Attivisti si, ma in modo intersezionale. Ce ne parla Davide Bombini

Ho conosciuto Davide Bombini ad una conferenza alla Libreria Antigone, ma “nerdisticamente parlando”, mesi prima avevo scoperto, tramite le statistiche del blog, che mi aveva linkato in un articolo relativamente a definizioni sulla gender non conformity
Davide è un attivista LGBTQIA… e non solo, e propone un approccio intersezionale.
A lui la parola…

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Ciao Davide. Attivista di Arcigay e giornalista su temi LGBT: che altro ci racconti di te?

Ciao Nathan! Beh, sì, essere consigliere nazionale Arcigay e segretario del comitato di Piacenza, oltre che scrivere per Gay.it, potrebbe far di me un attivista h24, e invece sono un educatore professionale e al momento lavoro in una comunità per persone con dipendenze e provengo da una precedente comunità per minori stranieri non accompagnati.
Diciamo che i miei interessi, sia a lavoro che nell’attivismo, sono i diritti delle persone. Con Arcigay (e i Sentinelli di Milano, anche) lotto per l’affermazione dei diritti delle persone, a lavoro attuo pratiche per fornire gli strumenti alle persone per raggiungere i propri diritti, nonostante possano avere delle barriere.

Un tempo le grandi associazioni erano carenti sui temi relativi alla B, alla T, al binarismo di genere e ad altre tematiche legate ad orientamento, identità e ruolo di genere. Cosa è cambiato negli ultimi anni? Quale vicenda ha dato seguito a questo cambiamento? E quanto ancora può essere migliorato?

Su quale vicenda non saprei rispondere, ho la sensazione che si siano affermati discorsi collettivi attorno a queste tematiche sia sulla spinta della filosofia che su fenomeni che stanno tra il costume e l’identità individuale. Negli ambienti dell’associazionismo che frequento le tematiche B e T e quelle relative alla gender nonconformity (per riassumere) sono ancora poco conosciute. Spesso mi ritrovo a dover fare un pippone di ore sulle variabili. Anche se credo, in ultima essenza, che l’individuo sia unico nella propria diversità rispetto a gruppi definiti (sempre, in ogni campo e in ogni epoca). Ma sto andando fuori tema.

Su come “migliorare” l’approccio alle tematiche dell’identità e del ruolo di genere e dell’orientamento, sinceramente, non saprei dare una definizione precisa. Credo che si debba tendere, prima di ogni cosa, a far convergere le lotte. Si parla di intersezione: tematiche LGBTQI+, femminismo, migranti, lavoro, disabilità, infanzia, grandi marginalità, e altro ancora. Se si lavora tutt* insieme per il raggiungimento dei diritti, per la libertà (quella piena, non le piccole concessioni dei governi odierni) si crea un terreno sicuro per le persone per poter vivere il proprio orientamento o la propria identità senza angoscie.

Un sogno utopista, ne sono consapevole. Ma gli utopisti servono!

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Nel blog parli spesso di veterofemminismo e di come questo fenomeno sta attaccando le realtà LGBT, soprattutto colpendo l’uomo omosessuale e le realtà gender non conforming. Secondo te c’è un fil rouge in queste discriminazioni? E’ la misandria?

Non parlerei di misandira, poiché è un termine utilizzato un po’ a caso. In questi mesi ho avuto modo di confrontarmi (in modo accesso, a volte ricevendo qualche insulto) con molte femministe che, appunto, definisco “vetero“, inteso come di un’altra epoca. Dalle loro posizioni si evince che non odino gli uomini in quanto tali, o che non riconoscano altri generi per chissà quale convinzione: semplicemente, hanno paura di ciò che non conoscono. Sono cresciute (seppur alcune di lor abbiano 20 anni) nella convinzione che l’uomo sia tale poiché etero, e che sia sempre violento e irrispettoso. Sono cresciute con l’idea che i generi siano due e due soltanto: uomo e donna. Ma l’antropologia ci ricorda che i generi non sono legati ai genitali, ma che siano un prodotto della cultura. Quindi, variabili.

In buona sostanza, le nostre veterofemministe combattono una battaglia giusta ma con gli strumenti e riferimenti di 50 anni fa. Potrebbe sembrare riduttivo spiegare il fenomeno come una mancanza d’aggiornamento, eppure è un elemento comune a tutte le veterofemministe che ho incontrato. Di solito, per tentare di far fare a loro un piccolo “click mentale”, quando mi definiscono “maschio” o “uomo”, rispondo che questo è tutto da verificare, proprio per tentare di rompere i loro paradigmi, appunto, vetero!

Perché le persone LGBT dovrebbero fare fronte comune col nuovo femminismo? Ha più senso chiamarlo femminismo?

Come accennavo sopra, per arrivare a una vera libertà nel pieno dell’affermazione dei diritti, bisogna lavorare insieme, condividere e sviluppare buone pratiche, sostenere tutte le lotte. Le persone LGBTI dovrebbero, naturalmente, frequentare i luoghi della lotta femminista, che chiamerei ancora così. Giusto recentemente ho avuto un confronto con una amica sicuramente femminista, ma che non sopporta l’uso di questa parola. Per quanto capisca le sue motivazioni, credo che per il momento storico in cui viviamo, sia ancora necessario racchiudere alcuni percorsi sotto sigle e nomi specifici. Operazione che serve da “calamita” per le persone che si avvicinano all’attivismo per soddisfare, in prima istanza, dei propri bisogni. Ma, proprio come nell’educazione, auspico che le etichette spariscano. Citavo proprio l’educazione poiché, attualmente, esistono servizi dedicati a specifiche “utenze” che suddividono l’assistenza sociale in micro-gruppetti: tossico e alcoldipendenti, senza fissa dimora, migranti, minori, persone con disabilità (frammentati a loro volta secondo la diagnosi), e così via. Ecco, la “rossa primavera” dell’educazione è creare servizi rivolti alla persona in quanto tale, dove queste caratteristiche siano variabili da considerare. Allo stesso modo, nella lotta, la condizione che determina uno svantaggio in relazione alla società deve divenire una variabile, per riconoscersi non più come gay, lesbiche, donne o trans, ma come esseri umani liberi, difensori dei diritti.

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Qual è il ruolo dei social in queste nuove connessioni tra militanti di cause diverse ma legate tra loro?

Non sono un particolare esperto di social network, ma posso parlare per esperienza diretta. Alcuni strument sono fondamentali per coordinare azioni e attivare passaparola quasi istantanei. Ma questo non deve bastare. Per creare pratiche e fare discorsi collettivi e partecipati, che tengano conto di ogni ragionamento, bisogna incontrarsi di persona.

Inoltre, i social network non riescono a sfuggire ad una pratica terribile: la dittatura degli attivi. Battute a parte sul chi prende e chi dà (inutile fare i santarellini, lo so che c’avete pensato tutti, dai), significa che chi passa più tempo sui social automaticamente diventa più autorevole degli altri, nonostante ciò che dica o faccia. Inoltre, quello che accade spesso, tipicamente nei forum o nei gruppi facebook, è che si costituisca in modo naturale un gruppetto “dirigente” che tende ad escludere chi è dissonante. Insomma: bene i social, ma vedetevi di persona!

Sentinelle in piedi, popolo della famiglia, ideologia gender. Da dove ha preso le mosse questo nuovo filone per i ruoli tradizionali e contro le persone LGBT?

Dall’ignoranza e dalla paura. Chi ha creato questa accozzaglia di sigle e strampalate teorie ha sfruttato la non conoscenza di tematiche LGBTQI+ di alcune persone, che, unita alla atavica paura di ciò che è diverso, ha alimentato questo turbinio di odio. La tradizione, naturalmente, non c’entra nulla. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe riformare la scuola, attuare politiche per l’educazione e la formazione permanente, promulgare e sostenere campagne organiche per abbattere i pregiudizi. Ma scusami, sto ancora fantasticando utopisticamente!

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Dorella, la logopedista che dà “voce” alle persone transgender

Oltre ad essere una persona gender non conforming, in passato mi sono occupato di dizione e di studio del doppiaggio, doppiando anche, talvolta, piccole parti in cui davo voce a ragazzini pre-adolescenti.
Per questo ho sempre avuto la speranza che dal logopetisti e foniatri potesse arrivare un grande aiuto alle persone transgender che vogliono usare la voce in modo che renda giustizia alla propria identità di genere.
Per questo, appena ho saputo dell’iniziativa della Dott.ssa Minnelli, ho deciso di intervistarla, facendole anche domande tecniche e facendomi narrare la storia del suo centro, che è specializzato proprio nell’aiutare le persone transgender.

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Raccontateci chi siete, e come nasce il vostro centro?

Sono la Dr.ssa Dorella Minelli, sono logopedista da circa 30 anni e sono titolare del Centro Italiano Logopedia che ha sede a Brescia, a Ghedi (BS) e a Verona. Fanno parte del Centro al momento 25 consulenti preparati ed esperti, altamente qualificati, in particolare modo mi avvolgo per il Servizio Voce Transgender di 2 collaboratrici logopediste specializzate nella rieducazione/educazione della voce che sono in grado di elaborare progetti terapeutici personalizzati ed efficaci.

Come è nata l’idea di dedicarsi alle persone transgender?

La voce è un mondo complesso: la voce trasporta il messaggio emotivo, affina le emozioni, rivela l’individuo. La parola trasporta il messaggio intellettuale, la parola può ingannare, mentre la voce lo fa raramente. L’uomo nasce con la voce, la parola invece deve essere imparata.

La voce è esattamente un’espressione sonora della personalità e come tale deve essere considerata in qualsiasi problema vocale noi vogliamo studiare.

La dinamica vocale in sé, è già psicodinamica, attraverso la voce dreniamo gran parte della nostra carica emotiva.

Ed è proprio per questo motivo che mi sono dedicata alle persone transgender perché è necessario nel percorso di queste persone permettere a loro di ritrovare la massima espressione della propria persona attraverso l’uso della PROPRIA voce, proprio perché la voce è il riflesso non falsificabile del nostro io ed è completamente alle dipendenze della nostra psiche.

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Lavorate sia con persone sia nel percorso MtF che nel percoso FtM?

Sì, anche se la percentuale di mtf che richiede una terapia della voce è maggiore rispetto agli ftm, questo perché nonostante le mtf possano ricorrere a interventi medici e chirurgici il raggiungimento di una voce femminile richiede un intervento logopedico specifico, proprio perché ottenere una voce femminile è una questione complessa. Diversamente negli ftm la terapia ormonale genera autonomamente risultati soddisfacenti sulla voce.

Lavorate anche con persone non medicalizzate?

Certamente,anche se il trattamento che permette di ottenere risultati ottimali e duraturi è quello combinato: intervento chirurgico e rieducazione logopedica.

Vi sono diversi tipi di intervento chirurgico che possono essere suddivisi in due gruppi: tecniche che interessano la struttura laringea e tecniche che interessano le corde vocali. In entrambi i casi questi interventi hanno lo scopo di modificare, direttamente ed indirettamente, la tensione, la lunghezza e lo spessore delle corde vocali. Ad oggi, l’intervento di fonochirurgia che ha dato risultati più soddisfacenti è quello di tiroplastica tipo IV.

Lavorate anche con persone genderqueer e genderfluid?

Sì, l’importante per noi logopedisti è capire l’esigenza di chi si rivolge a noi per poi stipulare un accordo terapeutico che identifichi le specifiche caratteristiche vocali desiderate

Lavorate anche con drag king e drag queen per migliorare le performance vocali nella loro interpretazione del genere opposto? Cosa riguardo, ad esempio, al canto?

Per il momento ci occupiamo di voce parlata, ma l’ambito della voce cantata rientra nei nostri progetti a breve.

Differenza tra logopedista e foniatra?

Il foniatra è il medico che esegue la diagnosi osservando lo stato degli organi e la funzionalità dell’apparato vocale.

Il logopedista è il riabilitatore che, in riferimento alla diagnosi e alla prescrizione del foniatra o dell’otorino si occupa dell’educazione e rieducazione in questo caso di disturbi della voce.

Un esempio: il foniatra fa diagnosi di noduli alle corde vocali e prescrive un ciclo di logopedia, a seguire il logopedista si occupa dell’educazione della voce in modo che i noduli alle corde vocali si risolvano.

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Timbro, frequenza, registro vocale, volume, altezza…puoi spiegare ai lettori e alle lettrici?

I parametri vocali della voce sono tre: altezza, volume e timbro.

L’altezza è data dalla frequenza del suono, cioè dal numero di cicli di apertura e di chiusura delle corde vocali al secondo. In base alla frequenza, un suono può essere acuto o grave. La frequenza varia nel singolo soggetto in base all’età (ad esempio la voce dei bambini è più acuta di quella degli adulti), al sesso (la voce maschile è più bassa di quella femminile). Inoltre ogni persona possiede una gamma di frequenze sulla quale la voce può muoversi; ogni gamma è prodotta da un particolare assetto degli organi vocali e prende il nome di registro vocale.
Il volume di una voce dipende dall’ampiezza di vibrazione delle corde vocali, che è determinato dalla pressione con cui arriva l’aria dai polmoni alle corde vocali; in base a tale parametro la voce può risultare forte o debole.
Il timbro di una voce è dato dalla forma delle cavità di risonanza (gola, bocca e cavità nasali). Il suono prodotto a livello della laringe viene modificato dalla specifica forma delle cavità stesse. Ciò rende identificativa e unica la voce di ogni singolo individuo.

Ci raccontate la differenza al livello biologico della voce maschile e femminile? e rispetto a quella dei bambini? come e quando cambia nei due sessi biologici?

Il segnale vocale è generato dalla vibrazione delle corde vocali inserite nella laringe, pertanto la differenziazione del suono nasce dalla diversità anatomica di queste strutture. La laringe alla nascita si trova in una posizione alta del collo e le corde vocali hanno una lunghezza di circa 5 mm. I principali cambiamenti avvengono in età puberale, in cui la laringe si abbassa e le corde vocali si allungano: nella donna da 11-12 mm arrivano a 14-18 mm, nell’uomo arrivano a 18-25 mm. Questa differenza di lunghezza determina la differente frequenza di vibrazione delle corde vocali, quindi percettivamente del tono della voce: nelle donne è più acuta, compresa tra i 175 e i 245 Hz, nell’uomo è più grave e compresa fra i 100 e i 160 Hz.

Il falsetto. Cosa è? possono farlo maschi e femmine?

Il falsetto è un registro vocale utilizzato soprattutto nel canto e permette l’emissione dei suoni più acuti tramite l’innalzamento della laringe e l’aumento della tensione delle corde vocali. Sia gli uomini che le donne possono adottare tale registro.

Spesso le mtf utilizzano il falsetto per rendere la loro voce più femminile, tuttavia se questa tecnica non è utilizzata in maniera corretta, a lungo andare, porterà ad un abuso vocale con conseguente insorgenza di patologie organiche a livello delle corde vocali.

Quanto conta la voce nel “passing” della persona transgender?

Molto. La laringe è un organo sessuale secondario e si modifica insieme al resto del corpo in età puberale, quando si accentuano le caratteristiche biologiche dell’uomo e della donna. Va da sé l’implicazione che questo ha sulla voce nel definire la corrispondenza con il proprio sesso biologico. È quel fattore su cui rimane traccia di ciò che la persona T vuole abbandonare, anche in seguito ai vari interventi chirurgici effettuati sul corpo.

Quanto è importante usare una voce naturale?

Uno degli elementi fondamentali che identifica una persona come appartenente al sesso femminile o maschile, oltre alle caratteristiche fisiche e comportamentali è la voce. Da qui l’importanza di usare una voce più naturale possibile e congrua all’identità di genere della persona.

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Sforzare la voce usandola in un modo non naturale o per cui non è stata educata…che problemi può dare, a lungo andare?

Un comportamento vocale inadeguato in termini qualitativi e quantitativi porta all’instaurarsi di un circolo vizioso che in medicina è definito “Circolo vizioso dello sforzo vocale” di Le Huche: a un meccanismo fonatorio sforzato (malmenage) e protratto nel tempo (surmenage) consegue un danno organico delle corde vocali (noduli) e un’ipercontrazione dei muscoli deputati alla produzione della voce. La voce apparirà soffiata, rauca e la persona lamenterà male al collo, fastidio alla gola e continua necessità di raschiare. A lungo andare l’abuso vocale porta all’aggravamento della lesione organica per cui si renderà necessario un intervento di microchirurgia laringea.

Quanto tempo ci vuole per avere risultati? si può parlare di una vera e propria “ginnastica” alle corde vocali?

Non esiste una tempistica ben definita poiché i risultati variano da caso a caso, tuttavia il trattamento riabilitativo logopedico prevede un ciclo di 10-15 sedute con frequenza settimanale. Più che parlare di una “ginnastica” alle corde vocali, si parla di tecniche vocali che permette di acquisire una modalità di voce parlata sana ed efficace e di cui la “ginnastica” ai muscoli vocali è parte integrante.

Quando è importante la recitazione? Consigliate un percorso complementare, recitativo?

La recitazione può essere un utile supporto al trattamento logopedico per gli aspetti legati alla comunicazione non verbale, come la gestualità, la mimica facciale e la prossemica, ma per la voce è necessaria la logopedia.

I cambiamenti della voce sono definitivi o sono tecniche che si imparano e diventano un bagaglio della persona?

I cambiamenti della voce possono dirsi definitivi e automatizzati nel caso di sottoposizione ad intervento chirurgico vocale associato a terapia logopedica post operatoria, mentre la persona che non si sottopone ad intervento chirurgico vocale dovrà apprendere delle tecniche vocali logopediche da utilizzare quotidianamente e che potrebbero diventare automatiche grazie ad un continuo esercizio.

Ci sono tutorial che possono essere utili a chi inizia?

Esistono tutorial in internet e applicazioni dedicate all’utilizzo della voce dei T, tuttavia noi consigliamo di rivolgersi ad un logopedista specializzato nell’educazione della voce in modo da evitare scorretti approcci d’uso della voce con conseguente insorgenza di patologie organiche.

L’intervento logopedico sulla voce è mirato su quella persona proprio perché la voce è il risultato complesso, unico e appartenente in maniera esclusiva alla persona che ha caratteristiche vocali completamente diverse da un’altra.

Quanto è importante anche l’atteggiamento, come si appoggia la voce, e altro, per dare un’impressione di mascolinità o femminilità?

Oltre al tono più o meno acuto ci sono soprattutto altre caratteristiche che concorrono a rendere una voce femminile o maschile, tra cui l’attacco vocale, l’articolazione, il ritmo e aspetti di comunicazione non verbale.

Ad esempio, l’attacco vocale della donna è più morbido rispetto a quello di un uomo, la donna utilizza maggiormente i gesti quando parla rispetto ad un uomo e il ritmo della voce risulta più armonioso e legato.

Transgender al telefono. Riceviamo una telefonata e chi è dall’altra parte deve capire se siamo maschi o femmine senza averci mai visto. Cosa entra in gioco?

In una telefonata, situazione in cui è annullato il dato visivo, le caratteristiche che entrano in gioco nel riconoscimento del sesso dell’interlocutore riguardano unicamente la voce e in particolare consistono nell’insieme dei fenomeni prosodici vocali, quindi il timbro, il tono, il volume, la durata e soprattutto l’intonazione (variazione dei suoni all’interno degli enunciati).

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Voci ambigue. Ci sono voci che non sono riconoscibili come maschili o femminili. Come mai accade?

Per lo stesso motivo per cui alcune persone hanno tratti del volto ambigui per cui per esempio un naso più fine e piccolo, degli zigomi più pronunciati sono alcune caratteristiche proprie di un volto femminile rintracciabili anche in uomini biologici.

Tutto dipende dalla particolare anatomia del tratto vocale. Un tratto vocale conformato in modo da filtrare i toni bassi, delle corde vocali più corte, poco spesse sono alcuni fattori che concorrono ad esempio a rendere una voce più femminile anche in un uomo biologico. Va aggiunto poi che la differenza delle voci nei due sessi è appianata nei periodi della vita in cui non si hanno accentuate produzioni ormonali, ciò comporta che le voci dei bambini maschi e femmine siano assimilabili così come negli anziani maschi e femmine.

Molti doppiatori e doppiatrici lavorano su personaggi trans o sugli adolescenti riuscendo ad ottenere effetti molto realistici. Studiano anche loro con professionisti come voi?

Non tutti, ma la maggior parte si avvalgono tra le varie figure con cui collaborano anche del logopedista per gestire in modo adeguato la propria voce.

 

Se rendessimo, con dei modificatori, neutro il registro sonoro della voce (rendendole tutte chiare o profonde), riusciremmo comunque a capire se chi parla è uomo o donna? magari da come “appoggia” la voce?
Porto un esempio di personale memoria: una volta la mia cantante ha usato un modificatore nel mixer che rendeva la voce molto profonda, ma mentre parlava gli altri musicisti ebbero questa percezione: sembra un gay. Forse, nonostante la voce era stata trasformata in profonda, c’era qualcosa di “femminile” nel modo in cui la usava? nelle pause, negli appoggi, o in altro?

È l’insieme dei fattori anatomici del tratto vocale e dei fattori prosodici (timbro, volume, durata e intonazione) che ci fanno percepire una voce femminile e/o maschile, non solo la modificazione del tono.

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Lorenzo Gasparrini, filosofo, eterosessuale, e…antisessista

Ho conosciuto Lorenzo Gasparrini per caso, ad una presentazione del suo libro, Diventare uomini – Relazioni maschili senza oppressioni , alla libreria Antigone.
L’attivismo antisessista da parte di uomini cisgender, in particolare eterosessuali, ha suscitato in me grande interesse da sempre, ma per ragioni legate agli “ambienti” diversi che si frequentano, ho avuto finora pochi contatti con questa realtà, e questo spiega anche i molti stereotipi che nell’intevista Lorenzo confuta.

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Ciao Lorenzo. Raccontaci di te. La tua formazione, le tue passioni, e come mai hai a cuore la tematica antisessista dal punto vi vista maschile

La mia formazione non ha molto di particolare, sono un filosofo che ha cominciato a studiare Estetica molti anni fa seguendo un classico percorso accademico. Poi la riforma universitaria mi ha, di fatto, tolto i finanziamenti ai vari contratti e incarichi che avevo, e ho dovuto lasciare il lavoro universitario. Ritornando a fare politica, cosa che avevo lasciato perché ero sommerso dall’attività didattica, ho capito che molte delle cose che avevo studiato potevano essere utili a tanti in senso politico. Più mi addentravo nella pratica antisessista più capivo quanto i femminismi fossero stati ostracizzati dall’accademia italiana – e anche dagli altri ordini dell’istruzione. Di qui il mio impegno politico e civile: per me è fare filosofia, la cosa che ho sempre fatto.

Quali le peculiarità dell’antisessismo quando il punto di vista viene da una persona nata maschio, di identità di genere maschile e magari anche eterosessuale?

Posso provare a riassumere le peculiarità di un maschio cisgender antisessista con una sola parola: paradosso. Hai il corpo e l’aspetto dell’oppressore di genere, e invece scopri le diverse e particolari oppressioni alle quali sei sottoposto anche tu, quindi intraprendi un percorso di uscita (“diserzione“) dal patriarcato e provi a costruire una identità di genere diversa da quella nella quale sei stato educato dalla nascita.

L’antibinarismo, diversamente dai veterofemminismi, non individua vittime donne e carnefici uomini, ma considera vittime le persone, e “carnefice” il sistema con i suoi stereotipi di genere. Sotto questa prospettiva, anche un uomo può dire la sua: sei d’accordo?

Sì, sempre però ricordandoci che non possiamo dimenticare che la “persona” è un’astrazione: il sistema opprime tutti e tutte a seconda del corpo, del genere, dell’orientamento e del contesto sociale, quindi poi ciascuno “dice la sua” ma tenendo ben presenti le inevitabili differenze e caratteristiche.

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Quali le principali prigioni mentali che attanagliano l’uomo che ambisce ad essere “alfa” nella società?

Principalmente una: l’agonismo insegnato in ogni relazione. La continua ricerca del primato distrugge qualsiasi possibilità di relazioni solide e profonde, col risultato di trasformare il mondo in una continua frustrante corsa all’affermazione di sé tramite l’esercizio di un potere – potere che in realtà non si possiede mai, ma del quale si diventa strumento.

Perché ancora così pochi uomini sentono il bisogno di “emanciparsi” dai ruoli di genere?

Perché non hanno capito quanto siano nocivi alla loro vita, alla loro felicità, alla possibilità di costruirsi relazioni appaganti ed efficaci.

Discriminazione verso il maschile, è forse più strisciante? C’è? in cosa consiste?

Non credo che esista in realtà. Ogni volta che qualcuno se ne esce lamentando una discriminazione verso il maschile, si scopre che o è una forma patriarcale recitata a ruoli invertiti – e allora è sempre la solita discriminazione – oppure si scambia la causa con l’effetto. In un sistema che privilegia, in ogni situazione sociale, il maschi etero, quella che può apparire come discriminazione è in realtà un’affermazione di potere. E allora il paradigma è sempre quello patriarcale, anche se in qualche rara occasione la vittima è un maschio.

Misandria: una parola poco nota ma che descrive un atteggiamento, presente in alcuni correnti veterofemministe, verso l’uomo. Ce ne parli?

No. La parola “misandria” è stata usata soprattutto da maschilisti più o meno organizzati per i loro giochetti retorici, che scambiano continuamente la simmetria con la parità. I veterofemminismi vanno giudicati calati nei loro contesti sociali e storici; in quegli anni le espressioni violente che giudicavano gli uomini come un blocco unico di soggetti tutti uguali e da disprezzare erano motivate appunto da circostanze politiche che oggi possiamo appena immaginare, se non si studiano approfonditamente. Leggere con la sensibilità del 2017 alcuni femminismi degli anni ’60, per fare un esempio, e trovarli “misandrici“, penso che sia del tutto scorretto – e anche inutile. Esattamente come praticare nel 2017 i femminismi degli anni ’60 così com’erano.

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Ansia da prestazione ed eiaculazione precoce: sono molto più diffuse nell’uomo etero che in quello non etero: quanto, visto questo dato, è psicologico e dovuto al binarismo?

Quanto sia psicologico non ho le competenze per valutarlo. Quanto sia dovuto a un binarismo (aggiungo: competitivo) insegnato fin da bambini, per me lo è del tutto. Aggiungendoci che quello stesso binarismo comprende anche un voluto silenzio sul reale funzionamento del corpo maschile soprattutto per quanto riguarda la sua sessualità.

Il ruolo delle religioni e dei monoteismi storici nel binarismo del ruoli: tu lavorerai col sudore della fronte e tu partorirai con gran dolore …ci siamo realmente evoluti da ciò?

Non molto. A dispetto di tante e tanti che danno il patriarcato per morto, io lo vedo ancora capace di trasformarsi in tanti modi, che proseguono quella divisione di ruoli biblica che hai citato. Trasformazioni che passano di costruzione culturale in costruzione culturale: religioni, ideologie, “visioni del mondo“…

I veterofemminismi spesso hanno atteggiamenti ostili verso le persone T. Noi uomini xx saremmo delle povere donne che non accolgono l’essere donna, inseguendo il privilegio sociale. Le donne xy invece vengono viste come uomini che vogliono infilarsi negli ambienti delle donne “senza esserlo”. Quanto in realtà, più che transfobia, si tratta di misandria (quindi odio per il maschile biologico delle donne trans e per il maschile psicologico degli uomini trans)?

Della misandria ho già detto. Credo che questa che hai descritto sia, da parte di alcuni veterofemminismi, una transfobia per loro “necessaria“: l’esistenza stessa della transessualità distrugge l‘essenzialismo sul quale si fondano, quindi non potranno mai accettarla come una realtà a tutti gli effetti. Di qui quelle fantasiose – ma violente e discriminanti – spiegazioni.

MRA: movimenti di “orgoglio” maschile. Si spacciano per uomini antisessisti ma in realtà si tratta di maschilismo vero e proprio. Come “smascherarli” e non confonderli con ciò che invece, ad esempio, fai tu, come altri uomini antisessisti?

Basta farli parlare. Il loro atteggiamento passivo-aggressivo, la loro logica assurda e del tutto antistorica, la loro incapacità organizzativa e pratica vengono fuori quasi immediatamente con esiti esilaranti, anche se ovviamente sanno essere anche molto offensivi.

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Ci parli di Maschile Plurale? Della tua esperienza con loro e di come questo gruppo dialoga con realtà LGBT e femministe? Quali le difficoltà?

E’ indubbiamente una rete molto importante perché, oltre ad avere meriti “storici” significativi, oggi unisce e rende visibili molte realtà interessanti e vive sul territorio italiano. Mi è capitato però di vedere nei fatti una organizzazione poco chiara quando si tratta di prendere decisioni, e una certa soggezione a determinati femminismi che nei fatti ne rende nullo il dialogo con altri. I motivi non li conosco, ma se la tua domanda è “quali le difficoltà“, evidentemente non sono il solo ad averle notate, in questo senso.

Che tipo di utenza attrae il progetto “Maschile Plurale“? e come è cambiato negli anni?

Non saprei, non ho avuto una così lunga esperienza in MP da poter avere elementi per rispondere.

Il “morto di figa“, un personaggio odiato negli ambienti bisessuali, poliamoristi, transgender, dove questi personaggi arrivano in cerca di trasgressione, di donne libertine, e trovano invece un muro. Eppure anche il “morto di figa” deriva da queste dinamiche sessiste fatte di maschi alfa, beta e gamma. Da filosofo, senza usare termini così pecorecci (di cui mi scuso coi lettori) come quelli usati da me, riusciamo a spiegare questo fenomeno tentando un approccio “non giudicante“?

Beh, sinceramente non lo trovo necessariamente da spiegare, nel senso che il “morto di figa” è il prototipo dell’uomo etero come lo vuole, sessualmente, il patriarcato. Un ebete disposto a qualunque cosa per eiaculare più volte possibile nel corpo (o sul corpo) di più donne possibile. Se questo nei fatti è un giudizio, non posso farci niente, perché corrisponde alla condotta di moltissimi uomini etero che sono stati educati a comportarsi in questo modo.

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Il G7 di Taormina ha come sua immagine un ragazzo che guarda con machismo una ragazza siciliana col velo. Ci sono state molte polemiche delle associazioni LGBT e femministe Siciliane, che non vogliono che la Sicilia sia sempre rappresentata con binarismo e machismo. Eppure molti etero hanno risposto che non va attaccata “l’eterosessualità“. Credo che l’utente medio non sappia la differenza tra eterosessualità, eterosessismo, ed eteronormatività. Noi attivisti siamo abbastanza bravi a far passare i concetti di “non binarismo” al mondo etero? in cosa possiamo migliorare?

Si può spiegare in tanti modi, e con molti linguaggi, che quello che viene criticata non è l’eterosessualità ma il suo uso come potere discriminante verso altri e altre. In questa comunicazione si può sempre migliorare, ma per quanto “bravi“, dall’altra parte ci dev’essere chi è disposto al dialogo e non ad arroccarsi nei suoi privilegi o nella sua ignoranza.

Educastrazione: quando colpisce il nato maschio fin dalla sua infanzia?

Da quando si appende un fiocco celeste alla porta, è ovvio che sta incominciando una coercitiva educazione all’eterosessualità normalizzante. Non credo, come Mieli, a un “ermafroditismo originario“, ma certo l’attuale educazione del maschio è parecchio castrante, in tanti sensi.

Nelle scuole vengono maggiormente bullizzati gli adolescenti “effeminati” rispetto a quelli “gay“. Per dirlo in altro modo, dà più fastidio un ragazzino effeminato, magari eterosessuale, che un ragazzino gay virile. Quanto, quindi, è una questione più di “espressione di genere” che di orientamento?

Considerando quanto è importante, in quell’età, l’espressione e il segno esteriore di appartenenza a una maschilità “normale“, in quel senso è solo una questione di genere. Anche se – ricordo la ricerca di Giuseppe Burgio in proposito – anche l’orientamento dev’essere ben nascosto, se si vuole evitare di essere ostracizzati e poi anche bullizzati.

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Uomo etero e passività: molti uomini etero stanno apportando una rivoluzione nella sessualità. Molti dicono apertamente che le loro compagne, talvolta, hanno un ruolo attivo e che a loro piace. Ce n’è voluto, e siamo ancora molto indietro. Tu cosa ne pensi?

Credo sinceramente che la strada del piacere sia ben più diretta e convincente di quella delle parole, anche se poi queste devono seguire quella o non si avrà alcun risultato politico. Se però questo può servire a cominciare un ripensamento delle caratteristiche della “normale” eterosessualità maschile, ben venga.

L’uomo transgender ftm è un interlocutore all’interno del dialogo tra uomini antisessisti?

Per me è un interlocutore necessario. Senza un dialogo tra maschilità “diverse“, non si va da nessuna parte, né personalmente né politicamente.

Quali i prossimi passi del movimento degli uomini antisessisti?

Per quello che ne posso dire io che certo non lo rappresento, direi: aumentare di numero, rendersi autonomi il più possibile nelle decisioni politiche, costruire luoghi e strumenti per informare e diffondere (sul)la propria attività, praticare una maschilità che non si basi su nessuna discriminazione o violenza: più felice, piacevole e appagante.

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Lorenzo Gasparrini. È dottore di ricerca in Estetica. Blogger e attivista antisessista, è fondatore dei blog «Questo uomo no» e «La #filosofi#a maschia». Tra le pubblicazioni accademiche, «La costruzione di una possibilità: disertare il patriarcato», in «La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi» (a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo).

Nathan relatore al doposerata di “Stabat Mater”, Campo Teatrale

Ciao a tutti. Come autore di Progetto GenderQueer sono stato invitato come relatore al doposerata di questo meraviglioso spettacolo: STABAT MATER

Già ero stato al doposerata di “Peter Pan guarda sotto le gonne“, primo capitolo della trilogia diretta da Liv Ferracchiati.

Vi aspetto quindi il 20 aprile, data in cui appunto ci sarà il mio “doposerata”, insieme a Marcella Serli, regista,  e a Luigi Colombo del Gruppo Scuola del Cig.

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 PROMO per CIRCOLO CULTURALE TBGL HARVEY MILK

Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a biglietteria@campoteatrale.it
via casoretto 41/a Milano

° INCONTRO POST SPETTACOLO 20/04/2017
// Gruppo Scuola // sezione del CIG-Arcigay che tiene incontri nelle scuole medie e superiori di Milano e provincia, trattando temi quali orientamento sessuale, identità di genere, omofobia e bullismo.
// Nathan Bonnì // architetto, presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano autore del Progetto GenderQueer (blog sul non binarismo di genere), co-fondatore e vignettista della rivista LGBT “Il Simposio”.
// Marcela Serli // regista e drammaturga Atopos Compagnia Teatrale.

Altra possibilità da non perdere, il 22, con un doposerata con due milkine affezionate: Laura Caruso e Roberta Ribali!

° INCONTRO POST SPETTACOLO 22/04/2017
// Laura Caruso // membro della compagnia Atopos, socia attiva del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano, attivista del movimento “I Sentinelli di Milano”, co-autrice del libro “Foto di Gruppo a Colori”.
// D. Roberta Ribali // psichiatra e psicoanalista, consulente del Tribunale di Milano per le tematiche di identità di genere.

E se non puoi in nessuna di queste due date?
Qui sotto il calendario!

http://www.campoteatrale.it/teatro/stabat-mater

 

Predestination, paradossi temporali, intersessualità e generi

Da Nerd, Geek e fanatico del paradossi temporali non posso non parlare di Predestination, film  che ho visto per caso su una delle mie piattaforme On Demand, e che riesce a gestire benissimo sia le tematiche di genere che tratta, sia la questione dei paradossi temporali.

E’ un film che continua a sorprendere, ma qualsiasi mio approfondimento sarebbe uno spoiler, e non voglio rovinarvi il film, che mi ha sorpreso ed emozionato fino all’ultima scena.

Ottima regia, sceneggiatura davvero notevole e piena di spunti che si possono cogliere solo se il film viene visto più volte (ed è un film che merita di essere visto e rivisto, per averne sempre più profonde chiavi di lettura). Bellissimo il lavoro di trucco e la “performance di genere” su Sarah Snook. Fantastici attori, attrici, e doppiatori/trici. Fantastico il fatto che, con pochissimi personaggi, il film “regge” e non annoia. Non vi staccherete dalla poltrona.

Non so se è un thriller, o un film di fantascienza, o un film LGBT, ma è davvero molto più di tutto questo. 

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Cast: Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor
Regia: Michael e Peter Spierig

Linko una recensione per chi preferisse una recensione più esplicita, e uno schema, da guardare rigorosamente dopo aver visto il film.

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“Riconoscere” le persone trans

UMBRIA: APPROVATA LA LEGGE CONTRO L’OMOFOBIA E LA TRANSFOBIA

Riporto questa notizia importantissima, che parla di una legge regionale, per la Regione Umbria, che per la prima volta comprende anche la transfobia oltre che l’omofobia (per capire se la bifobia è compresa dobbiamo aspettare di leggere la legge).
Complimenti all’associazione Omphalos, per il suo lavoro mediatico tramite l’hashtag #tempodilegge

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Cito un sito che ha riportato in modo completo la notizia.

Dopo dieci anni e un iter molto tormentato, perfino nelle ultime settimane, il Consiglio Regionale dell’Umbria ha approvato la legge contro l’omofobia e la transfobia. Dopo un rinvio, una seduta sciolta, la spada di Damocle di un emendamento definito “salva omofobi” dalla comunità lgbt umbra, la regione ha finalmente un testo che tutela le persone gay, lesbiche, bisessuali e trans sul posto di lavoro, nella fruizione dei servizi, promuove un osservatorio sulle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.
omphalos_legge2Hanno votato a favore Pd, M5S, Articolo 1 – MDP, Socialisti e democratici per un totale di 15 voti favorevoli, un astenuto e 5 contrari

[clicca qui per leggere l’intera notizia]