Narrativa transgender non med: Diretta Live RizzoLari oggi alle 19.00

Oggi, domenica 7 giugno, nel canale YouTube del Circolo Rizzo Lari (ex Milk), faremo, alle ore 19.00, una diretta a tema “transgender non med“.
Sarò relatore, e avrò l’occasione di parlare dei miei due racconti, che stanno per uscire in una raccolta di autori LGBT, targata “Il Simposio” e a cura della giornalista Erica Gazzoldi. La raccolta uscirà a fine giugno.
Sarò intervistato dalla vicepresidente del Rizzo Lari, Lisa M. Cerrone.

Clicca qui per vedere l’evento in differita

Nathan due cuori e un'apocalisse zombie

Il miei racconti sono “Due cuori e un’apocalisse zombie” (vero protagonista della Live) e “Fare colazione tra le nuvole”.

“Due cuori ed un’apocalisse zombie” nasce anni fa come sceneggiatura per un fumetto, e “diventa” racconto, molto dialogico, in occasione della quarantena Covid, quando arriva la proposta, di Erica Gazzoldi, di una raccolta di autori LGBT (ne prendono parte, oltre ad Erica, Laura Caruso, Eva Gili Tos, Raffaele Yona Ladu, e Pietro Antonazzi per la grafica).

In “Due cuori…” i progatonisti sono due: un affermato ftm gay e non med, rampante nella professione, ma anche scontroso e misantropo, e un ingenuo “etero” che, per puro caso, rimane “intrappolato” nello stesso palazzo durante un’apocalisse zombie.
Non sappiamo che l’ingegner Ribergomi (l’ftm gay) è un uomo non biologico finchè Ettore (il fattorino “etero”) non lo misgendera. I dialoghi della loro “quarantena” daranno al lettore (una persona lgbt un po’ nerd, o magari un* ragazz* delle superiori, chissà!) tante informazioni sulla condizione non med, ma appronfondiranno anche le storie e le disavventure dei due protagonisti. Tramite un cameo, appaiono tanti personaggi dell’attivismo, come personaggi secondari o persone citate.
Il racconto mescola fantascienza, demenzialità, horror, splatter, cultura nerd, saggistica mascherata da racconto, e romanzo di formazione. Vi divertirete!

“Fare colazione tra le nuvole” (di cui si accennerà appena in questa presentazione) è invece un romanzo di fantascienza/onirico, che parla di un personaggio in un mondo “perfetto” che, ad un certo punto, scopre che qualcosa non va. Ricordi, sogni, si mescolano al suo presente nelle pagine di un diario (che è il racconto stesso). Il finale rivelatore è un momento di riflessione filosofica sulla diversità e sulla normalizzazione. E’ anche un racconto descrittivo e con spunti autobiografici, che rivela anche la formazione (Architettura) dell’autore. Si tratta di un racconto molto diverso dal precedente, scritto precedentemente, ma un fil rouge li lega nell’intenzione, pur essendo il “tone of voice” molto diverso.

L’aspetto fisico, il passing, l’inclusione sociale della diversità, il passato come base per costruire il proprio futuro, sono i temi principali dei due racconti.
Inoltre, la condizione transgender “non med”, ma anche transgender in generale, il non binarismo, gli orientamenti non binari, verranno esplorati nei racconti tramite una trasfigurazione, in modo che il lettore (transgender e non), possa avere spunti di riflessione.

Vi aspettiamo alla diretta delle 19.00, 7 giugno 2020.

L’esperienza della quarantena per una persona “Rainbow”

Per le persone LGBT la quarantena ha rappresentato un miglioramento o un peggioramento di vita? Che differenze tra velati e dichiarati? cosa cambia a seconda di chi sono i nostri “compagni di quarantena”?

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Ho temporeggiato prima di scrivere su come noi persone LGBT, e in particolare T, ci stiamo vivendo questa quarantena, perché partecipare ai gruppi di condivisione e socializzazione virtuali mi ha dato la possibilità di confrontarmi con altre persone in condizioni simili alla mia.

La quarantena? un miglioramento della qualità della vita

Personalmente, ho considerato la quarantena un miglioramento alla mia vita. Si sono autoeliminate un sacco di prassi stressanti e disforiche che accettavo come dato di fatto ineliminabile: il “ciao cara” della signora del bar di fronte all’ufficio, misgendering vari, non poter mostrare le gambe pelose in estate, non potermi far crescere “il pizzetto”, dover stare fasciato per intere giornate, e così via.

Lo smart working permette di avere con colleghi, capi e clienti i contatti minimi, e quindi di evitare tutti gli episodi di involontaria disforia che queste persone, loro malgrado ci causano, e credo sia così anche per chi, universitario o liceale, stia approcciando la didattica online.

La vita domestica: dipende da con chi sei…

Per quanto riguarda, invece, le dinamiche inter-relazionali in casa, credo che molto dipenda dal “con chi” noi stiamo vivendo la quarantena.
Penso che la mia sensazione di benessere dipenda dal fatto che sto trascorrendo la quarantena col partner, una persona che ha un orientamento rivolto verso il mio genere (gli uomini), e che come uomo mi ha conosciuto e scelto.
Penso che sia difficile per chi, invece, è in relazioni in cui vi è una cancellazione del proprio orientamento sessuale e/o identità di genere, o, caso ancor peggiore, in cui la persona deve condividere gli spazi con la famiglia d’origine, per problemi economici, o per via della loro salute o bisogno di assistenza, soprattutto nel caso in cui queste persone non conoscono, o non accettano, l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale della persona rainbow.

Misgendering, deadnaming, per persone transgender/non binary ricoverate

Il mio pensiero va anche a chi, essendo stato esposto al Covid, ha dovuto subire un ricovero, senza avere il proprio nome e genere sui documenti. Sicuramente si tratta di un pesante dramma che ci riporta a quello che non ci piace di noi: la realtà del corpo, delle sue esigenze, la malattia, la cura, l’essere ricoverati in un reparto insieme alle persone del nostro sesso d’origine, e subire continuamente deadnaming. Si aggiunge un certo benaltrismo, di chi, il personale sanitario, nel pesante tour de force del lavoro ai tempi del Covid, non ha tempo e voglia di stare attento al nostro genere.

Velatismo e coming out: chi di noi è stato “premiato”?

Dura la vita per i “velati” sul lavoro, che devono nascondere dietro la tenda il compagno o compagna, quando parte la chiamata dello smart working, e alcune “bugie bianche” che venivano raccontate ai colleghi, sul o sulla partner, non sarebbe carino dirle proprio davanti a lui/lei, lì presente nella nostra casa. Spero che lo smart working stia dando il la per una serie di coming out, anche perché, con la distanza, i nostri capi e colleghi possono meglio assimilare la notizia.

La quarantena è stata “premiante” per chi aveva fatto coming out? Sicuramente se la passa male chi, totalmente velato, viveva la sua identità/orientamento solo tramite account social secondari, o portali LGBT, e adesso non può prendersi le sue evasioni, virtuali e non, se a stretto controllo di chi, in casa, non sa.
Forse chi, prima della quarantena, si è esposto, dovrebbe sentirsi “premiato”, eppure c’è chi, dopo il coming out, era rimasto solo. Abbandonato/a da partner e/o famiglia, sta facendo la sua quarantena da solo/a, e molte sono le persone che minacciano il suicidio o manifestano disagio, esattamente come molto è lo sciacallaggio di psicologi e counselor che approfittano per cercare nuovi clienti a caro prezzo, con continue inserzioni su facebook.
A queste persone, molte delle quali sono lettori del blog, consiglio di immaginare se starebbe meglio senza quel coming out, oppresso/a dal dover recitare con una famiglia d’origine, o con un/una partner ignaro/a, dal cui sguardo doveva fuggire continuamente: non sarebbe finita con un coming out esplosivo in un momento in cui non ci sono le condizioni per andar via e cercare altrove i propri spazi?

Persone rainbow: e se fossimo arrivati più “preparati” a questa quarantena?

Alla luce di questo, mi chiedo se, abituati al perdere persone, all’isolamento, a doverci nascondere, non siamo, in realtà, i maggiormente preparati a questa quarantena.
Immagino conoscenti eterosessuali cisgender, abituati alla “movida”, a tutte quelle realtà (il calcio, ad esempio, le discoteche) da cui sempre è stato incluso, alle uscite in grandi comitive di giovani coppie con figli, in cui si passavano intere serate a parlare di pannolini, mutui e separazioni, che adesso devono imparare a fare i conti con la solitudine.

Una lezione di vita per i “cis-het”

Chissà se questa quarantena può essere, per gli etero, una lezione, un modo di capire che la segregazione non è solo fisica, ma che certe persone, gay, lesbiche, bisessuali, ma soprattutto transgender o non binary, in certi luoghi e gruppi di persone ci potevano pure, fisicamente, accedere, ma ne erano comunque escluse. E’ forse un’occasione per imparare una lezione? Per capire come, da sempre, ci sentiamo noi?

Riflessioni sul “post quarantena”

E noi, che stiamo così bene, al sicuro, nelle nostre case accoglienti, con le persone che di noi sanno, con cui abbiamo costruito qualcosa, a viso aperto, non nascondendo la nostra identità, come vivremo il ritorno a tutti quei misgendering, a tutti quei dialoghi con conoscenti ed estranei per cui siamo “cishet” (cisgender ed eterosessuali), il bisogno di dare continue spiegazioni, oppure il rinunciare a darle, perché è troppo faticoso e spesso inutile.
Ce la faremo a tornare in quella società che ci permetterà nuovamente di uscire, ma che di fatto non ci ha mai davvero voluto?

Non so quanto saranno “in agenda” i nostri diritti dopo il CoronaVirus, ma so che quest’esperienza genererà senz’altro un cambiamento, nelle nostre coscienze, una nuova consapevolezza che sarà impossibile archiviare. Comunque andrà, le nostre vite, le nostre identità, il nostro “essere sociale”, non sarà più lo stesso, e questa sarà comunque una grande opportunità di riflessione su come vogliamo davvero rapportarci in società, per non continuare la “quarantena” anche fuori dalla porta delle nostre case.

Perché c’è transfobia nella “gaffe” di Daria Bignardi?

La gaffe transfobica e binaria di Daria Bignardi invita a riflettere: perché un uomo non può essere sensibile a meno che non sia LGBT?

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Daria Bignardi, giornalista “pioniera” degli anni 90, che con la sua trasmissione “Tempi moderni“, aveva stupito noi, adolescenti di allora, parlandoci di bisessualità, poliamore, e body modification, non è riuscita a sottrarsi ad una brutta gaffe.

La gaffe transfobica

Ha risposto al messaggio sul tema Covid, del sindaco transgender, e mio caro amico, Gianmarco Negri, dicendo che il messaggio era talmente bello che si sentirebbe che “era una donna”.

Ci sarebbe molto da scrivere su questa gaffe. La prima riflessione è sul binarismo: sembra che un uomo sia solo capace di messaggi privi di sensibilità e cura per l’altro, quindi solo un uomo “che è stato una donna” ne possa essere capace. In realtà simili stereotipi riguardano anche l’uomo gay: l’uomo biologico può essere sensibile solo se il suo desiderio sessuale è rivolto verso un altro uomo. L’uomo “cishet” (cisgender ed eterosessuale), quindi, non può essere capace di sensibilità.

Il passato degli uomini transgender, o LGBT in generale

Poi c’è un altro tema: ricondurre le persone transgender al loro passato.
Questo tema permette molte riflessioni:
La prima riguarda il tema dell’identità “transgender” come identità “indipendente” e particolare: l’uomo xx come “altro” rispetto all’uomo xy, in quanto portatore di una storia diversa. Molti uomini xx rivendicano il loro passato e la particolarità della loro storia, dicendosi fieri di essere uomini transgender, per niente desiderosi di “spacciarsi” per uomini biologici, o invidiarne la storia.
Gli stessi uomini trans, però, rivendicano di essere uomini, seppur uomini transgender. E’ vero, una storia diversa ti rende un uomo diverso, ma questo capita anche all’uomo biologico. Quante volte, indagando sulla storia di un uomo biologico particolarmente sensibile, scopriamo che si è confrontato con la perdita di una persona cara, o con la diversità, tramite un parente o un/a partner?
Quindi avere un passato “difforme” dalla consuetudine non rende “diverso” (o meglio, un uomo diverso) solo un uomo xx, ma qualsiasi uomo (o meglio, qualsiasi persona).

L’uomo gay come “sensibile”

Qui si torna alla riflessione sullo stereotipo dell’uomo “gay” come sensibile. Se è vero che dobbiamo combattere questi stereotipi, e se è vero che esistono uomini gay “stronzi” e misogini anche più degli uomini etero, è vero che un percorso di scoperta della propria diversità, la ricerca di un “posto nel mondo”, in un mondo che non ti prevede, perché è binario ed eteronormativo, potrebbe portare a sviluppare una maggiore sensibilità.
Chi è nell’attivismo da più di un decennio sa che non sempre avviene, ma potrebbe avvenire, e quindi la vera domanda a cui dovremmo rispondere, e su cui dovremmo riflettere, come uomini gay, bisessuali ed ftm, è:
è completamente falso dire che un uomo LGBT “potrebbe” essere maggiormente sensibile?

Siamo uomini differenti: ma chi ha il diritto di dirlo?

Il problema, a mio parere, è del “chi” lo dice. Noi uomini LGBT abbiamo il diritto di rivendicare, oppure di non farlo, la nostra diversità. Talvolta vorremo pretendere di essere uomini, come e quanto lo è ogni uomo. In altri contesti, magari in contesti di introspezione, confronto con altri uomini, o con altri uomini LGBT, vorremo invece lavorare sul nostro essere uomini “differenti”, arricchiti da un passato di discriminazione, che ci ha educato ad essere più aperti in generale (magari a riflettere su quanto soffra chi ha una diversità anche molto differente dalla nostra, il colore della pelle, o, non so, una disabilità motoria).
Il problema, quindi, non è “se” un ragazzo transgender sia più sensibile o no di un uomo cisgender, ma se è giusto che una persona cishet (cisgender eterosessuale) lo dica e lo dia per scontato.
Ogni uomo transgender, ogni persona transgender in generale, ha il diritto di dire se il suo passato ha un ruolo, e quale ruolo, nel suo sè di oggi, in base, anche, a quanto si sia riappacificato con quel suo “io” precedente, un tema che non riguarda solo le persone transgender, o LGBT in generale, ma tutti.

Dove ha sbagliato Daria Bignardi

Cosa c’è, quindi, di (forse involontariamente) transfobico, nelle parole di Bignardi?
Sicuramente, la sua voleva essere una considerazione “femminista”, di valorizzazione di chi donna è, o donna “è stato”, e quindi capace di elaborare contenuti migliori, mandare messaggi migliori.
Il suo problema, però, è che non dovrebbe essere lei a dirlo.
Avrebbe avuto più senso se fosse stato Gianmarco a dire che l’uomo di oggi è stato edificato anche dagli insegnamenti che ha ricevuto essendo stato educato da bambina e da ragazza, anche se quegli insegnamenti sono poi stati elaborati da un se stesso uomo.

Il punto è un altro: perché i maschi non vengono educati alla sensibilità?

Il punto, però, è che quegli insegnamenti non dovrebbero essere impartiti “solo” a chi bambina è o bambina sembra (per ragioni biologiche). 
Forse il vero problema è che se nasci maschio, questa sensibilità, attenzione all’altro, non ti viene insegnata, e questo non vuol dire che tu (uomo cisgender) non possa trovarla da solo con un tuo percorso.

Sovradeterminazione da parte persone cishet: arriveranno delle scuse?

Ancora una volta, il problema è l’impossibilità di raccontare il nostro percorso senza la sovradeterminazione di persone cishet, giornalisti, psicologi, psichiatri, e via dicendo.
Quindi, il punto non è quanta verità ci possa essere nelle parole maldestre e malposte di Bignardi, ma il fatto che l’interlocutore transgender non venga mai considerato, da questi giornalisti, un “pari”, e che, dopo queste situazioni, non arrivino mai delle scuse ufficiali.
E’ davvero così poco intuitivo che una persona transgender non ami essere ricondotta, tramite i suoi comportamenti e le sue visioni del mondo, allo stereotipo genere legato alle sue origini biologiche?
Da chi ha sentito sulla sua pelle la pesantezza del suo karma non ci aspettavamo una tale leggerezza, ma può ancora sorprenderci… in meglio questa volta

Ombrello Rainbow: dovrebbe continuare a riguardare solo temi LGBT?

Neuroqueer, intersezionalità, Ally, e tante tematiche legate al ripensare (o non ripensare) il movimento LGBT come qualcosa che comprenda (o non debba comprendere) altre identità discriminate.

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Qualche giorno fa, l’amico Cosmo ha condiviso un post sulla nuova moda “neuroqueer”, mostrandosi scettico verso questo concetto.

Secondo me, possono essere fatte, serenamente e senza polemiche, molte riflessioni sul fare entrare “sotto l’ombrello LGBT” altre identità, non strettamente legate ai temi principali del movimento LGBT: l’orientamento sessuale/affettivo e l’identità di genere.

La doppia appartenenza e la doppia discriminazione

Esistono, da sempre, persone che hanno una doppia appartenenza, e a queste persone, spesso, la comunità LGBT ha dedicato molti eventi culturali, libri, documentari: “buddhismo ed LGBT”, “Gay luterani”, “Calciatori LGBT”, etc etc.
Ahimè, spesso, non vengono fatte iniziative dall’altra comunità di riferimento, ma questo meriterebbe un articolo a parte.

Alcune di queste “doppie identità” generano una doppia discriminazione: essere lesbica e nera, essere bisessuale e musulmano, essere transgender ed Asperger, essere gay e cattolico, LGBT e diversamente abile, e così via.
A maggior ragione, in questo caso, il movimento, dedica molti eventi culturali, sportelli, a volte intere associazioni, a questi temi così delicati e complessi, in cui la persona spesso subisce una doppia discriminazione dalla società, e una discriminazione da entrambe le comunità di riferimento.
Si pensi al musulmano gay (soprattutto a quello proveniente da alcune realtà religione e/o etniche molto chiuse), snobbato nei locali gay in quanto musulmano, ed escluso in quanto gay dalla comunità musulmana: stanno nascendo comunità di riferimento che danno a queste persone degli spazi protetti e dei contesti dove vivere liberamente entrambe le due identità.
Esistono quindi, e sfilano nei Pride, molte realtà che testimoniano la doppia identità: ad esempio “Il Guado, gay cristiani“, che fa un’opera di visibilità (il fatto che esistano gay cristiani) e crea uno spazio di riflessione sui problemi di chi è sia gay che cristiano.

Entrare a gamba tesa sotto l’ombrello rainbow

Il problema si pone quando alcune di queste comunità vogliono entrare “sotto” l’ombrello LGBT.
La richiesta non è, quindi, quella che una delle due comunità a cui si appartiene (quella LGBT) si occupi, elaborando eventi culturali e testi scritti, della loro doppia discriminazione (cosa che sarebbe bello fosse richiesta anche all’altra comunità di riferimento), ma che alcuni concetti (come l’essere Asperger) facciano parte della lunga lista dei discriminati, al di sotto dell’ombrello rainbow.

A mio parere, di pensatore non intersezionale, il movimento LGBT dovrebbe occuparsi dei diritti delle persone LGBT, e ovviamente dovrebbe approfondire anche le doppie discriminazioni che subisce chi è sia LGBT, sia appartenente ad un’altra categoria discriminata, ma il suo compito dovrebbe fermarsi qui.

Un nero eterosessuale, un Asperger eterosessuale, sicuramente fanno parte del gruppo di persone “mortificate” dal bianco etero neurotipico eterosessuale, ma il “macrotema” della discriminazione, che raduna tutti coloro che differiscono dal modello dominante, dovrebbe essere affrontato dal movimento molto più ampio, e non da quello LGBT, ad esempio dalla Sinistra Intersezionale (che troppo spesso snobba i diritti civili).

Il pericolo dell’infiltrazione dei maschi CisHet, l’ampliamento dell’ombrello come cavallo di troia

Temo anche che una serie di persone usino queste identità, che si vuole far entrare “sotto l’ombrello LGBT” per infiltrarsi. Parlo di uomini e ragazzi eterosessuali, spesso morti di figa e alla frutta, che si “spacciano” per Asperger, asessuali eteroromantici, poliamorosi, per “penetrare” in luoghi popolati da donne bisessuali, non binary di origine biologica xx, non med di origine biologica xx, come scusa per provarci, fare mansplaining, avere un ruolo in una comunità, e voce in capitolo.

Se è già difficile controllare la “penetrazione” nel mondo LGBT dei presunti asessuali eteroromantici (spesso per nulla asessuali, ma semplicemente imbranati a “procurarsi del sesso” con le ragazze), poliamorosi eterosessuali (spesso semplici maschietti che puntano ragazze poliamorose immaginandosele maggiormente disponibili e disinibite), figuriamoci come argineremo le ondate di Asperger eterosessuali “autodiagnosticati” (ricordiamo che ci sono strumenti neurologici che possono definire se una persona è neurodiversa o no), e non so di quale altra comunità che “desidera entrare” sotto l’ombrello LGBT.

Altre identità discriminate vengono al Pride, ma come Ally

E’ importante far presente che è bello che un Asperger cishet (cisgender eterosessuale), amico di un Asperger LGBT, venga al pride, ma è anche importante capire a che titolo sta venendo: a me piacerebbe pensare che stia venendo come ally, come sostenitori dei diritti del suo amico e della comunità tutta.

Il pericolo politico del legame tra neurodiversità ed LGBT

E, per quanto riguarda la neurodiversità in particolare, sebbene esistano persone “sia Aspeger che LGBT”, esattamente come esistono persone “sia diabetiche che LGBT”, mi sembra pericoloso forzare la mano su una presunta connessione tra l’essere neurodiversi e l’essere LGBT. La comunità LGBT ha combattuto per decenni contro parole come terapie, diagnosi, patologie, e la comunità T lo fa ancora.
Esistono di certo persone sia Asperger che LGBT, ma esistono anche tante persone LGBT non neurodiverse, e “insinuare” che infondo essere LGBT è “legato” ad una neurodiversità è un concetto che potrebbe risultare pericoloso, oltre che infondato.

Come mai ci sono punti comuni tra LGBT ed Asperger, una possibile lettura

Molti miei amici LGBT, facendo i test online relativi all’Asperger, me compreso, avevano avuto punteggi alti sui temi relativi al modo di socializzare. E’ chiaro che, in un mondo che ti misgendera e ti fa deadnaming, io non voglia essere “l’anima della festa”, il burlone della comitiva e via dicendo, ma quanto questo dipende dalla mia risposta all’ omotransfobia altrui e quanto invece da una mia “endemica” socialità differente?

Attenzione alle autodiagnosi “per moda”

E’ vero che una variabile neurologica che ti rende per certi versi migliore degli altri, più acuto, più capace ad apprendere, può fare gola a molti amanti dell’autodefinizione, tanto che persino la comunità medica si sta interrogando sul “se” archiviare il termine Aspeger, che ahimè sta facendo gola a tante persone che vogliono per forza autodefinirsi tali, senza nessuna diagnosi, perché “fa chic (mancando di rispetto a chi lo è davvero).
Noi paladini dell’autodeterminazione su identità relative all’orientamento sessuale (gay, lesbica, bisessuale, asessuale) o all’identità di genere (uomo, donna, non binary), siamo sicuri che anche per le tematiche neurologiche abbia senso “l’autodeterminazione”?
Dove c’è “diagnosi” può esserci “autodeterminazione”?
Sono sicuro che come noi transgender abbiamo lottato contro il fatto che fosse necessaria per noi una “diagnosi”, ciò potrebbe farlo la comunità Asperger (sperando che ci siano anche associazioni di rivendicazione politica di questa identità, e non solo consultori e realtà in mano ad operatori e neurotipici in generale), ma mi chiedo se sia “compito” della comunità LGBT percorrere questa battaglia, o se, come è giusto che sia, si possa essere, se si vuole e non per forza, semplicemente Ally.

Una nota sull’ “intersezionalità obbligatoria”

Qui si aprirebbe un altro tema, quello dell'”intersezionalità obbligatoria”, che ho già trattato in altri articoli. Molti di noi sono Ally in tutto ciò che riguarda la discriminazione, anche su ciò che non ci tocca direttamente, ma non deve diventare un obbligo investire energie in tutto. Sacrosanto poterle investire solo su ciò che ci tocca direttamente oppure che, anche non riguardandoci personalmente, ci coinvolge tanto da voler scendere in campo.

 

L’inconsapevole transfobia di chi prende in giro Mario Giordano per il suo aspetto

Che Mario Giordano non sia gayfriendly è un fatto, ma prenderlo in giro, mettendo in dubbio il suo essere biologicamente uomo, e facendo orribili battute sui genitali, non mostra una malcelata transfobia?

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Da tempo, sul web, è comparsa una pagina che prende in giro il giornalista Mario Giordano, di area liberista, e non particolarmente gayfriendly.
La pagina, che ha più di 20.000 like, si chiama “Mario Giordano ha la f*ga“, e punta tutti i suoi meme sull’ironizzare sul fatto che Giordano, secondo gli autori, non sarebbe biologicamente uomo, ma nasconderebbe, sotto i suoi completi da uomo, dei genitali femminili.

“Illuminati di sinistra” che seguono la pagina e ne sono divertiti…

La pagina è seguita e commentata da molte persone che, dal profilo, si dichiarano di sinistra, e che avrebbero tanti motivi per attaccare Giordano per il suo conservatorismo, ma si divertono a dare seguito a meme di stampo misogino, transfobico e binario, in cui Mario Giordano viene preso in giro per il suo aspetto.

In molti post, il focus è che “non si può essere uomo senza avere il pene“, con gente che si rotola dalle risate e rilancia sempre su questo tema.

La reazione delle persone transgender dei social

Ho provato a confrontarmi sulla transfobia e sulla misoginia di questa pagina con altre persone transgender, ricevendo reazioni diverse:
attivisti indignati, e alcuni ragazzi giovani, sia in direzione ftm, che in direzione mtf, il cui approccio è stato “e fffattela ‘na risata!”

Di questo secondo gruppo di persone mi spaventano tre cose:
– la prima è l’incapacità di capire che Giordano può essere anche “omofobo”, ma la risposta non è attaccarlo col body shaming, esattamente come non trovo giusto attaccare Giuliano Ferrara e Mario Adinolfi attaccando la loro costituzione fisica
– la seconda è che posso capire la critica ai “boldriniani ortodossi”, ma non capisco l’eccesso opposto: trovare divertenti cose che hanno chiari contenuti misogini e transfobici
– alcuni di loro sottolineavano che la pagina non attacca “le persone trans”, e queste persone non erano capaci di elaborare il fatto che prendere in giro “colui che dice di essere uomo, ma sappiamo tutti che non ha il cazzo” ha chiaramente sfumature tranfobiche.

Quando accadono queste cose, mi chiedo davvero se esista una comunità trans, o se alla fine io senta affini semplicemente gli attivisti, ovvero coloro che hanno sviluppato una serie di “anticorpi” e che condividono dei valori, che hanno assimilato anche frequentando la stessa subcultura.

Fare ragionare i gestori della pagina: una battaglia contro i mulini a vento…

Ho contattato la pagina, in molti amici l’hanno fatto, ma non intendono cambiare nome o stile. Potrei condividere degli screenshot, ma finirei per prendermi magari io una denuncia di Mario Giordano, quindi potrete vedere le loro tristi “perle”, insieme non si sa a quante altre, visitando la pagina.
So che è un finale disilluso, da reduce di una sconfitta, ma ho pensato di scrivere lo stesso in merito, sperando che, più che puntare sull’oscuramento della pagina, possa essere un modo per riflettere sulla transfobia strisciante, che alberga persino in alcuni di noi.