Discorso dal palco del Milano Pride 2018 (percorsi transgender non med)

Discorso dal palco del #MilanoPride
#civilimanonabbastanza

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Qui il video

come fai ad essere coerente con te stesso quando il tuo corpo dice il contrario di quello che sei?
questa frase è tratta da un noto monologo di un un famoso pioniere del percorso ftm: Davide Tolu.

Ci sono uomini e donne che sono uomini e che sono donne, senza che il loro aspetto li faccia apparire tali.
Molti di questi vorrebbero dichiarare al mondo di esserlo, ma come trovare il coraggio di farlo in un mondo che basa la definizione sociale di un uomo e di una donna sull’aspetto fisico?

Parlo a tutte le persone sotto a questo palco, che fossero portatrici di un’identità di genere divergente dalle aspettative generate dal proprio corpo.
Quante volte abbiamo provato vergogna a dichiararci uomini, donne, o “altro”, solo perché avremmo dovuto usare una voce acuta per dire “sono un uomo”, o una voce profonda per dire “sono una donna”?

Quante volte i primi a provare imbarazzo in un’affermazione così forte siamo stati noi? Quante volte abbiamo considerato ragionevole il ricevere un “no” ad una richiesta di rispetto della nostra identità di genere?

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Io chiedo a voi tutte e tutti di fare questo atto di coraggio, di autodeterminazione, di riuscire a dichiarare al mondo ciò che siete, ciò che siamo.

So benissimo che, differentemente rispetto al percorso tracciato all’estero, di cui l’Argentina e Malta sono solo due dei tanti esempi, dove il cambio del genere e del nome anagrafico è permesso con una semplice richiesta amministrativa, in Italia viene richiesta ancora una medicalizzazione ormonale obbligatoria, e spesso, un aspetto rassicurante rispetto alle aspettative di genere, quando non anche l’adesione a stereotipi di genere.

Ma se è vero che la società non cambia senza la spinta delle leggi, le leggi non cambiano mai senza la spinta della società: c’è un’interdipendenza, e la nostra visibilità può fare da volano a questo cambiamento.

Chiediamo una legge che ci tuteli dalle discriminazioni per la nostra identità ed espressione di genere, e chiediamo una legge che ci permetta di avere un documento che riconosca la nostra esistenza, e lo chiediamo a voce alta, prendendo la parola per i diritti che ci riguardano e ci spettano, perché la presa di parola transgender, in questo momento, è fondamentale.
Se non io per me, chi per me?

Ed è per questo che dobbiamo fare uno sforzo, andare a votare anche se qualcuno ci costringe a fare la fila dal lato sbagliato, ma soprattutto, dobbiamo far sentire la nostra voce, in senso simbolico, ma non solo, ricordando che l’autorevolezza di una voce non si misura dalla corrispondenza al timbro che ci si attende.

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Concludo nel ricordare tre persone che negli ultimi anni ci hanno lasciato.
Il primo è il giornalista Alessandro Rizzo Lari, che è stato vicepresidente negli anni in cui sono stato presidente del Circolo Culturale tbigl+ Harvey Milk Milano, e che ne era la vera anima e il vero motore e a cui adesso abbiamo dedicato il nome del Circolo.
La seconda è Deborah Lambillotte, la più importante attivista transgender in Lombardia, e, se mi permettete, in Italia, che ha per la prima volta presentato la possibilità che una donna transgender possa anche amare altre donne.
Infine, voglio ricordare Corry Scifo, una persona che frequentava il Circolo Rizzo Lari, forse non un attivista nel senso classico del termine, ma sicuramente una persona che, nonostante la giovane età, ha lottato col sorriso con la sua malattia, portando questo sorriso e questa speranza in ogni nostra serata al circolo.

Infine, ringrazio il Circolo Rizzo Lari, ex Harvey Milk, e tutto quello che ho imparato negli 8 anni che ne sono stato presidente, e a Gianni Geraci, che, dandoci una sede, lo ha reso possibile e i colleghi attivisti del Progetto Identità di Genere, Monica RomanoLaura Caruso e Daniele Brattoli, ma anche ad altri attivisti transgender di Milano, con cui c’è stato sempre un aperto confronto, Gabriele Dario BelliAntonia Monopoli e Gianmarco Negri, per tutto quello che potranno darmi in futuro. Un grazie anche allo staff diProgetto GenderQueer e della rivista LGBT Il Simposio.

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Passing & Misgendering

Misgendering e “non binary”

Le vignette, come tutte le vignette, “perculano” chi ne è protagonista.
Qualcuno penserà che io abbia voluto prendere in giro il “possibilismo” con cui spesso, le persone non binary” non riescono ad essere risolute nel chiedere il genere che preferiscono. Qualcun altro penserà che abbia voluto “perculare” i/le veteromosessuali, pronti ad accomodarsi, se un minimo spiraglio lo suggerisce, ad usare il genere grammaticale che il corpo suggerisce.
Qualunque sia l’intento di questa vignetta, eccola per voi 😀

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La vignetta appartiene alla mia collezione di vignette per la rivista “Il Simposio”.

Non Med: percorsi transgender non medicalizzati, 8 aprile 2018 a Milano

Domenica 8 aprile 2018, ore 18, al Circolo TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk), ci sarà un evento culturale, appartenente al calendario di Alessandro Rizzo Lari, dedicato alle persone transgender in percorsi non medicalizzati, ovvero le persone T che non apportano modifiche farmacologiche al proprio corpo, e chiedono il rispetto sociale della propria identità di genere.

Ecco il prezioso e dettagliato report di Giulia Terrosi, di “un altro genere di rispetto”.

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Interverranno Laura Caruso, attivista transgender non medicalizzata, e Nathan, ftm non med, autore di Progetto Genderqueer e presidente onorario del Circolo.

Saranno trattati temi legati al riconoscimento legale, alle possibilità (o non possibilità) di cambio “nome” o di cambio “nome e genere”, tematiche legate al passing, e al misgendering, alla sanità e alla professione.

La grafica del progetto “Non Med” è stata ideata, dopo un brainstorming con Laura e Nathan, dal grafico Sam Mera.
Interverranno anche Monica Romano come conduttrice, e Gianmarco Negri come avvocato.

Ecco le slide dell’evento!

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Le realtà promotrici sono:
Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari Milano (ex Harvey Milk)
UAAR Milano
Coordinamento Attivisti Transgender Lombardia
Progetto GenderQueer

Le realtà aderenti sono:
Libreria Antigone
Un altro genere di rispetto
Femminismo e altre liberazioni
Gruppo del Guado
Mille & una voce
Lieviti
Non una di meno Milano
Camminando
Non una di meno Verona

Evento su facebook

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Percorsi non medicalizzati: coming out, velatismo, esposizione sociale

Perché quasi tutte le persone non medicalizzate sono velate? Perché è così difficile esporsi? Quanto conta il passing? Quanto conta non avere una legge che tutela questa condizione? Quanto conta il binarismo e le aspettative sull’aspetto fisico?

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Il mio ritiro dall’attivismo associativo ha posto in me diversi interrogativi sul mio esistere, come persona, come professionista, e come uomo, al di fuori di quei contesti.
Non ho molti transgender non medicalizzati con cui confrontarmi, nel senso che quasi nessun transgender “non medicalizzato” rivendica questa identità (spesso usano, per definirsi, concetti che non mettono al centro questa diversità, ovvero la non medicalizzazione, ma mettono al centro la visione antibinaria o altro), ma con quei pochi che conosco, quasi sempre virtualmente, il piano del confronto non è mai lo stesso, perché, di solito, hanno scelto una visibilità e un’esposizione sociale diversa (minore) della mia.

Sarebbe facile fare una crociata contro i “cattivoni” velati, ma se invece avessi sbagliato io? Non voglio essere “elogiato” come coraggioso monaco guerriero: sono estremamente infastidio da questa componente “cattocomunista” dell’attivismo, che ci vuole guerrieri senza macchia, senza vita privata, devoti alla causa e all’aiuto dell’altro, di quello un pelo più fragile di te, a cui “dovresti” sacrificare quel poco di solidità che hai ottenuto.
No, non sono qui per questo, per chiedere “la beatitudine” alla chiesa LGBT. Io sono qui per capire “perché” gli altri non medicalizzati spesso decidono di non esporsi.

Una persona che ho molto aiutato, che si autodefinisce genderfluid, ma rivendica l’appartenenza all’ombrello transgender, e parla della sua disforia, ha scelto di fare attivismo, ma di farlo con un altro cognome. Ha un cognome molto comune, e credo che avrebbe potuto presidiare il web col cognome vero senza rischiare, ma la “paura” dell’essere identificato/a come “transgender” anche da chi lo/la conosce col nome anagrafico, magari tramite canali professionali, era altissima.

Questa persona è una di quelle che, senza fare una terapia ormonale, si espone di più, maggiormente rispetto agli altri. Mediamente le persone non med che conoscono sfidano ogni giorno la “censura” di facebook, provando ad aprire account (che spesso poi vengono chiusi, a volte per “vendetta” legata a segnalazioni a facebook, da parte di persone, spesso anch’esse LGBT,  con cui litigano per argomenti di attivismo) con cognomi esotici.
A volte, queste persone, in società, vivono con aspetti androgini (questo avviene più per persone di provenienza biologica XX), a volte no (vi è un on/off nel look), ma spesso il dato allarmante è che, spento il portatile, queste persone vengono “socializzate” come appartenenti al sesso biologico.

Partiamo da quelle persone che scelgono (magari sono spinte dalla disforia), di presentarsi al mondo con una aspetto “gender non conforming”. Il caso tipico è quello della persona di biologia xx che sceglie un aspetto maschile, ma che, a causa dei “limiti biologici”, riesce ad avere un aspetto al massimo androgino, dove “androgino” non deve essere pensato come qualcosa di erotico e intrigante, perché, se si supera l’asticella del consentito, l’ambiguità viene vista come brutta, anomala, e genera sospetto.

Però, questa persona xx, se la sua androginia è “ridotta” e “controllata”, e se è molto giovane, riesce a farne un punto di forza, ad integrarsi come ragazza lesbica, bisessuale o etero alternativa.
Se invece la sua androginia sarà “eccessiva”, oltre al limite “consentito”, ottenuto dalle battaglie femministe, se il suo cranio sarà troppo tosato, se le sue gambe saranno troppo pelose, questa persona potrà sì vivere, uscire di casa senza rischiare le percosse, ma non potrà mai “integrarsi” davvero nella società, inseguire le sue aspirazioni professionali, essere percepita come “altro” rispetto allo stigma di persona “poco raccomandabile”, “strana”, “ambigua”.
Lo stesso accade, se non di peggio, alle persone non medicalizzate di provenienza xy. Esse a volte limitano la medicalizzazione, se di questo si può parlare, alla rimozione della barba tramite la terapia laser, ma, se non portatrici di un buon “passing”, esse continuano ad essere viste come uomini “strani”, magari omosessuali, magari che hanno una “vita notturna” in non si sa bene quale nightclub.

E’ facile giudicare le persone “non medicalizzate”, dimenticando quanto è difficile per loro non solo fare coming out, ma che questo coming out venga preso sul serio.
E’ quasi come se la persona cis “perdonasse” la persona trans solo alla luce di un “sacrificio fisico”. E’ chiaro che le persone medicalizzate facciano determinati cambiamenti per il proprio desiderio di vedere la propria immagine più coerente a quella interiore, ma ciò non toglie che da fuori questo sarà visto come un sacrificio “necessario” per essere presi sul serio, come un “rituale tribale”, richiesto, affinchè il “capriccio” di essere rispettati possa essere ascoltato e accolto.

Senza il passing, senza un corpo che cambia velocemente nelle sue caratteristiche biologiche legate alla percezione del sesso di appartenenza, senza un certificato di una persona cisgender che “attesta” che la persona T non stia mentendo, i coming out delle persone T non vengono presi sul serio. Deve essere sempre attesa una particolare apertura mentale: nulla è dovuto, ed è sempre un mix tra una committenza illuminata (che accoglie l’istanza), e l’intelligenza, la cultura, la sfrontatezza della persona T non medicalizzata che fa questo coming out, un uso sapiente, ponderato e scelto delle parole, di ogni singola parola.

Molte persone non med preferiscono coming out soft che alludono a questioni di antibinarismo dei ruoli, o alla compresenza di entrambi i generi, o al non avere un genere, anche quando queste persone, osservando la loro disforia rispetto al nome, o alla grammatica, sono, di fatto, persone che si identificano chiaramente nel genere opposto al loro sesso, e non in “vie di mezzo”: a darmi ragione è aver osservato per 11 anni la comunità T, virtuale e non, e avere visto che, arrivata la medicalizzazione, spesso le definizioni “non binary” venivano accantonate, proprio perché spesso usate, comunicativamente, per farsi accettare in modo meno traumatico.
Del resto anche io spesso ho preso in considerazione, in casi abbastanza complessi, un coming out “genderqueer” piuttosto che uno da uomo trans. Poteva essere un modo veloce e semplice per eliminare i comportamenti fonte di disforia (l’uso del nome anagrafico, del genere grammaticale sbagliato, di alcune aspettative da stereotipo), senza generare aspettative di genere (ovvero che, accettato il fatto di considerare quella persona del genere opposto a quello di cui la consideravano prima, si generino aspettative sulla lunghezza dei suoi capelli, sui comportamenti, sulle reazioni, spesso dovute alla poca evoluzione mentale sui ruoli che ha la persona con cui dobbiamo fare coming out).

Questa parte del mio articolo potrebbe sembrare offensiva verso genderqueer e non binary. Eppure io credo che tante persone siano genderqueer e non binary, anche tante persone medicalizzate (magari hanno scelto una medicalizzazione parziale, per esaltare un non binarismo estetico che corrisponde alla loro identità di genere non binaria), ma anche che molte persone di identità definita pensino di essere “non binary” (definizione che riguarda l’identità e non i ruoli), solo perché sono uomini o donne contro il binarismo dei ruoli di genere o non aderenti agli stereotipi del genere d’elezione (caratteristica assai diffusa tra transgender non medicalizzati).

Inoltre, è come se la definizione “non binary” o “genderqueer” desse meno fastidio nell’attivismo trans. E’ come se dire di essere “non medicalizzati” in qualche modo mettesse in discussione o “offendesse” i percorsi canonici, e i vari litigi assurdi e irrispettosi che si possono osservare nei gruppi trans di facebook, quelli in cui da anni non scrivo più, ne sono la prova.

Insomma: definirsi “transgender non medicalizzato” porterebbe problemi in tutte le comunità, sia interne che esterne al mondo LGBT, mentre definirsi queer o non binary (non essendolo), darebbe un passaporto per una grande comunità, guidata dagli Stati Uniti, che veicola parole chiave più “rassicuranti”.

Passo al tema del cambio documenti.
In Italia, se sei non medicalizzato, non puoi cambiare i documenti. In altri stati basta una semplice pratica amministrativa.
Lotterò fino alla morte affinché una persona senza passing possa cambiare legamente i documenti.
Penso, però, a me, domani, con un bel nome marcatamente maschile, e questo aspetto. Per quanto alcune persone non med, spesso molto giovani, abbiano un discreto passing (magari fasciando il petto a vita, cosa che non è che faccia poi così “bene” a lungo andare), quasi tutte non arrivano a confondersi tra i cis, me compreso, e penso che, per come la società la pensa oggi, quel bellissimo nome potrebbe creare verso di me ancora più stigma. Sarebbe un “coming out” continuo, come persona trans, ovunque io andassi, o volessi lavorare. Qualcuno, per ignoranza, mi immaginerebbe “trans al contrario”, un uomo che vuole sembrare donna e ci riesce (visto lo scarso passing), ma “chissà cosa fa di notte al nightclub“).

Poi ci sono quelle persone non med a cui basterebbe optare per un cambio nome, con la scelta di un nome ambiguo, neutro, esotico, che tolga loro la disforia, e che permetta alla persona in questione di presentarsi, in un modo molto transfobico, come appartenenti al genere d’elezione solo quando le condizioni al contorno lo permettono. Qualcuno potrebbe chiamare questa “piccola soluzione”, e io potrei anche essere d’accordo a questa opzione, se possa essere “scelta” in alternativa al “cambio di genere” come tradizionalmente concepito.
Potrebbe essere una soluzione al problema sanitario: una persona non med ha bisogno dell’assistenza medica relativa al suo sesso biologico, ed è bene che la sanità lo preveda, visto che esistono già situazioni imbarazzanti per i trans “med”, che in alcuni casi, anche loro, hanno bisogno di visite mediche relative al loro corpo di nascita.

D’altro lato, ciò che è sostenuto dalla legge, diventa automaticamente autorevole. Se da domani io fossi Arturo (nome a caso), per la legge, forse con maggiore libertà potrei vivere il mio maschile estetico, senza preoccuparmi di impelagarmi in tutti quei casi in cui la gente, leggendo il mio documento al femminile, mi guardava male per la mia sfumatura alta, o per i peli sulle gambe (anche se qui andrebbe aperta una parentesi sul perché una donna non possa scegliere un’immagine di questo tipo se lo vuole, presentandosi come donna, dopo tutti questi anni di femminismo).
Probabilmente la legittimazione legale nel genere maschile mi spingerebbe a vivere liberamente un’immagine maschile senza mille compromessi, giri di waltzer, e compagnia cantante.
In varie occasioni, in cui ero “burocratizzato” al maschile (anche solo da una tessera ad un’associazione o ad una biblioteca), molte persone mi hanno trattato al maschile perché “se c’era scritto così doveva essere così”. Non poteva essere altrimenti (magari dipende anche dalla scarsa informazione sugli ftm), non era per loro concepibile che se in quella tessera c’era scritto Nathan, io in realtà mi chiamassi in altro modo, e fossi “altro” rispetto a “uomo”.
Per questo credo fermamente che, seppur dovrebbe essere importante dare alternative “soft”, che permettano di integrarsi a persone che preferiscono un’esposizione minore, ma vogliono limitare la disforia, sia importante anche dare la possibilità di cambiare nome e genere a chi si sente pronto, senza preoccuparsi in modo paternalistico di “come faranno, poverini, ad integrarsi senza il passing”.

Tutti questi ragionamenti richiedono una sensibilità ed un’esperienza che chi ha avuto la possibilità di confrontarsi a lungo con altri transgender, anche medicalizzati (e rivendico il ruolo dei gruppi di confronto dal vivo, dove nascono spesso soluzioni inedite per i problemi di noi trans afflitti dal binarismo sociale), ha, ma non si deve pretendere che la persona “non med” sia sempre sgamata, maliziosa, portata a compromessi “funambolici” come posso esserlo io, con grande dispendio di energia.
E a dirla tutta, avrei preferito di gran lunga destinare ad altro le mie energie, magari alla mia promozione come professionista, senza dovermi preoccupare di creare un “brand” diverso dal mio nome, proprio per non dover dare spiegazioni sul perché esso differisce dal mio nome anagrafico, che spunta ogni volta che devo fare una ricevuta.
Quanto, questo stress di dover escogitare strategie sul nome anagrafico e sull’aspetto, di dover comunque fare i conti continuamente con sesso biologico, nome anagrafico, anche quando volevo pensare alla mia immagine di professionista, o, non so, di musicista semiprofessionista che fa parte di una band, mi ha scoraggiato?
Quante persone non rettificate non vanno a votare? Quanto il misgendering, l’incomprensione, la difficoltà a dare spiegazioni convincenti quando non hai il passing, azzoppa le nostre vite, la nostra autorevolezza, la nostra felicità?

E diventiamo, intendo come comunità non med, dei nomi farlocchi su facebook, continuamente funestati da chiusure dell’account, osservati dai nostri amici facebook, anche semplicemente gay, come cangianti, instabili, inaffidabili, e così anche dal mondo che ci vede fuori, quello a cui facciamo fatica a dare un nome disambiguo, italiano, semplice, che finisce con A od O, quello che non sa se ci vuole come vicini di casa, compagni di banco, o di materassino in palestra.

E così sono qui, mosso dai miei sentimenti contrastanti verso gli altri non med. Forse mi sono esposto troppo io, 10 anni fa, spinto dall’allora dirigenza dell’unica associazione che sembrava inclusiva per persone come me. Forse loro stessi si aspettavano, da parte mia, una transizione canonica che sarebbe arrivata a breve, e volevano che mi “sperimentassi” da persona esposta, ma dopo 10 anni posso dirvi che vivere da non med esposto, in uno stato che non ha delle leggi che mi tutelano per la mia diversità (soprattutto nel mio caso, per il quale, se mi si considera da sesso biologico, sono pure visto come unA eterosessuale, quindi neanche appartenente al mondo LGBT),  che non si è “abituato” alla visibilità delle persone non med (proprio perchè tutti sono velati, è un cane che si morde la coda), quindi ride ad ogni nostro coming out, lo ignora, lo “posticipa”.

Pensavo che espormi per tutti questi anni avrebbe aiutato altri non med a trovare il coraggio di esporsi, ma ne sono passati tanti. Mi hanno contattato, tempestato di domande, spesso morbose, su come riesco a vivere la mia vita, si sono fatti due conti, e hanno deciso di tornare alle loro vite in tacco dodici, da attraenti ragazze cisgender, oppure hanno fatto transizioni canoniche, mandandomi foto del petto operato mai richieste, condividendo con me la loro felicità, paternalisticamente proponendomela, per poi sparire per sempre dalla mia vita a causa di una loro scelta di vita “stealth”, e anche per il fatto che non ero mai stato loro amico, ma solo un infopoint per scegliere la strada migliore per loro.

Da un lato sono arrabbiato con tutti i vari Noah, Etienne, Pierangelo, Matthias, Dieghino e chi più ne ha più ne metta. Dall’altro, effettivamente, i non med hanno altre possibilità?
Se si presentano socialmente per il loro genere d’elezione, al netto di un interlocutore particolarmente illuminato, succede quanto ho scritto, e se si limitano ad una semplice androginia estetica, devono comunque “limitarla” (deve essere sexy e ammiccante, come quella di alcuni cantanti rock eterosessuali o di alcune donne provocanti in cravatta e con taglio sbarazzino) per non venir visti come scherzi della natura, ed esclusi da occasioni professionali e di inclusione sociale.

A questo punto cosa dire a questi ragazzi?
Se nessuno di noi è visibile, l’opinione pubblica non si abituerà mai al fatto che esistiamo. L’immaginario del mondo trans sarà sempre legato al passing, e le persone penseranno che sia una conditio sine qua non per essere rispettati nel proprio genere.
Se però le persone non med uscissero dai loro account con meravigliosi cognomi esotici, e cominciassero a vivere apertamente come transgender, allora forse negli anni, nei decenni, le cose cambierebbero.
E’ avendo un viso gentile, una voce sottile, ma dicendo “sono uomo”, avendo una voce profonda e un viso spigoloso e dicendo “sono donna”, che nelle coscienze cambierà qualcosa. I primi ci sbatteranno il muso, come forse è in parte successo a me, ma col tempo non sarà più così strano.
Siete abbastanza altruisti per fare un sacrificio che forse non avrà effetto nelle vostre vite, ma in quelle di chi verrà dopo di voi?
Molti di noi non riusciranno ad essere genitori, ma forse anche noi possiamo vivere questo “passaggio di consegne” coi nostri figli putativi.

E ora lasciate andare in pensione un vecchio, largo a voi, giovani. Riprendete le fila dove io le ho lasciate, esponetevi, fate “transizionare” la società insieme a voi.

Il Milk di Milano dedica il suo nome all’attivista storico Alessandro Rizzo Lari

Il Circolo Milk di Milano dedica il nome dell’associazione all’attivista Alessandro Rizzo Lari. Lo statuto ricorda anche Deborah Lambillotte. Nathan viene nominato presidente onorario, e Monica consigliera onoraria

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Il Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano ha rinnovato le sue cariche e approvato delle modifiche statutarie durante l’assemblea del 28 gennaio 2018.
L’assemblea è iniziata con il discorso di fine mandato del presidente, Nathan, il quale ha rievocato i momenti cardine della storia del Circolo, e di come, grazie all’impegno di attivisti come Alessandro Rizzo Lari, e di altri volontari del passato e del presente, il Circolo si sia sempre più rivolto a creare servizi e cultura in ambiente protetto per persone LGBTI+, con una particolare sensibilità verso le persone Bisessuali e Transgender, oltre a tutte quelle istanze spesso poco valorizzate dal movimento LGBT (Intersessuali, Pansessuali, Asessuali, Transgender non Medicalizzati, Genderqueer, Non Binary).

Nathan ricorda quanto sia stata importante la figura di Alessandro all’interno del Circolo, del Movimento LGBT e per la politica milanese.
Alessandro era Rizzo all’anagrafe, ma era affezionato al cognome della madre, Lari, e così i suoi amici del circolo, molto attenti all’autodeterminazione, lo hanno sempre chiamato.

L’assemblea si conclude con il cambio del nome del circolo:
Circolo Culturale TBIGL+ Alessandro Rizzo Lari (ex Harvey Milk).
Il nome “TBIGL+” introduce sia la “I” (le persone intersessuali), sia il “+”, che rappresenta tutte quelle persone in percorsi “non canonici” relativi all’orientamento affettivo/sessuale e/o all’identità di genere.
Esse vengono anche incluse, adesso, nel testo dello statuto, con votazione all’unanimità, anche se di fatto l’associazione è stata da sempre inclusiva, e aveva già cambiato il nome in TBGL nel 2014, per sottolineare l’inclusione e l’attenzione alle battaglie meno “blasonate” all’interno del movimento.

Vengono introdotti anche alcuni valori dell’associazione, come l’attenzione ad evitare il “misgendering” verso le persone T, e l’invito a rispettare il genere dichiarato dalla persona, ma anche il rispetto di tutte le condizioni personali (ad esempio, quella bisessuale).
Anche se, di fatto, ciò è sempre accaduto, il fatto che i soci abbiano chiesto che fosse scritto nello statuto indica una precisa volontà di sottolineare l’attenzione che questo Circolo, in particolare, ha e ha avuto nel creare un ambiente protetto e rispettoso di ogni autodefinizione (o desiderio di non definizione, in alcuni casi).

Infine, viene ricordata una persona importante per il Movimento: Deborah Lambillotte, attivista translesbica, di origine Belga, determinante per l’attivismo LGBT a Milano e in Italia, scomparsa improvvisamente nel 2016 e grande amica di alcuni/e attivisti/e del Milk, in particolare di Nathan e Monica.

Ed è a Nathan e Monica, infine, che il Circolo dedica delle cariche onorarie:
Nathan viene nominato Presidente Onorario e Monica Consigliera Onoraria, come riconoscimento del loro impegno negli anni per il Circolo e per la comunità LGBT milanese e Italiana

Viene infine nominato il nuovo presidente: Leonardo Davide Meda, storico volontario del Milk.

 

Le memorie di un presidente Milk a fine mandato

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A tutte le persone che leggono il blog e che mi hanno seguito in questi anni, anche come Presidente del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano.

Oggi scade il mio terzo mandato come Presidente e, ormai da mesi, ho preso la decisione di non ricandidarmi. Ho individuato un ottimo successore in Leonardo Meda, che si è affiancato a me nel lavoro di far crescere il Milk già pochi mesi dopo dall’inizio della mia presidenza, e che ne incarna lo spirito inclusivo, e la vicinanza ai temi B e T.

La mia avventura nell’attivismo LGBT è iniziata nel 2008. Prima di allora avevo avuto molta difficoltà a comprendere la mia condizione, per via della poca informazione che circolava in rete, e per via del fatto che per le persone T di genetica xx è più difficile auto-individuarsi come tali, per via della confusione sociale tra identità di genere e ruolo di genere, che fa si che una persona XX “maschile” sia tollerata e inclusa dalla società, soprattutto se molto giovane, e non “pensata” come persona LGBT (o addirittura T).

Quando iniziai ad individuarmi come persona T, sapendo che era possibile esserlo anche per noi XX (avevo visto un ftm in un talk show dell’anno 2000, e parlarne a scuola non mi aveva illuminato, poi nulla per molti anni), e per noi XX attratti da uomini (avevo sentito parlare di Deborah Lambillotte, storica attivista translesbica, e avevo visto i film di Almodovar), mi chiesi quali erano gli spazi che avrebbero incluso una persona LGBT come me, in una condizione così particolare.

 

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Nonostante ai tempi, vista la giovane età, e la corporatura non formosa, non avessi problemi di passing, era comunque difficile spiegare nelle associazioni la mia condizione, e le uniche aperture le trovai dall’allora Circolo di Cultura Omosessuale Milk Milano, con presidente Stefano Aresi, ma con dentro molti attivisti eterosessuali che lui aveva saputo portare al Circolo.
Fu il primo posto in cui mi sentii accolto, anche se, probabilmente senza cattiva fede, mi sentii “spinto” ad espormi in un momento in cui non ero ancora pronto, non tanto perché non sapessi chi ero, ma perché non sapevo quanto, essendo allora neolaureato e uno dei tanti “galoppini” a prestazione occasionale negli studi tecnici, volevo espormi come attivista transgender, in un momento un cui già il mio aspetto generava interrogativi in cui interagiva con me per lavoro.

Trovai un lavoro da dipendente, e dedicai tutto il mio tempo libero all’attivismo. Poco dopo Stefano partì per il Nord Europa, per far crescere la sua professione. Ricordo le sue parole, il giorno delle sue improvvise dimissioni da presidente. Era il 2010 e io ero consigliere nel direttivo. “Ho 33 anni e sono stato presidente finché ne ho avute le energie“. Stefano scelse di nutrire la sua vita e la sua carriera, come me, dimissionario, guardacaso anch’io a 33 anni.

Mi cadde sulla testa questa presidenza. Il direttivo di allora scelse me, ma io in curriculum, nel 2010, avevo solo due anni di attivismo tramite questo blog (Progetto Genderqueer), tramite twitter, tramite una grande fiaccolata contro l’omotransfobia organizzata in settembre, e l’esperienza di responsabile Blog del Milk.
Mi sentivo come il protagonista della recente serie “Designated Survivor“, presidente per caso, e dovevo “imparare” a a farlo, aiutato dall’efficiente e giovanissimo segretario Giacomo D’Agnolo, in un periodo in cui mi stavo integrando nel mio nuovo posto di lavoro da dipendente, tra mille difficoltà dovute al mio aspetto.

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Negli anni, la mia figura, e il mio blog personale, fecero avvicinare al Milk tutte quelle persone che nelle altre associazioni, inclusive da statuto, non venivano incluse. Persone omosessuali che si stavano interrogando sulla possibilità di essere bisessuali, ad esempio, come Leonardo Meda, ma anche persone, come Alessandro Rizzo Lari, che sentivano stretto un attivismo gay chiuso e autoreferenziale, “urlato”, come lo chiamava lui, e cercavano uno spazio dove poter portare, ad esempio, il tema della Laicità. In quegli anni iniziarono i mercoledì miei e di Alessandro in Consulta Milano Laica, e i rapporti con UAAR Milano, ancora molto legata al Milk, e che sta facendo di tutto per aiutarci a completare il calendario di Alessandro.

Ogni persona che si avvicinava al milk portava delle idee, e queste idee diventavano progetti: Damiano Contin col progetto Counseling, che poi divenne Tiascolto con l’arrivo degli psicologi volontari, Antonio Dognini col progetto Meditazione, Dante Fusi col laboratorio di Teatro, Lanfranco Brambilla e Cinzia Favini col gruppo AMA relazioni affettive, Roberta Ribali, nel mettermi in contatto con Monica Romano e Daniele Brattoli per dare vita al progetto identità di genere, Enrico Proserpio per il suo laboratorio di giardinaggio e così via.
Il Milk, che ci aveva visto tutti impegnati, in passato, in un attivismo più “street”, che aveva visto me, Ivano Cipollaro ed altri, in fiaccolate, nel Treviglio Pride, nelle uscite di strada per aiutare le persone Sex Workers, con Antonia Monopoli, era diventato, nel tempo, un “posto sicuro”, un luogo protetto per tutte quelle persone che, non per ideologia (il milk non si interessava e non si interessa di Teoria Queer), ma per condizione personale, non rispondevano ai parametri comunemente “accettati” dal movimento, ovvero essere gay, lesbica e transessuale.

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Sono stati anni di grandi esperienze, da Palazzo Chigi a Unar, da Coordinamento Arcobaleno a Tavoli col Comune, passando dalla fondazione della rivista Il Simposio, insieme ad Alessandro, Enrico Proserpio e Danilo Ruocco, ma, come Stefano una decina di anni fa, ora sono io a “non avere più energie” per l’attivismo, a voler riprendere in mano la mia vita privata e professionale.
Il dividermi tra lavoro e attivismo mi dava l’opportunità di vedere la realtà da due lenti molto diverse: quella dell’attivismo, sovente simile alla mia, e quella delle persone comuni, spesso molto meno aperte, spesso così lontane dalle parole chiave di noi attivisti, che dovevo scegliere parole totalmente diverse per raccontarmi ad esse.

In dieci anni di attivismo, la condizione delle persone non medicalizzate, da un punto di vista legale, non era migliorata. Di certo avevamo fatto cultura, avevamo dato una “casa” a tante persone questioning, ma fuori dalla “bolla” milk regnava il misgendering, la difficoltà ad essere riconosciuti sul lavoro e tutto il resto, e questo “sogno” di cambiare le cose, quasi da solo (negli anni ho conosciuto pochissime persone transgender non med pronte a dichiararsi sul lavoro e ad usare il proprio cognome sui social), e in relativamente pochi anni, mi aveva “tolto” la possibilità di costruire un linguaggio, un approccio, atto a migliorare la mia vita anche al di fuori dalla bolla.

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Negli anni ero già riuscito ad essere Nathan nei miei interessi personali, culturali, in famiglia e coi partners quasi da subito, ma rimaneva la difficoltà di propormi al mondo professionalmente col mio nome d’elezione, senza che questa mia caratteristica, l’essere transgender, diventasse l’unico oggetto di attenzione.

Così ho studiato, ho escogitato, un modo in cui un libero professionista, transgender non medicalizzato, che si propone al mercato possa risultare vincente non oscurando il proprio nome d’elezione o la propria condizione, ma allo stesso tempo mettendo in risalto il suo ruolo di professionista e non rimanendo intrappolato nell’identità di attivista.

Questo tipo di lavoro, di esperimento, l’ho iniziato nel 2016, quando ho fatto il passaggio al part time nella mia azienda, che mi aveva già cambiato la mail anni prima (niente nome anagrafico su mail, buoni pasto, badge), proprio per costruire un mio percorso parallelo da freelance che facesse in modo che la disforia fosse ridotta al minimo (giusto il tempo di fare una ricevuta di pagamento, ma spiegando che quel nome deve rimanere solo su quella ricevuta). Il progetto ha, incredibilemente, funzionato quasi da subito. Forse questo è dovuto alla mia capacità di “slalom” tra le peripezie della vita allo scopo di scavalcare la disforia (ad esempio fare la “carta magazzino” al posto del bancomat col nome anagrafico marchiato), esperienza che, ad esempio, mi ha dato tanti spunti quando ho parlato alle aziende tramite Parks e Diversità Lavoro, ma mi ha reso sveglio nel trovare soluzioni alle mie personali situazioni, sia aziendali che freelance, in modo da farle trovare già pronte e collaudate a capi, clienti, colleghi.

 

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Ed è proprio quanto questo esperimento è iniziato, e mi preparavo a lasciare la presidenza al mio caro amico e simbolo del milk, Alessandro Rizzo Lari, che lui ci ha lasciati improvvisamente, per una bronchite mal curata, all’età di 39 anni.
L’ultimo anno ho combattuto con me stesso per mandare avanti il mio progetto lavorativo, ma nel frattempo mandare avanti il Milk, soprattutto nel portare avanti il calendario di Alessandro, quello concordato insieme, tra mille “cc” nelle mail, in cui, con la sua solita dolcezza, mi presentava ai relatori come il suo “amatissimo presidente”.

E ora che questo calendario è finito, che manca solo l’evento Transgender Non Med, che mi vede come relatore insieme a Laura Caruso, finisco il mio mandato con due propositi, con due cose da fare prima di andar via: dedicare il nome dell’associazione ad Alessandro, come lui avrebbe fatto se fosse successo a me, per lasciare eterna memoria del suo importante contributo all’interno del movimento, in primis per la sua volontà di inserire TBGL nel nome, per la sua attenzione verso “gli ultimi”, e inserire una dedica, nello statuto, alla cara amica e ispiratrice Deborah Lambillotte.
Ricordo quando, al mio compleanno, mi scriveva “auguri fratellino” sulla bacheca. Ricordo quando insieme curavamo una pagina chiamata “Sodalizio Laico“, e ricordo il proposito di incontrarci a Milano, più volte rimandato.

Il Milk che lascio è un Milk molto cambiato da quando, giovanissimo, fui accolto, ma è un Milk che, nonostante il turn over, non penso perderà lo spirito inclusivo che per così tanti anni lo ha caratterizzato.

Mi immagino come un vecchio ex attivista, in pensione, che potrà tornarci, libero da oneri come scattare foto per poi caricarle sulla pagina, raccogliere contatti mail da inserire nel database, aprire la sede, chiuderla, montare cavalletiti e diffondere eventi facebook. Voglio immaginarmi in una delle traballanti sedie di plastica, a seguire un evento, immaginando che accanto a me ci sia Alessandro, e tutte le persone, così tanto diverse tra loro, che in questo decennio hanno fatto la storia del Milk.