (nel caso dei mister).

Sarebbe bello promuovere (e che mediaticamente ciò arrivi anche al mondo etero) che si può essere belle anche senza lunghi boccoli, trucchi pesanti, orecchini ingombranti, e senza disporsi come cavalli in una scuderia.

Sarebbe bello che i concorsi nati in ambiti LGBT (per dare una spinta a quelli esterni all’ambito LGBT e non binario) valorizzassero altri aspetti relativi al fascino di uomini e di donne (cis e trans).

Esaminiamo l’esperienza delle varie edizioni di “Miss Trans”. Questa iniziativa nasce in seno a locali, serate gay, e associazioni, e, anno dopo anno, riceve il riconoscimento e il supporto delle istituzioni (a volte dei politici locali sono presenti in giuria).

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Le vincitrici (magari anche a causa dei maschietti etero presenti in giuria, ma non solo a causa loro) sono sempre donne trans con aspetti rassicuranti, ragazze che portano il giurato medio, binario, a pensare “embè, non avrei mai detto che è trans, sembra una donna vera!”, quindi a contare è soprattutto il passing, oltre ovviamente ad avvallare gli stereotipi binari, relativamente all’espressione di genere, già esposti per quanto riguarda Miss Italia “cis”.

Recentemente anche in Italia è approdato “Mister Trans“, che purtroppo da un lato sdogana un tema ancora poco trattato in italia (la bellezza dell’uomo ftm, e la condizione ftm in generale), dall’altro ad essere valorizzati e premiati continuano ad essere gli stereotipi di genere machisti (il ragazzo macho, con muscoli, peli e tatuaggi…) e rimane un valore quello del passing (“non avrei mai detto che quello era una donna! sembra un uomo vero!”)

Lo mostra anche l’articolo binario del sito gay.it, di cui cito due passi:
“primo concorso per trans che da donne sono diventati, con grande successo, uomini.”
“mostra i risultati incredibili di queste transizioni, cambi di sesso, che non sono di certo facili e, contempo, che diano davvero dei risultati incredibili

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Foto di mister trans: vince il ragazzo gender conforming e non quello più androgino accanto.

In poche parole, se non sapessimo che queste ragazze e questi ragazzi fossero trans, sarebbero candidati ideali per i programmi di Maria De Filippi, in quanto portatori di bellezze tipicamente polarizzate e portate avanti dal modello eterosessista.

Non sto dicendo che considero esteticamente sgradevoli queste donne e questi uomini, anzi li troverei adatti ed adatte a candidarsi e a vincere Miss e Mister Italia. E, se si proponessero, e subissero discriminazioni, mi batterei per loro.

Ma da un concorso proposto da un’associazione LGBT mi aspetto che i canoni per vincere siano altri, proprio per la valenza politica che un concorso promosso da noi, che siamo così critici verso i concorsi tradizionali, e che vogliamo tracciare una nuova rotta e dei nuovi spunti sulla bellezza e sul conformismo.

Miss Italia Trans è una bellissima donna, ma è rappresentativa dell’universo delle donne trans? O solamente delle donne trans che sentono come proprio un ruolo di genere tradizionalmente femminile? Perché in tutte queste edizioni non è mai stato dato spazio a una ragazza trans che, seppur medicalizzata, e seppur di identità di genere femminile, non rappresentasse un tipo estetico diverso? Una nerd, una rocchettara, una androgina. Perchè no?

Se i concorsi si chiamano Miss e Mister TRANS vuol dire che vogliono esaltare la bellezza dell’essere transgender e di esserne fieri. Che senso ha fare vincere persone chenon diresti mai che sono trans?” . Ridurci a merce davanti agli occhi di giurati etero e cisgender che decidono chi di noi è “venuto/a bene?”

Attenzione a non fraintendere. Quando si critica il binarismo dei concorsi, e il fatto che vengono premiate le persone aderenti ai ruoli di genere tradizionali (quelli tanto vantati dai complottisti del gender, quelli considerati innati e naturali), sia nei concorsi di bellezza cis, che in quelli LGBT, non si sta parlando nè di genderfluid, nè di non medicalizzati, in quanto anche rimanendo nell’universo di chi è portatore di un’identità di genere binaria e in un percorso medicalizzato vi sono tante varianti di espressioni di genere (esattamente come ci sono tra uomini e donne cis).

Qui non si giudica chi sente propria un’espressione di genere classicamente maschile e femminile. Anche io stesso amo fare il figo in giacca, cravatta e gemelli, con la pipa in bocca. Ma perché un concorso di mister trans dovrebbe essere vinto, magari di seguito, anno dopo anno, sempre e solo da chi (non diversamente da me) sente propria un’espressione di genere “binaria”, quando il maschile e le sue espressioni presentano una varietà infinta? (sia tra cis che tra trans?). 
Perchè i concorsi di miss trans hanno sempre e solo premiato UN solo ed unico modello femminile?

Se i vincitori di miss e di mister trans sono sempre e solo portatrici e portatori di un modello femminile e maschile stereotipato, all’esterno passerà l’immagine che tutte le trans e i trans incarnano questo modello, e ciò non è rappresentativo.

Per quanto riguarda “mister trans”, siamo solo alla prima edizione e credo che, nonostante lo strumento “concorso”, sia un buon modo di parlare di bellezza ftm, e di far conoscere questa realtà al di fuori delle cerchie T. Forse era troppo presto per sperare di vedere sul podio delle espressioni di maschile non canoniche.
Come dice Jonh Stuart Mill, ogni processo ha tre fasi: la fase dello scherno, in cui un’idea viene proposta da un pioniere che viene preso per pazzo; la fase della discussione, in cui si comincia già a parlare della cosa, in modo critico, e infine la fase dell’emancipazione.
Immaginate che il primo anno ci sia un/a candidato/a assolutamente non conforme, che non vince, nè entra nel podio, ma la gente comincia a parlarne, magari schernendolo.
Il secondo anno i candidati/e non conformi sono due o tre, e viene magari preso il secondo o terzo posto, in modo quasi “rappresentativo”(un po’ come quando Harvey Milk si candidò per la prima volta).
Il terzo anno magari una persona non conforme vince, e non per questo continua a vincere ogni anno, ma magari una volta è la bellezza curvy, una volta quella androgina, una volta quella inerente alle culture alternative, e via via il concetto di bellezza nel tempo cambia e si rinnova, diventando sempre più inclusivo.

A questo punto mi chiedo: che caratteristiche deve avere chi vince un concorso per persone transgender?
A chi queste persone devono piacere?
Come sono composte le giurie? Hanno al loro interno persone LGBT e in particolare T?
Il passing deve essere un valore che dà punteggio?
Anche appurato il passing, il o la partecipante deve avere poi un’aderenza ai ruoli di genere tradizionali?
Cosa differenzia i concorsi di Mister e Miss Trans dai concorsi di Miss e Mister Italia?
L’androginia non viene vista come qualcosa di attraente e avvenente?
Come possono le associazioni LGBT avvallare il fatto che i canoni per vincere siano binari, stereotipati, e quindi tutto cio’ contro cui combattono?
Perchè chi ha un’identità di genere binaria, e/o un’espressione di genere binaria, o ha fatto un percorso in cui ha soddisfatto un maggior bisogno di “passare” per biologico/a deve essere “premiato”?
Perché a vincere i concorsi “trans” è chi “non diresti mai che è trans“?

A voi la parola…

Un giorno mi sono visto in bacheca, da parte di ogni mio contatto “donna eterosessuale”, delle simpatiche vignette che chiedevano allo stato di dargli soldi e lavoro per rendere possibile il diventare madre.
Ho in seguito scoperto che questa indignazione era dovuta alla proclamazione del “fertility day”, campagna mirata non solo alla donna (l’uomo non è fertile? non ha il dovere di far figli?) ma che più che come donna la trattava come un utero, un utero che ha il dovere di sfornare figli italici e che soprattutto ha una data di scadenza.

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L’indignazione per il fatto che probabilmente non si fanno figli per motivi di soldi e di crisi economica ci sta, ma …perché non viene colto il vero problema?
Molte donne non fanno figli perché semplicemente non desiderano diventare madri. Altre, alcune di queste, non amano i bambini, cosa che è a quanto pare ancora un tabù, tanto che se una donna dice chiaramente di non amare i bambini viene guardata come cattiva e snaturata (cio’ non accade se un uomo non ama i bambini).

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Mi rendo conto della critica politica di chi accusa uno stato che chiede di fare figli non dando la possibilità di farli. Va ancora “di moda” firmare le dimissioni in bianco nel caso l’assunta donna rimanesse incinta…
Ma se dimenticassimo per un attimo tutto questo, e ci concentrassimo sul binarismo e sul sessismo che chiede alle donne di adempiere un “dovere” innato e naturale?
Tutto questo non vi ricorda….

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In quest’ultimo anno siamo diventati tutti esperti di islam. L’opinionista medio di facebook decide se tifare per il burqa o contro, e commenta.
Dichiaro di non essere assolutamente esperto di islam, ma di essere un discreto esperto di binarismo.

Alla luce di questo, vi invito alla presentazione del libro “Dio odia le donne“, di Giuliana Sgrena (clicca qui per il suo articolo sul burqini), lunedì 12 settembre dalle ore 21:00 alle ore 23:30, Villa Pallavicini, Milano (proposto dal Milk e da UAAR), in cui l’autrice ovviamente usa “dio” per indicare chi ha manipolato e deciso i dettami religiosi in modo che fossero svalutanti per il femminile.

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A volte mi chiedo come io possa perdere tempo a trovare sfumature binarie in un maestro di batteria che sottolinea che io sia bravo “per essere xx” a fare un paradiddle, quando poi su molte regioni del mondo stia calando un oscurantismo pericoloso che censura e mutila il femminile. Ho appena la forza di filosofeggiare in occidente per far notare i binarismi striscianti che pervadono le vite di uomini e donne italiani, al massimo cattolici, ma di solito abbastanza secolarizzati: come posso addentrarmi a parlare di una religione che non conosco, sebbene io, nel farmi un’idea, rimanga attaccato al postulato secondo il quale tutto ciò che è binario è oppressivo?

Non riesco a mettermi nell’ottica del pretendere molto di più dai generi in occidente, e guardare quel binarismo così estremo e violento con l‘occhio compassionevole del caucasico del “primo mondo, che non pretende di sollevare la donna non caucasica dal suo destino, perchè “tanto è di un’altra cultura, che non ho gli strumenti per giudicare“.
Il binarismo è il male: assegna un destino alle persone a seconda del loro corredo genetico. Se il binarismo è male in occidente, perchè va “rispettato” nelle culture islamiche?
Rimango molto perplesso osservando una sinistra confusa e senza identità che si limita ad esprimere idee opposte a quella che oggi è la controparte: l’unica destra rimasta, quella di Salvini e degli stronzi reazionari. Se questa gente, in malafede, attacca il maschilismo islamico non per amore e cura della donna nata nella cultura musulmana (poi si manifestano come sessisti con la donna occidentale, basti vedere come trattano Appendino, Raggi Kyenge e Boldrini), ma semplicemente per avere un appiglio in più per odiare gli stranieri (in grande percentuale musulmani), allora di contro la sinistra (anche quella femminista) pone l’accento sull’autodeterminazione della donna di mettere un velo integrale e tramite esso “autodeterminarsi, prendendo come esempio 4 intellettuali francesi di terza generazione, donne col velo (facendo confusione volutamente tra velo e burqa, tanto nel casino della polemica chi guarda queste differenze?), e facendo finta che invece non ci siano intere popolazioni di persone musulmane in cui le donne (ma a volte non solo loro) sono oppresse da dettami binari e teocratici, di cui il velo integrale è solo un simbolo riepilogativo. Non dànno qualche indizio le foto che si vedono di uomini e donne che felici tagliano barbe e bruciano veli?

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O quando gli uomini indossano burqa e veli per solidarietà alle donne?

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Oppure la curiosa protesta di una ragazza iraniana rasata che non vuole indossare il velo

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Non credete che la nostra connivenza radical chic col sessismo dell’islam politico sia offensivo verso questi popoli che vorrebbero la nostra solidarietà?
Vi rendete conto che a subire il binarismo in questi popoli mediorientali “teocratici” è anche la donna lesbica, la persona trans, etc etc? E che il turista ftm non rettificato dovrebbe armarsi di velo per visitare quei paesi?
Se in un paese straniero occidentale non venissero riconosciute le persone trans, ci indigneremmo o saremmo sereni perchè “evidentemente fa parte della loro cultura“?
Magari anche bruciare le attiviste transfa parte della loro cultura?”

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Ma no, si preferisce usare autodeterminazione per parlare di donne col velo integrale. E definire sessista e maschilista, quando non razzista, il dire che il burqa è binario (se non lo fosse lo indosserebbero anche i mariti, no?).
Oggi per essere “di sinistra” devi essere inclusivo verso tutto. Anche verso il binarismo dei popoli “non occidentali. Accusarli di binarismo e di sessismo sarebbe “razzista” e “giudicante”.

Ricordo come era difficile vivere, ai miei tempi in Sicilia. Catechismi, scuola, etc etc, ti convincevano che la brava ragazza doveva arrivare vergine al matrimonio, e alla fine ci arrivava anche, e , se le chiedevi, ti diceva che era una “sua scelta“. Sarei stato inorridito se avessi saputo che, dal Nord Italia, che immaginavo progredito e moderno, qualcuno, atteggiandosi ad “antropologo“, avesse detto che quel binarismo era giusto poichè parte della cultura meridionale, e che quelle donne erano vergini fino al matrimonio “per scelta“.Probabilmente anche molte donne somale, convinte che se non ti fai infibulare sei una troia, sono convinte che quella mutilazione sia una “scelta, eppure noi condanniamo l’infibulazione, perchè è una mutilazione fisica, e non pensiamo a quanto “mutilante” sia una vita intera dietro un velo integrale

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Eppure io ricordo le olimpiadi negli anni 80 e 90. Le guardavo con papà e vedevo donne e uomini di tutte le etnie indossare gli abiti sportivi standard. Ai tempi si parlava ancora di primo e di terzo mondo, e il cosiddetto “terzo mondo” era inebriato dalla modernità e dal desiderio di modernizzarsi. C’era fierezza e voglia di modernità nell’indossare gli abiti dello “stile internazionale“. Non c’era ancora stato l’ 11 settembre e la modernità, lo stile contemporaneo, veniva visto da tutti come “progresso”, e non come “occidentalizzazione”. E di quel progresso hanno beneficiato tante persone e tanti popoli, anche musulmani. Da quando questo feroce dibattito monopolizza la sinistra, sono sparite tutte quelle foto che chi è  giovane come me non puo’ ricordare. Le foto degli anni 70, della Persia e del Maghreb, in cui le donne, con tagli di capelli occidentali (o meglio, allora si sarebbe detto “internazionali”), vivevano lo stesso progresso che vivevamo noi, e non c’erano oriente e occidente: c’era solo un passato medievale e un futuro più equo, meno sessista, meno razzista, in cui le differenze scemavano e tutti quanti, uomini e donne, a precindere da religioni e colori della pelle, beneficiavano dell’illuminismo e delle sue conquiste.
Oggi invece è tutto un Occidente vs Medio Oriente. Chi difende burqa e burqini dimentica che non stiamo difendendo antiche tradizioni immutabili. Dimentica che le madri e le nonne di chi oggi indossa il burqini come se ci fosse sempre stato, andavano in giro in jeans, coi capelli corti, fumavano, erano donne libere (la foto sottostante non è di una spiaggia del nord del Mediterraneo, ma del sud del Mediterraneo).

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E, per gli increduli, ecco una gallery sulle donne iraniane negli anni 70.

 

E’ più semplice e populista dimenticare tutto questo, o considerarlo un “vizio borgheseche noi perfidi bianchi avevamo esteso alle donne “del terzo mondo”.
Oggi “fa razzista” proporre la modernità come concetto globale. Si pensa, comodamente, che siamo noi con la pelle rosa a dover e poter usufruire delle conquiste illuministe, mentre paternalisticamente dobbiamo abbandonare gli altri al loro destino, che va sempre di più verso l’oscurantismo.

Di contro le destre amano immaginare i musulmani come coincidenti con “l’islam politico”.
E’ facile immaginare come “atee” le femministe musulmane, cancellare il loro tentativo di conciliare spiritualità e libertà. E’ facile dimenticare che essere musulmani e moderni si puo’. E’ facile dimenticarsi delle spiagge dei paesi a maggioranza o totalità musulmana, che fino a pochi anni fa erano pieni di bikini.

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E’ facile fare finta che i costumi integrali non siano apparsi timidamente, che le prime non siano state derise, ma che anno dopo anno non siano diventate la maggioranza e che non siano infine diventate “puttane” quelle poche che il bikini hanno deciso di tenerselo (finchè potranno, dove possono).
Sembra che all’opinionista occidentale convenga fare confusione non solo tra velo e burqa, ma anche tra musulmani e islamisti.

E’ facile, se si è radical chic e si vive in centro, anche provenendo da percorsi di femminismo anni settanta, rivendicare una moschea in un quartiere periferico, lontano dalla loro casa, dove si auspica che la “comunità musulmana” trovi un suo polo (ovvero, un ghetto). E’ facile e e fa chic dire che si vuole la moschea a Milano ma disinteressarsi completamente di come poter creare una coabitazione rispettosa ed inclusiva tra le persone LGBT (e le donne emancipate) che abitano la periferia (e sono tantissime) e l’immigrazione musulmana (che, se raccolta in un ghetto, non aiuterà di certo le donne ad usufruire dei progressi della modernità).

Con che coraggio consideriamo l’illuminismo una “nostra” conquista. L’illuminismo è bianco? è cristiano? è ateo?
Più la modernità (antibinarismo compreso) verrà considerata occidentale, più sarà facile pensare per noi che estenderla sia “razzista” e “irrispettoso”, e più il machista, bigotto e reazionario non occidentale potrà imporre oscurantismo rivendicandolo come qualcosa di etnicamente proprio.

La modernità e l’illumismo sono conquiste umane e noi occidentali (soprattutto illuminati e “di sinistra” non abbiamo alcun diritto di farne qualcosa di nostro e solo nostro).
La donna con la pelle scura non ha meno diritto di noi di vivere ed autodeterminarsi in un ambiente non binario.
Quanto siete davvero” di sinistra?